Bihać - Campo di Borici

Bosnia, in migliaia in condizioni disumane a 4 passi da noi

Ha 9 anni Arash e viene dall’Afghanistan. Mi racconta – in un inglese perfetto e guardandomi con i suoi occhi nerissimi – che con lui ci sono i due fratellini più piccoli e la mamma. Ha lo zaino in spalla. Gli chiedo dove sta andando. «A provare “the game”» risponde. Mi toglie il fiato. Incrocio lo sguardo di sua madre, non ci siamo mai viste prima. Non ci vedremo mai più. È questione di un istante, mi abbraccia, stringe forte e mi sussurra piano «pray for us»: prega per noi. Siamo a Bihać, in Bosnia Erzegovina, a ridosso del confine croato, ad appena quattro ore da Udine. In questa cittadina – stando ai dati dall’Oim, l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni – sono tra i 4 e i 5 mila i profughi ammassatisi nella speranza di poter entrare in Europa. Sono poco meno più su, a Velika Kladuša. È questo «the game», il tentativo di attraversare la frontiera con la Croazia e poi con la Slovenia e arrivare in Germania. Le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno: la polizia croata picchia duro, indiscriminatamente uomini, donne e bambini. L’Europa, per lo più, fa finta di non vedere. Ho incontrato Arash e sua madre in un campo profughi allestito dall’Oim all’interno di un’ex fabbrica della Gorenje, dove vivono mille persone: qualcuno nelle tende, i più fortunati dentro piccoli container. Quasi 200 i bambini, anche piccolissimi.
Mi trovo qui al seguito di Oikos, onlus udinese che sta portando degli aiuti: due furgoni zeppi di vestiti e coperte donati dai friulani. Solo due settimane prima hanno fatto lo stesso i volontari di «Ospiti in arrivo». Segno che – per fortuna – sono ancora in molti ad avere a cuore il destino di un’umanità dolente che scappa da guerre e miseria.
Adissa, la responsabile Oim del campo, spiega come – assieme ad altre realtà dalla Croce Rossa ad Ispia-Acli – si cerchi di dare sollievo a queste persone: «Il nostro primo pensiero sono i minori, ma la situazione è difficile». Nonostante si sia al coperto fa freddo, ha già nevicato. Non ci sono finestre e anche in pieno giorno si resta in una semi oscurità. Ci spiegano che sono previsti dei lavori per migliorare la situazione. Altrove le condizioni sono diverse, migliori a Cazin, dove le persone sono ospitate in un albergo. Decisamente peggiori a «Borici». Qui, in uno stabile abbandonato e fatiscente, sopravvivono oltre 700 profughi, senza luce, ammassati per terra o in piccole tende di fortuna. La nostra presenza suscita il desiderio di raccontarsi. Vengono da Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq e Siria. Sono presenti anche degli eritrei, sono in cammino da oltre un anno. Ahmed ha 27 anni, pakistano, prende la parola per tutti: «Spiega – mi dice – che anche noi siamo esseri umani. Chiediamo solo di poter vivere in pace, con dignità». Mi portano dentro lo stabile. Faccio le scale nel buio. Mi passano accanto, con lentezza, corpi infagottati nelle coperte, intirizziti dal freddo. L’odore è acre. Mi affaccio in stanzoni senza vetri alle finestre, ovunque abiti appesi ad asciugare. Per terra qualche branda e piccole tende. Le persone attendono di poter riprovare «the game». Non riesco a togliermi di dosso il pensiero di essere nella perfetta raffigurazione dell’inferno dantesco. I ragazzi mi mostrano le ferite inferte dalla polizia croata e i telefonini spaccati, l’unico collegamento con le loro famiglie.
L’altra zona calda è Velika Kladuša, più a nord. Qui i campi sono per lo più informali, il più grande viene chiamato «la palude»: non serve aggiungere altro. Da pochissimi giorni è stata avviata l’accoglienza all’interno dell’ex fabbrica Miral. La visitiamo, ma l’Oim non ha gran voglia di parlare. C’è stato un pesante braccio di ferro con il Comune. Una ragazza iraniana mi ferma e mi racconta della polizia croata: a suon di botte le hanno fatto perdere il bambino che aveva in grembo.
Alla disumanità di un mondo che resta a guardare con indifferenza e che, anzi, alza confini e barricate, risponde però un’umanità generosa. Sono tanti i volontari arrivati qui da tutt’Europa. Conosciamo Petra, austriaca, è giovanissima e ha una cascata di treccine. È arrivata mesi fa per dare una mano con alcuni amici. Hanno messo su un piccolo magazzino per la distribuzione di vestiti e una «cucina sociale». Prima di partire vogliamo salutarla. È sotto una tettoia, poco distante dal magazzino: un presidio improvvisato. Con altri ragazzi, infatti, sta medicando i piedi di alcuni profughi, mesi di cammino, il gelo e le botte hanno lasciato il segno. Torniamo verso casa con il cuore sottosopra  e in testa le parole di Adissa: «È normale che la gente abbia paura, lo capisco. Dobbiamo promuovere l’incontro, raccontare il bene, così anche gli altri potranno scoprire, come me, quanto meravigliose sono queste persone».
Lunedì 3 dicembre alle 20 al Circolo Arci Misskappa di via Bertaldia, a Udine, «Ospiti in arrivo» racconterà, assieme a Petra e ad altri volontari, l’esperienza in Bosnia.
Pubblicato su «La Vita Cattolica» di mercoledì 28 novembre 2018 (qui la pagina in pdf).

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