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Tra i numeri dei profughi in cerca della nostra umanità (perduta?)

L’informazione è a portata di mano, eppure si continuano a preferire le semplificazioni al ragionamento. La pancia alla testa. Con il solo risultato di allontanare le soluzioni a problemi che oggi non sono più emergenziali, ma strutturali. Parlo di migrazioni e di profuganze e allora inizio dai numeri.

Quanti sono? Da dove vengono?

Conflitti

Stando ai dati del «Report global trends 2014» dell’Unhcr, i  “migranti forzati” nel mondo sono (o meglio, erano alla fine del 2014) 59,5 milioni, il 51% dei quali minori. 8,3 milioni in più rispetto al 2013, ben 22 milioni in più rispetto a dieci anni fa. Traducendo in termini di quotidianità, nel 2014, ogni giorno 42.500 persone in media sono diventate rifugiati, richiedenti asilo o sfollati interni. Nel 2013 erano 32.200.

Si tratta di un’accelerazione che è data dal moltiplicarsi delle situazioni di guerra, non da un’irresistibile voglia di mettersi in marcia per lasciare la propria casa ed il proprio paese per andare altrove. Negli ultimi 5 anni sono 15 i conflitti scoppiati o che si sono riattivati: 8 in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); 3 in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); 1 in Europa (Ucraina) e 3 in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan).

Nel frattempo, durano da decenni le condizioni di instabilità e conflitto in Afghanistan, Somalia e in altri paesi, e ciò implica che milioni di persone provenienti da questi luoghi continuano a spostarsi. Globalmente è però la Siria il paese da cui ha origine il maggior numero sia di sfollati interni (7,6 milioni) che di rifugiati (3.880.000). L’Afghanistan (2.590.000) e la Somalia (1,1 milioni) si classificano al secondo e al terzo posto.

Dove sono?

Vengono tutti qui in Europa? Decisamente no. Nel complesso, a fine anno il numero di migranti forzati nel Vecchio continente ha raggiunto quota 6,7 milioni, rispetto ai 4,4 milioni alla fine del 2013. E gli altri allora? L’86% dei rifugiati si trovava nel 2014 in regioni e paesi considerati economicamente meno sviluppati. Pubblico qui due infografiche per capire quali sono i principali paesi ad accogliere i profughi: i primi tre sono Turchia, Pakistan e Libano. In Italia nel 2014 sono state presentate 63.700 richieste di asilo.

infografica paesi accoglienza

E in Friuli? 

Ogni giorno le prime pagine dei quotidiani locali sono dedicate alla cosiddetta “emergenza profughi”. Le Caritas diocesane del Friuli Venezia Giulia hanno così pubblicato un interessante libretto che – oltre a una riflessione sull’accoglienza – dà conto, numeri alla mano, della situazione reale, aggiornata al 7 maggio 2015. Questo per «informare correttamente e compiutamente sul fenomeno» ha spiegato il direttore della Caritas diocesana di Udine, don Luigi Gloazzo. Una lettura per «rasserenare gli animi» e «non accondiscendere al tentativo colpevole di demolire la cultura dell’accoglienza così radicata nella nostra gente friulana». Dunque i numeri. In regione i richiedenti asilo sono 2.083: 570 in provincia di Udine, 542 in provincia di Trieste, 475 in provincia di Gorizia e 184 in provincia di Pordenone. Il Friuli si classifica così sesta regione in Italia per presenze rispetto al numero dei residenti (1/719), dietro a Molise (1/251), Sicilia (1/312), Calabria (1/414), Basilicata (1/582), Marche (1/711). In numeri assoluti le prime 5 regioni sono invece: Sicilia (16.010), Lazio (8.611), Lombardia (6.599), Campania (5.585) e Puglia (5.521).

Segno e sfida del nostro tempo

Questi dati non servono a negare o banalizzare il problema (o a renderlo asettico). Lungi da me. Il tentativo è quello di guardare con un po’ di oggettività la questione, cercando di capire che a nulla servono allarmismi (e nemmeno buonismi). Le migrazioni vanno invece governate con idee ed impegno perché – come  ha scritto Franco Cardini su «Il Resto del Carlino» – «sono un segno del nostro tempo e una delle sfide che esso c’impone».

È doloroso vedere e leggere di un’Europa che chiude le frontiere. Tanto a Ventimiglia, quanto in Ungheria. Davvero Viktor Orban – lo stesso che nell’89, ai funerali di Imre Nagy, ebbe il coraggio di accusare la dittatura ungherese di aver rubato la giovinezza di un’intera generazione – non ricorda che proprio un muro costringeva il suo popolo nel “paradiso socialista”?

In Italia tra crociate e buonismo

A casa nostra, del resto, si oscilla dalla verbosa violenza del dibattito pubblico (orientata a non voler trovare soluzioni efficaci) allo scandalo di chi lucra sui migranti. Così, mentre accusiamo gli altri Paesi europei di rifiutare il sistema delle quote, le Regioni si affannano a dire che «no», i profughi deve prenderseli in carico qualcun altro. Così anche a livello locale: sia un altro Comune a tenersi questa gente. Dov’è che abbiamo perso la nostra umanità? La capacità di comprendere il dramma altrui?

E intanto, a colpi di slogan, si soffia sulle paure delle persone. Ma lo stesso risultato lo si ottiene prendendosi gioco di chi esprime la propria preoccupazione. Penso alla questione del Parco Moretti a Udine. Davvero è così difficile, pur senza condividerlo, capire l’umano timore di un genitore nel portare i propri bambini in un parco dove qualcuno è costretto a dormire in situazioni precarie?

«Si fa presto a dir pregiudizio – scrive ancora Cardini - e a predicare che lo si dovrebbe superare. La diffidenza per il “diverso”, specie quando lo si avverte come potenzialmente minaccioso, è difficile da combattere anche perché non è razionale. Piantiamola col terrorismo lessicale, finiamola di definire tutto ciò “razzismo” o “xenofobia”. Così non si fa che peggiorare le cose. Il fatto è che il nucleo profondo della diffidenza, o anche della paura (e, badate, si tratta di sentimenti reciproci) è basato sul fatto che i timori sono generici. Il “diverso” ci spaventa o ci allarma per quel certo non-so-che dal quale è circondato: il colore della pelle, gli odori, il tono della voce. Per tutto ciò esiste solo un antidoto: la conoscenza reciproca».

E poi che dignità abbiamo come società se accettiamo di lasciar vivere delle persone in queste condizioni, senza fare l’impossibile per un’accoglienza diversa?

Accogliere, governare, incontrarsi, conoscersi, informare ed educare. Questo è il lavoro da fare per tenere lontano quel “disumanesimo” che ci sta consumando. Ricordando – non da ultimo – che ognuno porta con sé una storia che vale la pena ascoltare, come D., RashidMc Manar. «Il resto, il buonismo indiscriminato e i sogni di crociata, è solo spazzatura».

Le foto e le infografiche sono tratte dal sito dell’Unhcr e accompagnano l’edizione 2014 del «Report Global trend 2014»

 

 

  1. massimo

    Cara Anna, leggo con piacere le tue “parole in cammino”…
    Non vedo nel numero di profughi gli eritrei il cui numero, credo, sia rilevante. E lo è ancor di più se si sommano gli etiopi che si “spacciano” per eritrei e partono (te lo garantisco) solo per la voglia di andare altrove e senza nessuna minaccia nel loro paese. Ne ho conosciuti tanti…molti di loro avevano già raggiunto l’opportunità di studiare nel paese d’origine, alcuni già all’università.
    Ora, i più fortunati, sono sparsi qua e la’ per l’Europa con un passaporto eritreo, altri sono in Italia “bloccati” dalle impronte digitali che vagano tra stazioni e alloggi di fortuna con connazionali, altri ancora sono fermi nel deserto nell’attesa di un barcone, e purtroppo altri che hanno visto spezzata la loro speranza nel mar mediterraneo. Io, personalmente, alcuni di questi li ho accolti…e se capitasse ancora l’occasione lo rifarei per uno “spirito cristiano”…anche se gli stessi a cui ho aperto le porte di casa mia, li avevo conosciuti nella loro terra donandogli la possibilità di crearsi un futuro migliore laddove sono nati ed esortandoli a rimanere lì…più di così, sinceramente, non so cosa fare!
    Sono consapevole che il problema migratorio sia ampio e di difficile soluzione e il mio caso è un puntino nell’oceano che non si può generalizzare. Dalla mia piccola esperienza sono favorevole all’accoglienza ma voglio che sia chiaro e comprensibile che ci sono persone che si muovono non potendolo fare…cioè per legge non lo possono fare (non vengono rilasciati visti turistici per gli etiopi) anche perchè non scappano da persecuzioni, fame, malattie. Che poi questo sia giusto o non giusto (il fatto di non ottenere un visto verso un altro paese) possiamo discuterne però esiste anche questa realtà e mi sembra giusto sottolinearla. Se io non posso andare in un altro paese e lo faccio me ne devo assumere tutte le responsabilità evitando di mettere nei guai altri.
    Ciao!

  2. Anna

    Ciao Massimo,
    che piacere! Benvenuto nel mio blog!

    Dunque iniziamo rimediamo subito al dato mancante: i richiedenti asilo eritrei in Europa (che hanno trovato ospitalità prevalentemente in Svezia, Svizzera e Germania) sono 37 mila, un dato triplicato rispetto al 2013. Dal 1° gennaio 2015 sulle nostre coste ne sono arrivati circa 10 mila, il 24% del totale degli sbarchi. Per altro le nazionalità eritrea e siriana sono le uniche a godere del regime di protezione nel 75% degli stati membri, requisito richiesto dalla Commissione per essere “ricollocati” (parola orribile!) nell’ambito del progetto (naufragato) di redistribuzione per quote dei richiedenti asilo nell’ambito dei paesi dell’UE.

    Anche in questo caso un gran numero di profughi si trova in Africa: i dati dell’Unhcr dicono che 216 mila eritrei si trovano in Etiopia e in Sudan. Ancora una volta è, in proporzione, piccolissimo il numero di chi si ferma in Italia, infatti, a fronte degli oltre 20 mila sbarchi del 2014 sono state meno di 400 le richieste di asilo.

    Detto questo sicuramente sono tanti gli Etiopi che “approfittano” della situazione, spacciandosi per eritrei e tentano così l’approdo in Europa. Sono migranti economici e nonostante la crisi nel vecchio continente sono portati a pensare che comunque troveranno qualcosa di meglio rispetto alla povertà del loro Paese. Non credo però che si tratti di numeri esorbitanti, ma non ho dati in merito. Quello che so però è che dove ci sono progetti di sviluppo strutturati i ragazzi tendono a restare, anche se sicuramente anche su questo fronte le esperienze sono diverse.

    Al di là dei casi particolari e al di là della questione (sulla quale ci sono le più diverse opinioni, anche ideologiche) delle frontiere e delle regole per entrare in Europa, l’intento del mio post era quello di dare una dimensione numerica del fenomeno dei flussi migratori di profughi perché spesso si parla di invasione senza avere nemmeno un dato di riferimento. Questo si accompagna alla tendenza a gestire in maniera emergenziale un fenomeno che non è più transitorio, ma un cambiamento del nostro tempo. Questo equivale a dirsi sconfitti in partenza, senza la minima intenzione di governarlo. Ne è un esempio il fatto che i nostri Comuni (e non parlo di realtà come Tarvisio o Gorizia che sono sul confine) quando arrivano dei profughi sono del tutto impreparati e la prefettura continua solo a gestire l’emergenza.

    Si tratta di questioni difficili da risolvere, affrontarle in maniera irrazionale e strumentale non serve a nessuno. Ci sarebbe poi l’immenso capitolo riguardante le ragioni di queste profuganze e l’incapacità della comunità internazionale di affrontarle. Penso alla Siria, un conflitto iniziato nel 2011, con la cruenta repressione di un movimento del tutto pacifico. Oggi grazie al nostro immobilismo rimane un paese distrutto e infestato da un dilagante terrorismo con velleità internazionali.

  3. massimo

    Condivido ciò che dici sull’incapacità di gestire la questione…andrebbe vista la realtà direttamente “di là” per capire meglio molte situazioni…almeno (per molti che parlano di invasione o situazioni di emergenza) tentare di informarsi e di conoscere come realmente si muove il mondo oltre il proprio naso…
    Ciao!

  4. massimo

    Tra l’altro l’Etiopia è il paese africano che ospita più rifugiati (senza contare i “rifugiati interni” che quotidianamente vanno ad aggiungersi alle percentuali ufficiali).
    Arrivano dall’Eritrea, dal Sud Sudan, dalla Somalia e, come detto, gli etiopi stessi…Viaggiando molto nel nord dell’Etiopia ti garantisco che la situazione è ben più complicata di quanto si possa pensare. Il nord dell’Etiopia ha la stessa lingua, tradizioni, cultura dell’Eritrea…è impossibile distinguere un etiope del nord da un eritreo.
    Un’intera regione montagnosa del nord dell’Etiopia (che si può conoscere solo andandoci) sta’ letteralmente “scomparendo” perchè la maggior parte dei giovani ormai si “mescola” ai rifugiati e parte! Chissà se tutti questi sono inseriti nelle percentuali ufficiali…ci sarebbe da fare un bel reportage.
    Sono migranti economici? Può darsi…è utile sapere però che l’economia etiope stà galoppando molto velocemente ed opportunità di lavoro ci sono…basta farsi un giro per Addis Abeba e dintorni di questi tempi.

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