La vista sul porto di Stari Grad

Appunti e immagini (e qualche consiglio) salutando l’isola di Hvar

Salutando Hvar

Salutando Hvar

Saluto l’isola di Havar che si fa piccola in lontananza mentre il traghetto viaggia verso Spalato e che, in due ore di navigazione, riporterà questo variopinto esercito di turisti sulla terra ferma della propria quotidianità. Bilancio a caldo (ma meditato): promuovo a pieni voti questa isoletta che è stata, in certa misura, una scelta inaspettata dell’ultimo minuto. Premesso che Dubrovnik è fuori concorso — perché inarrivabile nella sua lucente unicità —, tra le mie mete estive croate (Rovigno, Abbazia, Trogir, Zara e Spalato) questo verdissimo e assolato lembo di terra ne ha di giorno in giorno scalato la classifica e conquistato il primo posto (e il mio cuore).

Sarà che avevo bisogno di fermarmi, ma è stato amore incondizionato a prima vista, e già a Sućuraj, il villaggio più a occidente di Hvar, dove siamo scesi dopo una traversata di mezzora in traghetto. Da qui, e per tutti i sessanta chilometri della stretta e tortuosa strada che porta a Stari Grad, sono rimasta incollata al finestrino (non ho scattato nemmeno una foto), inghiottita dal fascino di una natura selvatica dove la mano dell’uomo dà qualche segno di sé solo nei profili dei muretti a secco e nelle coltivazioni (bellissime) di ulivi.

Stari Grad, il portoIl secondo innamoramento è stato con Stari Grad, il paese che in questa settimana è diventato “casa” e che fu fondato niente di meno che dai Greci (che scacciarono dall’isola gli Illiri) con il nome di Faros. Affacciata su un piccolo porticciolo questa cittadina nasconde un delizioso dedalo di viuzze e piazzette lastricate su cui fanno bella mostra di sé, una dietro l’altra, le case di pietra con i loro scuretti verdi e le terrazze fiorite. Da qui si può scegliere di prendere la macchina o di noleggiare bici e scouter per andarsi a prendere la tintarella su una delle tante spiaggette di cui è costellata la costa. Inoltre, volendo, ogni mattina alle 9 parte anche un catamarano che porta fin sulla mitica spiaggia di Bol. Ma se invece, siete pigri quanto me, e vi piacciono le cose a portata di mano, dopo il porto c’è una bellissima baietta su cui ci si può beatamente sistemare su un terrazzamento non troppo frequentato che si apre su un mare azzurrissimo. Per i bambini tuffarsi qui è una vera goduria (nella gallery le foto)!

Le altre due principali cittadine dell’isola sono Jelsa e Hvar. La prima è delle dimensioni di Stari Grad, la seconda è più grande e — soprattutto — molto più affollata e festaiola, non a caso la guida della Lonely Planet segnala come attrazioni “da non perdere” della Dalmazia centrale «un cocktail nella baia di Hvar città» (la “Ibiza della Croazia” a detta di un ventinovenne casertano che istruiva due ragazze appena arrivate). Secondo me, invece, “da non perdere” in questa cittadina racchiusa nella duecentesca cinta muraria, è la sua parte più “alta” dove si trovano — oltre a innumerevoli ristorantini — anche tanti piccoli laboratori di artigianato e negozietti d’arte.

Hvar, insomma, smussa la mia riluttanza verso le isole. Fino ad ora, infatti, avevo avversato l’idea di spendere il mio tempo in una vacanza del tutto isolana, abituata come sono a cercare destinazioni che mi concedano provvidenziali vie di fuga alternative alla routine della spiaggia. È stato così ad esempio proprio per Doubrovnik, con le visite a Mostar e in Montenegro. E poi, cosa non da poco, in questa estate piovosa, Hvar ha mantenuto la sua promessa di isola della Croazia con più ore di sole (in media 2724 in un anno), il cielo, infatti, è stato per un’intera settimana (salvo qualche nuvoletta) azzurro e terso.

Ma veniamo invece al cruccio di noi italiani: dove e come si mangia? Io, personalmente ho mangiato bene praticamente dappertutto. A Stari Grad consiglio Zvijezda Mora e Kod Barba Luke, non invece la konoba Pharia, che si trova in un posto splendido, ma lascia un po’ a desiderare nella qualità e nel servizio (e ha un vino pessimo). Consigliatissima invece la konoba Kokot nel minuscolo villaggio di Dol (a cinque minuti da Stari Grad), vi sembrerà di mangiare a casa di amici, sotto il pergolato con le viti. Ma cornice romantica a parte ciò che conta è che la carne alla brace e il formaggio fritto sono strepitosi, per non parlare delle patatine. Sia chiaro, lì si fa sul serio con le tradizioni balcaniche e come aperitivo portano rakja o travarica (buonissime). La cena migliore però è stata a Hvar da Bonaca: insalata di polpo fantastica e un magnifico fritto misto con scampi, pescetti e calamari, il tutto su una terrazza che dà sul mare. A Jelsa, confesso, abbiamo mangiato la pizza (buona) da Pelago. Nota comune a tutti, indistintamente, prezzi onesti, ovunque. E poi palacinke come se piovessero, acquistate in fila dietro frotte di bambini e mangiate seduti sul porto, tra altri bambini che giocavano a nascondino.

Per i compulsivi del souvenir, il must dell’isola è la lavanda, in tutte le salse, dai mazzetti per gli armadi al miele aromatizzato. Ci sono poi olio e grappe (di tutte le qualità), marmellate e, appunto, miele. Per chi come me, invece, proprio non riesce a resistere ai monili, può sbizzarirsi con collanine, braccialetti e orecchini fatti con la pietra di Brač, estratta dalle cave dell’isola fin dai tempi dei romani, tanto che fu adoperata anche per il Palazzo di Diocleziano a Spalato.

Se invece quello che vi preme è l’osservazione sociologica vi basteranno un paio di giorni a Hvar per scrivere un libro, passando dall’approccio ostinato (e in rigoroso inglese maccheronico) dei ragazzi italiani con le ragazze di qualsiasi nazionalità, fino alla comparazione educativa (ne ho scritto qui) tra russi e italiani, passando, ovviamente, per tutti i luoghi comuni su francesi, tedeschi e americani.

Insomma Hvar è da me vivamente consigliata. Questo giro però ho fatto pochissime foto, ma ve le pubblico comunque qui sotto.

 

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