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Violenza sulle donne. In Friuli V.G. 700 casi l’anno. Intervista con Costanza Stoico

Ogni anno sono circa 700 le donne che in Friuli-V.G. si rivolgono ai Centri antiviolenza per chiedere aiuto nella speranza di uscire dalla gabbia di violenza – fisica, sessuale, piscologica ed economica – in cui mariti, compagni e fidanzati le hanno costrette (qui indirizzi e numeri di telefono). Cifre allarmanti su cui è necessario riflettere. Un’occasione è la «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne», il 25 novembre. Numerose le iniziative su tutto il territorio regionale con l’obiettivo di favorire un radicale cambio culturale. Ne abbiamo parlato con Costanza Stoico (nel riquadro), presidente dell’Associazione di Criminologia Forense e di Vittimologia del Friuli-V.G. e coordinatrice del progetto «Casa Noah», Comunità protetta, a Udine, rivolta a donne e bambine vittime di costanza_stoicoogni forma di violenza.
La cronaca continua a registrare casi di femminicidio…
«È un fenomeno antichissimo, Anna Pasquinelli, dell’Università di Tor Vergata, ha studiato 150 mila epigrafi contenenti tracce, nell’antica Roma, di stalking e femminicidi, si tratta di vissuti similissimi a quelli che leggiamo oggi. Una storia che non si ferma, nel 2018 sono stati 106».
E tanta violenza quotidiana.
«Dal 2008, cioè da quando la Commissione Pari Opportunità raccoglie i dati, in regione annualmente circa 700 donne si riferiscono ai centri antiviolenza».
E c’è chi non denuncia.
«Il sommerso è enorme. Le donne che per questioni economiche, culturali o sociali non si recano agli sportelli è grande. C’è poi la paura di non essere credute. L’uomo violento gioca su questo fatto, manipola, ricatta, fa sentire la donna inadeguata. Ho seguito una signora che ha vissuto 30 anni di angherie: è dura ammettere che l’uomo con cui hai convissuto, con cui hai avuto figli, che hai amato ti ha usato violenza».
Spesso, appunto, ci sono anche dei figli di mezzo.
«Nella maggioranza dei casi. Lavoro con questi bambini dal 1996. Oggi in particolare mi occupo degli “orfani speciali”, i bimbi cioè che hanno vissuto l’indicibile esperienza del papà che ha ucciso la loro mamma. Una realtà che esiste anche nella nostra regione, pensiamo alla figlia di Lisa Puzzoli, quando l’ex compagno uccise la sua mamma aveva solo 2 anni, oggi ne ha 9. Ci sono poi i bambini di Romina Ponzalli, quando venne uccisa, nel 2004, avevano 4 e 6 anni. A livello nazionale ci sono 2 mila “orfani speciali” tra i 5 e i 14 anni. Per fortuna dal 2018 c’è una legge che li tutela».
Chi sono le donne che si recano ai centri antiviolenza della regione?
«È un fenomeno orizzontale, nella maggioranza dei casi parliamo di donne che hanno un diploma di scuola superiore e che sono occupate. Negli ultimi anni sono in aumento coloro che denunciano la violenza psicologica anzichè quella fisica, e cominciano ad essere molte le donne tra i 40 e i 60 anni. Nel 2008, invece, i dati registravano l’assoluta prevalenza di donne tra i 24 e i 44 anni e che denunciavano violenza fisica».
Segno di una crescente consapevolezza?
«Certamente, ci sono donne anche di 60 o 70 anni che scelgono di uscire dall’ombra. Un tempo sarebbero rimaste nel silenzio».
Andiamo a prima della violenza. Come fa una donna a scivolare nella rete di questi uomini?
«Si tratta di manipolatori narcisisti, molto abili nel presentarsi e manifestarsi in una maniera diversa da come sono in realtà. Antonella, la mamma di Nadia Orlando, dice sempre “sembrava il classico principe azzurro”. Mariella, la mamma di Lisa Puzzoli, dice “era il partito d’oro”. Dunque sono uomini che si pongono benissimo, seducono non solo la ragazza, ma anche la famiglia».
Come si muovono poi?
«Hanno due parole d’ordine: potere e controllo. Una volta agganciata la fiducia delle ragazze e delle famiglie danno inizio a un abile lavoro di “ritaglio”».
Cosa intende?
«In primo luogo fanno in modo che vengano recise le reti amicali. Poi iniziano a dire che la famiglia ostacola il rapporto di coppia e tagliano anche quel legame. Se poi le convincono a lasciare il lavoro, le donne si trovano senza risorse per potersene andare. E con rapporti spezzati è difficile anche il ritorno in famiglia. Romina Ponzalli veniva picchiata tutti i giorni, ma si vergognava a raccontarlo ai genitori. Quando queste donne hanno deciso di dire “no” la risposta è stata violentissima».
Nonostante la “seduzione” anche della famiglia, a quali campanelli di allarme un genitore deve fare attenzione?
«Quando nota o scopre che il fidanzato prende il cellulare della ragazza e legge i messaggi. Un altro dato è il cambio completo delle zone di frequentazione. La mamma di Nadia racconta sempre che avevano cominciato ad andare in cinema o ristoranti fuori mano. È per evitare di incontrare amici. C’è poi un iper-controllo anche dell’abbigliamento: è lui a dire cosa indossare».
In regione la rete del territorio sta dando risposte.
«Indubbiamente, in questa regione si sta facendo moltissimo. Penso alle numerose “panchine rosse” che saranno inaugurate in questi giorni, sono un simbolo che serve a destare la nostra attenzione, è lì a dirci che in ogni Comune ci sono ragazze che stanno vivendo una situazione di violenza e noi dobbiamo sapere che è difficile, per chi ne è vittima, denunciarla».
E poi c’è l’educazione…
«Educare i giovani al rispetto e parlare di questi temi, fin da piccoli. Scuola, istituzioni e comunità hanno una grandissima responsabilità. E poi c’è il trattamento degli uomini violenti».
Dà risultati?
«Mi sono formata al Cam, il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti, di Firenze, un’eccellenza su questo fronte. Sono pochi i casi in cui gli uomini decidono di seguire un percorso di propria iniziativa. Spesso sono le mogli e le compagne a chiederlo. Altre volte sono i servizi a imporlo. Non tutti vengono portati a termine, ma dove succede i risultati ci sono, il cambiamento è possibile. Certo, non è facile e non avviene nell’immediato».

Intervista pubblicata nel «Grandangolo» del settimanale diocesano di udine «La Vita Cattolica» di mercoledì 24 novembre 2019.

 

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