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Nel limbo, in attesa davanti alla Questura di Udine

In maniera endemica, nelle Questure di tutta Italia, la gestione – nei tempi e nelle modalità – della formalizzazione delle domande di protezione internazionale svuota il diritto di asilo e relega pericolosamente ai margini dei margini persone che vengono costrette a vivere in strada, senza dimora. L’impossibilità di accedere ai più elementari servizi (in primis quelli che riguardano la salute), vivere in un eterno limbo, invisibilizzati, è qualcosa che non ricade solo sulle vite di queste persone, ma ha a che fare con la dimensione collettiva della città, del suo benessere, del benessere di tutte e tutti.

Rispetto a queste prassi, non fa eccezione la Questura di Udine. Lo testimonia la quotidiana presenza di persone che ogni mattina aspettano in viale Venezia nell’attesa di essere chiamate secondo modalità che ricordano l’estrazione della lotteria. Il 3 giugno ci sono andata anche io, ne è uscito un servizio che pubblico anche qui. Domani – giovedì 18 giugno – alle 11 al Centro Balducci, Ospiti in arrivo renderà pubblici i dati del monitaraggio che i volontari e le volontarie dell’associazione hanno effettuato, proprio davanti alla Questura, da gennaio ad oggi, ascoltando 547 persone e raccogliendo le loro testimonianze. Il report sarà poi trasmesso alla stessa Questura e alle organizzazioni internazionali Unhcr ed Euaa.

Intanto ecco il pezzo.

Nel limbo, in attesa davanti alla Questura

Ahmad (il nome, come gli altri in questo articolo, è di fantasia) ha 26 anni e viene dall’Afghanistan. Da 28 giorni – ogni giorno – si presenta davanti alla Questura di Udine, in viale Venezia. Vuole segnalare la propria presenza sul territorio italiano e fare richiesta di protezione internazionale. È un suo diritto. Eppure, da 28 giorni non riesce ad esercitarlo. Farid di anni ne ha 20, anche lui è afghano, anche lui desidera essere riconosciuto innanzitutto come persona dallo Stato italiano, far sapere che c’è, che è qui. Ma niente, nemmeno lui ci è riuscito. Dal 14 maggio ci prova quotidianamente.

Sono da poco passate le otto di mercoledì 3 giugno e piove. Stamattina in coda ci siamo messi anche noi, insieme ad Ahmad e a Farid, insieme – ammassate al limitare del marciapiede di fronte all’ingresso della Questura, guardate a vista dai poliziotti – a una settantina di altre persone che sono nella loro stessa situazione. Dopo la diffidenza iniziale, sono in molti a voler raccontare almeno un pezzetto della propria storia. Ad Ali la settimana scorsa è morta la mamma, l’hanno ammazzata i talebani, a Kabul. Ci mostra le foto del funerale, «provo un dolore immenso» dice con un filo di voce. Faisal, invece, ci fa vedere un video in cui è buio, in un parco, e si vede piovere a dirotto: è la veduta dal riparo in cui ha dormito la notte precedente. Già, perché l’ulteriore risvolto drammatico del non poter fare domanda di asilo è il fatto di restare fuori dal sistema di accoglienza, vivere senza dimora. Anche Umar vive così, in un edificio abbandonato della città, da quasi due mesi: «Non ce la faccio più – dice senza rabbia, ma con evidente disperazione –, ho paura di impazzire».
«In maniera sempre più strutturale le questure di tutta Italia ostacolano le persone migranti nel loro diritto a fare domanda di protezione internazionale – ci spiega Laura, volontaria dell’associazione “Ospiti in arrivo” –. In solidarietà a un’umanità in cammino, a partire da gennaio abbiamo cominciato a monitorare le pratiche dell’Ufficio immigrazione della Questura di Udine, davanti al quale le persone sono costrette a restare per settimane in attesa del riconoscimento della loro esistenza». E infatti Laura sta raccogliendo le presenze, i dati, da quanti giorni le persone sono qui, da dove arrivano. «Come vedete – ci fa osservare – non c’è una fila vera e propria, ma un marasma di persone, ognuna attende di sapere se sarà tra i cinque o sei che avranno un appuntamento». Come spiegato a fine aprile nel corso di un’assemblea pubblica dell’associazione, le prassi sono cambiate nel tempo. Prima le persone venivano fatte entrate in Questura, poi si è cominciato a chiedere copia del documento sulla quale veniva appuntata una data – a due o tre mesi di distanza – in cui la persona in questione avrebbe avuto la possibilità del primo accesso. «Parliamo di due o tre mesi di limbo – spiega ancora la volontaria – perché fino a quella data, nei fatti, quella persona non esiste». Una pratica questa definita da Gianfranco Schiavone dell’Asgi, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, come «illecita». «Attraverso alcuni avvocati che ci supportano l’abbiamo segnalata – racconta ancora Laura –. Per le otto persone con cui eravamo in contatto la situazione si è sbloccata, ma la conseguenza è stata che la Questura ha nuovamente cambiato modalità di accesso: si continua a richiedere copia del passaporto (nemmeno questo dovrebbe succedere), ma l’appuntamento è dato in maniera informale. In questo modo le persone migranti non hanno alcunché in mano, non resta traccia di queste pratiche». «Vivere in questa condizione è terribile – spiega ancora la volontaria –, significa non avere alcun tipo di prospettiva, significa accedere solo alle cure emergenziali in Pronto Soccorso, significa ammalarsi, significa vedere la propria salute mentale compromessa. Per la città vuol dire inoltre avere un numero consistente di persone che dormono in strada».
Intanto proprio a partire da un lavoro di monitoraggio, documentazione e denuncia, a Venezia e Vicenza i ricorsi collettivi presentati a marzo 2025 – proprio da Asgi insieme a una rete di altre associazioni –, sono stati accolti dal Tar. «È una pronuncia importantissima – ha spiegato nel corso dell’assemblea di Ospiti in Arrivo, l’avvocato Asgi Francesco Mason –, anche perché è la prima class action presentata solo da associazioni e non anche da singole persone straniere. La condanna poi è netta e declinata in un’ottica di: riduzione progressiva dei tempi; smaltimento dell’arretrato, e ripristino di “una gestione efficiente del procedimento di presentazione delle domande, facilitando l’accesso degli interessati agli uffici della Questura e garantendo la tempestiva raccolta delle manifestazioni di volontà di richiedere la protezione internazionale”, nel termine assegnato di novanta giorni dalla pubblicazione della sentenza».
«Queste pronunce aprono un varco – si legge in una nota dell’Asgi –, anche e soprattutto in termini di replicabilità, nell’oblio che negli anni ha generato la “mala gestio” dei procedimenti di asilo in tutto il territorio italiano cui, purtroppo, sembrava quasi essersi abituati, al punto che le richieste di efficientamento parevano esorbitanti pretese senza possibilità di riscontro. Alla negazione dei diritti non ci si può abituare: “Nei tempi bui si canterà? Sì, ancora si canterà”».
L’articolo è stato pubblicato sull’edizione del 10 giugno 2026 del settimanale diocesano “La Vita Cattolica”
  1. Anastasiia Peters

    Buongiorno,

    sono una cittadina ucraina residente in Italia. Lavoro regolarmente, pago le tasse e cerco di integrarmi e rispettare le regole di questo Paese.

    Vorrei condividere la mia esperienza riguardo alle procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno presso la Questura di Udine.

    Comprendo che il numero di pratiche da gestire sia elevato e che gli uffici siano spesso sotto pressione. Tuttavia, ritengo che l’attuale sistema di gestione delle attese sia profondamente problematico e poco rispettoso delle persone.

    Per molti di noi non si tratta di un semplice disagio. Significa dover perdere ore di lavoro, permessi e stipendio, spesso restando in coda per intere giornate senza alcuna certezza di essere ricevuti. Significa attendere sotto il sole estivo, sotto la pioggia o al freddo, senza sapere se l’attesa servirà a qualcosa o se sarà necessario tornare il giorno successivo.

    Trovo difficile comprendere perché persone già registrate nel sistema, già identificate e già titolari di un permesso di soggiorno debbano affrontare procedure che generano tanta incertezza e tanto tempo perso.

    Molti di noi lavorano, hanno responsabilità, contribuiscono alla società italiana e cercano di costruire qui la propria vita nel rispetto delle leggi. Non dovremmo essere costretti a scegliere tra il nostro lavoro e il rinnovo dei documenti.

    Per questo vorrei proporre alcune possibili soluzioni:

    * creare una corsia dedicata alle persone che devono soltanto rinnovare o ritirare il permesso di soggiorno;
    * introdurre appuntamenti con orario definito, evitando attese di molte ore senza garanzia di accesso;
    * valutare procedure di consegna più semplici per documenti già pronti, riducendo il numero di persone costrette ad attendere davanti alla Questura.

    Credo che una gestione più organizzata non migliorerebbe soltanto la qualità del servizio, ma rappresenterebbe anche un segno di rispetto verso il tempo, il lavoro e la dignità delle persone.

    Ringrazio per l’attenzione e spero sinceramente che questa situazione possa essere migliorata.

    Cordiali saluti.
    Anastasiia

    • Gentile Anastasiia,
      grazie per la condivisione, è molto importante. Conosco bene il problema, nel 2023 mi ero messa in fila alle 5 del mattino proprio su sollecitazione di un’amica ucraina che incontrava le stesse inconcepibili difficoltà di cui scrive lei (qui il pezzo di allora https://www.annapiuzzi.it/udine-in-questura-per-le-persone-migranti-la-fila-inizia-prima-dellalba/).

      Ne abbiamo parlato anche stamattina in conferenza stampa, sempre nel 2023 era stata fatta anche una raccolta firme. Molte le promesse che seguirono, poi è cambiato il questore e tutto si è arenato. Addirittura – lo ricordava stamattina Annalisa Comuzzi delle rete Dasi – c’erano bozze di progetti per l’ampliamento degli spazi al piano terra per l’Ufficio immigrazione, in modo che molte più persone potessero attendere all’interno. Basterebbe, a dir la verità, un appuntamento da prendere on line, così una persona sa che quel dato giorno dovrà spendere un po’ di tempo, senza file infinite, giornate buttate e ansie inutili. Ne gioverebbe in salute, fra l’altro, anche il personale della Questura.
      Comunque, giro a chi sta seguendo la questione le sue proposte.

      Intanto grazie di cuore,
      Anna

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