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Al Balducci declinata in senso umano la “sicurezza”. Intervista con Tito Boeri

Sicurezza. È la parola oggi sulla bocca di tutti, in primo luogo della politica. Ma con quale declinazione? E con quali effetti sulla società? Scavare nella sua dimensione umana, guardare ad essa come a un «prendersi cura» dell’altro, perseguendo quella giustizia sociale che alimenta armonia e pace sociale – anziché rancore e sospetto – è stato l’impegno al cuore della “quattro giorni” dell’annuale convegno del Centro Balducci di Zugliano. Un appuntamento come sempre frequentatissimo, capace di coniugare locale e globale, ad esempio mettendo in dialogo sulla questione ambientale i ragazzi del Friday for future con attiviste provenienti da Afghanistan e Bolivia. E proprio nella mattinata dello sciopero globale per il clima – venerdì 27 settembre – si sono dati appuntamento al Balducci oltre 400 studenti che hanno ascoltato l’intervento dell’economista Tito Boeri, ex presidente dell’Inps (nella foto insieme a Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro Balducci, photocredits Vincenzo Cesarano). Perché «sicurezza» deve voler dire anche (e necessariamente) guardare al lavoro dei giovani che è garanzia per il futuro della società tutta.
Boeri, lei oggi ha incalzato i ragazzi dicendo loro «fatevi tante domande e non fermatevi alla prima risposta», sottolineando a più riprese l’importanza dell’istruzione tanto in termini occupazionali quanto in termini di libertà.
«Penso che l’istruzione, oggi più che mai, sia fondamentale per districarsi dal bombardamento di notizie cui siamo soggetti quotidianamente. Curiosità e istruzione è il binomio che ci deve accompagnare, anche navigando su internet, per capire come muoverci. In una società competitiva e veloce come la nostra poi è chiaro che i ragazzi devono pensare alla solidità della propria formazione».
Parlando di lavoro, ha toccato il nervo scoperto di quello che lei ha chiamato «l’equivoco di quota cento».
«Si tende a descrivere il mercato del lavoro come se avesse un numero fisso di posti, proprio come un autobus pieno all’ora di punta, per cui per far salire le persone, altre devono scendere. Così non è, ci sono dei periodi in cui ci sono più posti di lavoro per tutti e altri in cui ce ne sono meno. Le imprese che stanno riducendo personale sono realtà che non possono assumere. Altre, al contrario stanno assumendo anche senza che ci sia del personale in uscita. Questa complessità non può essere affrontata con l’idea che mandando in pensione prima delle persone si crei sistematicamente un posto di lavoro per giovani. La realtà dimostra esattamente il contrario. Meglio sarebbe alleggerire il costo del lavoro».
In che termini?
«Mandando le persone in pensione prima si aggrava il cuneo fiscale e quindi si rende più difficile per i giovani trovare un impiego. Del resto se noi guardiamo a quel che succede negli altri Paesi, ci rendiamo conto che quelli dove il tasso di disoccupazione giovanile è più alto sono proprio quelli dove si va in pensione prima, un dato che dimostra in maniera eloquente come la teoria del numero fisso dei posti di lavoro sia decisamente sbagliata e fuorviante».
Questione immigrazione.
«L’immigrazione è senza ombra di dubbio una questione che va gestita, non subita come invece ha fatto l’Italia in tutti questi anni. Ma va depurata da pericolosi luoghi comuni, ad esempio per quel che riguarda il lavoro. Detto questo, bisogna poi capire che c’è un’altra dimensione della questione che noi non abbiamo minimamente affrontato: quella dell’emigrazione, ad oggi il problema più serio per il nostro Paese. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani altamente istruiti che vanno all’estero per cercare fortuna. Questo è un costo che non possiamo più permetterci».
Ha richiamato i giovani a nutrire una «consapevolezza collettiva».
«Credo che la nostra generazione si sia posta questo problema troppo poco. Ci sono delle risorse comuni che vanno gestite insieme. Da esse, infatti, deriva il benessere di noi tutti, non possiamo continuare a scaricare il loro costo sugli altri, ignorando ad esempio i problemi dell’ambiente, del clima, ma più banalmente nemmeno quelli del verde pubblico. Il modo migliore per farcene carico è concepirsi come parte di una comunità che assume livelli diversi di responsabilità a seconda delle decisioni che prende. Nel caso dei ragazzi può essere la classe, la scuola o la comunità locale, fino alla dimensione nazionale, europea e globale. L’importante è rendersi conto che identificarsi in una di queste comunità non deve essere in conflitto con l’identificarsi anche nelle altre».

Pubblicato sull’edizione del 2 ottobre 2019 del settimanale diocesano «La Vita Cattolica

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