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Laboriosamente vivere: la magia tra boschi e caprioli di Stella

Sapevo che sarebbe stata una bella serata. Quello che però ignoravo è che sarei stata avvolta dalla magia. Salgo a Stella, la borgata più alta di Tarcento, per Laboriosamente vivere. Volevo ascoltare Pino Roveredo e salutare Toni Capuozzo, ma soprattutto desideravo conoscere di persona Toni Zanussi.

Fatto sta che uno degli aspetti positivi dell’essere giornalista è che di incontri interessanti ne fai parecchi e – se ti piace (e sai) ascoltare le storie per poi raccontarle -, le persone ti prendono in simpatia. Così Zanussi (mente e anima di Laboriosamente vivere) ha invitato la collega Monika Pascolo e me nella sua casa di Stella. Dopo una tortuosa salita sbarchiamo in un mondo altro, immerso nel verde, sperduto, ma straordinariamente ed immediatamente familiare. Ad accoglierci ci sono, ovunque, i Caprioli di Stella del figlio Pier Paolo, cornice suggestiva e perfetta al calore umano che subito ci investe ed abbraccia. Poi la parte più bella, le storie – davanti un bicchiere di bianco su tavolone in giardino -, dal Nicaragua di Capuozzo, al carcere di Roveredo. Il resto lo fa la visita alla casa di Zanussi, la cucina con l’odore buono del legno, le «camere per gli amici» e il «cjast», con lo studio e la sua parete di fotografie, i colori e quadri ovunque. E tra un quadro e l’altro aneddoti e racconti di una vita, l’umanità dell’uomo e la sensibilità dell’artista.

Giusi Foschia e il Giardino commestibile

Giusi Foschia e il Giardino commestibile

Scendiamo così fino alla chiesetta dove intanto ha preso vita la festa, traccia di un Friuli ostinato che lancia «segnali di possibilità» attraverso la testimonianza di chi, nel quotidiano, apre strade nuove o ne ripercorre di dimenticate, ma che tutte, indistintamente, portano alla sostanza autentica delle cose. Scopro così Giusi Foschia e il suo Giardino commestibile. Ed è bello vedere che l’entusiasmo si mescola all’emozione che prende il sopravvento quando questa donna dal sorriso contagioso racconta che nel ’76, dopo l’Orcolat, la sua famiglia ha fatto armi e bagagli per andare in Venezuela. Si scusa e ride, per tornare al più presto su un terreno più sicuro: le sue piante. Il corniolo, il finocchio, l’aglio ursino. Racconta come fare la gelatina di petali di papavero che – ci assicura – sanno di lampone. Tra una pianta e l’altra però ci infila la sua vita, gli studi d’arte, l’esperienza a Monaco e a Londra, dove si innamora dei giardini e traccia una nuova via per la sua vita che, da «raccoglitrice», la porta fino a Zomeis. Mi apre il cuore quando raccomanda a tutti «l’isolamento» se «gli altri non ci sostengono» perché, dice, «ognuno deve coltivare i propri sogni». E lei il suo di sogno lo ha lì, tra le mani e ce lo mostra fiera e radiosa. Vado a salutarla, la ringrazio. Ride e mi spiega «ho avuto una vita avventurosa». Non ne dubito.

Le parole e i fiori lasciano il posto alla musica Klezmer dei Minimal Trio e poi a un altro trio, inedito: Capuozzo, Roveredo e la sorpresa della serata, Gigi Maieron.

Toni Capuozzo, Pino Roveredo e Gigi Maieron.

Toni Capuozzo, Pino Roveredo e Gigi Maieron.

Capuozzo rivolge a Roveredo solo due domande, il resto lo fa la capacità di narrare di un uomo che ha vissuto il carcere, la contezione e la straordinaria scoperta della libertà. Ti incanta mentre racconta la sua vita, l’infanzia all’Ente comunale di assistenza («Quando sono uscito mi sono ammalato di libertà. Non mi sembrava vero di poter camminare senza seguire una riga militare»), la salvezza attraverso la scrittura (dalle lettere scritte in carcere in cambio di sigarette, fino al premio Campiello), la vita da operaio e poi l’impegno verso gli ultimi, in carcere, al sert, in manicomio. Chicca della serata la musica e le parole di Maieron che per «Mieli» ingaggia due coristi d’eccezione, Capuozzo e Roveredo.

Insomma tutta la magia di questo incrocio di vite è andata in scena quassù, a Stella, un piccolo borgo sperduto dove abitano appena 8 persone. 6 fino a febbraio, prima che la vita si affacciasse di nuovo in questi boschi e dopo 45 anni senza nascite, venissero al mondo due gemelline: Adele ed Elisabetta. Mentre torniamo alla macchina, nel buio pesto della strada senza luce, sento tutto l’amore che ho per il mio Friuli e la sua straordinaria gente. Sento le radici e l’orgoglio buono di appartenere a questa meravigliosa terra.

 

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