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«La giustizia non si chiede, si esige»

«Ho imparato che la giustizia non si chiede, ma si esige perché è un diritto delle persone ed è un dovere di chi ha l’autorità di promuovere la giustizia e instradarla con leggi e decisioni che la rendano possibile».  Abbiamo parlato a lungo mons. Luis Infanti Della Mora, vescovo di Aysen, ed io, seduti su un muretto mentre pioveva a dirotto. Lui – friulano, padre servita trapiantato nella Patagonia cilena – è un fiume in piena, ma sono queste le parole che prendo a prestito per farvi i miei più sinceri auguri di Pasqua, perché la rinascita sia prima di tutto consapevolezza e responsabilità.

Di seguito l’intervista integrale pubblicata sul numero del 3 aprile del settimanale diocesano «la Vita Cattolica».

mons. Luis Infanti Della Mora

Il suo nome, per tutti, è legato alla battaglia per l’acqua. Mons. Luis Infanti Della Mora, padre servita, originario di Campomolle di Teor, è vescovo di Aysen, vicariato apostolico nella Patagonia cilena. In questi giorni è in Italia per portare la testimonianza della sua Chiesa in prima linea per la custodia del creato. Durante la sua tappa in Friuli lo aspetto, senza preavviso, nella sede udinese dei padri Saveriani, di lì a poco, infatti interverrà a «Solidarietà per azioni», il corso di formazione per volontari del Centro missionario diocesano. Lo vedo arrivare e lo riconosco subito, ma chissà perché non mi aspettavo un uomo così alto. Gli chiedo se posso intervistarlo. Con un sorriso aperto mi dice di sì e che possiamo restare all’aria aperta, seduti sul muretto. Il vicariato apostolico di Aysen conta un territorio grande quanto l’Italia settentrionale, ma abitato da appena 100 mila persone. Da un decennio questa regione è al centro degli interessi di grandi multinazionali che mirano a sfruttarne le risorse naturali. In primis l’acqua. In particolare c’è l’Enel che attraverso la controllata Hidroaysen intende costruire cinque grandi dighe per produrre energia elettrica da trasportare con una linea di 2300 chilometri agli impianti minerari nel Nord del Paese. È in questo contesto che s’inserisce l’operato di mons. Infanti Della Mora che si oppone allo sfruttamento dell’Aysen e che nel 2008 ha scritto una lettera pastorale dal titolo «Dacci oggi la nostra acqua quotidiana», un documento a dir poco profetico. Seduti su quel muretto, ascoltarlo parlare è un po’ come respirare quella Chiesa latinoamericana che Papa Francesco ci ha fatto conoscere, scomoda per molti, impegnata con tutta se stessa nella promozione umana, nella difesa degli ultimi, delle periferie del mondo.

Anche lei come Papa Francesco viene «dalla fine del mondo», ci racconta qual è la situazione in Aysen?
«Si tratta di una regione che, come molte altre del Sudamerica, è molto appetitosa per le grandi multinazionali, in un mondo globalizzato le terre così poco densamente popolate e ricche di tanti elementi naturali suscitano il loro interesse. Tra esse c’è l’Enel che in Cile è proprietaria dell’acqua al 96%, un fatto questo reso possibile, anzi facilitato, dalla Costituzione stessa approvata da Pinochet nel 1980».

Lei ha preso una chiara posizione in merito, si è speso in prima persona.
«Certo, perché sentiamo che la chiesa e il Vescovo, come insiste Papa Francesco, hanno una responsabilità non solo spirituale, morale, pastorale ed etica, ma anche sociale. Siamo cioè parte attiva della società, abbiamo la capacità critica e propositiva di influire sulle decisioni politiche, economiche, sociali e culturali. Questo, si badi bene, sempre a partire dalla fede, da una visione evangelica della realtà. In questi anni, in cui sono proliferati i progetti attraverso i quali le multinazionali vogliono appropriarsi del Sud del Mondo – parliamo di America latina, ma anche di Africa -, sento che come Chiesa abbiamo più che mai una responsabilità sociale, abbiamo il dovere di rompere quell’indifferenza della società consumista che porta a vivere senza pensare a che mondo stiamo costruendo e che quali conseguenze possono avere sul domani le decisioni che prendiamo oggi».

In «Dacci oggi la nostra acqua quotidiana» una delle parole che ricorrono più frequentemente è proprio «responsabilità». È un richiamo forte anche a noi fedeli di una Chiesa tanto distante da quella di Aysen, da cui abbiamo molto da imparare perché forse abbiamo dimenticato l’importanza e il valore di quella parola. 
«Io non posso giudicare l’impegno di una Chiesa rispetto a un’altra perché le realtà sono molto differenti. Però se Dio ci ha dato due occhi e due orecchie è perché abbiamo l’esigenza di guardare in profondità la realtà e ascoltare la voce di Dio. Questo è pregare. Non solo cioè recitare formule. Pregare significa ascoltare Dio che ci parla attraverso le urla delle persone, dei popoli, degli emarginati della terra. La seconda parte di questa preghiera è rispondere alle necessità che abbiamo visto e ascoltato. Quindi ogni Chiesa dovrà saper guardare in profondità quello che sta succedendo, vedere soprattutto le cause delle situazioni che si presentano in ogni luogo e rispondere non come un partito politico, o un club culturale, ma come comunità di cristiani mossi dalla fede e dall’esperienza di altre comunità».

Nel 2012 Lei ha scritto anche un altro importantissimo documento dal titolo significativo «La fede e la politica si abbracciano». Che messaggio voleva lanciare?
«Innanzitutto va detto che si inserisce nell’Anno della Fede che non è stato solo un momento per definire meglio le verità di fede, perché quelle già da secoli sono definite, approfondite e celebrate. L’Anno della fede ci portava a vedere che importanza ha la fede oggi nel mondo in cui viviamo. In Aysen quindi è stata fatta una riflessione anche a partire dal Ministro degli interni del Cile che a un certo punto mi ha detto “è bene che il Vescovo si dedichi alla preghiera”. Questo perché come Chiesa avevamo preso determinate posizioni e partecipato a un movimento sociale importante, massivo e unitario, che esigeva migliori condizioni di vita. Sottolineo che “esigeva”, non “chiedeva”, perché ho imparato che la giustizia non si chiede, ma si esige perché è un diritto delle persone ed è un dovere di chi ha l’autorità di promuovere la giustizia e instradarla con leggi, decisioni che la rendano possibile. Quindi, stimolato da questa insinuazione pubblica del Ministro, ho scritto che la fede si deve tradurre in opere, in presenze e decisioni – ed evidentemente ogni decisione di fede ha risvolti sociali e politici come lo hanno anche le decisioni di fede non prese -. In questo contesto è dunque nata questa lettera che sottolinea come per essere fedeli a Gesù e per seguire il Vangelo è necessaria l’opzione per i poveri, per le persone più emarginate, sconfitte dalla società».

Siamo a un anno di pontificato di Papa Francesco, quanto della Chiesa Latinoamericana, penso ad esempio al documento di Aparecida, ha portato il Santo Padre nella nostra quotidianità? 
«Moltissimo. Aparecida è stato l’ultimo incontro, alcuni anni fa, dei Vescovi dell’America Latina, per imprimere alla storia dell’America latina un marchio di fede. Papa Francesco lo sentiamo come un fedele portavoce nel senso epserienziale di una Chiesa che vuole essere attiva, dinamica, fedele a Gesù. Uno stile di Chiesa che se la pensiamo a livello globale nel mondo era stata un po’ silenziata per favorire una Chiesa più dottrinale, legalizzante che è un aspetto, ma come enfatizza Papa Francesco non è il principale. La fede non può essere inquadrata solo in leggi e decreti morali, la fede è la gioia di vivere l’esperienza di Gesù e comunicarla agli altri, entusiasmarli, vivere in felicità e senza emarginare nessuno, facendo tutti partecipi della bellezza della vita, dei doni della creazione».

Ringrazio il Vescovo dell’Aysen, il tempo è volato e voglio lasciarlo ai suoi impegni. Ma è contrariato: «Già finito? Nemmeno una domanda sull’Udinese?», mi chiede ridendo. Rimedio subito. «In Patagonia il Vescovo tifa “bianconero”?» gli chiedo. «Ma è evidente! Seguo sempre l’Udinese, e se gli orari lo permettono anche in diretta». E sorridendo aggiunge: «Soprattutto quando vince!».

Anna Piuzzi

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