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Faraci e Barnes, una delusione e un ottimo incontro

«Allora li hai letti? Come sono?».

Messaggio Facebook. Ore 6.45. Faccio mente locale e realizzo che i miei lettori stanno diventando esigenti. Ricordano perfino che ho tre libri in programma. E che sono mattiniera.

Ne ho letti due, Carrère è in dirittura d’arrivo.

la vita in generale

Inizio da Tito Faraci. L’ho agguantato per primo perché nutrivo cospicue aspettative. Confesso, deluse. La vita in generale è il romanzo d’esordio (a dirla tutta ne ha scritti due per ragazzi) di uno dei migliori sceneggiatori italiani di fumetti, e l’impronta del mestiere indubbiamente — a mio modo di vedere — si ritrova anche nel libro. La storia è quella di Mario Castelli, «il Generale», soprannome che risale ai tempi del liceo e che lo ha accompagnato tanto nella sua ascesa imprenditoriale quanto nella sua attuale vita da clochard. Faraci, infatti — attraverso la parabola discendente di Castelli —, ci fa entrare nel mondo spesso invisibile dei senza fissa dimora, in particolare nell’esperienza di chi vi è costretto da un rovinoso tonfo economico. 68 brevi capitoli raccontano una storia suddivisa in due parti. Nella prima «il Generale» — con la sua curiosissima armata — è impegnato a tenere a bada un criminale, la questione sin da subito si intreccia con la vita di Rita, bellissima e giovane imprenditrice che è alla ricerca proprio di Castelli. Dal loro incontro si fa strada la seconda parte del libro incentrata sulla vendita dell’azienda di lei.

Il libro ha un bel ritmo e il pregio, pur trattando di senza tetto, di non scivolare in lacrimevole compassione, anzi i personaggi sono ben caratterizzati. «La vita in generale» però non mi ha entusiasmato, troppe coincidenze, anche facili da immaginare e forse anche perché nella narrazione si sente un po’ troppo la mano del fumettista.

il senso di una fine

Mi è invece piaciuto moltissimo Il senso di una fine di Julian Barnes. Sarà che in questo particolare momento della mia vita non è stato difficile essere accondiscendente con lui, lasciandomi catturare e coinvolgere dai suoi ragionamenti sul tempo, sul ricordo del passato e dei suoi significati. Il libro si apre su un gruppo di ragazzi inglesi degli anni ’60: Tony (la voce narrante), Alex, Colin, a cui un giorno si aggiunge l’intelligentissimo e affascinante Adrian. Studiano letteratura, sono abbastanza viziati e discretamente saccenti. Nell’aria l’attesa di una rivoluzione sessuale. Un giorno accade che muore un loro compagno di scuola, Robson. Aveva messo incinta una ragazza, si è suicidato. Il quartetto commenta la vicenda riflettendo sul senso della vita. Ma accade anche altro: Tony si mette con Veronica e conosce la sua difficile famiglia borghese. I quattro si separano: gli studi e la vita li portano su strade diverse, pur rimanendo in contatto. Tony e Veronica si lasciano. Veronica e Adrian si fidanzano. Tony prima fa finta di niente e poi invece scrive una pesantissima lettera al vetriolo. Dopo un po’ Adrian si toglie la vita, in maniera maniacalmente razionale ed ordinata. Fine della prima parte.

Inizia la seconda parte ambientata oggi. Veniamo a conoscenza della vita di Tony, ordinarissima. Sposato e separato da Margaret (l’opposto di Veronica), ha una figlia che si chiama Susie. E un giorno, quando è già sulla sessantina, gli arriva una lettera da parte della madre di Veronica che gli lascia in eredità cinquecento sterline e non si sa perché il diario di Adrian, che però dovrebbe essere custodito da Veronica.

Nelle restanti pagine, è una rincorsa alla soluzione dell’enigma legato a quest’eredità imprevista, sapere che c’è scritto sul diario di Adrian, che c’entra la madre di Veronica con tutta la questione. Ovviamente questo vuol dire rimettersi in contatto con Veronica, ma sopratutto rileggere tutta la vita di Tony e capirne il vero significato. Il finale, inatteso (almeno per me), è confezionato benissimo. È il mio primo libro di Barnes e devo dire che è una di quelle scritture che mi piacciono molto, pulita che disegnano benissimo in poche battute personaggi e storie, ad esempio quando entra in scena Adrian scrive: «Si chiamava Adrian Finn, era un giovane alto e timido che nei primi tempi teneva gli occhi bassi e segrete le idee». Pagherei oro per descrivere un personaggio così!

 

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