Franco Basaglia con i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, 1968-1969. (Gianni Berengo Gardin, Contrasto)

100 anni di Basaglia. La sua rivoluzione da difendere

Undici marzo 2024. Cento anni oggi dalla nascita di Franco Basaglia, psichiatra visionario e uomo capace di dar vita alla rivoluzione che aprì i manicomi e slegò i matti, restituendo loro diritto di cittadinanza. Di questo centenario, dei passi indietro e della necessità di difendere quella rivoluzione –l’ultima che abbia illuminato questo Paese – ho scritto grazie a voci preziose, incroci inattesi, ma non casuali che si sono presto trasformati in dialogo, relazione, scambio. Penso soprattutto a Maria Angela Bertoni e a Nadia Della Pietra che con pazienza, in questi mesi, mi hanno raccontato, spiegato, mostrato. Mi hanno insomma trasmesso un piccolo patrimonio di esperienze decantato in parole che certo non si esaurisce in questo spazio, ma che anzi ne alimenterà altri.

E poi sono profondamente grata a Vilma che mi ha affidato la sua storia di madre perché – mi ha detto – «può essere d’aiuto ad altri». Lei e il dottor Marco Bertoli, da due punti di osservazione diversi, spiegano bene perché i Centri di Salute mentale devono essere sul territorio, in una relazione di prossimità e continuità con i cittadini e le cittadine che ne usufruiscono, aperti sette giorni su sette e ventiquattrore su ventiquattro.

Di seguito i quattro articoli pubblicati sull’edizione del 6 marzo del settimanale diocesano di Udine.

Nella fotografia Franco Basaglia con i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, 1968-1969. (Gianni Berengo Gardin, Contrasto)

Ritornare a Basaglia per tutelare i diritti delle persone e garantire i servizi

Sono trascorsi cento anni dalla nascita di Franco Basaglia. Quarantacinque dalla legge che porta il suo nome e che ha aperto i manicomi. Ricorrenze che chiedono – per affrontare il futuro – di fermarsi un istante e di volgere lo sguardo indietro, al percorso fatto. Soprattutto se il cammino è di quelli che hanno scardinato una visione di mondo e di società. Soprattutto se, ciclicamente, quella visione del mondo viene messa in discussione.

Pensiero attuale

«Credo all’attualità del pensiero e della pratica di Basaglia – evidenzia la psichiatra Giovanna Del Giudice, presidente della Conferenza per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia –. Sono moltissimi i temi che si possono riprendere dal suo lavoro. In particolare in questi tempi bui che stiamo attraversando, segnati dall’impoverimento dei servizi e delle risorse, ritornare a Basaglia serve per impegnarci a tutelare i diritti delle persone, pensando alla forza dello stimolo che lui ha dato».

Una rivoluzione tradita?

«La celebrazione non si addice a Basaglia – premette sorridendo Maria Angela Bertoni, psichiatra che è stata a lungo direttrice del Centro di Salute mentale di Udine, e che ora fa parte dell’associazione Arum, l’Associazione familiari, utenti e cittadini per la salute mentale di Udine –. Questo centenario deve rappresentare l’occasione per avere uno sguardo più attento sulla realtà attuale, per questo come associazione abbiamo organizzato una rilettura diffusa dei suoi testi, in piccoli gruppi che stanno lavorando sul territorio per poi confluire in un incontro pubblico che si terrà a maggio. Tanto più a Udine che, bisogna ricordarlo, ha chiuso il suo manicomio solo nel 1996, con grande ritardo se pensiamo che la legge 180 è del 1978, questo perché la politica, ma non solo, penso anche ad altre realtà, in parte pure la Chiesa, non guardavano con grandissimo favore alla deistituzionalizzazione. È un dato che bisogna tenere in considerazione in un passaggio storico in cui quella legge va difesa, perché i rischi sono tanti, si stanno facendo purtroppo numerosi passi indietro». Lo conferma Nadia Della Pietra, assistente sociale che per due anni ebbe la fortuna di lavorare insieme a Basaglia, a Trieste, anche lei attiva nell’associazione Arum. «Arrivare a Udine – racconta – fu uno shock, venivo da una realtà che aveva rivoluzionato il concetto di cura e all’improvviso mi trovavo a lavorare al “reparto nove” del manicomio di Sant’Osvaldo, dov’erano rinchiuse le cosiddette “agitate”. Devo dire che poi si è lavorato molto, parecchi degli infermieri e dei medici si rimisero in gioco. C’era poi tanto spazio per la formazione, per far maturare un pensiero sulla salute mentale, in una dimensione tanto individuale quanto collettiva. Oggi purtroppo la situazione è complicata, assistiamo a un’aziendalizzazione della sanità, si sono fatti spazio, anche nel campo della salute mentale i “protocolli” che mettono in qualche modo da parte la visione di Basaglia che metteva al centro la persona». «La valorizzazione della soggettività – sottolinea Bertoni – valeva anche in ambito lavorativo, avevamo la grandissima possibilità di esprimere noi stessi. Oggi l’atto aziendale dell’Asufc va in direzione opposta».

«Non dimentichiamo poi che viviamo un momento delicato – aggiunge ancora Bertoni – il Covid ha lasciato un segno pesante nella domanda di salute mentale. Non solo. L’impoverimento delle famiglie aumenta il disagio perché, non necessariamente, ma spesso la povertà è terreno fertile per il disagio, si potenziano a vicenda. Così l’impoverimento delle risorse per la Sanità, in particolare per la Salute mentale, e un welfare che si fa meno generoso diventano un mix pericolosissimo. È poi preoccupante il depotenziamento dei Centri di Salute mentale sul territorio, in molti casi non più garantiti sulle 24 ore, che dovrebbero invece assicurare prossimità nella cura. Serve l’impegno di tutti per tenere i riflettori accesi ed evitare che la rivoluzione di Basaglia venga smantellata».

 

Testimonianza di una mamma. 

«I Centri di Salute mentale sono imprescindibili per le famiglie. Preoccupa il loro impoverimento»

«Scoprire che mio figlio soffriva di un problema di salute mentale è stato devastante». La diagnosi – nove anni fa – arriva nella vita di Vilma come una doccia fredda, suo figlio ha poco più di vent’anni e all’improvviso il futuro si trasforma in un terreno minato: si sente sola, spaesata, non sa quali passi compiere. La sua storia, Vilma, ce la racconta a cuore aperto perché, ci dice, «può essere di aiuto ad altri». «Qualche problema c’era già – spiega –. Col senno di poi è chiaro che si trattava delle prime avvisaglie di qualcosa di più grande, ma io non lo sapevo, soprattutto, non riuscivo a trovare una strada concreta per aiutare mio figlio. Ho provato in tanti modi, sempre senza risultati. Poi un medico ci ha indirizzati al Centro di Salute mentale di San Daniele, lì abbiamo subito trovato risposte e mio figlio ha acconsentito al ricovero. Pur nel dolore della situazione è stata un’esperienza positiva perché la dottoressa che lo ha preso in carico se ne è occupata negli anni come avrebbe fatto una madre, seguendo il suo percorso e accompagnando le sue crisi, trovando di volta in volta le soluzioni più adatte». «Per noi – prosegue Vilma – il Csm è stato un presidio prezioso, fondamentale. Ogni volta che abbiamo avuto bisogno di aiuto, che fosse telefonicamente o recandoci di persona, abbiamo sempre avuto risposta perché si trattava di personale che conosceva il caso di mio figlio e dunque sapeva muoversi di conseguenza, capaci di affrontare le diverse situazioni nel loro evolversi».

«Oggi di fronte all’impoverimento dei Centri di Salute mentale, in quanto a personale, ma anche rispetto agli orari di accesso, la nostra preoccupazione di familiari è davvero grande – evidenzia la donna –. Ci preoccupa moltissimo il futuro, quello prossimo, ma soprattutto quello che sarà “dopo di noi”: saranno garantite cure adeguate ai nostri figli? Con la continuità necessaria? Parliamo di persone che hanno bisogno di essere accompagnate da qualcuno che conosca la loro storia. Sono uomini e donne che hanno bisogno di dialogo, di aprirsi, servirebbero ad esempio più psicologi all’interno dei centri. Non c’è poi solo il momento della crisi, c’è anche l’evoluzione dello stare meglio che ha bisogno di un aiuto nel raggiungere dove possibile un’autonomia di vita, abitativa e lavorativa». «E poi – aggiunge Vilma – non vanno dimenticate le famiglie, anche loro hanno bisogno di ascolto per essere aiutate a comprendere. In questo frangente per me sono state fondamentali l’associazione di auto-mutuo aiuto dei familiari di San Daniele e l’associazione Arum, mi hanno letteralmente salvata. Confrontarsi con persone che stanno vivendo la tua stessa soluzione, che possono suggerirti soluzioni, ma anche solo ascoltarti è bellissimo, importante e utile. Una diagnosi di questo tipo, rispetto a un figlio non si accetta mai fino in fondo, ma non essere soli, sentirsi compresi, fa la differenza».

«Sono convinta – conclude Vilma – che nella complessità di oggi, il pensiero di Basaglia sia più attuale che mai. Celebrare i suoi cento anni è importante, ma lo è ancora di più garantire i servizi, la prossimità delle cure, le opportunità di vita per chi ha un problema di salute mentale: questo deve essere un punto fermo, per tutti».

 

Marco Bertoli. Direttore del Dipartimento di Salute mentale

«La medicina territoriale si basa su prossimità, presenza e continuità. Per questo ai Centri di Salute mentale serve un’operatività sulle 24 ore»

I Centri di salute mentale sul territorio – operativi sulle 24 ore – sono imprescindibili nella loro importanza per la cura delle persone. A ribadirlo, in un momento in cui diverse di queste realtà sono in difficoltà per mancanza di risorse – è il direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asufc (l’Azienda sanitaria universitaria del Friuli centrale), Marco Bertoli. «La Sanità – spiega lo psichiatra – è in difficoltà. Ma, a mio parere, se da una parte c’è bisogno di una centralizzazione, di un contenimento delle risorse degli ospedali, di una loro riorganizzazione, questo non può valere a livello del territorio, perché le necessità primarie del territorio, della medicina territoriale sono prossimità, presenza e continuità. Dovrebbe dunque essere operata un’azione diversificata sulle risorse, soprattutto professionali, rispetto alle quali scontiamo un grave errore di pianificazione. Tanto più tenendo conto di denatalità ed invecchiamento della popolazione».

«Molti non vogliono capire l’importanza delle “24 ore” – evidenzia ancora Bertoli – che invece per i pazienti e i familiari è fondamentale. Parliamo cioè della possibilità dell’ospitalità notturna nei Csm a cui, per altro, corrisponde una decongestione dell’ospedale. Poter essere curati, affrontare una crisi, in una situazione più familiare e conosciuta per il paziente, con la stessa équipe di lavoro, è importantissimo. Non solo. L’apertura sulle 24 ore vuol dire anche che se il paziente o un familiare telefona, trova sempre qualcuno e questo per chi è in stato di agitazione o per chi vive un malessere è una sicurezza incalcolabile. A chi non vive questa fragilità può sembrare cosa da poco invece è un aspetto che fa la differenza in maniera profonda. Organizzazione che per altro permette una domiciliarizzazione degli interventi e delle terapie di grandissima valenza».

 

Inchiesta di Altraeconomia e Convegno con Luca Rondi

Psicofarmaci: uso e abuso in carcere

carcere_via spalato«Più che celebrare i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, come Dipartimento di Salute mentale, abbiamo pensato che fosse più significativo raccontare fatti, buone pratiche e affrontare questioni aperte». Spiega così Marco Bertoli, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asufc (l’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale) la scelta di organizzare proprio lunedì 11 marzo, alle 17.30 in Sala Ajace, a Udine, l’incontro «Fine pillola mai» il cui titolo riprende l’inchiesta di «Altraeconomia» – firmata dal giornalista Luca Rondi – sull’abuso di psicofarmaci nelle carceri italiane, tra salute mentale e controllo della popolazione detenuta. Incontro che segue quello già tenutosi a San Daniele (incentrato su uno dei capisaldi del pensiero di Basaglia, la differenza fra Psichiatria e Salute mentale) e a cui ne seguiranno altri, in ognuna delle città in cui c’è un Centro di Salute mentale.
«Basaglia – osserva Bertoli – in manicomio trovò il disastro umano, fu colpito dalla bruttezza dei luoghi, dal fatto che le persone fossero ridotte e contenute entro un recinto. Disse che quella non era cura. Propose dunque una cura che fosse non solo attenzione alla sintomatologia, ma che andasse oltre diventando attenzione alla persona, ai suoi vissuti, ai contesti. Una cura che puntasse a un recupero della persona attraverso gli strumenti della vita: la casa, il lavoro, la socialità. Basaglia morì giovanissimo, ma c’è chi ha raccolto, dato concretezza alla sua eredità e che continua a farlo anche oggi, anche senza averlo conosciuto».
«L’11 marzo – prosegue Bertoli – parleremo di carcere perché Basaglia avversava le istituzioni totali e il carcere è un’istituzione totale, l’intenzione è dunque quella di prestare un’attenzione particolare a questa realtà, anche grazie allo sguardo di Franco Corleone che come Garante dei Diritti dei Detenuti ha fatto e sta facendo moltissimo. Dal nostro punto di vista, come Dipartimento, c’è dunque un impegno forte in questo senso, un impegno innanzitutto a mantenere i riflettori accesi su un’istituzione come questa dove siamo presenti con un’équipe di lavoro composta da due medici, una psicologa e un educatore professionale e che considera il carcere come parte integrante del territorio».
L’inchiesta di cui si parlerà al convegno «Fine pillola mai» fa luce – dati alla mano – sull’uso e abuso di psicofarmaci in quindici carceri italiane, fra queste anche la casa circondariale di via Spalato a Udine. In particolare viene presa in considerazione la spesa pro-capite che risulta di gran lunga superiore rispetto all’esterno, per gli antipsicotici addirittura di 5 volte. A Udine – dove va detto che i dati seppur alti, sono in calo rispetto agli anni precedenti – si spendono in anti psicotici 19,1 euro pro-capite, all’esterno la spesa media è di 3,1 euro.
Al convegno, oltre a Luca Rondi, interverranno Franco Corleone, gli psichiatri Calogero Anzallo e Stefano D’Offizi.

Gli articoli di questa pagina sono stati pubblicati sull’edizione del settimanale diocesano di Udine del 6 marzo.

 

 

  1. Vincenzo Cesarano

    Ammiro con stima la tua attenzione e il tuo sguardo sensibile verso la società e i suoi problemi, la quotidiana fatica che fanno le persone. E’ bello vedere giornalisti (e giovani) che svolgono il loro importante ruolo con passione e professionalità accompagnate da tanta umanità.
    Grazie Anna!

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