Bihać - Campo di Borici - 2018

Sbarchi, rotte e “invasione”. Qualche numero per fare ordine

Amo le parole. E più di tutto mi piace usarle per raccontare le migrazioni a partire dalle storie, dai volti e dai nomi delle persone. Ma amo molto anche i numeri perché – nell’accompagnare le parole e le storie – mettono ordine e aiutano a orientarsi.
E allora, dal 1° gennaio 2023 a oggi, 15 settembre, ci sono stati 127.207 “sbarchi”.
Pochi? Tanti? Dipende.
Rispetto allo stesso periodo del 2022 – quando erano stati 66.162 – sono il doppio. Ma se allunghiamo lo sguardo al 2016 le cose cambiano: di sbarchi, al 30 settembre di quell’anno, se ne registrarono 132.043.
Non lo dico io, non lo dicono le Ong, lo dice il Ministero dell’Interno che pubblica quotidianamente questi dati sul suo sito (qui, l’ultimo aggiornamento pochi minuti fa).
E sulla rotta dei Balcani occidentali?
Nel periodo che va da gennaio ad agosto del 2023 c’è stato un calo del 19% dei cosiddetti “attraversamenti illegali”: sono stati 70.550.
Anche questo non lo dico io, non lo dicono le ong, ma lo dice Frontex, nel suo bollettino mensile, fresco di pubblicazione (qui). E sempre Frontex ci ricorda – con un grafico chiarissimo – che su quella stessa rotta gli attraversamenti nel 2016 furono 130.325. L’anno prima addirittura 764.033.
Tutti numeri dunque che aiutano a valutare l’opportunità di parole ed espressioni che sono state impiegate in questi giorni, da “invasione” a “dichiarazione di guerra”.
Il continuo variare dei numeri sulle diverse rotte indica poi – oltre all’evidente peso che hanno le crisi geopolitiche – un fatto che è ben chiaro a chi abbia ascoltato almeno una volta i racconti delle persone in movimento: indietro non si torna mai, se un confine è stato “sigillato” chi ha scommesso tutto su una nuova vita in Europa, cercherà un’altra strada per arrivarci.
Gli stessi numeri pongono però anche parecchie domande. Una su tutte è quella che gira attorno al perché siamo sempre tanto impreparati di fronte ad arrivi che non sono così tanto fuori scala rispetto agli anni precedenti.
A suggerire qualche risposta è il progressivo smantellamento del sistema di accoglienza messo in atto dal 2018 ad oggi (al riguardo consiglio questo articolo di Duccio Facchini su Altreconomia).
Fatto sta che se nell’immaginare il futuro si è privi di coraggio e di visione (come lo siamo da ben prima del 2018), non si può che restare schiacciati in un eterno e convulso presente, fatto di emergenze e il cui unico orizzonte è il consenso o la prossima tornata elettorale.
Nella foto, migranti sulla “rotta balcanica”, a Bihac, 2018.

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