Cattura

Nada e quella «carezza» di Papa Francesco al popolo Rom

Piove a dirotto e quella di oggi, anziché una domenica di maggio, sembra il più classico degli scorci d’autunno. Eppure a Mereto di Tomba – in una graziosa e curatissima villetta, in una zona residenziale di recente costruzione –, il grigio del cielo non intacca minimamente l’allegria che si respira dentro casa. Qui, infatti, a illuminare questa giornata brumosa, c’è il sorriso contagioso di una donna speciale, Nada Braidic. Mi accoglie in casa sua insieme al marito Alessandro. Ad accompagnare me, invece, c’è Anna Paola, le due donne sono amiche da una vita. È così che mi metto in ascolto di un racconto intessuto di parole che viaggiano al ritmo incalzante della gioia.

L’incontro col Papa

Nada – capelli nerissimi, occhi verdi, un piglio deciso e una fede profonda – ha 49 anni e appartiene al popolo Rom. Mercoledì 8 maggio – insieme ad altre 500 persone tra Rom e Sinti, 34 dal Friuli – ha incontrato, in Vaticano, Papa Francesco. Ma non è tutto. A lei, infatti, è stato affidato il compito di scrivere una preghiera che essa stessa ha letto durante l’udienza. «A chiedermelo – spiega – è stato don Massimo Mostioli, il sacerdote che a Milano ha raccolto il testimone di don Mario Riboldi (sacerdote oggi ultra novantenne, il primo in Italia a chiedere al proprio arcivescovo, Giovan Battista Montini, di essere mandato in missione in mezzo ai Rom, ndr). Ho pensato subito che non sarei stata in grado, troppa l’emozione». Ma quel pensiero viene subito accantonato, il suo popolo ha bisogno di una voce e Nada si mette al lavoro.
Le chiedo allora com’è stato essere lì, davanti al Santo Padre e alla sua gente. Sorride. «Nell’andare dal mio posto fino al leggio, mi è sembrato di camminare con addosso 70 chili in più. Ma, al di là della mia personale emozione nel prendere la parola in pubblico e in quel contesto, è stato semplicemente qualcosa di straordinario. Il Papa ci ha riservato un’attenzione particolare – racconta –, salutandoci uno a uno, stringendo le nostre mani. Ha voluto che l’incontro si svolgesse nella sala regia, dove si tengono gli appuntamenti più solenni». «I campi nomadi – prosegue – sono l’eccezione, la normalità è invece fatta di famiglie stanziali che giorno per giorno cercano di costruire la propria vita. Eppure, l’immagine che passa è un’altra. Così, purtroppo, siamo abituati alle “mazzate”. Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, è stato trattato male in quanto Rom. Essere “accarezzati” in quel modo e con quella attenzione da Francesco è stato eccezionale. Sono convinta che con i suoi gesti e le sue parole ha gettato un “granello” prezioso che nella società presto o tardi germoglierà».

La storia di Nada

Ma qual è la storia di Nada? «Quando avevo tre anni – racconta –, la mia famiglia ha scelto di uscire dal “campo sosta” di via Monte Sei Busi, a Udine. Abbiamo vissuto in diverse abitazioni fino ad arrivare a Basiliano. Lì è iniziata la nostra vita stanziale». Nada va regolarmente a scuola, con dedizione e profitto, ma ben presto deve optare per il lavoro. «Mi presentavo ai colloqui, facevo una buona impressione, ma poi, una volta scoperto che ero rom, nulla andava in porto». Tuttavia, una porta che si apre c’è, è quella della famiglia di Anna Paola. I suoi genitori venuti a conoscenza, attraverso un insegnante, della difficoltà della ragazza, le offrono un lavoro: aiutarli in casa nelle faccende domestiche. Nada accetta, senza sapere che da quel «sì» sarebbe nata anche l’amicizia che l’avrebbe legata ad Anna Paola per tutta la vita. Nel frattempo scrive e pubblica una raccolta di poesie. Vince addirittura un premio che, nel ’94, la porta – insieme all’inseparabile amica – a Bruxelles. Inoltre, mentre lavora, frequenta un corso alle Acli per diventare mediatrice culturale, un progetto che di lì a poco diventa realtà, Nada, infatti, inizia a lavorare con i servizi sociali del Comune di Udine. «Mi occupavo di promuovere la scolarizzazione dei bambini – spiega –. Quando ho iniziato, nel campo di via Monte Sei Busi, quasi nessuno andava a scuola. Alla fine del progetto i bambini che frequentavano le lezioni erano quasi l’80%». Oggi Nada lavora, apprezzatissima, nel pordenonese per l’ambito socio-assistenziale di Azzano Decimo. «Seguo una quindicina di famiglie rom – racconta – con circa quaranta bambini. Si è creato un rapporto di fiducia, c’è rispetto reciproco e la mia autorevolezza è riconosciuta». Sorride e prosegue: «Sai, la mattina passo a suonare il campanello nelle case, per assicurarmi che i bambini siano a scuola. Oggi le cose sono molto diverse, le famiglie sanno benissimo che la libertà dei loro figli muove dal sapere, dalla scolarizzazione. Soprattutto le coppie giovani mi chiedono consigli, anche su come integrare al meglio i loro piccoli con gli altri bimbi. Inoltre spingo per costruire percorsi di inserimento lavorativo, non è facile, ma con impegno e fatica i risultati si ottengono».

L’impegno con le donne

E poi ci sono quelle che Nada non smette di chiamare «le mie donne». «Il cambiamento – spiega – passa attraverso di loro. Sono soprattutto le donne a chiedere l’inserimento dei figli, a volere per loro una situazione “normale”, a nutrire un forte desiderio di relazione. Non è facile perché in alcuni gruppi vivono ai margini, subiscono il patriarcato. Eppure, riescono a smuovere la mentalità dominante. Io le aiuto facendo capire agli uomini della comunità l’importanza del fatto che escano di casa per lavorare. Quando c’è da battagliare per loro io ci sono perché attraverso il lavoro guadagnano in autonomia, riescono ad emanciparsi. Per altro sono molto apprezzate perché, oltre che affidabili, sono abituate alla fatica. Trovano impiego soprattutto, come donne delle pulizie, nelle strutture turistiche di Bibione».

Un matrimonio «gagè»

Nada mi racconta anche della sua famiglia, dell’incontro e del matrimonio con Alessandro, un udinese, dunque un «gagio» (il termine indica nella lingua romanì coloro che non sono rom, ndr): «Non volevo saperne – racconta ridendo –, pensavo fosse interessato a me solo perché ero carina». Ride anche il marito che aggiunge: «È stata tosta, ci sono voluti mesi per convincerla ad uscire con me». E poi gli occhi si illuminano quando Nada mi parla del loro figlio, oggi adolescente e brillantissimo studente. «È molto orgoglioso della sua “parte Rom” – racconta –, anche se in passato, soprattutto quando era alle elementari, qualche problema c’è stato. Ma con il dialogo e il confronto si è sempre risolto tutto». Prima di salutarci mi affida quello che a me sembra un auspicio non solo per il popolo Rom, ma per il futuro della nostra società in generale. «Dobbiamo venirci incontro, noi Rom dovremmo abbassare un po’ le difese, fidarci, così come il resto della società dovrebbe aprirsi di più alla diversità. Ne guadagneremmo davvero tutti».

Anna Piuzzi

Qui il pdf della pagina de «La Vita Cattolica» di mercoledì 15 maggio 2019

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