chagall

Tra le pieghe amare della storia

Che la Biblioteca civica di Treppo Grande mi abbia ormai adottata per la rassegna mensile di incontri con l’autore, è cosa nota. Giovedì 24 ottobre, alle 20.30, avrò quindi il piacere di dialogare con Antonella Sbuelz, parleremo del suo bellissimo «La ragazza di Chagall». Naturalmente vi aspetto, intanto, qui di seguito trovate la recensione/intervista, a questo link, invece c’è la puntata di Libri alla radio dedicata ad Antonella.

«Solo pochi rimanevano in disparte, solo pochi non erano in tripudio. Quel  giorno io ero tra quei pochi. Ma il prezzo che ho pagato è troppo alto perché possa sentirmene orgogliosa». Parole amare quelle di Luisa nello scrivere alla figlia Amalia, da un’isola di confino del Sud Italia. La piazza di cui racconta è quella di Trieste, il 18 settembre del 1938, quando Mussolini aizzò la folla annunciando le leggi razziali che avrebbero scatenato, di lì a poco, la caccia agli ebrei. Quel momento è il cuore pulsante dell’ultimo splendido libro di Antonella Sbuelz, «La ragazza di Chagall» (Forum editrice), ed è lì che una scrittura capace e densa di emozione ci inchioda, come se – accanto a Luisa –, impietriti, ci fossimo anche noi. È in quell’istante che la storia attraversa e sconvolge le vite dei protagonisti del libro, vite che si intrecciano e che non saranno più le stesse. Diversi i piani temporali che però sembrano tutti raccogliersi e convergere nei sette giorni di navigazione della nave Saturnia: Amalia, infatti, contro la sua volontà, assieme a suo padre Alfio e a Folco e Tilde (che incontra sulla nave), sta fuggendo dall’Italia per trovare riparo a Buenos Aires.

«Grazie a questo intreccio di vite – spiega Antonella Sbuelz –, volevo ripercorrere il momento di vergogna delle leggi razziali che ha segnato le comunità ebraiche, ma anche tante persone ai margini. Mi interessava quella “zona grigia” di chi non ha subito il dramma della deportazione nei campi di sterminio, ma che si è trovato sul crinale, tra i sommersi e i salvati. Persone che come Alfio, figlio di una coppia mista, non sono finite in un lager, ma la cui vita non è più stata la stessa».

Un momento che per molti ha significato consapevolezza di sé e delle proprie origini, una su tutti Lea, la nonna di Amalia. «Questa donna appartenente alla comunità ebraica triestina – prosegue Sbuelz –, mentre molti sono comprensibilmente affannati a mimetizzarsi, a cercare una via di fuga,  proclama orgogliosamente “io ci sono e sono ebrea” e riscopre così le proprie radici, trasmettendole con tenerezza alla nipote». E allo stesso modo Luisa, che non resterà a guardare, che non rinuncerà, per paura, alla propria autonomia di pensiero.

«La ragazza di Chagall» rivolge lo sguardo al passato spingendoci a prestare attenzione al presente. «Mi ha sempre colpito, nel vedere quanto spazio, giustamente, è dedicato nei libri di storia all’universo concentrazionario nazista – racconta l’autrice che è insegnante di Lettere –, quanto, allo stesso tempo e al contrario, le leggi razziali siano solo sussurrate, come se ancora non ci avessimo fatto i conti fino in fondo. Dobbiamo invece ricordare che già nell’autunno del ’38, prima ancora che nel mondo tedesco, i bambini ebrei in Italia venivano cacciati dalle scuole. Questo si lega in maniera potente con la nostra realtà di oggi. La comunità ebraica triestina nel 1738 si era liberata dall’obbligo infamante di portare segni distintivi, duecento anni dopo, dalla piazza di Trieste prendeva avvio l’abominio delle leggi razziali. Tornando al presente, questo ci insegna che la democrazia non può essere mai data per scontata, dovremmo rileggere con attenzione quelle pagine cupe del nostro passato».

Pubblicato sull’edizione di mercoledì 14 novembre 2018 del settimanale diocesano «La Vita Cattolica».

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