Al 31 marzo (lo certifica il Ministero della Giustizia), le donne detenute in Italia erano 2.804, il 4,3% dell’intera popolazione carceraria. 31 a Trieste. Numeri ridottissimi che – per come è organizzato il sistema penitenziario – sono una condanna nella condanna: implicano infatti meno attività formative, meno istruzione, meno laboratori. In sostanza, meno diritti.
Anche a Udine, nella casa circondariale di via Spalato, c’era una sezione femminile. Venne chiusa nei primi anni duemila. Che ne è stato? Lo sguardo lungo e l’ostinazione di Franco Corleone, oggi anche di Andrea Sandra (che si avvicendati nel ruolo di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale), hanno fatto in modo che quegli spazi – non solo inutilizzati, ma letteralmente abbandonati – venissero ristrutturati e trasformati in luoghi di istruzione, incontro, possibilità. C’è una nuova biblioteca e ci sono nuove aule, presto anche un teatro che sarà di tutta la cittadinanza. Si rischiava però di perdere la memoria del passaggio delle donne. Anche a questo ha pensato Corleone, affidando a Ulderica Da Pozzo il compito di fermare e custodire quella memoria nei suoi scatti. Ne è uscita – voluta sempre dal Garante delle persone private della libertà – I giorni strappati una mostra commovente (di quelle proprio di Ulderica), visitabile fino al 31 maggio in castello a Udine, nel Museo Friulano della Fotografia.
A corredo della mostra c’è anche un catalogo che però non è un semplice catalogo. Lavorandoci, immaginandolo, è infatti cresciuto, diventando qualcos’altro. Alla presentazione, il 9 apirile, lo abbiamo chiamato “catalogo-libro”.
A spingere verso questa direzione, è stato il desiderio di restituire parola a quella presenza fortissima che le fotografie di Ulderica trasmettono tanto chiaramente. Ci sono così tre scritti miei con cui abbiamo provato a dare voce alle donne che – alla fine degli anni Novanta – quelle celle di via Spalato le hanno abitate.
Due le strade che abbiamo scelto. La prima mi ha portato dentro le pagine del giornale che veniva realizzato nella sezione femminile: Vite sospese. Lo spazio di parola di Fatima, Vesna, Michela e delle altre è dunque autentico, reale. Liliana Lipone e Maria Grazia Visintainer – che da volontarie le accompagnavano e incontravano quotidianamente – hanno fatto il resto, mi hanno infatti aperto le loro case e hanno condiviso con me ricordi e racconti, testimoniando le condizioni di detenzione di allora.
L’altra strada riguarda invece l’oggi. A metà febbraio, infatti, ho incontrato Nora, detenuta al Coroneo, la casa circondariale di Trieste. Con grande generosità Nora si è raccontata, parlandomi di sé, di chi è stata e di chi è diventata, dunque del passato, ma soprattutto del futuro. La sua voce – insieme a quella di Fabiana Martini che, con un progetto della Conferenza Basaglia, tiene laboratori di scrittura nella sezione femminile del Coroneo – tratteggia che cosa è oggi la detenzione femminile. Purtroppo, le criticità, le minori occasioni restano le stesse di trent’anni fa.
Infine, ben poco avrei potuto capire, collocare – e dunque scrivere – senza l’immersione totale, durata un paio di mesi, nel lavoro preziosissimo di Grazia Zuffa e Susanna Ronconi. Verso entrambe nutro un profondo debito di riconoscenza. Il “catalogo libro” per altro, in appendice, è arricchito anche da due loro testi. Dentro queste pagine troverete inoltre gli interventi della stessa Ulderica, di
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