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	<title>Anna Piuzzi &#187; Ospiti in arrivo</title>
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		<title>Il reportage in Bosnia – dedicato ai morti senza nome della &#8220;rotta balcanica&#8221; – è finalista al Premio Luchetta</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 12:39:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti in arrivo]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Luchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
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		<description><![CDATA[Con emozione condivido questa notizia. Il mio reportage in Bosnia, dedicato ai “morti senza nome” della rotta balcanica, è tra i lavori in finale al Premio...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Con emozione condivido questa notizia. Il mio reportage in Bosnia, dedicato ai “morti senza nome” della rotta balcanica, è tra i lavori in finale al <a href="https://premioluchetta.com/" target="_blank">Premio Luchetta </a>nella sezione “Rotta Balcanica”.</div>
<div>
<div dir="auto">Dentro questa felicità che provo c’è parecchio. In primo luogo le innumerevoli storie delle persone migranti, storie che raccolgo ormai da dieci anni, da quando la “rotta” ha smesso di essere carsica e si è fatta evidente, diventando fenomeno strutturale. C’è poi il mio sconfinato amore per la Bosnia, per le sue donne soprattutto. E c’è – luminosa – l’amicizia con <a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo?__cft__[0]=AZbJdTZQyiMpEUkZ_4BQHPdRNIEX-LudZH335Ddc7cy7ir-GVGYvUlt-g6QPlvWVJ2eeL1KNTa_QuWmlMrZY-Pzj_BfoK3NBO7Vhh1BshDzgP5HwJocgHJk7KpxHl94LOcYfghKeYGqAei_zx-0dyKMtdxAOfFobrXbsdT8smOVyWA&amp;__tn__=-]K-R">Ospiti in Arrivo</a>, innervata di impegno ostinato e di un’umanità bellissima.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://premioluchetta.com/2025/09/26/finalisti-premio-luchetta/" target="_blank">Qui la notizia con i finalisti di tutte le categorie</a>.</div>
<div dir="auto">Se invece volete leggere il mio reportage, eccolo qui: la <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">prima parte</a> e la <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">seconda parte</a>.</div>
</div>
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		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Seconda parte &#124; «Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
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		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda) con destinazione Tuzla....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la seconda parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">«Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</span></strong></h3>
<p>«<em>Sappiamo bene, per averlo vissuto, cosa vuol dire dover abbandonare tutto perché c’è la guerra. E conosciamo altrettanto bene l’angoscia che ti abita quando non sai, anche dopo anni, che fine hanno fatto i tuoi cari</em>». Incontriamo <strong>Emina</strong> nel suo appartamento di Zvornik, nel nordest della Bosnia. Siamo alla fine di una giornata trascorsa di cimitero in cimitero per visitare i luoghi dove sono sepolte le persone migranti morte nel tentativo di attraversare la Drina (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">nella prima parte del reportage</a>). Anche Emina è tra quanti hanno scelto di mobilitarsi per le persone in movimento sulla rotta balcanica, persone che però preferisce chiamare «<em>i nostri fratelli siriani e afghani</em>». È uno sguardo magnetico il suo, gli occhi chiari – mentre ti parla – cercano i tuoi, senza tregua. E ride, ride parecchio, con una voce roca da fumatrice incallita. La sua casa affaccia proprio sulla Drina, dall’altra parte del fiume c’è la Serbia. «<em>Dal balcone ho iniziato ad accorgermi di questi ragazzi che attraversavano a nuoto. Vedevo anche le condizioni in cui arrivavano dopo mesi di viaggio, dopo le violenze della polizia, in Iran, in Turchia e poi in Europa. Come si fa a non provare ad aiutarli? Soprattutto se hai vissuto quello che abbiamo vissuto noi?</em>».</p>
<p><strong>È in questa regione della Bosnia che, nel 1992, inizia infatti la pulizia etnica</strong>. Il primo di aprile – indisturbate – le “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_volontaria_serba" target="_blank">Tigri di Arkan</a>” (ufficialmente “Guardia volontaria serba”, gruppo paramilitare di volontari, ndr) entrano a <strong>Bijeljina</strong>. L’assalto dura tre giorni: è un massacro, cinquecento bosgnacchi (<em>bosniaci di fede musulmana, ndr</em>) vengono uccisi. Gli altri costretti alla fuga. <strong>In poco più di una settimana le truppe regolari e irregolari serbe occupano, oltre a Bijeljina, altre cittadine e borghi, tra cui anche Zvornik, Bratunac, Srebrenica, Žepa, Višegrad, Derventa e Foča</strong>: uccidono, stuprano, saccheggiano. Proprio a Zvornik per la prima volta si sente usare la parola “<em><strong>cist</strong></em>”, “<em><strong>pulito</strong></em>”: l’obiettivo è infatti ripulire dai “turchi” i territori “misti”, a maggioranza musulmana, una presenza che ostacola la continuità geografica ed etnica con la Serbia. Emina riuscì a scappare con la sua famiglia, trovando riparo a Tuzla. «<em>Fu un’odissea, fuggimmo nei boschi a piedi</em>». <strong>Le chiediamo quanti sono oggi i bosgnacchi a Zvornik. Ride con amarezza: «<em>Siamo un errore statistico</em>».</strong> Sono infatti pochissime le persone sopravvissute e sfollate che, all’indomani della guerra, scelsero di rientrare. Emina fu tra queste e al suo ritorno, nei primi anni duemila, trovò il proprio appartamento occupato. Ci vollero tempo e un buon avvocato per rientrarne in possesso. «<em>I miei figli vivono a Sarajevo</em> – racconta –<em>, mi ripetono di raggiungerli, ma io non me vado, anche se le vessazioni non mancano. Sono vecchia, non me ne curo. Cosa possono farmi ormai?</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Bosnia la situazione rimane tesa. Sul muro davanti casa di Emina sono apparse scritte che inneggiano a <a href="https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/La-cattura-di-Ratko-Mladic" target="_blank">Ratko Mladić</a>, il generale che guidò il genocidio di Srebrenica di cui, l’11 luglio di quest’anno, ricorre il trentennale. Oltre ottomila uomini – dai quindici ai sessantacinque anni – vennero trucidati in una manciata di giorni. I corpi furono poi ammassati in fosse comuni. Fosse che vennero a più riprese riaperte e spostate per occultare il massacro e rendere difficile il ritovamento e il riconoscimento delle vittime. Ancora oggi c’è chi cerca i propri cari. L’ultima fossa comune, riconducibile ai massacri del luglio ‘95, è stata scoperta quattro anni fa a Kalinovik, a sessanta chilometri da Sarajevo. Si ritiene che altre non siano ancora state trovate. Fondamentale, per l’identificazione dei corpi, è stato l’utilizzo del dna. Nella città di Tuzla è infatti attiva da anni l’International Commission on Missing Persons che si dedica all’identificazione di chi è scomparso a Srebrenica. Negli anni è stata restituita l’identità di oltre settemila persone. È questo il sistema che gli attivisti vorrebbero fosse esteso anche ai migranti morti lungo la rotta balcanica.</p>
<p>«<em>Sono le stesse madri di Srebrenica a sollecitarlo</em> – racconta Nihad Suljic, attivista di Tuzla –, <em>donne che non di rado aiutano i migranti, anche accogliendoli: un silenzioso e ideale ponte di solidarietà con altre madri lontane dai propri figli</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Post Scriptum.</strong> </span><em>Questo reportage è stato pubblicato sulle pagine del settimanale diocesano di Udine con inevitabili questione di spazio perché contenere tutto quello che ci è stato raccontato e trasmesso, quello che abbiamo vissuto nella nostra missione in Bosnia è impossibile. Ho dovuto quindi fare delle scelte, anche per questioni di efficacia. Ad esempio, ho scelto di limitarmi a raccontare Emina, invece, ad accoglierci, c&#8217;era anche Remzija, pure lei – insieme ad Emina – dà sostegno alle persone in movimento sulla rotta balcanica. Vederle ridere insieme è stata una boccata d&#8217;aria, un assaggio dell&#8217;ironia straordinaria dei bosniaci che sanno usare anche mentre ti raccontano storie drammatiche. Ho sempre pensato che questa luminosissima dote sia una loro peculiare forma di ostinata resistenza a tutto quello che di feroce la storia ha messo sul loro cammino. Ed è anche per questo che amo – alla follia – questo popolo e questa terra. E poi c&#8217;era un ragazzo bangladese, di cui, con dispiacere, scopro di non averne appuntato il nome. Della sua presenza lì si dovrebbe scrivere ampiamente: ci ha spiegato che a Zvornik non è arrivato per caso, ma chiamato da un&#8217;azienda, lui come altri parecchi lavoratori. E ha aggiunto: «Certo che l&#8217;Europa resta un grande sogno, ma ho deciso di restare qui in Bosnia. Guadagno indubbiamente meno, ma la mia dignità di persona non viene piegata dalla violenza di un continente che non ci vuole. In futuro chissà magari le cose cambieranno».</em></p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_1/' title='Zvornik_1'><img width="1206" height="543" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Emina (in verde) e Remzija (in rosa)" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_2/' title='Zvornik_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_3/' title='Zvornik_3'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina, Remzija, NIhad e il ragazzo bangladese" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_4/' title='Zvornik_4'><img width="2048" height="1536" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_4.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La missione di Ospiti in arrivo" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_5/' title='Zvornik_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="La Drina vista dall&#039;appartamento di Emina" /></a>

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		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Prima parte &#124; I morti senza nome sulla &#8220;rotta balcanica&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda)...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la prima parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>I morti senza nome lungo la &#8220;rotta balcanica&#8221;</strong></span></h3>
<p>È un angolo appartato, uno spazio tenuto ben distinto dal resto dell’ampio cimitero. Le tombe, qui confinate, sono poco più di venti. Piccole lapidi scure che danno conto di chi è morto inseguendo un sogno: entrare in Europa e provare a rifarsi una vita lontano da guerre, violenze e miseria. Di queste persone ci è dato sapere pochissimo, l’anno di morte appena. <strong>La sigla “NN” – “no name” – testimonia che di loro, insieme alla vita, è andato perso perfino il nome</strong>. Siamo a Bijeljina, nel nordest della Bosnia ed Erzegovina. A sei chilometri scorre la Drina, il fiume raccontato da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ivo_Andri%C4%87" target="_blank">Ivo Andrić</a> e che segna il confine con la Serbia. È nelle sue acque che sono morte queste persone: migranti che stavano percorrendo la “rotta balcanica”, provenienti sopratutto da Siria e Afghanistan.<br />
«<em>Provano a passare il confine attraversando la Drina. A volte a nuoto, a volte con piccole imbarcazioni messe a disposizione, a poco prezzo, dai trafficanti. Ma il fiume è profondo, la corrente fortissima ed è facile morire annegati. I corpi vengono ritrovati anche a distanza di mesi</em>». A raccontare, dopo essersi brevemente raccolto in preghiera di fronte alle lapidi, è <strong>Nihad Suljić</strong>, attivista che opera a Tuzla, la prima grande città bosniaca dopo il confine con la Serbia. Il suo impegno per le persone migranti è iniziato sette anni fa, quando la città divenne uno degli snodi principali della rotta balcanica. «<em>Da un momento all’altro il flusso di persone si fece imponente</em> – racconta –. <em>Ci trovammo davanti uomini e donne che erano in cammino da mesi e non avevano nulla. Le istituzioni erano completamente impreparate. Ho sentito di dover fare qualcosa, mi sono messo così a distribuire cibo e vestiti alla stazione degli autobus. Un po’ alla volta, attorno a me si è creata una rete di persone, soprattutto donne, mosse dal desiderio di restituire dignità ai migranti</em>». Una dinamica “dal basso”, questa, che caratterizza tutte le rotte migratorie e che si innesta in una più ampia rete internazionale di solidali che tiene insieme associazioni, collettivi e movimenti, anche diversissimi tra loro.</p>
<p>Oggi la situazione è cambiata. A Tuzla i migranti sono pochi, da una parte perché i numeri della rotta balcanica sono in calo, dall’altra perché la militarizzazione dei confini dell’Ue ha fatto aumentare il ricorso ai trafficanti, rendendo le persone in movimento meno visibili e più vulnerabili. L’impegno di Suljić non è venuto meno, ma si è in parte trasformato. <strong>È infatti tra le poche persone che le famiglie dei migranti possono contattare quando perdono le tracce dei propri cari.</strong> «<em>È iniziato tutto per caso, due anni fa</em> – racconta –. <em>Mi telefonò dalla Francia un ragazzo afghano che avevo conosciuto proprio a Tuzla, qualche anno prima. Mi chiedeva aiuto perché stava cercando un giovane del suo villaggio che era scomparso in questa zona</em>». Suljić fa allora girare la foto del giovane disperso, dopo pochi giorni viene contattato dalla Protezione Civile: il corpo era stato ritrovato privo di vita nel fiume. «<em>Quando sono arrivato all’obitorio è stato difficile spiegare la mia posizione ai medici e alla polizia. Non faccio parte di un’istituzione e non sono un familiare</em>». Ma Suljić insiste e – attraverso una videochiamata con la famiglia, alla presenza delle autorità – riesce ad effettuare il riconoscimento ufficiale. «<em>Da allora capita spesso che mi chiamino per casi simili</em>». E mentre lo dice estrae dallo zaino una cartellina piena di foto, alcune sono di ragazzi scomparsi, altre dei corpi ritrovati nella Drina. Guardarle è straziante. Impossibile non pensare che per ognuno di loro c’è una famiglia in attesa di notizie. E di ognuno Suljić ci racconta la storia che è riuscito a ricostruire, lo fa come fossero persone conosciute, persone care.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Identificare le vittime</span></strong></p>
<p>«<em>L’obiettivo</em> – spiega ancora – <em>è provare a identificare le vittime, ma è difficile. Spesso i corpi vengono sepolti velocemente, soprattutto quando vengono ritrovati in Serbia. Manca poi un database del dna, ci stiamo battendo perché venga realizzato. Qui in Bosnia sappiamo per esperienza quanto sia importante, ci ha consentito di identificare i corpi di migliaia di vittime della pulizia etnica degli anni Novanta</em> (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">ne scrivo a questi link</a>). <em>Molte famiglie poi vorrebbero venire di persona, ma non possono ottenere il visto o non hanno la disponibilità economica per affrontare il viaggio</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Una sepoltura dignitosa</strong></span></h5>
<p>Intanto, progressivamente, si sta garantendo ai morti una sepoltura dignitosa. «<em>All’inizio sulle tombe c’era solo un paletto di legno, ma un po’ alla volta, anche grazie alla generosità di tante persone, li stiamo sostituendo con piccole lapidi di marmo. È importante che, anche se privo di nome, resti un segno del passaggio di queste persone sul territorio: non deve essere dimenticato che sono morte “di confine”, tenute ai margini dall’Europa con la violenza</em>».<br />
Visitiamo anche altri cimiteri, a Tuzla e a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zvornik" target="_blank">Zvornich</a>. Ovunque ci sono tombe senza nome. Con qualche eccezione. A <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Loznica_(Serbia)" target="_blank">Loznica</a>, in Serbia, ci raccogliamo attorno a tre lapidi di legno che i nomi li hanno. Due sono vicinissime. «<em>Sono madre e figlia sepolte insieme</em> – spiega Suljić –, l<em>a bambina si chiamava Lana e aveva nove mesi, la sua mamma, Khadijah, vent’anni. La tomba accanto è del papà, Ahmed, 24 anni</em>». Sono tre delle undici vittime dell’<a href="https://www.ilpost.it/2024/08/22/persone-migranti-morte-drina-serbia-bosnia-erzegovina/" target="_blank">incidente più grave avvenuto sulla Drina</a>, nell’agosto del 2024 quando, di notte, si ribaltò un barchino che stava traportando un gruppo di profughi siriani. Khadijah e Ahmed avevano anche altri due figli: sono sopravvissuti e ora vivono in un orfanotrofio a Belgrado.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>I numeri di Missing Migrants</strong></span></h5>
<p><strong></strong>Dei morti lungo le rotte migratorie si parla raramente, solo in occasione di tragedie, come quella di Cutro, nel 2023. Eppure, lo stillicidio è quotidiano. Nel 2014 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha avviato un progetto di monitoraggio, il <a href="http://missingmigrants.iom.int/" target="_blank">Missing Migrants Project</a>. <strong>I suoi numeri sono chiari, morti e dispersi aumentano, nel 2024 il picco più alto: le vittime, sulle rotte di tutto il mondo, sono state 9.191. In Europa almeno 237.</strong> E proprio i fiumi restano una trappola mortale, non solo la Drina, ma anche la Sava, tra Croazia e Bosnia, l’Evros, tra Grecia e Turchia. Nel 2021 una bambina curda di 10 anni morì a due passi da Trieste, nel fiume Dragogna, mentre, insieme a sua madre, stava provando a entrare in Slovenia dalla Croazia (<a href="https://www.annapiuzzi.it/da-dragogna-a-gradisca-si-muore-di-confine/" target="_blank">ne scrivevo qu</a>i).</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>A Trieste</strong></span></h5>
<p>Intanto nomi e volti delle persone scomparse si rincorrono fino a Trieste. In piazza della Libertà – dove i volontari di «Linea d’ombra» danno le prime cure a chi è appena arrivato dalla rotta balcanica – ci sono anche le foto delle persone di cui non si hanno più notizie. «<em>Spesso nell’attesa del pasto che ogni sera viene distribuito</em> – spiega Ismail Swati, mediatore culturale –,<em> le persone si scambiano informazioni proprio su chi hanno incontrato lungo la rotta, anche facendo da tramite con le famiglie che non sanno dove i loro cari si siano persi</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_1/' title='rep_BR_25_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Bijeljina" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_2/' title='rep_BR_25_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Bijeljina. Nihad Suljić insieme a Ospiti in arrivo" /></a>
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<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_6/' title='rep_BR_25_6'><img width="1200" height="1600" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Tuzla" /></a>

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		<title>Odissea di cinque giorni per accogliere due persone. L&#8217;ostinazione di Ospiti in arrivo</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
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		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>
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		<category><![CDATA[ex caserma cavarzerani]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una storia, questa, che inizia e finisce con una telefonata. In mezzo, cinque lunghissimi giorni, fatti di rabbia e di stanchezza, illuminati però dall’ostinazione tenace di chi ha fatto una scelta chiara, pulita, senza compromessi: stare dalla parte delle persone e dei diritti.</p>
<p>È venerdì 16 settembre e a Udine, da giorni, si parla di nuovo dell’ex caserma Cavarzerani. Il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di via Cividale è, infatti, più che pieno, ospita (si fa per dire) 900 migranti quando dovrebbe tenerne appena 300. Cose che succedono se la politica ha scelto di smantellare la rete virtuosa dell’accoglienza diffusa. A mezzogiorno la telefonata di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in arrivo</a>: da due notti, due migranti giunti dalla rotta balcanica dormono in strada, proprio fuori dalla Cavarzerani. Nessuno se ne cura. Possibile? Raggiungiamo l’ex caserma ed eccoli là, disorientati e stanchi. Sono bengalesi, hanno entrambi trent’anni e uno di loro ci racconta di essere un attivista sindacale in fuga perché minacciato di morte.</p>
<p>A prendere in mano la situazione sono le due volontarie di Ospiti in Arrivo, Paola Tracogna ed Ester Del Terra. Telefonano al numero appeso sul cancello della Cavarzerani. A parlare è Paola, si presenta, nome e cognome. Chiede spiegazioni. La risposta è laconica: «La Prefettura ci ha vietato di far entrare altre persone». E allora? Restano in strada? «Noi non possiamo fare niente, dovete contattare la Prefettura». Da lì in poi è un lunghissimo, disarmante rimpallo di telefonate: la Prefettura dice di chiamare in Questura dove puntualmente rimandano di nuovo alla Prefettura. Unica cosa certa è che alla Cavarzerani non si entra, ma nessuno offre soluzioni alternative. Paola insiste: «Devono essere identificati, hanno manifestato la volontà di richiedere protezione internazionale». Cade la linea. Allora andiamo di persona in Questura: «Tornate lunedì», la risposta. Le volontarie chiedono che venga almeno rilasciato un invito a comparire perché H. e G. possano avere in mano una parvenza di documento. Niente da fare. Ci mandano in Prefettura. Ma lì c’è solo il piantone.</p>
<p>«È come se fossimo tornati indietro di sette anni – ci dice Paola –, quando per la prima volta Udine si ritrovò con i migranti a dormire nel sottopasso della stazione. Sembra proprio che il tempo sia trascorso invano» (<a href="https://www.annapiuzzi.it/buon-2016-dal-sottopasso-della-stazione-di-udine-tra-i-profughi-e-i-volontari-di-ospiti-in-arrivo/" target="_blank">ne scrissi qui, sempre insieme a Ospiti in arrivo</a>). Intanto però H. e G. hanno bisogno di formalizzare la propria presenza, Paola allora chiama il 112. Interviene una volante, i Carabinieri della Sezione di Udine Est – con grandissima gentilezza – raccolgono i dati e consegnano un invito a comparire lunedì in Questura. Un posto per dormire però non c’è. Le volontarie danno ad H. e G. cibo, vestiti, due sacchi a pelo e una tenda.</p>
<p>Lunedì 19 settembre finalmente l’identificazione in Questura e la deposizione della richiesta di protezione internazionale. Ma ancora niente alloggio. H. e G. dormono nuovamente in strada. Finalmente però martedì 20 settembre arriva la telefonata in cui speravamo, gli uffici della Prefettura hanno trovato una sistemazione per i due migranti bengalesi. «È una gioia, certo – spiega Paola –, ma non possiamo non pensare a quanti non abbiamo intercettato e sono ancora in strada, a quanti stanno arrivando a Udine in queste ore e si sentiranno dire che non c’è posto».</p>
<p>«Che queste persone scappino da qualcosa o che inseguano una vita migliore, hanno vissuto anni in viaggio, hanno passato l’inferno della rotta balcanica con le sue torture e i suoi respingimenti, e non può essere questa l’accoglienza che trovano in Europa – spiegano da “Ospiti in Arrivo” in un post Facebook –. La nostra solidarietà va a chi è rimasto fuori dalla Cavarzerani, ma anche a chi è dentro a questa struttura in cui c’è un bagno ogni cinquanta persone, dove le brande fredde e umide sono ammassate una sopra l’altra, i posti letto sono ricavati in aree, anche all’aperto, in cui non erano previsti e in cui ora è addirittura difficile muoversi. Le nostre azioni, come sempre, sono rivolte verso il cambiamento di questo sistema disumano di gestione del fenomeno migratorio».</p>
<p>Intanto l’inverno è in arrivo e questa storia, ancora una volta, suona come un campanello di allarme per i mesi che ci attendono. E infatti il telefonino si illumina, è un messaggio di Paola: «Ci sono altri due ragazzi che dormono in strada da tre giorni».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, edizione di mercoledì 21 settembre 2022)</em></p>
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		<title>Buon 2016 dal sottopasso della Stazione di Udine tra i profughi e i volontari di «Ospiti in arrivo»</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2016 22:33:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti in arrivo]]></category>

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		<description><![CDATA[1° gennaio 2016. Senza ombra di dubbio, oltre al consueto bagaglio di buoni propositi, l’anno nuovo ha portato con sé anche il freddo, quello vero, finora...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">1° gennaio 2016. Senza ombra di dubbio, oltre al consueto bagaglio di buoni propositi, l’anno nuovo ha portato con sé anche il freddo, quello vero, finora in clemente ritardo. Nulla di imprevedibile, chiaramente. Eppure — anche se è trascorso un anno da quando i primi profughi hanno iniziato a dormire all’addiaccio — anche stasera tocca, inesorabile, la conta di quanti a Udine trascorreranno la notte al freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’appuntamento è con Stefania alle 21, davanti alla stazione dei treni. Arrivo un po’ in anticipo, ma lei è già lì con Claudia, un’altra volontaria di <a href="http://ospitinarrivo.wix.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in arrivo</a>, l’associazione nata un anno fa dalla mobilitazione di quanti hanno deciso di dare un primo aiuto a chi resta fuori dal sistema di accoglienza. Arriva anche Kashi, 27 anni, pakistano. Anche lui ha lunghi mesi di cammino nelle gambe e negli occhi. Una vita in fuga e un futuro in sospeso, nell’attesa di una risposta alla sua richiesta di asilo. Intanto si dà da fare come mediatore: è diventato il prezioso ponte tra i volontari e i profughi che, spesso, parlano solo la propria lingua d’origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraversiamo la sala d’attesa della stazione tra viaggiatori immersi nella lettura o rapiti dai loro smartphone. Usciamo e scendiamo le scale che portano al sottopasso. Loro sono lì, stesi per terra, avvolti nelle coperte. Tutti afghani e pakistani. <em>«Stasera sono pochi»</em> mi dice Stefania, appena 15. Già perché qui, settimane addietro, hanno dormito anche 100 persone. Evidentemente la stretta ai confini e la triste <a href="http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/12/12/news/profughi-il-filo-spinato-nel-cuore-dell-istria-1.12605525" target="_blank">ricomparsa del filo spinato in Slovenia</a> (e non solo) stanno contenendo il flusso degli ingressi. Ma non è l’unica spiegazione. I volontari mi raccontano infatti che negli ultimi tempi è maggiore il numero di persone accolte nelle tende allestite alla caserma Cavarzerani (siamo a quota 400). Le continue denunce, le foto sui social network hanno smosso qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo arrivano anche gli altri volontari. Nel vederli i volti di questi ragazzi, infagottati e infreddoliti, si accendono di sorrisi. I volontari si muovono in fretta, ogni gesto è reso più svelto da mesi di apprendistato qui, come al Parco Moretti o in altri luoghi della città diventati giacigli improvvisati. Uno dei ragazzi si alza e dà una mano nella distribuzione del tè caldo e di qualche dolcetto, si accorge che sto facendo delle foto e allora si mette in posa e, sorridendo, mi chiede uno scatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo Kashi ascolta e traduce le necessità di ognuno: qualcuno chiede una maglia in più o un paio di calzetti. Spuntano allora i sacchi con gli indumenti, divisi per tipologia così da rendere la distribuzione più veloce. I ragazzi si provano i vestiti. Ridiamo perché uno di loro si ostina con un giaccone che però si rivela irriducibilmente piccolo. Ride anche lui, si arrende e ne cerca uno più grande. Scalda il cuore sapere che tutto è stato donato da cittadini o da associazioni del territorio, una mobilitazione silenziosa, ma operosa, che ha risposto agli appelli che, di volta in volta, si sono rincorsi sui social network o con il semplice passaparola. Qualcuno chiede anche qualcosa per il mal di gola, non è difficile immaginare che a star qui sotto ci si ammali.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto arrivano altri quattro ragazzi, uno di loro si avvicina subito a Kashi e spiega che i suoi tre compagni sono “nuovi”, lui invece no: è a Udine già da un po’ e dorme alla Cavarzerani. Chi non sa dove ripararsi viene indirizzato qui perché troverà almeno una coperta e qualcosa da mangiare. E, infatti, così è. Subito i volontari danno loro vestiti adeguati e le coperte per affrontare la notte.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi succede quello che non ti aspetteresti mai in una situazione del genere. Uno di loro canticchia, ha una bella voce, viene sollecitato dagli altri.  Prende coraggio e in un attimo il sottopasso della stazione si riempie di un bel canto in una lingua lontana. Lo accompagnamo battendo le mani a ritmo. Un altro ragazzo con un balzo si mette a ballare a piedi nudi. A volte dimentichiamo che la voglia di vita e di futuro è più forte del freddo, più forte di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">È ora di andare. Salutiamo i ragazzi. L’immagine di quella realtà sotteranea, lo sguardo che si chiude su quella riga di bozzoli aggrappati alla vita è un pugno nello stomaco.</p>
<p style="text-align: justify;">Salendo le scale parliamo della situazione. Il ritardo nell’organizzazione dell’accoglienza è ormai cronico. Alla Cavarzerani — dove la capienza è di 200 persone e ne dormono 400 — i tempi per la consegna della seconda palazzina si sono allungati; inoltre, da quel che si sa, manca l’acqua calda; nelle tende, allestite sotto la tettoia di un vecchio hangar, fa freddo, praticamente come in strada. Un comunicato stampa della Regione, datato 22 dicembre, annuncia che si provvederà a realizzare, con fondi della Prefettura, un impianto di riscaldamento nella palazzina dove i lavori di adeguamento si sono conclusi. Peccato che sia già gennaio e il freddo non abbia aspettato le delibere.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il territorio non ha risposto alla richiesta di “accoglienza diffusa” come ci si sarebbe attesi, per alleggerire le città ed evitare la concentrazione dei richiedenti asilo solo in determinate aree. Le paure sono più che legittime sopratutto se viene lasciato spazio solo ad esse e non viene fatto un reale accompagnamento delle comunità. Anche su questo fronte c&#8217;è moltissimo lavoro da fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Saluto Stefania e Kashi. Torno alla macchina. Sono gelata per essere stata qui appena un’ora, non oso immaginare cosa voglia dire trascorrerci una notte intera. Posso solo augurarmi che il 2016 sia un anno di conquiste in dignità, giustizia ed umanità.<strong> Intanto servono coperte, sacchi a pelo e stuoioni, chiunque avesse questo materiale lo può portare al Ciroclo Misskappa (a Udine, in Via Bertaldia 38) mercoledì 6 gennaio dalle 15 alle 17 oppure gli altri altri giorni dai Padri Saveriani in Via Monte San Michele 70 contattandoli prima al numero 0432-471818 per controllare che siano presenti.</strong></p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/buon-2016-dal-sottopasso-della-stazione-di-udine-tra-i-profughi-e-i-volontari-di-ospiti-in-arrivo/1oia_udine1-1-2016-f/' title='1oia_udine1.1.2016 f'><img width="1024" height="683" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2016/01/1oia_udine1.1.2016-f.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Sottopasso della Stazione di Udine - Capodanno 2016" /></a>
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