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	<title>Anna Piuzzi &#187; Migrazioni</title>
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		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Seconda parte &#124; «Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda) con destinazione Tuzla....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la seconda parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">«Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</span></strong></h3>
<p>«<em>Sappiamo bene, per averlo vissuto, cosa vuol dire dover abbandonare tutto perché c’è la guerra. E conosciamo altrettanto bene l’angoscia che ti abita quando non sai, anche dopo anni, che fine hanno fatto i tuoi cari</em>». Incontriamo <strong>Emina</strong> nel suo appartamento di Zvornik, nel nordest della Bosnia. Siamo alla fine di una giornata trascorsa di cimitero in cimitero per visitare i luoghi dove sono sepolte le persone migranti morte nel tentativo di attraversare la Drina (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">nella prima parte del reportage</a>). Anche Emina è tra quanti hanno scelto di mobilitarsi per le persone in movimento sulla rotta balcanica, persone che però preferisce chiamare «<em>i nostri fratelli siriani e afghani</em>». È uno sguardo magnetico il suo, gli occhi chiari – mentre ti parla – cercano i tuoi, senza tregua. E ride, ride parecchio, con una voce roca da fumatrice incallita. La sua casa affaccia proprio sulla Drina, dall’altra parte del fiume c’è la Serbia. «<em>Dal balcone ho iniziato ad accorgermi di questi ragazzi che attraversavano a nuoto. Vedevo anche le condizioni in cui arrivavano dopo mesi di viaggio, dopo le violenze della polizia, in Iran, in Turchia e poi in Europa. Come si fa a non provare ad aiutarli? Soprattutto se hai vissuto quello che abbiamo vissuto noi?</em>».</p>
<p><strong>È in questa regione della Bosnia che, nel 1992, inizia infatti la pulizia etnica</strong>. Il primo di aprile – indisturbate – le “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_volontaria_serba" target="_blank">Tigri di Arkan</a>” (ufficialmente “Guardia volontaria serba”, gruppo paramilitare di volontari, ndr) entrano a <strong>Bijeljina</strong>. L’assalto dura tre giorni: è un massacro, cinquecento bosgnacchi (<em>bosniaci di fede musulmana, ndr</em>) vengono uccisi. Gli altri costretti alla fuga. <strong>In poco più di una settimana le truppe regolari e irregolari serbe occupano, oltre a Bijeljina, altre cittadine e borghi, tra cui anche Zvornik, Bratunac, Srebrenica, Žepa, Višegrad, Derventa e Foča</strong>: uccidono, stuprano, saccheggiano. Proprio a Zvornik per la prima volta si sente usare la parola “<em><strong>cist</strong></em>”, “<em><strong>pulito</strong></em>”: l’obiettivo è infatti ripulire dai “turchi” i territori “misti”, a maggioranza musulmana, una presenza che ostacola la continuità geografica ed etnica con la Serbia. Emina riuscì a scappare con la sua famiglia, trovando riparo a Tuzla. «<em>Fu un’odissea, fuggimmo nei boschi a piedi</em>». <strong>Le chiediamo quanti sono oggi i bosgnacchi a Zvornik. Ride con amarezza: «<em>Siamo un errore statistico</em>».</strong> Sono infatti pochissime le persone sopravvissute e sfollate che, all’indomani della guerra, scelsero di rientrare. Emina fu tra queste e al suo ritorno, nei primi anni duemila, trovò il proprio appartamento occupato. Ci vollero tempo e un buon avvocato per rientrarne in possesso. «<em>I miei figli vivono a Sarajevo</em> – racconta –<em>, mi ripetono di raggiungerli, ma io non me vado, anche se le vessazioni non mancano. Sono vecchia, non me ne curo. Cosa possono farmi ormai?</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Bosnia la situazione rimane tesa. Sul muro davanti casa di Emina sono apparse scritte che inneggiano a <a href="https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/La-cattura-di-Ratko-Mladic" target="_blank">Ratko Mladić</a>, il generale che guidò il genocidio di Srebrenica di cui, l’11 luglio di quest’anno, ricorre il trentennale. Oltre ottomila uomini – dai quindici ai sessantacinque anni – vennero trucidati in una manciata di giorni. I corpi furono poi ammassati in fosse comuni. Fosse che vennero a più riprese riaperte e spostate per occultare il massacro e rendere difficile il ritovamento e il riconoscimento delle vittime. Ancora oggi c’è chi cerca i propri cari. L’ultima fossa comune, riconducibile ai massacri del luglio ‘95, è stata scoperta quattro anni fa a Kalinovik, a sessanta chilometri da Sarajevo. Si ritiene che altre non siano ancora state trovate. Fondamentale, per l’identificazione dei corpi, è stato l’utilizzo del dna. Nella città di Tuzla è infatti attiva da anni l’International Commission on Missing Persons che si dedica all’identificazione di chi è scomparso a Srebrenica. Negli anni è stata restituita l’identità di oltre settemila persone. È questo il sistema che gli attivisti vorrebbero fosse esteso anche ai migranti morti lungo la rotta balcanica.</p>
<p>«<em>Sono le stesse madri di Srebrenica a sollecitarlo</em> – racconta Nihad Suljic, attivista di Tuzla –, <em>donne che non di rado aiutano i migranti, anche accogliendoli: un silenzioso e ideale ponte di solidarietà con altre madri lontane dai propri figli</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Post Scriptum.</strong> </span><em>Questo reportage è stato pubblicato sulle pagine del settimanale diocesano di Udine con inevitabili questione di spazio perché contenere tutto quello che ci è stato raccontato e trasmesso, quello che abbiamo vissuto nella nostra missione in Bosnia è impossibile. Ho dovuto quindi fare delle scelte, anche per questioni di efficacia. Ad esempio, ho scelto di limitarmi a raccontare Emina, invece, ad accoglierci, c&#8217;era anche Remzija, pure lei – insieme ad Emina – dà sostegno alle persone in movimento sulla rotta balcanica. Vederle ridere insieme è stata una boccata d&#8217;aria, un assaggio dell&#8217;ironia straordinaria dei bosniaci che sanno usare anche mentre ti raccontano storie drammatiche. Ho sempre pensato che questa luminosissima dote sia una loro peculiare forma di ostinata resistenza a tutto quello che di feroce la storia ha messo sul loro cammino. Ed è anche per questo che amo – alla follia – questo popolo e questa terra. E poi c&#8217;era un ragazzo bangladese, di cui, con dispiacere, scopro di non averne appuntato il nome. Della sua presenza lì si dovrebbe scrivere ampiamente: ci ha spiegato che a Zvornik non è arrivato per caso, ma chiamato da un&#8217;azienda, lui come altri parecchi lavoratori. E ha aggiunto: «Certo che l&#8217;Europa resta un grande sogno, ma ho deciso di restare qui in Bosnia. Guadagno indubbiamente meno, ma la mia dignità di persona non viene piegata dalla violenza di un continente che non ci vuole. In futuro chissà magari le cose cambieranno».</em></p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_1/' title='Zvornik_1'><img width="1206" height="543" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Emina (in verde) e Remzija (in rosa)" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_2/' title='Zvornik_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_3/' title='Zvornik_3'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina, Remzija, NIhad e il ragazzo bangladese" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_4/' title='Zvornik_4'><img width="2048" height="1536" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_4.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La missione di Ospiti in arrivo" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_5/' title='Zvornik_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="La Drina vista dall&#039;appartamento di Emina" /></a>

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		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Prima parte &#124; I morti senza nome sulla &#8220;rotta balcanica&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la prima parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>I morti senza nome lungo la &#8220;rotta balcanica&#8221;</strong></span></h3>
<p>È un angolo appartato, uno spazio tenuto ben distinto dal resto dell’ampio cimitero. Le tombe, qui confinate, sono poco più di venti. Piccole lapidi scure che danno conto di chi è morto inseguendo un sogno: entrare in Europa e provare a rifarsi una vita lontano da guerre, violenze e miseria. Di queste persone ci è dato sapere pochissimo, l’anno di morte appena. <strong>La sigla “NN” – “no name” – testimonia che di loro, insieme alla vita, è andato perso perfino il nome</strong>. Siamo a Bijeljina, nel nordest della Bosnia ed Erzegovina. A sei chilometri scorre la Drina, il fiume raccontato da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ivo_Andri%C4%87" target="_blank">Ivo Andrić</a> e che segna il confine con la Serbia. È nelle sue acque che sono morte queste persone: migranti che stavano percorrendo la “rotta balcanica”, provenienti sopratutto da Siria e Afghanistan.<br />
«<em>Provano a passare il confine attraversando la Drina. A volte a nuoto, a volte con piccole imbarcazioni messe a disposizione, a poco prezzo, dai trafficanti. Ma il fiume è profondo, la corrente fortissima ed è facile morire annegati. I corpi vengono ritrovati anche a distanza di mesi</em>». A raccontare, dopo essersi brevemente raccolto in preghiera di fronte alle lapidi, è <strong>Nihad Suljić</strong>, attivista che opera a Tuzla, la prima grande città bosniaca dopo il confine con la Serbia. Il suo impegno per le persone migranti è iniziato sette anni fa, quando la città divenne uno degli snodi principali della rotta balcanica. «<em>Da un momento all’altro il flusso di persone si fece imponente</em> – racconta –. <em>Ci trovammo davanti uomini e donne che erano in cammino da mesi e non avevano nulla. Le istituzioni erano completamente impreparate. Ho sentito di dover fare qualcosa, mi sono messo così a distribuire cibo e vestiti alla stazione degli autobus. Un po’ alla volta, attorno a me si è creata una rete di persone, soprattutto donne, mosse dal desiderio di restituire dignità ai migranti</em>». Una dinamica “dal basso”, questa, che caratterizza tutte le rotte migratorie e che si innesta in una più ampia rete internazionale di solidali che tiene insieme associazioni, collettivi e movimenti, anche diversissimi tra loro.</p>
<p>Oggi la situazione è cambiata. A Tuzla i migranti sono pochi, da una parte perché i numeri della rotta balcanica sono in calo, dall’altra perché la militarizzazione dei confini dell’Ue ha fatto aumentare il ricorso ai trafficanti, rendendo le persone in movimento meno visibili e più vulnerabili. L’impegno di Suljić non è venuto meno, ma si è in parte trasformato. <strong>È infatti tra le poche persone che le famiglie dei migranti possono contattare quando perdono le tracce dei propri cari.</strong> «<em>È iniziato tutto per caso, due anni fa</em> – racconta –. <em>Mi telefonò dalla Francia un ragazzo afghano che avevo conosciuto proprio a Tuzla, qualche anno prima. Mi chiedeva aiuto perché stava cercando un giovane del suo villaggio che era scomparso in questa zona</em>». Suljić fa allora girare la foto del giovane disperso, dopo pochi giorni viene contattato dalla Protezione Civile: il corpo era stato ritrovato privo di vita nel fiume. «<em>Quando sono arrivato all’obitorio è stato difficile spiegare la mia posizione ai medici e alla polizia. Non faccio parte di un’istituzione e non sono un familiare</em>». Ma Suljić insiste e – attraverso una videochiamata con la famiglia, alla presenza delle autorità – riesce ad effettuare il riconoscimento ufficiale. «<em>Da allora capita spesso che mi chiamino per casi simili</em>». E mentre lo dice estrae dallo zaino una cartellina piena di foto, alcune sono di ragazzi scomparsi, altre dei corpi ritrovati nella Drina. Guardarle è straziante. Impossibile non pensare che per ognuno di loro c’è una famiglia in attesa di notizie. E di ognuno Suljić ci racconta la storia che è riuscito a ricostruire, lo fa come fossero persone conosciute, persone care.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Identificare le vittime</span></strong></p>
<p>«<em>L’obiettivo</em> – spiega ancora – <em>è provare a identificare le vittime, ma è difficile. Spesso i corpi vengono sepolti velocemente, soprattutto quando vengono ritrovati in Serbia. Manca poi un database del dna, ci stiamo battendo perché venga realizzato. Qui in Bosnia sappiamo per esperienza quanto sia importante, ci ha consentito di identificare i corpi di migliaia di vittime della pulizia etnica degli anni Novanta</em> (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">ne scrivo a questi link</a>). <em>Molte famiglie poi vorrebbero venire di persona, ma non possono ottenere il visto o non hanno la disponibilità economica per affrontare il viaggio</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Una sepoltura dignitosa</strong></span></h5>
<p>Intanto, progressivamente, si sta garantendo ai morti una sepoltura dignitosa. «<em>All’inizio sulle tombe c’era solo un paletto di legno, ma un po’ alla volta, anche grazie alla generosità di tante persone, li stiamo sostituendo con piccole lapidi di marmo. È importante che, anche se privo di nome, resti un segno del passaggio di queste persone sul territorio: non deve essere dimenticato che sono morte “di confine”, tenute ai margini dall’Europa con la violenza</em>».<br />
Visitiamo anche altri cimiteri, a Tuzla e a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zvornik" target="_blank">Zvornich</a>. Ovunque ci sono tombe senza nome. Con qualche eccezione. A <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Loznica_(Serbia)" target="_blank">Loznica</a>, in Serbia, ci raccogliamo attorno a tre lapidi di legno che i nomi li hanno. Due sono vicinissime. «<em>Sono madre e figlia sepolte insieme</em> – spiega Suljić –, l<em>a bambina si chiamava Lana e aveva nove mesi, la sua mamma, Khadijah, vent’anni. La tomba accanto è del papà, Ahmed, 24 anni</em>». Sono tre delle undici vittime dell’<a href="https://www.ilpost.it/2024/08/22/persone-migranti-morte-drina-serbia-bosnia-erzegovina/" target="_blank">incidente più grave avvenuto sulla Drina</a>, nell’agosto del 2024 quando, di notte, si ribaltò un barchino che stava traportando un gruppo di profughi siriani. Khadijah e Ahmed avevano anche altri due figli: sono sopravvissuti e ora vivono in un orfanotrofio a Belgrado.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>I numeri di Missing Migrants</strong></span></h5>
<p><strong></strong>Dei morti lungo le rotte migratorie si parla raramente, solo in occasione di tragedie, come quella di Cutro, nel 2023. Eppure, lo stillicidio è quotidiano. Nel 2014 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha avviato un progetto di monitoraggio, il <a href="http://missingmigrants.iom.int/" target="_blank">Missing Migrants Project</a>. <strong>I suoi numeri sono chiari, morti e dispersi aumentano, nel 2024 il picco più alto: le vittime, sulle rotte di tutto il mondo, sono state 9.191. In Europa almeno 237.</strong> E proprio i fiumi restano una trappola mortale, non solo la Drina, ma anche la Sava, tra Croazia e Bosnia, l’Evros, tra Grecia e Turchia. Nel 2021 una bambina curda di 10 anni morì a due passi da Trieste, nel fiume Dragogna, mentre, insieme a sua madre, stava provando a entrare in Slovenia dalla Croazia (<a href="https://www.annapiuzzi.it/da-dragogna-a-gradisca-si-muore-di-confine/" target="_blank">ne scrivevo qu</a>i).</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>A Trieste</strong></span></h5>
<p>Intanto nomi e volti delle persone scomparse si rincorrono fino a Trieste. In piazza della Libertà – dove i volontari di «Linea d’ombra» danno le prime cure a chi è appena arrivato dalla rotta balcanica – ci sono anche le foto delle persone di cui non si hanno più notizie. «<em>Spesso nell’attesa del pasto che ogni sera viene distribuito</em> – spiega Ismail Swati, mediatore culturale –,<em> le persone si scambiano informazioni proprio su chi hanno incontrato lungo la rotta, anche facendo da tramite con le famiglie che non sanno dove i loro cari si siano persi</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>

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		<title>Caporalato in FVG: il convegno di Libera e l&#8217;intervista con Marco Omizzolo</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 11:57:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Caporalato, sfruttamento lavorativo e tratta internazionale sono fenomeni che riguardano l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli. Detto questo, è poi però necessario fare un passo avanti e avere consapevolezza del fatto che di regione in regione – a volte anche di provincia in provincia –, questi fenomeni assumono caratteristiche diverse: un conto è parlare di caporalato a Rosarno, un conto è parlare di ciò che accade sul territorio friulano</em>». Inizia da qui la mia chiacchierata con <strong>Marco Omizzolo</strong>, dal provare cioè a decostruire lo stereotipo (durissimo a morire) che il Friuli Venezia Giulia non è terra di sfruttamento lavorativo, né – tantomeno – di caporalato.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Chi è Marco Omizzolo</span></h4>
<p>Sociologo, Omizzolo è impegnato da anni nel denunciare lo sfruttamento dei lavoratori migranti, fenomeno che ha voluto studiare sul campo, addirittura lavorando come bracciante infiltrato in diverse aziende agricole dell’Agro Pontino, reclutato da caporali indiani. In India ha poi seguito un trafficante di esseri umani per indagare il sistema di tratta internazionale. Docente universitario e presidente di «Tempi Moderni», ha contribuito alla stesura della legge 199 sul caporalato e, nel 2016, a Latina, è stato animatore dello sciopero di oltre quattromila braccianti indiani contro caporali e padroni. Nel 2019 è stato nominato, dal presidente Sergio Mattarella, Cavaliere della Repubblica per meriti di ricerca e impegno contro il caporalato e lo sfruttamento. <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/per-motivi-di-giustizia" target="_blank"><strong><em>Per motivi di giustizia</em></strong></a>, <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/il-mio-nome-%C3%A8-balbir" target="_blank"><em><strong>Il mio nome è Balbir</strong></em></a> (scritto insieme a Balbir Singh) e <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/laboratorio-criminale" target="_blank"><strong><em>Laboratorio criminale</em></strong></a> (scritto con Roberto Lessio) sono i libri che ha pubblicato per People. Omizzolo sarà il relatore di rilievo di <em><strong>Noi siamo Friuli Venezia Giulia. Storie di uomini e caporali</strong></em> della “due giorni” organizzata da Libera – al Centro Balducci di Zugliano venerdì 24 e sabato 25 gennaio (<a href="https://www.centrobalducci.org/eventi-e-news/noi-siamo-friuli-venezia-giulia/" target="_blank">qui il programma completo</a>) – proprio per far luce su tale fenomeno e per dar conto delle ricerche e indagini che sta conducendo su questa tematica almeno da tre anni.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Viticoltura e edilizia</span></h4>
<p>«<em>Il caporalato anche in Friuli</em> – mi spiega Omizzolo – <em>riguarda lo sfruttamento nelle campagne, ma con una particolare connotazione. C’è infatti un’incidenza nel settore vitivinicolo. Non parliamo quindi di un’agricoltura povera o residuale, come in altre regioni, ma al contrario di un’agricoltura di alta qualità, ricca. E proprio in questo contesto, in specifici casi, ci sono lavoratori a cottimo, presi a giornata, pagati in nero e impiegati in condizioni durissime. Ma in Friuli questi fenomeni riguardano, ben più che altrove, anche l’edilizia e i servizi, dal badantato domestico a quello sanitario</em>». C’è poi tutto il complesso capitolo della cantieristica navale.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">La Rotta balcanica? Elemento caratterizzante</span></h4>
<p>Gli chiedo quindi quanto la “rotta balcanica” sia un elemento caratterizzante il caporalato in Friuli. «<em>Lo è tantissimo e non potrebbe essere altrimenti, è infatti una rotta che, letteralmente, abbraccia questo territorio, il Nordest. A giungere qui sono uomini e donne, ne ho conosciuti parecchi, che dopo un’esperienza fatta di torture e violenze, quando arrivano in territorio italiano, legittimamente cercano un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua e un po’ di serenità. La loro condizione però è di emarginazione, esclusione e di fortissima vulnerabilità, è chiaro che quindi sono facilmente sfruttabili, ricattabili. Soprattutto se manca l’accoglienza, se mancano le tutele, se manca una politica di integrazione. Ed è questo un fenomeno che si va allargando</em>». «<em>Ancora una volta dunque</em> – continua Omizzolo – <em>non è solo il problema del singolo imprenditore criminale che decide di sfruttare qualcuno, ma di riforme, riforme delle politiche di accoglienza e più in generale delle politiche sociali. Serve poi un impegno più ragionato delle Regioni. Da sociologo sono molto affezionato alla figura di Abdelmalek Sayad, sociologo e filosofo algerino. Ebbene lui parlava di “effetto specchio” delle migrazioni, nel senso che quando non riconosciamo diritti alle persone migranti a rimetterci è la nostra democrazia che si indebolisce inesorabilmente. Su questa partita noi ci giochiamo la faccia. Non è solo questione di diritti sindacali, ma di democrazia</em>».</p>
<p>E pensare che la morte di <a href="https://www.avvenire.it/attualita/pagine/satnam-singh-due-nuovi-arresti" target="_blank">Satnam Singh</a> – il bracciante indiano che nell’Agro Pontino è stato lasciato morire dal suo datore di lavoro, dopo un grave incidente – sembrava aver innescato, nella sua feroce disumanità, la possibilità di un&#8217;imminente una svolta. «<em>È stata una fiammata</em> – osserva con amarezza Omizzolo –. <em>All’indomani di quella tragedia abbiamo sentito che ci sarebbero stati più controlli, che fatti del genere non si sarebbero mai più dovuti verificare. La realtà delle cose è che nel frattempo ci sono stati decine di Satnam. L’intervento repressivo è fondamentale, ma manca la politica: non si è ancora prodotta una riforma delle regole, delle procedure formali e informali che in questo Paese producono le forme di sfruttamento</em>».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Il sistema delle quote (che non piace nemmeno a Rosolen)</span></h4>
<p>Proprio in questi giorni in Friuli Venezia Giulia si sta parlando di “quote”, l’assessora regionale al Lavoro, Alessia Rosolen, <a href="https://www.regione.fvg.it/rafvg/giunta/dettaglio.act;jsessionid=1C5A185FBBA9190B83871C5A52012D72?dir=/rafvg/cms/RAFVG/Giunta/Rosolen/comunicati/&amp;id=135665&amp;ass=C06&amp;WT.ti=Ricerca%20comunicati%20stampa" target="_blank">ha dichiarato che il fabbisogno di manodopera non comunitaria è di 1160 lavoratori. Soprattutto Rosolen ha evidenziato che bisogna andare oltre il sistema delle quote</a> messo in piedi dalla legge “Bossi-Fini” (datata 2002). Quanto quel sistema ha contribuito a favorire lo sfruttamento lavorativo? «<em>Moltissimo</em> – conferma il sociologo –. <em>Una delle mie esperienze più note è di aver seguito un trafficante di esseri umani in Asia. Attraverso quell’esperienza ho avuto modo di osservare come parecchie delle persone reclutate nei loro luoghi di residenza da quel trafficante – che per altro era in combutta con imprenditori criminali italiani – arrivavano poi in Italia non irregolarmente, ma inserite nel sistema delle quote. Parliamo di persone che erano vittime di tratta (perché pagavano migliaia di euro per arrivare in Italia, indebitando la famiglia e diventando dunque ricattabili), ma al contempo erano inserite nel sistema delle quote previsto dalla “legge Bossi-Fini”, legge che col tempo è diventata il grande “cavallo di Troia” attraverso il quale le persone, anche minori, vengono portate in Italia per lavorare come schiavi. E questo non lo dico solo io, ma anche sentenze, inchieste e altri studi. È chiaro che la “Bossi-Fini” ha ormai fatto il suo tempo e va riformata, per cambiarla però non bastiamo io e lei, ma serve la politica. Bene che l’assessora abbia detto che serve andare oltre, ora però servono i fatti</em>».</p>
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		<title>Come sarà quella carbonara?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2024 15:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche per voi le liste della spesa – soprattutto se sdrucite o accartocciate – sono irresistibili? Questa – corta corta e abbandonata in terra – l’ho...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Anche per voi le liste della spesa – soprattutto se sdrucite o accartocciate – sono irresistibili?</div>
<div>
<div dir="auto">Questa – corta corta e abbandonata in terra – l’ho trovata venerdì, a Pradamano. Mi son persa via a tradurla, a “filarci sopra”. E sabato l’ho usata per un laboratorio sul “narrare le migrazioni”, perché immaginare la storia che può portare con sé un pezzetto di carta è un buon esercizio per allenare la curiosità.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Dunque, appurato che la lingua della lista è il rumeno, da quanto tempo starà in Friuli la persona che l’ha scritta? È arrivata pre o post ingresso della Romania nell’Ue? O forse addirittura prima, quando a Bucarest c’era ancora Ceaușescu? E in questo caso, quanto rocambolesca è stata la sua fuga dal Paese?</div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Ma soprattutto, da chi ha imparato a fare la carbonara? Dai vicini di casa, da un collega di lavoro o dall’Artusi? C’è un incrocio di vite da raccontare?</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">E la carbonara che cucina è “da manuale” o una contaminazione di sapori?</div>
<div dir="auto">E, certo, come mai tutta questa<em> “apă, apă, apă”</em> da comprare?</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Chiaramente, al laboratorio (senza che lo sapessi), poteva non esserci un ragazzo rumeno? L’indovinello sulla lingua della lista è quindi durato meno di un secondo e mezzo, ma è stata interessante la sua osservazione: «Mi ha spiazzato vedere un testo in romeno: sono qui da quando ero bambino e non avevo considerato la possibilità di trovare la mia lingua in un laboratorio in cui si parla di migrazioni». Quando si dice i punti di vista e il vissuto personale. Poi da lì un mondo che si apre, il desiderio di raccontarsi, la magia di qualcuno che ti regala la sua storia.</div>
</div>
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		<title>Udine. In Questura per le persone migranti la fila inizia prima dell&#8217;alba</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Sep 2023 03:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Udine. È un martedì di inizio settembre, prima dell’alba. Sono le 5 e le auto che incrociamo si contano sulle dita di una mano, la città...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Udine. È un martedì di inizio settembre, prima dell’alba. Sono le 5 e le auto che incrociamo si contano sulle dita di una mano, la città dorme ancora. In viale Venezia, invece, davanti al palazzo della Questura inizia a formarsi una coda di uomini e di donne che attendono l’apertura degli uffici. Sono persone migranti che devono sbrigare adempimenti inerenti il rilascio o il rinnovo dei loro documenti di soggiorno, essenziali per il proprio lavoro, la propria vita e quella delle loro famiglie. Il primo della fila è qui dalle 4. Ci spiega che non può permettersi di chiedere troppe ore di permesso al lavoro e quindi ha preferito presentarsi con largo anticipo. Olga – invece – è arrivata alle 4.40. È la quinta.</p>
<p>Corre l’anno 2023, la Pubblica amministrazione spinge sulla digitalizzazione dei servizi, eppure accade che a Udine –  a differenza di altre città –, in Questura, per tutta una serie di pratiche che riguardano i titoli di soggiorno, non sia possibile nemmeno prenotare on line (o in altro modo) un appuntamento. «Sono in Italia da vent’anni e ho imparato sulla mia pelle che la burocrazia è estenuante, in modo particolare per le persone migranti che chiaramente hanno anche delle difficoltà legate alla lingua – ci racconta proprio Olga, ucraina –. A questo si aggiungono degli ostacoli assurdi, come l’impossibilità di prenotare un appuntamento. Così si deve arrivare all’alba per mettersi in coda, spesso bisogna pure tornare perché agli sportelli viene evaso un numero limitato di pratiche. La gente peraltro mal sopporta il nostro sostare sul marciapiede e non di rado succede che ci urlino contro frasi spiacevoli. È una situazione frustrante, immaginate come possiamo sentirci». «Al pensiero che stamattina sarei dovuta venire in Questura non ho nemmeno dormito – ci confida una signora moldava, anche lei da tempo in Italia –. Ho controllato e ricontrollato le carte necessarie, ma non puoi mai essere sicuro che vada tutto bene, le indicazioni non sono mai chiare, arrivi qui e scopri all’ultimo che ti manca un certificato o chissà quale documento».</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_2.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2222" alt="udine_questura_2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_2.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Tina (<i>il nome è di fantasia, ndr</i>) viene dallo Zambia, da due anni è alle prese con un intoppo burocratico: «Durante la pandemia, in quel caos generale – racconta – ho fatto un errore nelle pratiche per i documenti. È stato un inferno, ne esco ora dopo due anni e solo perché mi sono fatta aiutare. Le informazioni ci vengono date col contagocce e ogni volta devi fare la fila. Basterebbe innanzitutto avere un vademecum chiaro su cosa fare, quali documenti presentare e poi servirebbe poter prenotare un appuntamento on line. Lavoro e ho due bimbi piccoli, non solo devo prendere delle ore di permesso, ma devo anche organizzarmi perché qualcuno stia con loro, oggi sono uscita di casa prima delle cinque e mio marito vive per lavoro in un’altra città, non posso certo lasciarli soli in casa». Mentre parliamo si avvicina Vera, è albanese. «Oggi non devo fare la fila – spiega –, devo solo ritirare il permesso di soggiorno, in questo caso ci danno un appuntamento via sms. Ma ho fatto la fila un’infinità di volte». Ride e aggiunge: «Il mio documento arriva dopo mesi, devo praticamente già rifarlo. Mi sono laureata qui a Udine, ora quindi ho convertito il permesso di soggiorno per studio in permesso per lavoro. Per me le cose sono un po’ più facili perché sono bianca e parlo bene italiano, ma per altri è una corsa a ostacoli».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_3.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2223" alt="udine_questura_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_3.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Intanto si sono fatte le 7.30. A spanne ci sarà un’ottantina di persone, giovani, meno giovani. Uomini e donne. Mamme coi figli in carrozzina. Nonne coi nipoti per mano. Due poliziotti fanno mettere in fila le persone in base allo sportello a cui devono rivolgersi e distribuiscono ad ognuno un numero progressivo, da 1 a 30. «Ora possiamo andare a prenderci un caffè» ci dice Olga sorridendo. Come noi fanno in tanti, ma alle 8.30 sono di nuovo tutti qui, pronti all’apertura degli sportelli. Qualcuno dal colloquio esce affranto, dovrà tornare per integrare la domanda con un ulteriore documento. Una signora dell’Est viene fatta passare avanti: è anziana e si muove col deambulatore. Stamattina le è stato detto di fare la fila, ha atteso come tutti, ma ora accusa tutta la fatica, si sta sentendo male.</p>
<p>«Siamo i primi a non amare questa situazione – ci dice un agente che fa anche parte del Siulp, il Sindacato unitario dei lavoratori di Polizia –, più volte abbiamo fatto presente, segnalandolo anche alla stampa locale, l’opportunità di istituire un sistema che renda possibile la prenotazione degli appuntamenti. Tali file sono un problema in primo luogo per chi le deve fare, ma anche per i cittadini, questo tratto del marciapiede è sempre affollato rendendo difficile il passaggio. Inoltre per garantire il servizio, e comunque l’ordine, molti di noi vengono dirottati qui da altre mansioni».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_4.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2224" alt="udine_questura_4" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_4.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>E proprio un gruppo di cittadini, lunedì 18 settembre ha preso carta e penna per rivolgersi al Prefetto, al Questore e al Sindaco rispetto a questa situazione. «Non c’è una pensilina che protegga dal sole e dalla pioggia, non una sala d’attesa sufficientemente capiente ed attrezzata che permetta di sedersi ad attendere il turno, non un numero di operatori sufficiente a semplificare i percorsi e ad accogliere le domande – scrivono Silvana Cremaschi, Renzo Travanut, Marco Feleppa, Anna Brusatin, Mariella Lavaroni e Marysilva Remonato –. Riteniamo che questa organizzazione sia indegna e lesiva della dignità delle persone». Da qui la richiesta di un incontro per individuare soluzioni alternative, ma anche per «affrontare altre tematiche connesse all’accoglienza delle persone, alla certificazione di nascita per i figli di genitori irregolari, alle pratiche relative al commiato e alla sepoltura di persone appartenenti a diverse culture e religioni, alle modalità della accoglienza di migranti adulti e minori».</p>
<p>(<em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine di mercoledì 20 settembre 2023</em>)</p>
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		<title>Sbarchi, rotte e &#8220;invasione&#8221;. Qualche numero per fare ordine</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Sep 2023 11:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>

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		<description><![CDATA[Amo le parole. E più di tutto mi piace usarle per raccontare le migrazioni a partire dalle storie, dai volti e dai nomi delle persone. Ma...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Amo le parole. E più di tutto mi piace usarle per raccontare le migrazioni a partire dalle storie, dai volti e dai nomi delle persone. Ma amo molto anche i numeri perché – nell’accompagnare le parole e le storie – mettono ordine e aiutano a orientarsi.</div>
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<div dir="auto">E allora, dal 1° gennaio 2023 a oggi, 15 settembre, ci sono stati 127.207 “sbarchi”.</div>
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<div dir="auto">Pochi? Tanti? Dipende.</div>
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<div dir="auto">Rispetto allo stesso periodo del 2022 – quando erano stati 66.162 – sono il doppio. Ma se allunghiamo lo sguardo al 2016 le cose cambiano: di sbarchi, al 30 settembre di quell&#8217;anno, se ne registrarono 132.043.</div>
<div dir="auto">Non lo dico io, non lo dicono le Ong, lo dice il Ministero dell’Interno che pubblica quotidianamente questi dati sul suo sito (<a href="https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati" target="_blank">qui</a>, l’ultimo aggiornamento pochi minuti fa).</div>
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<div dir="auto">E sulla rotta dei Balcani occidentali?</div>
<div dir="auto">Nel periodo che va da gennaio ad agosto del 2023 c’è stato un calo del 19% dei cosiddetti “attraversamenti illegali”: sono stati 70.550.</div>
<div dir="auto">Anche questo non lo dico io, non lo dicono le ong, ma lo dice Frontex, nel suo bollettino mensile, fresco di pubblicazione (<a href="https://frontex.europa.eu/what-we-do/monitoring-and-risk-analysis/migratory-map/" target="_blank">qui</a>). E sempre Frontex ci ricorda – con un grafico chiarissimo – che su quella stessa rotta gli attraversamenti nel 2016 furono 130.325. L’anno prima addirittura 764.033.</div>
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</div>
<div>
<div dir="auto">Tutti numeri dunque che aiutano a valutare l’opportunità di parole ed espressioni che sono state impiegate in questi giorni, da “invasione” a “dichiarazione di guerra”.</div>
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</div>
<div>
<div dir="auto">Il continuo variare dei numeri sulle diverse rotte indica poi – oltre all’evidente peso che hanno le crisi geopolitiche – un fatto che è ben chiaro a chi abbia ascoltato almeno una volta i racconti delle persone in movimento: indietro non si torna mai, se un confine è stato “sigillato” chi ha scommesso tutto su una nuova vita in Europa, cercherà un’altra strada per arrivarci.</div>
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</div>
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<div dir="auto">Gli stessi numeri pongono però anche parecchie domande. Una su tutte è quella che gira attorno al perché siamo sempre tanto impreparati di fronte ad arrivi che non sono così tanto fuori scala rispetto agli anni precedenti.</div>
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<div dir="auto">A suggerire qualche risposta è il progressivo smantellamento del sistema di accoglienza messo in atto dal 2018 ad oggi (al riguardo consiglio questo articolo di Duccio Facchini su <a href="https://bit.ly/44WuzLv" target="_blank">Altreconomia</a>).</div>
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</div>
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<div dir="auto">Fatto sta che se nell’immaginare il futuro si è privi di coraggio e di visione (come lo siamo da ben prima del 2018), non si può che restare schiacciati in un eterno e convulso presente, fatto di emergenze e il cui unico orizzonte è il consenso o la prossima tornata elettorale.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Nella foto, migranti sulla &#8220;rotta balcanica&#8221;, a Bihac, 2018.</div>
</div>
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		<title>Diventare tutori di minori stranieri non accompagnati, un modo per non dimenticare Ledjan</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2023 16:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Minori stranieri non accompagnati]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ledjan Imeraj è un nome che non può essere dimenticato. La sua morte – a soli 17 anni, avvenuta il 30 dicembre nel rogo della struttura...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.udinetoday.it/cronaca/morto-ledjan-imeraj.html">Ledjan Imeraj</a> è un nome che non può essere dimenticato. La sua morte – a soli 17 anni, avvenuta il 30 dicembre nel rogo della struttura dov’era ospitato a Pasian di Prato – deve interrogare nel profondo. Ledjan Imeraj, con la sua storia interrotta, è il nome che può aiutarci a vedere i tanti minori stranieri non accompagnati che sognano un futuro nelle nostre comunità, ma che vengono perlopiù relegati in un pericoloso cono d’ombra. Accertare dunque cause e responsabilità di una morte così atroce e insensata è prioritario, ma al contempo – perché non sia una morte del tutto vana – è altrettanto importante chiedersi come questi ragazzi possano essere sostenuti. C’è, ad esempio, una figura importantissima (introdotta dal legislatore nel 2017), il <a href="https://www.garanteinfanzia.org/come-diventare-tutore-volontario-0" target="_blank">tutore volontario di minori stranieri non accompagnati</a>, che può davvero fare la differenza, ma che in Friuli Venezia Giulia non è molto diffusa. Ne abbiamo parlato con <strong>Lucio Prodam</strong>, giudice onorario del Tribunale dei Minori di Trieste.<br />
<strong>Giudice Prodam, partiamo dai numeri, di quanti ragazzi parliamo?</strong><br />
«Nel 2022 abbiamo aperto 1576 fascicoli relativi ad altrettanti minori stranieri non accompagnati giunti in regione prevalentemente dalla cosiddetta rotta balcanica. Va precisato che 280 di questi sono di nazionalità ucraina, ma nel loro caso la questione è diversa, qui in Italia hanno parenti a cui sono stati affidati. Gli arrivi sono in aumento, dall’Afghanistan ad esempio, a causa della situazione terribile in cui versa il Paese, ma anche da Bangladesh e Pakistan, qui a spingere le persone è la crisi climatica. Tutti contesti dove le famiglie decidono che almeno un componente, nonostante i rischi del viaggio, debba avere l’occasione per salvarsi e magari contribuire dall’estero ad aiutare l’intero nucleo».<br />
<strong>Non tutti però si fermano qui…</strong><br />
«No, sono numerosi i ragazzi che dopo qualche giorno nelle comunità di accoglienza fanno perdere le proprie tracce, tentano infatti di raggiungere il Nord Europa, la Germania ad esempio. I numeri sono comunque consistenti perché chiaramente si sommano a quelli di chi si è fermato negli anni precedenti e non è ancora maggiorenne, non a caso chi arriva in Friuli viene anche destinato in Veneto ed Emilia Romagna (<em>i dati del Ministero dell’Interno dicono che al 30 novembre erano accolti in regione 973 minori stranieri non accompagnati, ndr</em>)».<br />
<strong>La legge prevede che vengano affiancati da un tutore volontario, di che ruolo si tratta?</strong><br />
«Di un ruolo decisivo, sono cittadini e cittadine che dopo un’apposita formazione danno la disponibilità ad assumere la tutela di uno o più (nel massimo di tre) minori stranieri non accompagnati. Si assicurano che siano garantiti i loro diritti, seguono il loro percorso di formazione e integrazione, vigilano sulle condizioni dell’accoglienza».<br />
<strong>In Friuli però sono pochi…</strong><br />
«Direi pochissimi se consideriamo che la nostra regione è tra quelle che hanno il numero più alto di minori stranieri non accompagnati. Attualmente iscritti nell’apposito elenco sono 93, ma di “operativi” sono appena 67. Sul territorio di Udine, dove ci sarebbe più bisogno, sono solo 12. Nel 2022 i minori stranieri non accompagnati con tutore sono stati solo 463, dunque parliamo del 30% scarso sul totale».<br />
<strong>Deve quindi fare delle scelte, sulla base di cosa?</strong><br />
«Premetto che alcuni tutori seguono ben oltre i tre minori previsti dalla legge. Ciò detto do la priorità ai più piccoli e a coloro che presentano la domanda di asilo, è importante infatti che questi ultimi abbiano qualcuno che li segue nell’iter burocratico, anche solo per sentire che c’è un adulto “dalla loro parte” quando vanno in commissione a raccontare la propria storia. Sono ragazzi che spesso hanno vissuto l’indicibile, subendo violenze durante i lunghi mesi di viaggio. Sono soli, senza le loro famiglie».<br />
<strong>E noi, che cosa ci perdiamo? Come singoli e come collettività?</strong><br />
«Dal punto di vista individuale un’esperienza arricchente, come società la possibilità di favorire l’integrazione di ragazzi che stanno costruendo il proprio futuro e che saranno i cittadini del domani dentro comunità che invecchiano e si assottigliano».<br />
<strong>La cronaca ci porta notizie dolorose, la morte di Ledjan Imeraj e condizioni non sempre ottimali, anche su questo fronte è utile la presenza dei tutori?</strong><br />
«Certamente, è fondamentale, entrando nelle strutture possono controllare la situazione. Incontrando il ragazzo capiscono se c’è qualcosa che non va. Ci tengo però a dire che in Friuli, al netto di questi terribili fatti, l’accoglienza è buona, si cura la formazione linguistica e si favoriscono percorsi scolastici che possono portare a un’occupazione».<br />
<strong>Responsabilità significative quelle dei Tutori, ma va detto che non sono lasciati da soli, anzi!</strong><br />
«Esattamente, non solo si sono formate associazioni di tutori che condividono la propria esperienza, ma ci sono progetti specifici come “Never Alone” promosso dall’Istituto don Calabria e una fitta rete di partner, tra cui anche la Caritas diocesana di Udine, che supportano costantemente i tutori».<br />
<strong>Dicevamo della formazione…</strong><br />
«A febbraio partirà un nuovo corso on line della durata di una settimana, un’occasione preziosa per provare a mettersi in gioco e contribuire al futuro di questi ragazzi, ma anche dell’intera società».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p>È in programma per giovedì  26 gennaio dalle 17 alle 18 l’incontro on line organizzato dal Garante regionale per i diritti della persona per far conoscere la figura e il ruolo del tutore volontario di minori stranieri non accompagnati. Interverranno il garante, Paolo Pittaro, il giudice onorario del Tribunale per i minorenni, Lucio Prodam, la referente dell’associazione Avvocato di strada, Jessica Beele, oltre ad alcuni tutori che porteranno la propria testimonianza. Tutte le informazioni sul sito del Consiglio regionale del FVG, alla sezione “Garante dei diritti della persona”.</p>
<p>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, edizione di mercoledì 11 gennaio</p>
<p><a href="https://www.cir-onlus.org/2020/04/21/minori-stranieri-non-accompagnati-lapproccio-tra-pari-la-chiave-per-il-supporto-ai-tutori-volontari/" target="_blank">Foto tratta dal sito del Cir</a></p>
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		<title>Odissea di cinque giorni per accogliere due persone. L&#8217;ostinazione di Ospiti in arrivo</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una storia, questa, che inizia e finisce con una telefonata. In mezzo, cinque lunghissimi giorni, fatti di rabbia e di stanchezza, illuminati però dall’ostinazione tenace di chi ha fatto una scelta chiara, pulita, senza compromessi: stare dalla parte delle persone e dei diritti.</p>
<p>È venerdì 16 settembre e a Udine, da giorni, si parla di nuovo dell’ex caserma Cavarzerani. Il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di via Cividale è, infatti, più che pieno, ospita (si fa per dire) 900 migranti quando dovrebbe tenerne appena 300. Cose che succedono se la politica ha scelto di smantellare la rete virtuosa dell’accoglienza diffusa. A mezzogiorno la telefonata di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in arrivo</a>: da due notti, due migranti giunti dalla rotta balcanica dormono in strada, proprio fuori dalla Cavarzerani. Nessuno se ne cura. Possibile? Raggiungiamo l’ex caserma ed eccoli là, disorientati e stanchi. Sono bengalesi, hanno entrambi trent’anni e uno di loro ci racconta di essere un attivista sindacale in fuga perché minacciato di morte.</p>
<p>A prendere in mano la situazione sono le due volontarie di Ospiti in Arrivo, Paola Tracogna ed Ester Del Terra. Telefonano al numero appeso sul cancello della Cavarzerani. A parlare è Paola, si presenta, nome e cognome. Chiede spiegazioni. La risposta è laconica: «La Prefettura ci ha vietato di far entrare altre persone». E allora? Restano in strada? «Noi non possiamo fare niente, dovete contattare la Prefettura». Da lì in poi è un lunghissimo, disarmante rimpallo di telefonate: la Prefettura dice di chiamare in Questura dove puntualmente rimandano di nuovo alla Prefettura. Unica cosa certa è che alla Cavarzerani non si entra, ma nessuno offre soluzioni alternative. Paola insiste: «Devono essere identificati, hanno manifestato la volontà di richiedere protezione internazionale». Cade la linea. Allora andiamo di persona in Questura: «Tornate lunedì», la risposta. Le volontarie chiedono che venga almeno rilasciato un invito a comparire perché H. e G. possano avere in mano una parvenza di documento. Niente da fare. Ci mandano in Prefettura. Ma lì c’è solo il piantone.</p>
<p>«È come se fossimo tornati indietro di sette anni – ci dice Paola –, quando per la prima volta Udine si ritrovò con i migranti a dormire nel sottopasso della stazione. Sembra proprio che il tempo sia trascorso invano» (<a href="https://www.annapiuzzi.it/buon-2016-dal-sottopasso-della-stazione-di-udine-tra-i-profughi-e-i-volontari-di-ospiti-in-arrivo/" target="_blank">ne scrissi qui, sempre insieme a Ospiti in arrivo</a>). Intanto però H. e G. hanno bisogno di formalizzare la propria presenza, Paola allora chiama il 112. Interviene una volante, i Carabinieri della Sezione di Udine Est – con grandissima gentilezza – raccolgono i dati e consegnano un invito a comparire lunedì in Questura. Un posto per dormire però non c’è. Le volontarie danno ad H. e G. cibo, vestiti, due sacchi a pelo e una tenda.</p>
<p>Lunedì 19 settembre finalmente l’identificazione in Questura e la deposizione della richiesta di protezione internazionale. Ma ancora niente alloggio. H. e G. dormono nuovamente in strada. Finalmente però martedì 20 settembre arriva la telefonata in cui speravamo, gli uffici della Prefettura hanno trovato una sistemazione per i due migranti bengalesi. «È una gioia, certo – spiega Paola –, ma non possiamo non pensare a quanti non abbiamo intercettato e sono ancora in strada, a quanti stanno arrivando a Udine in queste ore e si sentiranno dire che non c’è posto».</p>
<p>«Che queste persone scappino da qualcosa o che inseguano una vita migliore, hanno vissuto anni in viaggio, hanno passato l’inferno della rotta balcanica con le sue torture e i suoi respingimenti, e non può essere questa l’accoglienza che trovano in Europa – spiegano da “Ospiti in Arrivo” in un post Facebook –. La nostra solidarietà va a chi è rimasto fuori dalla Cavarzerani, ma anche a chi è dentro a questa struttura in cui c’è un bagno ogni cinquanta persone, dove le brande fredde e umide sono ammassate una sopra l’altra, i posti letto sono ricavati in aree, anche all’aperto, in cui non erano previsti e in cui ora è addirittura difficile muoversi. Le nostre azioni, come sempre, sono rivolte verso il cambiamento di questo sistema disumano di gestione del fenomeno migratorio».</p>
<p>Intanto l’inverno è in arrivo e questa storia, ancora una volta, suona come un campanello di allarme per i mesi che ci attendono. E infatti il telefonino si illumina, è un messaggio di Paola: «Ci sono altri due ragazzi che dormono in strada da tre giorni».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, edizione di mercoledì 21 settembre 2022)</em></p>
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		<title>8 marzo &#124; Ucraina, l&#8217;odissea di donne e bambini</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[8 marzo 2022. Il pensiero va alle donne ucraine, a quelle che ho incontrato una settimana fa, al valico di Fernetti. A quelle ancora in fuga...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><i>8 marzo 2022. Il pensiero va alle donne ucraine, a quelle che ho incontrato una settimana fa, al valico di Fernetti. A quelle ancora in fuga coi propri figli. A quelle che sono rimaste a combattere. Il pensiero va a loro che oggi rappresentano, nel dramma dell&#8217;attualità, tutte le donne che si trovano a vivere nei troppi teatri di guerra del mondo. Di seguito l&#8217;articolo con le storie che ho raccolto al confine tra Italia e Slovenia.</i></p>
<h2><span style="color: #ff6600;">A Fernetti l&#8217;odissea di donne e bambini</span></h2>
<p>Lunedì 28 febbraio. Quinto giorno di guerra. Sono le nove di sera e il valico di Fernetti – al confine tra Italia e Slovenia – è sferzato da un vento gelido. In un silenzio surreale, uno dopo l’altro, arrivano i pullman stipati di profughi dall’Ucraina. Sono quasi tutte donne con i loro bambini: mamme, nonne e sorelle che li hanno strappati alla follia della guerra. Di colpo sembra di essere tornati indietro di trent’anni esatti, ai conflitti feroci dei Balcani. Gli occhi attoniti che dai finestrini bucano il buio della notte sono gli stessi di allora, quelli di chi si è messo in salvo lasciandosi però alle spalle una vita intera: il proprio Paese, una casa e gli affetti più cari. Sgranati e dolenti – è bene ricordarlo – sono gli occhi che ci interrogano da ogni teatro di guerra.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Sugli autobus della salvezza</span></em></h4>
<p>Ci avviciniamo a uno dei pullman, l’autista – mentre la polizia di frontiera sta controllando i documenti e registrando gli ingressi – è sceso a fumare una sigaretta. Diretti a Pescara, sono partiti domenica all’alba da Chernivtsi, città in riva al fiume Prut, a 25 chilometri dal confine con la Romania. «Il viaggio è stato difficile – racconta mischiando italiano e inglese –, il Paese è nel caos, le donne e i bambini in fuga sono tantissimi. Appena saremo giunti a destinazione torneremo indietro a prendere altre persone in attesa. È una tragedia». Chiediamo se tra le donne a bordo ce n’è qualcuna che abbia voglia di raccontare. Scende Irma. È stremata, ma – in un italiano perfetto – cerca comunque con fatica le parole per dar forma alla propria odissea.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">La storia di Irma, la storia di tutte </span></em></h4>
<p>«Ho portato via da Kiev mia figlia con la sua bambina di appena tre mesi – racconta –, mai ci saremmo aspettati che si arrivasse a questo. Abbiamo lasciato tutto quello che avevamo costruito con sacrifici enormi, ma soprattutto abbiamo dovuto lasciare i nostri familiari».</p>
<p>«Mio marito – racconta con la voce rotta dall’emozione – lavora in Italia, ma per il Natale ortodosso era rientrato per alcune settimane di vacanza, quando ha visto la piega che stava prendendo la situazione è rimasto per combattere, esattamente come mio genero. Mia madre invece è troppo anziana e malata per affrontare un viaggio come questo. Si rende conto cosa vuol dire, da un giorno all’altro avere la vita spezzata e la famiglia divisa in due? Eppure non potevamo fare altro, se fossero fuggiti anche i nostri mariti, chi sarebbe rimasto a difendere il nostro Paese, la nostra terra? Avremmo voluto rimanere anche mia figlia ed io, come molte altre donne su questo autobus, ma abbiamo la responsabilità dei nostri bambini e bambine, hanno tutto il futuro davanti e il diritto di vivere in un luogo dove non cadono le bombe». Per ora quel luogo sarà Foggia, lì abita infatti la sorella di Irma che darà loro una prima accoglienza. Quasi tutte le persone con cui parliamo hanno questa prospettiva, ricongiungersi temporaneamente con familiari o conoscenti che vivono e lavorano in Italia. Nel raccontare Irma si ferma un istante, raccoglie forze, parole e prosegue: «Sono arrabbiata, che colpa abbiamo noi? Siamo un popolo che ne ha passate tante, che lavora sodo per vivere meglio e far crescere il proprio Paese, cosa vuole Putin da noi?».</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Donne e bambini </span></em></h4>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2114" alt="Fernetti_1" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg" width="819" height="614" /></a>Saliamo in corriera e ci si stringe il cuore. I bambini e le bambine sono davvero tanti, molti di loro hanno pochi mesi e sono aggrappati alle proprie mamme. La nipotina di Irma ha la febbre alta, si sta valutando se chiamare un’ambulanza o proseguire. Poco prima di noi è salita una volontaria dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) che ha distribuito beni di prima necessità, anche le caramelle che hanno acceso il sorriso dei bambini. Intanto, gli occhi azzurrissimi di Maria, sei anni, ci seguono curiosi, ci chiede chi siamo. Quando scopre che siamo giornaliste è un po’ delusa dal fatto che non lavoriamo per la televisione, ma ci prega lo stesso di dire che lei e i suoi fratelli vogliono al più presto tornare a casa. È notte fonda e alcune delle donne dormono, sono ferme qui a Fernetti per il controllo dei documenti ormai da due ore. Livia ha poco più di vent’anni e un bimbo di due che la stringe forte: «È spaventato – racconta –, ha sentito le bombe cadere vicino casa, ha visto un palazzo in fiamme, ora non fa che stringermi. Spero che un giorno possa dimenticare». Olga invece di anni ne ha quasi cinquanta, sorride ogni volta che guarda suo figlio: «Essere riuscita a portarlo in salvo – spiega – è una gioia immensa, a volte devo toccarlo per dirmi che è vero, che sta bene e non è stato nemmeno ferito. Poi penso a mio marito e a mio fratello che stanno difendendo la nostra città e allora non riesco a trattenere le lacrime». Stiamo per scendere, ma ci ferma ancora un istante: «Scrivete che vi siamo grati – aggiunge – abbiamo visto che siete scesi in piazza in tutta Italia, non avete idea di quanto ci abbia scaldato il cuore. Non lasciateci soli, continuate ad aiutarci».<br />
Intanto, proprio nella mattinata di lunedì, l’Alto commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha fatto sapere che sono già mezzo milione i profughi ucraini che sono fuggiti dalla guerra, un numero destinato a salire nei prossimi giorni: se non si troverà una soluzione di pace, si stima che a lasciare l’Ucraina potrebbero essere anche sei milioni di persone.</p>
<p><em>Pubblicato sul numero di mercoledì 2 marzo 2022 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica».</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2116" alt="fernetti_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3-1024x768.jpeg" width="826" height="619" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Božidar Stanišić e le radici nel Paese che non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade al di fuori del bel paese. Figurarsi l’avere a cuore quanto quegli accadimenti lasciano, come un solco, nella vita degli altri. Ad aprile saranno 30 anni dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina e il 2022 si apre, per il Paese dei Balcani occidentali, con minacciose inquietudini che fanno scricchiolare la sua fragile struttura. Eppure la memoria di quella che per noi fu una “guerra in casa” l’abbiamo archiviata e, allo stesso tempo, abbiamo smesso di curarci di quanto, ancora, il senso di sradicamento abiti la vita delle migliaia di famiglie che lasciarono la Bosnia per trovare rifugio in Europa, tantissime anche in Friuli.</p>
<p>A mostrarcelo con lucidità e dolcezza – accompagnate dalla sua inconfondibile ironia – è, ancora una volta, <strong>Božidar Stanišić</strong>, da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, <a href="https://marottaecafiero.it/le-zanzare/286-la-cena-9788831379380.html" target="_blank">La cena</a> (Marotta&amp;Cafiero), il cui sottotitolo è decisamente eloquente: «Avanzi dell’ex-Jugoslavia». Classe 1956, nato a Visoko, Stanišić è stato docente di letteratura in un liceo di Maglaj (nel nord della Bosnia) fino al 1992, quando – rifiutando di schierarsi e opponendosi alla violenza del conflitto –, fuggì dalla guerra civile. Da allora vive in Friuli, a Zugliano. Con una scrittura pulita, diretta e incalzante, Stanišić porta i lettori nella vita di personaggi non solo efficaci, ma anche tratteggiati in maniera da farceli via via diventare familiari, grazie alla sua straordinaria arte di raccontare che affonda le radici nei classici della letteratura slava, da Ivo Andrić a Danilo Kiš, passando per Meša Selimović.</p>
<p>Le storie narrate sono quelle di gente che se ne va, senza ritorno, la cui esistenza è attraversata, da un giorno all’altro, da un confine che resterà per sempre, quello che segna la vita “di qua e di là”. Uomini e donne che nel ricostruire e ricominciare, trasmettono – senza volerlo – il proprio trauma anche ai figli. Non a caso in «La penna dell’uccello inquietudine», uno dei cinque racconti che compongono il libro, è Drenka, la figlia più piccola di una coppia di immigrati bosniaci, nata e cresciuta in Italia, a trovarsi spiazzata da una pioggia di domande: «<em>[…] fui sorpresa da un’idea: quale sarebbe stata la loro e la mia vita se non ci fosse stata la guerra in Bosnia? Da che cosa era nata quell’idea, da quale recesso dentro di me, e perché proprio quella notte? Perché ci sono domande che si addormentano in noi come i dormienti stregati di una vecchia fiaba?</em>».</p>
<p>Le cinque storie pur diverse tra loro, soprattutto ambientate in luoghi differenti (da Milano a Toronto), hanno tratti e vissuti che le accomunano, a partire dalle voci narranti che sono quelle dei figli impegnati a dar conto di genitori ancora legati alla terra di origine, che parlano il serbo-croato-bosniaco, vivono l’esperienza della diaspora, affannati a rincorrere una lingua che non padroneggiano del tutto e lavori precari non rispondenti certo a quelli che facevano nelle proprie vite precedenti, in un Paese, la Jugoslavia, che oggi non c’è più.</p>
<p>Cinque storie generose che emozionano e fanno riflettere, ma strappano anche più di qualche sorriso (divertentissimo il contesto del primo racconto «La cena»), perché, lo abbiamo già detto, l’ironia è cifra stilistica di Stanišić. Non da ultimo, si tratta di un libro la cui lettura è accompagnata da una veste grafica inusuale e davvero bella, in cui si alternano immagini, suggerimenti musicali di ascolto (seguiteli!) e pagine dal fondo nero e i caratteri bianchi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2097" alt="la_cena_int" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>Insomma, Stanišić ci offre l’occasione per scoprire una giovane casa editrice indipendente, la <a href="https://marottaecafiero.it/" target="_blank">Marotta&amp;Cafiero</a>. Realtà che pubblica libri completamente ecologici, ma sopratutto che ha base nel difficile quartiere di Scampia, a Napoli, e che è stata dedicata al cugino dei titolari, Antonio Landieri, vittima innocente di camorra: un ragazzo disabile di 25 anni ucciso per errore, proprio a Scampia, durante una faida tra clan. Il loro motto? «<em>Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Božidar Stanišić/ La cena / Marotta&amp;Cafiero / 242 pagine / 15 euro</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Recensione pubblicata sull&#8217;edizione del 4 gennaio 2022 del settimanale diocesano di Udine.</p>
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