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	<title>Anna Piuzzi &#187; Balcani</title>
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		<title>30 anni fa il genocidio di Srebrenica. La storia di Ferida, madre di Srebrenica</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 06:17:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una natura generosa quella che abita la Bosnia orientale, con le sue montagne dal profilo dolce, i boschi fitti e fiumi di rara bellezza. Non fa eccezione Srebrenica. Appena fuori dalla città lasciamo la strada principale, attraversiamo un ponticello e imbocchiamo un sentiero pieno di tornanti. Ci vogliono sette chilometri, nel verde più assoluto, per arrivare a un prato attorno a cui si affacciano tre case. Solo una è abitata. Ferida Jusić ci accoglie con un sorriso che le accende gli occhi e increspa le rughe che le solcano il viso. Ha 74 anni Ferida, è una donna minuta, magrissima. Soprattutto, è una delle “madri di Srebrenica”: le donne che l’11 luglio del 1995 videro i propri figli maschi inghiottiti dal buio dell’ultimo genocidio d’Europa, il genocidio di Srebrenica.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;">I giorni del luglio 1995</span></h5>
<p>«<em>Non c’è notte in cui io non pianga</em>» è la prima cosa che dice dopo averci fatto sedere attorno al grande tavolo, all’ombra di un bel pergolato: un angolo dell’orto che, prima della guerra, deve aver accolto momenti pieni di gioia. «<em>Avevamo una vita semplice, ma felice</em> – racconta la donna –. <em>Sono stata fortunata, mi sono sposata e ho avuto quattro figli, tre maschi e una femmina. Poi tutto è precipitato</em>». Nel luglio del 1995 – dopo tre anni di assedio di quella che l’Onu aveva dichiarato “area protetta” e in cui erano confluiti migliaia di sfollati – la città cadde in mano alle forze serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. La storia della famiglia di Ferida è la stessa di tante altre famiglie. Gli uomini disarmati provano a rifugiarsi nei boschi e raggiungere Tuzla che è invece controllata dai bosgnacchi (<i>bosniaci di fede musulmana</i>). Un tentativo di salvezza che verrà chiamato “<a href="https://www.balcanicaucaso.org/Transeuropa/Srebrenica-Marcia-della-Pace-2024" target="_blank">marcia della morte</a>”: gran parte di quegli uomini sarà infatti intercettata, fermata, trucidata. Le donne invece si dirigono verso Potočari, nella vecchia fabbrica di batterie dove ha sede il compound dei caschi blu dell’Onu. La convinzione di tutti è che le Nazioni Unite li proteggeranno. Accadrà il contrario, le Nazioni Unite lasceranno fare. Addirittura parte dei soldati del battaglione olandese (<a href="https://www.agi.it/estero/news/2025-07-07/srebrenica-responsabilita-olanda-32219335/" target="_blank">Dutchbat</a>) abuserà delle donne e gozzoviglierà insieme ai paramilitari serbi dell’unità degli Skorpioni. Arrivato a Srebrenica, Mladić convoca in un albergo due ufficiali olandesi, li intimidisce facendo sgozzare un maiale nel cortile. Ottiene tutto ciò che vuole: la consegna dei maschi, perfino la benzina per trasferirli. Quello che è stato messo in piedi è un meccanismo di morte razionale e meticoloso ideato e coordinato nelle settimane precedenti dal colonello <a href="https://www.icty.org/x/cases/beara/ind/en/bea-ii020326e.htm" target="_blank">Ljubiša Beara</a> (lo scrittore Ivica Đikić lo racconta in modo illuminante nel libro <em><a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/metodo-srebrenica-nuova-edizione/" target="_blank">Metodo Srebrenica</a></em>). I maschi dai 17 ai 70 anni vengono divisi dalle donne che – insieme a vecchi e bambini – sono caricate su autobus che le portano nei territori controllati dai bosgnacchi. Anche gli uomini vengono caricati su autobus, ma vengono smistati in luoghi diversi, anche molto distanti: a Kravica, Zvornik, Pilica e altri ancora. Qui nel giro di una manciata di giorni vengono tutti uccisi e poi seppelliti in fosse comuni. Le uccisioni accertate sono 8372.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">I morti di Ferida</span></strong></h5>
<p>«<em>Tra quanti provarono a raggiungere Tuzla</em> – racconta Ferida – <em>c’erano anche i miei tre figli, mio marito e i miei tre fratelli. Ricordo benissimo il momento in cui, arrivati al fiume, ci siamo separati: loro sono saliti nei boschi. Mia figlia, mia nuora incinta e io siamo andate Potočari. Degli uomini della mia famiglia si è salvato solo il più giovane dei miei figli. Gli altri sono stati tutti uccisi. Ci sono voluti anni perché fossero ritrovati e identificati i resti dei loro corpi. Ho potuto seppellire i figli, Dževad (23 anni) nel 2013 e Vahid (20) nel 2014. Mio marito non l’ho ancora ritrovato. Nel 2022 è stato rinvenuto un altro osso del corpo di Vahid, rivivere il dolore della sepoltura è stato perfino peggio della prima volta</em>». Le fosse comuni sono state più volte aperte e i corpi trasportati in luoghi diversi della Bosnia, dando vita a quelle che sono definite “fosse secondarie e terziarie”, un modo per occultare le prove dei crimini commessi e per amplificare a dismisura il dolore dei familiari. Ad oggi sono ancora un migliaio i corpi che attendono di essere identificati.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Al memoriale di Potočari</span></strong></h5>
<p>Venerdì 11 luglio, come ogni anno, si terrà la celebrazione per ricordare il massacro, cerimonia quest’anno ancora più sentita perché ricorre il trentennale. Nella distesa di migliaia di lapidi bianche del cimitero che è parte del memoriale di Potočari (nella vecchia fabbrica c’è l’emozionante museo della memoria) saranno seppellite le persone identificate nei mesi scorsi. Tra loro anche una donna, Fata Bektić, di 67 anni. Insieme a lei due ragazzi di 19 anni appena, Senajid Avdić e Hariz Mujić, e poi Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). Di queste persone verranno sepolte solo poche ossa.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Srebrenica oggi</strong></span></h5>
<p>E cos’è oggi di Srebrenica? I numeri parlano chiaro, è una città svuotata, basta un giro lungo le vie cittadine per rendersene conto, le tante serrande abbassate sono eloquenti. Secondo l’ultimo censimento affidabile, quello del 2013, risiederebbero nel distretto 11 mila persone, molte delle quali però vivono all’estero. Ci spiegano che ad abitare effettivamente qui sono neanche 5 mila persone. Nel 1991, all’epoca dell’ultimo censimento della Jugoslavia, erano 37 mila. Le famiglie bosgnacche hanno iniziato a ritornare nel 2002, nonostante tutte le difficoltà e spesso ritrovandosi le case occupate dai serbi. Anche Ferida è tornata in quell’anno. «<em>Vivere da sola in mezzo al bosco non è facile, lavoro l’orto e questo mi aiuta a non impazzire. Questo luogo</em> – ci spiega – <em>anche se isolato era pieno di vita, oggi sono rimasta solo io, ma non voglio lasciare questa casa dove abitano tutti i miei ricordi</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>La memoria</strong></span></h5>
<p>Anche la memoria è un percorso accidentato. Gli accordi di Dayton – che pochi mesi dopo il massacro di Srebrenica, nel 1995, misero fine alla guerra – cristallizzarono la situazione, avallando i risultati della pulizia etnica compiuta dai serbo-bosniaci, ideando un farraginoso sistema istituzionale fondato su due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (che comprende i territori a maggioranza bosgnacca e croata) e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Le velleità secessioniste del presidente di quest’ultima, lo <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Guerra-e-pace-di-Milorad-Dodik-236632" target="_blank">spregiudicato Milorad Dodik</a>, fanno sì che la situazione sia sempre sull’orlo della crisi. È in questo contesto che il genocidio di Srebrenica non viene quindi riconosciuto. Gli stessi luoghi dove avvenne la mattanza ne sono la riprova. A <strong>Kravica</strong> l’edificio usato per <a href="https://balkaninsight.com/2023/07/13/srebrenica-mothers-commemorate-1300-men-killed-in-mass-execution/" target="_blank">ammassare e poi uccidere 1.313 bosgnacchi</a> è stato ridipinto, sistemato e recintato, tornando a essere sede di una cooperativa agricola. Nemmeno una piccola targa ricorda quello che lì dentro è accaduto. A <strong>Pilica</strong>, la “casa della cultura” (nel cuore del paese, sulla strada principale), <a href="https://onms.nenasilje.org/2019/culture-centre-in-pilica-zvorniik/?lang=en" target="_blank">dove vennero ammazzate cinquecento persone</a>, molto più semplicemente viene lasciata cadere a pezzi. A inizio anno a un gruppo di documentaristi del Memoriale di Srebrenica voleva riprendere alcune immagini all’interno dell’edificio, ma è stato loro impedito di lavorare dalle autorità locali. L’ingresso è infatti interdetto a chiunque, soprattutto a quanti vogliano ricordare i propri cari. Noi riusciamo a entrarci, per pochi minuti, di nascosto, prima che arrivi la polizia. L’interno è spettrale. L’indomani la guida del Memoriale ci chiederà come abbiamo fatto ad entrare visto che la cittadinanza si allerta subito appena qualcuno si muove lì attorno. Anche qui, ovviamente, nemmeno una targa. Fuori però hanno pensato bene di realizzare un monumento per onorare i soldati serbo-bosniaci.</p>
<p>E a noi, oggi, cosa dice Srebrenica? «<em>Dalla Bosnia fino a oggi, fino a Gaza, il mondo è diventato un unico grande caos in cui l’aggressore e l’aggredito sono messi sullo stesso piano</em> – spiega con amarezza il giornalista <strong>Paolo Rumiz</strong> –. <em>Sono stanco di vedere guerre che si potrebbero evitare con il dialogo, ma purtroppo abbiamo perso la bellezza e la fatica delle parole giuste</em>». Gli fa eco l’attrice e documentarista <strong>Roberta Biagiarelli</strong> che, con Rumiz, ha realizzato il bellissimo podcast <a href="https://open.spotify.com/show/0e5QiHzTyCDO6I6eQJ7PsZ?si=2fb7d056d9214583" target="_blank">Srebrenica: il genocidio dimenticato</a> (ascoltatelo!). «<em>Oggi è chiaro</em> – spiega nel podcast – <em>che le guerre jugoslave non furono un rigurgito medievale, ma l’anticipazione del mondo attuale, sempre più diviso e più violento. Srebrenica, purtroppo parla al nostro presente</em>».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Anche questo incontro e la visita al memoriale di Potočari sono avvenuti nel contesto della missione di Ospiti in Arrivo, a inizio maggio, di cui ho scritto <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link</a>. E anche in questo caso un grandissimo grazie va Nihad Suljić, attivista, compagno di battaglie e amico.</p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_1/' title='Srebrenica_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_2/' title='Srebrenica_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida e Nihad" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_3/' title='Srebrenica_3'><img width="1600" height="773" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il cimitero accanto al memoriale di Potočari" /></a>
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<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_5/' title='Srebrenica_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_6/' title='Srebrenica_6'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Le scarpe di quanti hanno perso la vita durante la &quot;marcia della morte&quot; - Memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_7/' title='Srebrenica_7'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_7.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
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		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Seconda parte &#124; «Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda) con destinazione Tuzla....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la seconda parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">«Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</span></strong></h3>
<p>«<em>Sappiamo bene, per averlo vissuto, cosa vuol dire dover abbandonare tutto perché c’è la guerra. E conosciamo altrettanto bene l’angoscia che ti abita quando non sai, anche dopo anni, che fine hanno fatto i tuoi cari</em>». Incontriamo <strong>Emina</strong> nel suo appartamento di Zvornik, nel nordest della Bosnia. Siamo alla fine di una giornata trascorsa di cimitero in cimitero per visitare i luoghi dove sono sepolte le persone migranti morte nel tentativo di attraversare la Drina (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">nella prima parte del reportage</a>). Anche Emina è tra quanti hanno scelto di mobilitarsi per le persone in movimento sulla rotta balcanica, persone che però preferisce chiamare «<em>i nostri fratelli siriani e afghani</em>». È uno sguardo magnetico il suo, gli occhi chiari – mentre ti parla – cercano i tuoi, senza tregua. E ride, ride parecchio, con una voce roca da fumatrice incallita. La sua casa affaccia proprio sulla Drina, dall’altra parte del fiume c’è la Serbia. «<em>Dal balcone ho iniziato ad accorgermi di questi ragazzi che attraversavano a nuoto. Vedevo anche le condizioni in cui arrivavano dopo mesi di viaggio, dopo le violenze della polizia, in Iran, in Turchia e poi in Europa. Come si fa a non provare ad aiutarli? Soprattutto se hai vissuto quello che abbiamo vissuto noi?</em>».</p>
<p><strong>È in questa regione della Bosnia che, nel 1992, inizia infatti la pulizia etnica</strong>. Il primo di aprile – indisturbate – le “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_volontaria_serba" target="_blank">Tigri di Arkan</a>” (ufficialmente “Guardia volontaria serba”, gruppo paramilitare di volontari, ndr) entrano a <strong>Bijeljina</strong>. L’assalto dura tre giorni: è un massacro, cinquecento bosgnacchi (<em>bosniaci di fede musulmana, ndr</em>) vengono uccisi. Gli altri costretti alla fuga. <strong>In poco più di una settimana le truppe regolari e irregolari serbe occupano, oltre a Bijeljina, altre cittadine e borghi, tra cui anche Zvornik, Bratunac, Srebrenica, Žepa, Višegrad, Derventa e Foča</strong>: uccidono, stuprano, saccheggiano. Proprio a Zvornik per la prima volta si sente usare la parola “<em><strong>cist</strong></em>”, “<em><strong>pulito</strong></em>”: l’obiettivo è infatti ripulire dai “turchi” i territori “misti”, a maggioranza musulmana, una presenza che ostacola la continuità geografica ed etnica con la Serbia. Emina riuscì a scappare con la sua famiglia, trovando riparo a Tuzla. «<em>Fu un’odissea, fuggimmo nei boschi a piedi</em>». <strong>Le chiediamo quanti sono oggi i bosgnacchi a Zvornik. Ride con amarezza: «<em>Siamo un errore statistico</em>».</strong> Sono infatti pochissime le persone sopravvissute e sfollate che, all’indomani della guerra, scelsero di rientrare. Emina fu tra queste e al suo ritorno, nei primi anni duemila, trovò il proprio appartamento occupato. Ci vollero tempo e un buon avvocato per rientrarne in possesso. «<em>I miei figli vivono a Sarajevo</em> – racconta –<em>, mi ripetono di raggiungerli, ma io non me vado, anche se le vessazioni non mancano. Sono vecchia, non me ne curo. Cosa possono farmi ormai?</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Bosnia la situazione rimane tesa. Sul muro davanti casa di Emina sono apparse scritte che inneggiano a <a href="https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/La-cattura-di-Ratko-Mladic" target="_blank">Ratko Mladić</a>, il generale che guidò il genocidio di Srebrenica di cui, l’11 luglio di quest’anno, ricorre il trentennale. Oltre ottomila uomini – dai quindici ai sessantacinque anni – vennero trucidati in una manciata di giorni. I corpi furono poi ammassati in fosse comuni. Fosse che vennero a più riprese riaperte e spostate per occultare il massacro e rendere difficile il ritovamento e il riconoscimento delle vittime. Ancora oggi c’è chi cerca i propri cari. L’ultima fossa comune, riconducibile ai massacri del luglio ‘95, è stata scoperta quattro anni fa a Kalinovik, a sessanta chilometri da Sarajevo. Si ritiene che altre non siano ancora state trovate. Fondamentale, per l’identificazione dei corpi, è stato l’utilizzo del dna. Nella città di Tuzla è infatti attiva da anni l’International Commission on Missing Persons che si dedica all’identificazione di chi è scomparso a Srebrenica. Negli anni è stata restituita l’identità di oltre settemila persone. È questo il sistema che gli attivisti vorrebbero fosse esteso anche ai migranti morti lungo la rotta balcanica.</p>
<p>«<em>Sono le stesse madri di Srebrenica a sollecitarlo</em> – racconta Nihad Suljic, attivista di Tuzla –, <em>donne che non di rado aiutano i migranti, anche accogliendoli: un silenzioso e ideale ponte di solidarietà con altre madri lontane dai propri figli</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Post Scriptum.</strong> </span><em>Questo reportage è stato pubblicato sulle pagine del settimanale diocesano di Udine con inevitabili questione di spazio perché contenere tutto quello che ci è stato raccontato e trasmesso, quello che abbiamo vissuto nella nostra missione in Bosnia è impossibile. Ho dovuto quindi fare delle scelte, anche per questioni di efficacia. Ad esempio, ho scelto di limitarmi a raccontare Emina, invece, ad accoglierci, c&#8217;era anche Remzija, pure lei – insieme ad Emina – dà sostegno alle persone in movimento sulla rotta balcanica. Vederle ridere insieme è stata una boccata d&#8217;aria, un assaggio dell&#8217;ironia straordinaria dei bosniaci che sanno usare anche mentre ti raccontano storie drammatiche. Ho sempre pensato che questa luminosissima dote sia una loro peculiare forma di ostinata resistenza a tutto quello che di feroce la storia ha messo sul loro cammino. Ed è anche per questo che amo – alla follia – questo popolo e questa terra. E poi c&#8217;era un ragazzo bangladese, di cui, con dispiacere, scopro di non averne appuntato il nome. Della sua presenza lì si dovrebbe scrivere ampiamente: ci ha spiegato che a Zvornik non è arrivato per caso, ma chiamato da un&#8217;azienda, lui come altri parecchi lavoratori. E ha aggiunto: «Certo che l&#8217;Europa resta un grande sogno, ma ho deciso di restare qui in Bosnia. Guadagno indubbiamente meno, ma la mia dignità di persona non viene piegata dalla violenza di un continente che non ci vuole. In futuro chissà magari le cose cambieranno».</em></p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_1/' title='Zvornik_1'><img width="1206" height="543" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Emina (in verde) e Remzija (in rosa)" /></a>
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<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_3/' title='Zvornik_3'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina, Remzija, NIhad e il ragazzo bangladese" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_4/' title='Zvornik_4'><img width="2048" height="1536" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_4.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La missione di Ospiti in arrivo" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_5/' title='Zvornik_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="La Drina vista dall&#039;appartamento di Emina" /></a>

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		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Prima parte &#124; I morti senza nome sulla &#8220;rotta balcanica&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
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		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda)...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la prima parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>I morti senza nome lungo la &#8220;rotta balcanica&#8221;</strong></span></h3>
<p>È un angolo appartato, uno spazio tenuto ben distinto dal resto dell’ampio cimitero. Le tombe, qui confinate, sono poco più di venti. Piccole lapidi scure che danno conto di chi è morto inseguendo un sogno: entrare in Europa e provare a rifarsi una vita lontano da guerre, violenze e miseria. Di queste persone ci è dato sapere pochissimo, l’anno di morte appena. <strong>La sigla “NN” – “no name” – testimonia che di loro, insieme alla vita, è andato perso perfino il nome</strong>. Siamo a Bijeljina, nel nordest della Bosnia ed Erzegovina. A sei chilometri scorre la Drina, il fiume raccontato da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ivo_Andri%C4%87" target="_blank">Ivo Andrić</a> e che segna il confine con la Serbia. È nelle sue acque che sono morte queste persone: migranti che stavano percorrendo la “rotta balcanica”, provenienti sopratutto da Siria e Afghanistan.<br />
«<em>Provano a passare il confine attraversando la Drina. A volte a nuoto, a volte con piccole imbarcazioni messe a disposizione, a poco prezzo, dai trafficanti. Ma il fiume è profondo, la corrente fortissima ed è facile morire annegati. I corpi vengono ritrovati anche a distanza di mesi</em>». A raccontare, dopo essersi brevemente raccolto in preghiera di fronte alle lapidi, è <strong>Nihad Suljić</strong>, attivista che opera a Tuzla, la prima grande città bosniaca dopo il confine con la Serbia. Il suo impegno per le persone migranti è iniziato sette anni fa, quando la città divenne uno degli snodi principali della rotta balcanica. «<em>Da un momento all’altro il flusso di persone si fece imponente</em> – racconta –. <em>Ci trovammo davanti uomini e donne che erano in cammino da mesi e non avevano nulla. Le istituzioni erano completamente impreparate. Ho sentito di dover fare qualcosa, mi sono messo così a distribuire cibo e vestiti alla stazione degli autobus. Un po’ alla volta, attorno a me si è creata una rete di persone, soprattutto donne, mosse dal desiderio di restituire dignità ai migranti</em>». Una dinamica “dal basso”, questa, che caratterizza tutte le rotte migratorie e che si innesta in una più ampia rete internazionale di solidali che tiene insieme associazioni, collettivi e movimenti, anche diversissimi tra loro.</p>
<p>Oggi la situazione è cambiata. A Tuzla i migranti sono pochi, da una parte perché i numeri della rotta balcanica sono in calo, dall’altra perché la militarizzazione dei confini dell’Ue ha fatto aumentare il ricorso ai trafficanti, rendendo le persone in movimento meno visibili e più vulnerabili. L’impegno di Suljić non è venuto meno, ma si è in parte trasformato. <strong>È infatti tra le poche persone che le famiglie dei migranti possono contattare quando perdono le tracce dei propri cari.</strong> «<em>È iniziato tutto per caso, due anni fa</em> – racconta –. <em>Mi telefonò dalla Francia un ragazzo afghano che avevo conosciuto proprio a Tuzla, qualche anno prima. Mi chiedeva aiuto perché stava cercando un giovane del suo villaggio che era scomparso in questa zona</em>». Suljić fa allora girare la foto del giovane disperso, dopo pochi giorni viene contattato dalla Protezione Civile: il corpo era stato ritrovato privo di vita nel fiume. «<em>Quando sono arrivato all’obitorio è stato difficile spiegare la mia posizione ai medici e alla polizia. Non faccio parte di un’istituzione e non sono un familiare</em>». Ma Suljić insiste e – attraverso una videochiamata con la famiglia, alla presenza delle autorità – riesce ad effettuare il riconoscimento ufficiale. «<em>Da allora capita spesso che mi chiamino per casi simili</em>». E mentre lo dice estrae dallo zaino una cartellina piena di foto, alcune sono di ragazzi scomparsi, altre dei corpi ritrovati nella Drina. Guardarle è straziante. Impossibile non pensare che per ognuno di loro c’è una famiglia in attesa di notizie. E di ognuno Suljić ci racconta la storia che è riuscito a ricostruire, lo fa come fossero persone conosciute, persone care.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Identificare le vittime</span></strong></p>
<p>«<em>L’obiettivo</em> – spiega ancora – <em>è provare a identificare le vittime, ma è difficile. Spesso i corpi vengono sepolti velocemente, soprattutto quando vengono ritrovati in Serbia. Manca poi un database del dna, ci stiamo battendo perché venga realizzato. Qui in Bosnia sappiamo per esperienza quanto sia importante, ci ha consentito di identificare i corpi di migliaia di vittime della pulizia etnica degli anni Novanta</em> (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">ne scrivo a questi link</a>). <em>Molte famiglie poi vorrebbero venire di persona, ma non possono ottenere il visto o non hanno la disponibilità economica per affrontare il viaggio</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Una sepoltura dignitosa</strong></span></h5>
<p>Intanto, progressivamente, si sta garantendo ai morti una sepoltura dignitosa. «<em>All’inizio sulle tombe c’era solo un paletto di legno, ma un po’ alla volta, anche grazie alla generosità di tante persone, li stiamo sostituendo con piccole lapidi di marmo. È importante che, anche se privo di nome, resti un segno del passaggio di queste persone sul territorio: non deve essere dimenticato che sono morte “di confine”, tenute ai margini dall’Europa con la violenza</em>».<br />
Visitiamo anche altri cimiteri, a Tuzla e a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zvornik" target="_blank">Zvornich</a>. Ovunque ci sono tombe senza nome. Con qualche eccezione. A <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Loznica_(Serbia)" target="_blank">Loznica</a>, in Serbia, ci raccogliamo attorno a tre lapidi di legno che i nomi li hanno. Due sono vicinissime. «<em>Sono madre e figlia sepolte insieme</em> – spiega Suljić –, l<em>a bambina si chiamava Lana e aveva nove mesi, la sua mamma, Khadijah, vent’anni. La tomba accanto è del papà, Ahmed, 24 anni</em>». Sono tre delle undici vittime dell’<a href="https://www.ilpost.it/2024/08/22/persone-migranti-morte-drina-serbia-bosnia-erzegovina/" target="_blank">incidente più grave avvenuto sulla Drina</a>, nell’agosto del 2024 quando, di notte, si ribaltò un barchino che stava traportando un gruppo di profughi siriani. Khadijah e Ahmed avevano anche altri due figli: sono sopravvissuti e ora vivono in un orfanotrofio a Belgrado.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>I numeri di Missing Migrants</strong></span></h5>
<p><strong></strong>Dei morti lungo le rotte migratorie si parla raramente, solo in occasione di tragedie, come quella di Cutro, nel 2023. Eppure, lo stillicidio è quotidiano. Nel 2014 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha avviato un progetto di monitoraggio, il <a href="http://missingmigrants.iom.int/" target="_blank">Missing Migrants Project</a>. <strong>I suoi numeri sono chiari, morti e dispersi aumentano, nel 2024 il picco più alto: le vittime, sulle rotte di tutto il mondo, sono state 9.191. In Europa almeno 237.</strong> E proprio i fiumi restano una trappola mortale, non solo la Drina, ma anche la Sava, tra Croazia e Bosnia, l’Evros, tra Grecia e Turchia. Nel 2021 una bambina curda di 10 anni morì a due passi da Trieste, nel fiume Dragogna, mentre, insieme a sua madre, stava provando a entrare in Slovenia dalla Croazia (<a href="https://www.annapiuzzi.it/da-dragogna-a-gradisca-si-muore-di-confine/" target="_blank">ne scrivevo qu</a>i).</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>A Trieste</strong></span></h5>
<p>Intanto nomi e volti delle persone scomparse si rincorrono fino a Trieste. In piazza della Libertà – dove i volontari di «Linea d’ombra» danno le prime cure a chi è appena arrivato dalla rotta balcanica – ci sono anche le foto delle persone di cui non si hanno più notizie. «<em>Spesso nell’attesa del pasto che ogni sera viene distribuito</em> – spiega Ismail Swati, mediatore culturale –,<em> le persone si scambiano informazioni proprio su chi hanno incontrato lungo la rotta, anche facendo da tramite con le famiglie che non sanno dove i loro cari si siano persi</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_1/' title='rep_BR_25_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Bijeljina" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_2/' title='rep_BR_25_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Bijeljina. Nihad Suljić insieme a Ospiti in arrivo" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_3/' title='rep_BR_25_3'><img width="1599" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Nihad Suljić in preghiera nel cimitero di Loznica" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_4/' title='rep_BR_25_4'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_4.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Loznica" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_5/' title='rep_BR_25_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Memoriale di Kalesija" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_6/' title='rep_BR_25_6'><img width="1200" height="1600" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Tuzla" /></a>

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		<title>Sbarchi, rotte e &#8220;invasione&#8221;. Qualche numero per fare ordine</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Sep 2023 11:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Amo le parole. E più di tutto mi piace usarle per raccontare le migrazioni a partire dalle storie, dai volti e dai nomi delle persone. Ma...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Amo le parole. E più di tutto mi piace usarle per raccontare le migrazioni a partire dalle storie, dai volti e dai nomi delle persone. Ma amo molto anche i numeri perché – nell’accompagnare le parole e le storie – mettono ordine e aiutano a orientarsi.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"></div>
<div>
<div dir="auto">E allora, dal 1° gennaio 2023 a oggi, 15 settembre, ci sono stati 127.207 “sbarchi”.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Pochi? Tanti? Dipende.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Rispetto allo stesso periodo del 2022 – quando erano stati 66.162 – sono il doppio. Ma se allunghiamo lo sguardo al 2016 le cose cambiano: di sbarchi, al 30 settembre di quell&#8217;anno, se ne registrarono 132.043.</div>
<div dir="auto">Non lo dico io, non lo dicono le Ong, lo dice il Ministero dell’Interno che pubblica quotidianamente questi dati sul suo sito (<a href="https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati" target="_blank">qui</a>, l’ultimo aggiornamento pochi minuti fa).</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">E sulla rotta dei Balcani occidentali?</div>
<div dir="auto">Nel periodo che va da gennaio ad agosto del 2023 c’è stato un calo del 19% dei cosiddetti “attraversamenti illegali”: sono stati 70.550.</div>
<div dir="auto">Anche questo non lo dico io, non lo dicono le ong, ma lo dice Frontex, nel suo bollettino mensile, fresco di pubblicazione (<a href="https://frontex.europa.eu/what-we-do/monitoring-and-risk-analysis/migratory-map/" target="_blank">qui</a>). E sempre Frontex ci ricorda – con un grafico chiarissimo – che su quella stessa rotta gli attraversamenti nel 2016 furono 130.325. L’anno prima addirittura 764.033.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Tutti numeri dunque che aiutano a valutare l’opportunità di parole ed espressioni che sono state impiegate in questi giorni, da “invasione” a “dichiarazione di guerra”.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Il continuo variare dei numeri sulle diverse rotte indica poi – oltre all’evidente peso che hanno le crisi geopolitiche – un fatto che è ben chiaro a chi abbia ascoltato almeno una volta i racconti delle persone in movimento: indietro non si torna mai, se un confine è stato “sigillato” chi ha scommesso tutto su una nuova vita in Europa, cercherà un’altra strada per arrivarci.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Gli stessi numeri pongono però anche parecchie domande. Una su tutte è quella che gira attorno al perché siamo sempre tanto impreparati di fronte ad arrivi che non sono così tanto fuori scala rispetto agli anni precedenti.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">A suggerire qualche risposta è il progressivo smantellamento del sistema di accoglienza messo in atto dal 2018 ad oggi (al riguardo consiglio questo articolo di Duccio Facchini su <a href="https://bit.ly/44WuzLv" target="_blank">Altreconomia</a>).</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Fatto sta che se nell’immaginare il futuro si è privi di coraggio e di visione (come lo siamo da ben prima del 2018), non si può che restare schiacciati in un eterno e convulso presente, fatto di emergenze e il cui unico orizzonte è il consenso o la prossima tornata elettorale.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Nella foto, migranti sulla &#8220;rotta balcanica&#8221;, a Bihac, 2018.</div>
</div>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Božidar Stanišić e le radici nel Paese che non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade al di fuori del bel paese. Figurarsi l’avere a cuore quanto quegli accadimenti lasciano, come un solco, nella vita degli altri. Ad aprile saranno 30 anni dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina e il 2022 si apre, per il Paese dei Balcani occidentali, con minacciose inquietudini che fanno scricchiolare la sua fragile struttura. Eppure la memoria di quella che per noi fu una “guerra in casa” l’abbiamo archiviata e, allo stesso tempo, abbiamo smesso di curarci di quanto, ancora, il senso di sradicamento abiti la vita delle migliaia di famiglie che lasciarono la Bosnia per trovare rifugio in Europa, tantissime anche in Friuli.</p>
<p>A mostrarcelo con lucidità e dolcezza – accompagnate dalla sua inconfondibile ironia – è, ancora una volta, <strong>Božidar Stanišić</strong>, da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, <a href="https://marottaecafiero.it/le-zanzare/286-la-cena-9788831379380.html" target="_blank">La cena</a> (Marotta&amp;Cafiero), il cui sottotitolo è decisamente eloquente: «Avanzi dell’ex-Jugoslavia». Classe 1956, nato a Visoko, Stanišić è stato docente di letteratura in un liceo di Maglaj (nel nord della Bosnia) fino al 1992, quando – rifiutando di schierarsi e opponendosi alla violenza del conflitto –, fuggì dalla guerra civile. Da allora vive in Friuli, a Zugliano. Con una scrittura pulita, diretta e incalzante, Stanišić porta i lettori nella vita di personaggi non solo efficaci, ma anche tratteggiati in maniera da farceli via via diventare familiari, grazie alla sua straordinaria arte di raccontare che affonda le radici nei classici della letteratura slava, da Ivo Andrić a Danilo Kiš, passando per Meša Selimović.</p>
<p>Le storie narrate sono quelle di gente che se ne va, senza ritorno, la cui esistenza è attraversata, da un giorno all’altro, da un confine che resterà per sempre, quello che segna la vita “di qua e di là”. Uomini e donne che nel ricostruire e ricominciare, trasmettono – senza volerlo – il proprio trauma anche ai figli. Non a caso in «La penna dell’uccello inquietudine», uno dei cinque racconti che compongono il libro, è Drenka, la figlia più piccola di una coppia di immigrati bosniaci, nata e cresciuta in Italia, a trovarsi spiazzata da una pioggia di domande: «<em>[…] fui sorpresa da un’idea: quale sarebbe stata la loro e la mia vita se non ci fosse stata la guerra in Bosnia? Da che cosa era nata quell’idea, da quale recesso dentro di me, e perché proprio quella notte? Perché ci sono domande che si addormentano in noi come i dormienti stregati di una vecchia fiaba?</em>».</p>
<p>Le cinque storie pur diverse tra loro, soprattutto ambientate in luoghi differenti (da Milano a Toronto), hanno tratti e vissuti che le accomunano, a partire dalle voci narranti che sono quelle dei figli impegnati a dar conto di genitori ancora legati alla terra di origine, che parlano il serbo-croato-bosniaco, vivono l’esperienza della diaspora, affannati a rincorrere una lingua che non padroneggiano del tutto e lavori precari non rispondenti certo a quelli che facevano nelle proprie vite precedenti, in un Paese, la Jugoslavia, che oggi non c’è più.</p>
<p>Cinque storie generose che emozionano e fanno riflettere, ma strappano anche più di qualche sorriso (divertentissimo il contesto del primo racconto «La cena»), perché, lo abbiamo già detto, l’ironia è cifra stilistica di Stanišić. Non da ultimo, si tratta di un libro la cui lettura è accompagnata da una veste grafica inusuale e davvero bella, in cui si alternano immagini, suggerimenti musicali di ascolto (seguiteli!) e pagine dal fondo nero e i caratteri bianchi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2097" alt="la_cena_int" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>Insomma, Stanišić ci offre l’occasione per scoprire una giovane casa editrice indipendente, la <a href="https://marottaecafiero.it/" target="_blank">Marotta&amp;Cafiero</a>. Realtà che pubblica libri completamente ecologici, ma sopratutto che ha base nel difficile quartiere di Scampia, a Napoli, e che è stata dedicata al cugino dei titolari, Antonio Landieri, vittima innocente di camorra: un ragazzo disabile di 25 anni ucciso per errore, proprio a Scampia, durante una faida tra clan. Il loro motto? «<em>Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Božidar Stanišić/ La cena / Marotta&amp;Cafiero / 242 pagine / 15 euro</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Recensione pubblicata sull&#8217;edizione del 4 gennaio 2022 del settimanale diocesano di Udine.</p>
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		<title>Da Dragogna a Gradisca, si continua a morire &#8220;di confine&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 16:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È un tempo di Avvento, quello che stiamo attraversando, in cui è ben poca la luce che ci accompagna. A scandire i giorni – e nemmeno ce ne accorgiamo – sono invece il dolore e la morte che si raggrumano densi tra le maglie strette del confine orientale, togliendo il respiro a quel che resta della nostra umanità. Giovedì scorso una bambina di 10 anni – 10 appena – è morta affogata tra le acque gelide del fiume Dragogna, lungo il confine istriano tra la Slovenia e la Croazia. Era una bimba curda che insieme alla sua famiglia stava inseguendo, lungo la “rotta balcanica”, il sogno di una vita migliore, fatta di diritti e di dignità, che confidava di trovare in Europa. E invece in Europa ha trovato solo porte chiuse e la morte che l’ha strappata alla vita mentre era aggrappata alle spalle della sua mamma che – insieme agli altri tre figli – tentava disperatamente di attraversare il fiume (<a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Slovenia/Morire-al-confine-214618" target="_blank">qui un articolo di Osservatorio Balcani</a>).</p>
<p>Che ne sarà di loro adesso, loro che sono sopravvissuti? Difficile dirlo, hanno fatto richiesta di asilo, ma potrebbero essere rispediti indietro, in Bosnia, lungo la “rotta balcanica”. O forse – come già per altro accaduto ad altre famiglie – potrebbero essere divisi: i minori affidati ai servizi sociali, la madre, invece, espulsa. È questa la quotidianità feroce e disumana del confine europeo. Basti pensare che neanche un mese fa – il 19 novembre – un bimbo siriano di poco più di un anno è morto di freddo nei boschi al confine tra Polonia e Bielorussia, ma ce ne siamo già dimenticati.</p>
<p>E non sono queste storie isolate. Anzi, tutt’altro: la rete transnazionale di attivisti che ogni giorno soccorre e denuncia l’indicibile, dà conto non solo della situazione terribile in cui versano migliaia di persone – e tra loro sono tantissimi i bambini –, ma anche delle efferate violazioni dei diritti umani compiute dalle polizie di confine, in particolare quella croata (ben equipaggiata dall’Unione Europea) che, prima di rispedire in Bosnia i migranti che hanno tentato di entrare in Europa, si premura di picchiarli e spogliarli di tutto. Trattamento riservato anche a uomini e donne afghani per i quali, solo ad agosto, provavamo tanta umana vicinanza, sentimento ormai inghiottito da altre urgenze.</p>
<p>Ma in questo tempo di Avvento si muore “di confine” non solo lungo la rotta, ma anche qui, in Friuli. Neanche una settimana fa un uomo di origine marocchina (ad oggi sappiamo solo che il suo nome inizia per R) si è ammazzato al Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Gradisca: quella stessa struttura in cui l’anno scorso sono morti Vakhtang Enukidze, georgiano, e Orgest Turia, albanese. Una notizia, quella del suicidio di R., accolta dalla più totale indifferenza e che la maggior parte dei media non ha nemmeno dato. Eppure questi luoghi di detenzione dovrebbero interrogarci dal momento che la cronaca ci dà conto della morte in contenzione – appena pochi giorni prima, al Cpr di Ponte Galeria (a Roma) – di <a href="https://www.meltingpot.org/2021/12/morte-wissem-abdel-latif-il-sistema-di-accoglienza-a-cura-in-italia/" target="_blank">Wissem Ben Abdellatif</a>, mentre al Cpr di Torino (travolto da un’inchiesta giudiziaria) sarebbero oltre 60 i tentativi di suicidio in appena due mesi. <a href="https://nofrontierefvg.noblogs.org" target="_blank">Domenica 19 dicembre alle 14.30 ci sarà un presidio fuori dal Cpr</a>.</p>
<p>Per fortuna però non c’è solo silenzio, mentre il giornale va in stampa, martedì 14 dicembre, a Trieste in piazza Libertà, ribattezzata «Piazza del Mondo» (dove i volontari di Linea d’Ombra ogni giorno prestano cure a chi giunge in città dalla “rotta balcanica”), prende vita «Il cammino della speranza». Si tratta di un’iniziativa promossa da una vasta rete di associazioni e movimenti: una staffetta in otto tappe – dal confine orientale di Pesek a quello occidentale di Oulx in Val di Susa – sulle orme delle persone migranti per affrontare il tema della “rotta balcanica” e iniziare a muoversi e non solo a commuoversi. Una traversata simbolica, che impegnerà, fino al 22 dicembre, una cinquantina di atleti e coprirà 800 chilometri. Sono loro a correre, ma la responsabilità di fare luce e dissipare il buio del tempo presente è nelle mani di ognuno e di ognuna di noi. <b><br />
</b></p>
<p>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine di mercoledì 15 dicembre 2021.</p>
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		<title>L&#8217;Afghanistan che è qui. Nella piazza del mondo con Linea d&#8217;ombra</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 05:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Afghanistan ci interroga. Ma non da oggi. E soprattutto, non da lontano. Stando all’Istat, infatti, sono 1113 gli afghani accolti in Friuli Venezia Giulia, ma chi ogni...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’Afghanistan ci interroga. Ma non da oggi. E soprattutto, non da lontano.</p>
<p>Stando all’Istat, infatti, <a href="https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2021/08/fvg-accoglienza-afghani-fvg-primato-italiano-690a2ae7-1e4d-4116-8368-cb58260a2033.html" target="_blank">sono 1113 gli afghani accolti in Friuli Venezia Giulia</a>, ma chi ogni giorno si occupa di migrazioni sa bene che i numeri di coloro che attraversano il territorio regionale per raggiungere Francia, Germania e il Nord Europa sono ben più alti. Persone in fuga da un Paese in cui – nonostante le promesse di futuro – la vita si è fatta insostenibile.</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Nella &#8220;piazza del mondo&#8221;</span></strong></h4>
<p>È giovedì 19 agosto, sono le cinque del pomeriggio e come ogni giorno dalla fine del 2019, a Trieste – davanti alla stazione ferroviaria –  scendono in piazza Libertà Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi e il loro carrettino verde.</p>
<p>Niente di nuovo. È ormai storia risaputa, curano i piedi di uomini e donne che arrivano dalla “rotta balcanica”. Eppure guardare quei gesti è sempre come la prima volta: si viene travolti da un senso profondo di gratitudine perché quelle mani non curano soltanto i migranti, curano anche noi, restituendoci l’umanità che come società abbiamo smarrito. E infatti la loro associazione – <a href="https://www.lineadombra.org" target="_blank">Linea d’ombra</a> – riempie un vuoto di prima accoglienza che in una terra come la nostra non dovrebbe essere tollerato, ma ammettere che serve una struttura per i migranti in transito rimane un tabù.</p>
<p>Lorena e io ci siamo sentite il giorno prima. Sono qui per guardare, ascoltare e raccontare, ma mi avverte subito: non ha molto tempo da dedicarmi, è alle ferite dei ragazzi che deve pensare. E io non chiedo altro, è questo che sono venuta a documentare. Tutto di lei trasmette l’appassionata e radicale ostinazione che la attraversa: gli occhi magnetici che ti osservano guardandoti e vedendoti davvero, la calma risoluta di ogni suo gesto e di ogni sua parola.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Afghani in transito</span></h4>
<p><img class=" wp-image-2032 alignnone" style="caret-color: #000000; color: #000000;" alt="LDO_TS_5" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_5.jpeg" width="1024" height="683" /></p>
<p>I ragazzi che la aspettano (una decina) sono tutti afghani. Hanno sui 18-19 anni e sono partiti dal loro Paese almeno due anni fa, uno di loro, addirittura cinque. Tutti hanno provato il <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-migliaia-in-condizioni-disumane-a-4-passi-da-noi/" target="_blank">“game”</a> una decina di volte. Un ragazzo originario di Kunduz racconta di essere stato respinto anche a Trieste: realizzo di avere davanti a me – con un volto, un nome e una storia – una delle 1300 persone che hanno subito la pratica illegale delle cosiddette <a href="https://www.asgi.it/notizie/riammissioni-informali-e-violazione-del-diritto-di-asilo/" target="_blank">“riammissioni informali”</a> dall&#8217;Italia alla Slovenia di cui tante volte ho scritto.</p>
<p>Sono sfiniti, affamati, feriti, per quindici giorni hanno camminato – dalla Bosnia a Trieste – nei boschi, accompagnati dalla costante paura di essere fermati. Nei loro occhi non c’è solo la fatica, ci sono incredulità e felicità per avercela fatta ad entrare in Europa. C’è la preoccupazione – raccontano – per le notizie che arrivano dal loro Paese, l’angoscia per le proprie famiglie è grande. Ora però si affidano a Lorena, alla sua premura, alle sue cure. E lei mentre disinfetta, massaggia, lenisce, li guarda negli occhi e chiede ad ognuno qual è la sua storia.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_2.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2028" alt="LDO_TS_2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_2.jpeg" width="1024" height="683" /></a></p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>Attorno a Linea d&#8217;ombra</strong></span></h4>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_4a.jpeg"><img class="alignnone  wp-image-2031" alt="LDO_TS_4a" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_4a.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Intanto attorno a loro si muove un mondo operoso. C’è <strong>Nomi</strong>, pakistano, arrivato in Italia nel 2016, che dà una mano facendo da ponte linguistico e culturale. C’è <strong>Ismail</strong>, pakistano pure lui, che fornisce informazioni legali e pratiche nell’ambito di un progetto della chiesa valdese, spiega come si arriva a Ventimiglia e a chi possono chiedere aiuto: «<em>Gran parte degli afghani che passano di qua</em> – mi spiega – <em>sono diretti in Francia o in Nord Europa, questi ragazzi non fanno eccezione, solo uno di loro vuole raggiungere Milano dove ha un amico che lo può ospitare</em>». Arriva poi <strong>Erika</strong> insieme ad altre due donne, dal magazzino hanno portato degli zaini, dentro ad ognuno ci sono scarpe nuove per sostituire quelle logore dei ragazzi, una maglietta e altri beni di prima necessità. C’è poi chi vuole documentare e denunciare la drammatica situazione dei migranti e far conoscere il prezioso lavoro di Linea d’ombra, come <strong>Elisa</strong>: è originaria di Mestre, ma vive e lavora a Valencia, sta trascorrendo qui, a Trieste, le vacanze con uno scopo ben preciso, ogni giorno con la sua Leica scatta fotografie e raccoglie storie nella “piazza del mondo”. Più in là un gruppetto di persone chiede e osserva, vogliono capire come poter dare un aiuto concreto: sorrido, il mondo è piccolo, tra loro c’è anche la scrittrice gemonese <strong>Mila Brollo</strong>.</p>
<div id="attachment_2039" class="wp-caption alignnone" style="width: 1034px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_12.jpeg"><img class=" wp-image-2039" alt="LDO_TS_12" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_12.jpeg" width="1024" height="683" /></a><p class="wp-caption-text">Ismail (a destra) insieme a uno dei ragazzi afghani appena arrivati</p></div>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">L&#8217;Afghanistan che è qui </span></strong></h4>
<p>Parlo con Lorena e Gian Andrea, di quello che sta accadendo in Afghanistan: «<em>Leggiamo ovunque disponibilità ad accogliere</em> – mi dicono –, <em>porte che si aprono, dichiarazioni a salvare chi ha collaborato. E tutti quelli che non hanno collaborato? Possono morire? E chi vive nei campi profughi della Bosnia, a Bihać e a Velika Kladuša, o chi tenta il “game” e viene rispedito indietro con violenza inaudita dalla polizia croata o respinto dall’Italia stessa? L’Afghanistan é qui alle nostre porte di casa, ma i confini di terra sono ferocemente protetti dai milioni di euro che l’Europa ha speso in “sicurezza” con droni, cani d’assalto, termo rilevatori, filo spinato. L’Afghanistan non è solo là, é qui, ma i confini restano blindati</em>».</p>
<p>Lorena prosegue raccontandomi di due madri afghane che ha incontrato il 30 luglio proprio nei campi profughi di Bosnia (<a href="https://www.lineadombra.org/2021/08/11/21-viaggio-bosnia/" target="_blank">qui il resoconto della missione</a>): «<em>Erano disperate, durante l’ultimo “game”, a marzo, i loro bambini sono stati presi dalla polizia croata e portati in una struttura per minori stranieri non accompagnati. Le madri e i padri catturati, spogliati di ogni bene, separati dai figli, ricacciati in Bosnia. Questa é l’Europa delle missioni umanitarie in Afghanistan</em>».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>I numeri dell&#8217;Ispi e la nota del Garante</strong></span></h4>
<p>A evidenziare – numeri alla mano – le contraddizioni delle dichiarazioni d’intenti non sono solo attivisti e associazioni, nei giorni scorsi, ad esempio, lo aveva fatto anche Matteo Villa dell’Ispi osservando come negli ultimi 12 anni, l&#8217;Europa ha negato asilo a 290 mila afghani: 46 mila avevano meno di 14 anni, tra cui 21 mila bambine; 25 mila avevano tra i 14 e i 17 anni (tra cui 4 mila ragazze) e 30 mila erano donne adulte. Tre quarti di loro sono ancora in Europa (<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-leuropa-al-varco-31382" target="_blank">qui lo speciale &#8220;Afghanistan: l&#8217;Europa al varco&#8221;</a>).</p>
<p>Intanto il <strong>Garante nazionale delle persone private della libertà personale</strong> invita le autorità italiane a «<em>interrompere a tempo indeterminato e immediatamente qualsiasi allontanamento di persone, anche indiretto, verso l’Afghanistan</em>»  In base ai dati raccolti dal Garante – si legge nella nota (<a href="https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/it/dettaglio_contenuto.page?contentId=CNG11904&amp;modelId=10021" target="_blank">qui integrale</a>) –, tra il primo gennaio e il 30 aprile 2021, non si registrano rimpatri forzati di cittadini afghani dall&#8217;Italia, mentre sono quattro le persone respinte in frontiera verso l’Afghanistan e sei, tra cui tre donne, quelle riammesse in Slovenia. Sei sono transitati da Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Più allarmanti i dati del 2020: è stato realizzato il rimpatrio forzato di un cittadino afghano, sette persone sono state respinte in frontiera verso l’Afghanistan e 327, tra cui quattro 4 donne, sono state riammesse in Slovenia. Cinque sono transitati per Cpr. «<em>È necessario un ripensamento urgente dell’attività di controllo delle frontiere nei confronti dei cittadini afghani e una riorganizzazione complessiva delle politiche di accoglienza anche a livello europeo specie per quanto riguarda la cosiddetta rotta balcanica</em>».</p>
<p>Chi volesse aiutare Linea d’ombra <a href="https://www.lineadombra.org/#sostienici" target="_blank">trova qui tutte le informazioni</a>.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_16.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2044" alt="LDO_TS_16" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_16.jpeg" width="1024" height="683" /></a></p>
<div id="attachment_2046" class="wp-caption alignnone" style="width: 1034px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_18.jpeg"><img class=" wp-image-2046" alt="LDO_TS_18" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_18.jpeg" width="1024" height="683" /></a><p class="wp-caption-text">Elisa e Lorena</p></div>
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		<title>Nella voce di Ajla le tante donne in fuga dalle guerre dei Balcani</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1981" alt="caserma pasubio 2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2-1024x682.jpg" width="352" height="233" /></a>Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere tregua solo quando abbiano trovato forma compiuta sulla pagina scritta. È successo a <strong>Maria Silvia Bazzoli</strong> – giornalista, documentarista e ora scrittrice – che allo scoppio delle guerre nell’ex-Jugoslavia seguì le vicende dei profughi e della loro accoglienza in Italia, soprattutto a Cervignano, nell’ex caserma Monte Pasubio (<em>le foto qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del <a href="https://www.facebook.com/ciocherimane" target="_blank">Ciò che rimane</a></em>). Sono innumerevoli le testimonianze che raccolse lì, tra le donne in fuga da un conflitto che – come altrove, del resto – aveva fatto del loro corpo un campo di battaglia, attraverso lo stupro etnico e violenze indicibili. Quella miriade di frammenti ora si ricompone in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/s-confini/la-voce-di-ajla" target="_blank">«La voce di Ajla»</a>, il romanzo d’esordio di Bazzoli, pubblicato dalla Forum editrice nella collana (s)confini (<a href="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" target="_blank">qui il podcast con l&#8217;intervista radiofonica a Maria Silvia Bazzoli per Radio Spazio</a>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1984" alt="pasubio 3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg" width="960" height="466" /></a></p>
<p>Le due protagoniste – Ajla e la figlia Alina – hanno “inseguito” l’autrice per anni, il lettore le incontra in una Parigi imbiancata dalla neve (elemento ricorrente nella narrazione), alle prese con la memoria: «Parigi ovattata sotto la neve assomiglia a un acquario dove galleggiano volti e immagini, e io… io mi ci trovo a nuotare disorientata, sopraffatta dai ricordi che non volevo» spiega Alina all’amica Hellen. Ajla si trova in ospedale, sprofondata in uno stato di catalessi, inspiegabile per i medici. Alina – ricamatrice, affermata fiber artist – è appena rientrata da New York per assistere la madre del cui passato non sa nulla, per lei dunque è giunto il tempo di riannodare i propri ricordi con la storia di Ajla.</p>
<p>Inizia così un dialogo che viene concesso e affidato, nella sua interezza, solo al lettore perché Ajla racconta, ma la sua voce è muta. Ad Alina dunque toccherà intuire, raccogliere indizi e scavare nel passato. Il suo è il destino che accomuna tantissimi giovani, i cosiddetti “figli della guerra” che – nei Balcani e in tutta Europa – hanno scelto di scoprire le proprie radici per quanto dolorose, ma indispensabili per ricomporre la propria identità.</p>
<p>È – quello di Alina – uno scavare che però restituisce molto anche a noi, perché, come società, abbiamo archiviato in fretta quella parentesi della storia europea che coinvolse così da vicino il nostro territorio. Un indagare che ci dà conto, per altro, della difficoltà che quelle donne affrontarono per ricostruire la propria vita: grazie ai ricordi di Alina scopriamo, infatti, che le due protagoniste vissero i primi anni a Parigi in strada, in estrema povertà. Ma è proprio quel guardare il mondo dal basso, dal marciapiede, che dona ad Alina la capacità di sentire nel profondo l’umanità di chi incontra.</p>
<p>Tutto questo ci viene consegnato da una scrittura ricca, dal passo poetico, che però non edulcora nulla, anzi, quando deve dire la violenza, si fa diretta, scarna ed essenziale.</p>
<p>«La voce di Ajla» è un libro importante, arrivato in libreria proprio nei giorni in cui ricorrono <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-venticinque-anni-dopo-gli-Accordi-di-Dayton-206686" target="_blank">i 25 anni dagli accordi di Dayton</a> – che sancirono una pace sempre in bilico e la definitiva divisione etnica della Bosnia –, a un quarto di secolo (celebrato a luglio) dall’eccidio di Srebrenica in cui, sotto gli occhi di un’Europa inebetita, furono ammazzate ottomila persone.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1988" alt="479" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg" width="850" height="479" /></a></p>
<p>A firmare la postfazione è poi un’autrice che meglio di altri ha analizzato le vicende dei Balcani, <strong>Nicole Janigro</strong>. Infine, più che indovinata l’evocativa immagine di copertina: uno scatto tratto dalla serie «Il sogno delle cose» di <strong>Ulderica Da Pozzo</strong>, anche lei capace come poche di tessere, per immagini, le storie delle donne.</p>
<p><em>Maria Silvia Bazzoli / La voce di Ajla / Forum / 192 pagine, 16, 50 euro</em></p>
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		<title>Il prezioso esordio letterario di Bronja Žakelj</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Oct 2019 14:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci dà ben poche alternative Bronja Žakelj. Semplicemente – con la sua scrittura avvolgente e una storia densa di vita – ci cattura, tenendoci inchiodati alla...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci dà ben poche alternative <strong>Bronja Žakelj</strong>. Semplicemente – con la sua scrittura avvolgente e una storia densa di vita – ci cattura, tenendoci inchiodati alla lettura, proprio fino all’ultima parola che nelle pagine del suo libro è custodita per noi.<br />
Si legge, dunque, tutto d’un fiato «Il bianco si lava a novanta», l’ennesimo ottimo titolo che la Bottega Errante ha appena pubblicato nella collana «Estensioni», tradotto da Michele Obit. Arriva così in Italia l’esordio della scrittrice slovena che, in patria, è stato un autentico caso editoriale: dalla sua uscita, nel settembre 2018, è andato in ristampa cinque volte e ha vinto il «Premio Kresnik» 2019, il più importante riconoscimento letterario sloveno.<br />
La narrazione – interamente autobiografica – si dipana tra gli anni Settanta e Novanta. Sullo sfondo la Jugoslavia prima e la Slovenia poi. Un tuffo in un passato recente, ma che sembra lontanissimo: ci sono i jeans comprati a Ponterosso, le Filter 57, Vucko e le olimpiadi invernali di Sarajevo 84. E ci sono, naturalmente, Tito e poi la sua assenza.<br />
A raccontarci la vita nel quartiere Vojkova, a Lubiana, è una Bronja bambina che si rivolge a sua madre, Mita. Quella voce infantile, che all’inizio dà conto del mondo degli adulti, cresce di pagina in pagina e diventa – senza che quasi ce ne accorgiamo, grazie a una non banale padronanza di registri – la voce di una ragazza e infine di una donna, irrobustendosi via via della consapevolezza di sé. La storia che ci consegna è quella di una perdita che fa da spartiacque nella vita di una famiglia. Mita, infatti, muore: «Mi pare di sognare, perché fuori è un giorno come tutti gli altri. La gente va al negozio all’angolo e poi ne esce. Davanti alla scuola i ragazzi giocano a pallone, litigano. Nessuno sa che sei morta, nessuno sa che sono rimasta senza di te» dice Bronja incredula.<br />
E poi c’è la lotta feroce per sopravvivere al cancro, ma senza i riferimenti che ognuno in quella battaglia dovrebbe avere accanto. È molto il dolore addensato in questo romanzo, ma ci sono anche ironia e una speranza luminosa, un inno alla vita che ostinatamente lo attraversa. E poi c’è la bellezza dei legami, quelli antichi, come ad esempio con Dada, e quelli inattesi.<br />
Bronja Žakelj sarà a Gorizia il 31 ottobre nell’ambito della rassegna «Il libro delle 18.03», alla Formedil, in via del Montesanto 131/42.<br />
<strong><em>Bronja Žakelj, «Il bianco si lava a novanta», Bottega Errante Edizioni, 277 pagine, 17 euro.</em></strong></p>
<p>Pubblicato sull&#8217;edizione del 9 ottobre 2019 del settimanale «La Vita Cattolica»</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1818" alt="IL-BIANCO_COP-03" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03-665x1024.jpg" width="635" height="977" /></a></p>
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		<title>Bosnia, migliaia di persone in condizioni disumane, a 4 passi da noi</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Dec 2018 22:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
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		<description><![CDATA[Ha 9 anni Arash e viene dall’Afghanistan. Mi racconta – in un inglese perfetto e guardandomi con i suoi occhi nerissimi – che con lui ci...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>Ha 9 anni Arash e viene dall’Afghanistan. Mi racconta – in un inglese perfetto e guardandomi con i suoi occhi nerissimi – che con lui ci sono i due fratellini più piccoli e la mamma. Ha lo zaino in spalla. Gli chiedo dove sta andando. «A provare “the game”» risponde. Mi toglie il fiato. Incrocio lo sguardo di sua madre, non ci siamo mai viste prima. Non ci vedremo mai più. È questione di un istante, mi abbraccia, stringe forte e mi sussurra piano «<em>pray for us</em>»: prega per noi. Siamo a Bihać, in Bosnia Erzegovina, a ridosso del confine croato, ad appena quattro ore da Udine. In questa cittadina – stando ai dati dall’Oim, l’<a href="https://italy.iom.int/" target="_blank">Organizzazione internazionale per le Migrazioni</a> – sono tra i 4 e i 5 mila i profughi ammassatisi nella speranza di poter entrare in Europa. Sono poco meno più su, a Velika Kladuša. È questo «<em>the game</em>», il tentativo di attraversare la frontiera con la Croazia e poi con la Slovenia e arrivare in Germania. Le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno: la polizia croata picchia duro, indiscriminatamente uomini, donne e bambini. L’Europa, per lo più, fa finta di non vedere. Ho incontrato Arash e sua madre in un campo profughi allestito dall’Oim all’interno di un’ex fabbrica della Gorenje, dove vivono mille persone: qualcuno nelle tende, i più fortunati dentro piccoli container. Quasi 200 i bambini, anche piccolissimi.</div>
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<div>Mi trovo qui al seguito di <a href="https://www.oikosonlus.net" target="_blank">Oikos</a>, onlus udinese che sta portando degli aiuti: due furgoni zeppi di vestiti e coperte donati dai friulani. Solo due settimane prima hanno fatto lo stesso i volontari di «Ospiti in arrivo». Segno che – per fortuna – sono ancora in molti ad avere a cuore il destino di un’umanità dolente che scappa da guerre e miseria.</div>
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<div>Adissa, la responsabile Oim del campo, spiega come – assieme ad altre realtà dalla Croce Rossa ad Ispia-Acli – si cerchi di dare sollievo a queste persone: «<em>Il nostro primo pensiero sono i minori, ma la situazione è difficile</em>». Nonostante si sia al coperto fa freddo, ha già nevicato. Non ci sono finestre e anche in pieno giorno si resta in una semi oscurità. Ci spiegano che sono previsti dei lavori per migliorare la situazione. Altrove le condizioni sono diverse, migliori a Cazin, dove le persone sono ospitate in un albergo. Decisamente peggiori a «Borici». Qui, in uno stabile abbandonato e fatiscente, sopravvivono oltre 700 profughi, senza luce, ammassati per terra o in piccole tende di fortuna. La nostra presenza suscita il desiderio di raccontarsi. Vengono da Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq e Siria. Sono presenti anche degli eritrei, sono in cammino da oltre un anno. Ahmed ha 27 anni, pakistano, prende la parola per tutti: «Spiega – mi dice – che anche noi siamo esseri umani. Chiediamo solo di poter vivere in pace, con dignità». Mi portano dentro lo stabile. Faccio le scale nel buio. Mi passano accanto, con lentezza, corpi infagottati nelle coperte, intirizziti dal freddo. L’odore è acre. Mi affaccio in stanzoni senza vetri alle finestre, ovunque abiti appesi ad asciugare. Per terra qualche branda e piccole tende. Le persone attendono di poter riprovare «the game». Non riesco a togliermi di dosso il pensiero di essere nella perfetta raffigurazione dell’inferno dantesco. I ragazzi mi mostrano le ferite inferte dalla polizia croata e i telefonini spaccati, l’unico collegamento con le loro famiglie.</div>
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<div>L’altra zona calda è Velika Kladuša, più a nord. Qui i campi sono per lo più informali, il più grande viene chiamato «la palude»: non serve aggiungere altro. Da pochissimi giorni è stata avviata l’accoglienza all’interno dell’ex fabbrica Miral. La visitiamo, ma l’Oim non ha gran voglia di parlare. C’è stato un pesante braccio di ferro con il Comune. Una ragazza iraniana mi ferma e mi racconta della polizia croata: a suon di botte le hanno fatto perdere il bambino che aveva in grembo.</div>
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<div>Alla disumanità di un mondo che resta a guardare con indifferenza e che, anzi, alza confini e barricate, risponde però un’umanità generosa. Sono tanti i volontari arrivati qui da tutt’Europa. Conosciamo Petra, austriaca, è giovanissima e ha una cascata di treccine. È arrivata mesi fa per dare una mano con alcuni amici. Hanno messo su un piccolo magazzino per la distribuzione di vestiti e una «cucina sociale». Prima di partire vogliamo salutarla. È sotto una tettoia, poco distante dal magazzino: un presidio improvvisato. Con altri ragazzi, infatti, sta medicando i piedi di alcuni profughi, mesi di cammino, il gelo e le botte hanno lasciato il segno. Torniamo verso casa con il cuore sottosopra  e in testa le parole di Adissa: <em>«È normale che la gente abbia paura, lo capisco. Dobbiamo promuovere l’incontro, raccontare il bene, così anche gli altri potranno scoprire, come me, quanto meravigliose sono queste persone</em>».</div>
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<div>Lunedì 3 dicembre alle 20 al Circolo Arci Misskappa di via Bertaldia, a Udine, «Ospiti in arrivo» racconterà, assieme a Petra e ad altri volontari, l’esperienza in Bosnia.</div>
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<div><em>Pubblicato su «La Vita Cattolica» di mercoledì 28 novembre 2018 (<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/12/reportage_bosnia.pdf" target="_blank">qui la pagina in pdf</a>).</em></div>
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