<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Anna Piuzzi</title>
	<atom:link href="http://www.annapiuzzi.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.annapiuzzi.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 26 Apr 2026 13:01:37 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.6</generator>
		<item>
		<title>«E ancora chiediamo perdono»: intervista con Loris De Filippi, di ritorno da Gaza</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/e-ancora-chiediamo-perdono-intervista-con-loris-de-filippi-di-ritorno-da-gaza/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/e-ancora-chiediamo-perdono-intervista-con-loris-de-filippi-di-ritorno-da-gaza/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 12:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri alla radio]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2511</guid>
		<description><![CDATA[«Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris.png"><img class="alignright size-medium wp-image-2514" alt="copertina_loris" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris-215x300.png" width="215" height="300" /></a>«<em>Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non mi interessano le narrazioni epiche dell&#8217;umanitario in prima linea, quelle che scivolano nel culto dell&#8217;eroismo individuale. Ho sempre cercato di stare un passo indietro, come insegnava don Milani a Barbiana: “Fare strada ai poveri senza farsi strada”. Quel passo indietro, oggi, lo rivendico come scelta politica. […] Ma a Gaza accade qualcosa di diverso. Gaza impone un&#8217;eccezione. Questo libro esiste perché in questa guerra asimmetrica – o meglio, in questa punizione collettiva documentata da ogni organismo umanitario – non c&#8217;è stato spazio per i giornalisti stranieri. Non c&#8217;è stato spazio per filmare o raccontare liberamente. Ci sono stati solo silenzi e censure. E quando il silenzio diventa assoluto, chi cura deve anche testimoniare</em>». Scrive così <strong>Loris De Filippi</strong> nelle primissime pagine di <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><strong><em>E ancora chiediamo perdono</em></strong></a> (Mondadori), intenso e necessario libro, da pochissimi giorni in libreria.</p>
<p>Friulano, infermiere di formazione, De Filippi lavora da trent’anni come operatore umanitario in contesti di crisi, conflitti armati ed epidemie. Nell’ultima missione ha prestato servizio come Health Specialist per Unicef a Gaza, dove si è occupato del supporto alle cure pediatriche con particolare attenzione alle unità di terapia intensiva neonatale. Per altro, tra le tante realtà per cui ha lavorato, è stato presidente di Medici Senza Frontiere Italia e direttore delle operazioni di MSF Belgio, contribuendo alla definizione delle strategie globali dell’organizzazione. Da pochi giorni è rientrato in Italia, ieri è stato a Radio Spazio per raccontarci del suo libro, ma soprattutto per tenere accesi i riflettori su Gaza di cui oggi, purtroppo, si parla pochissimo.</p>
<p>Se volete ascoltarci, a <a href="https://www.spreaker.com/episode/17-04-2026-e-ancora-chiediamo-perdono-con-loris-de-filippi--71361688" target="_blank">questo link trovate la puntata in podcast di Libri alla radio</a>.</p>
<p>Se preferite leggerci, ecco qui di seguito l’intervista.</p>
<p><strong>Loris, nell&#8217;introduzione a <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><em>E ancora chiediamo perdono</em></a>, sottolinei il fatto di esserti fin ora tenuto alla larga dall’idea di scrivere un libro, tanto più un libro con una forte componente autobiografica. Gaza invece ha meritato un’eccezione, è stata un’urgenza.</strong></p>
<p>«Sì, per due ragioni. La prima è legata al fatto che i giornalisti internazionali non sono potuti entrare a Gaza in alcun modo. Già questo è un segno della diversità che caratterizza questo conflitto. La seconda ragione è che i colleghi Gazawi, con cui ho lavorato in questi mesi – persone peraltro splendide –, mi hanno chiesto di portare la loro voce fuori da Gaza, credo che il miglior modo per farlo fosse questo: testimoniare. Per me è stato un esercizio piuttosto difficile, prima di tutto perché non avevo mai scritto un libro e poi perché nello scrivere, per un operatore umanitario, può nascondersi il rischio dell’autocelebrazione, cosa che a me assolutamente non interessa».</p>
<p><strong>Di questa diversità di Gaza da tutte le altre situazioni di crisi umanitaria tu spieghi molto bene le caratteristiche, tra queste c’è una che riguarda proprio il vostro lavoro, cioè l’assenza di “zone protette”. «A Gaza – scrivi –, che tu lo voglia o meno, diventi un Gazawi». Proviamo a raccontare cosa vuol dire questo «essere un Gazawi».</strong></p>
<p>«Vuol dire essere vulnerabile a questo conflitto, vuol dire vivere assieme ad altri due milioni di persone in un’area ristrettissima, all&#8217;inizio – quando sono arrivato – erano 365 chilometri quadrati, ora sono stati ridotti ad appena 170. Vuol dire dunque stare dentro a questa lunga punizione collettiva in cui essere esposti è una possibilità quotidiana, basti pensare che i droni passano tutte le notti, ti mantengono sveglio. C’è poi la situazione relativa all’acqua e all’approvvigionamento di qualsiasi derrata alimentare che riguarda anche te e non solo i Gazawi, cosa che negli altri contesti di crisi non succede perché c’è un cuscino di protezione, una zona più o meno umanitaria».</p>
<p><strong>Che a Gaza dovrebbe essere Deir el Balah…</strong></p>
<p>«Sì, ma anche lì la popolazione è stata colpita. Un collega, <a href="https://www.ilpost.it/2025/04/25/esercito-israeliano-operatore-onu-ucciso/" target="_blank">Marin Valev Marinov</a>, capo missione dell&#8217;Unops, l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti, è stato ucciso barbaramente a poche centinaia di metri dalla nostra guest house, a dimostrazione che la possibilità che la tua incolumità sia messa a rischio è più o meno la stessa di qualsiasi altro abitante di Gaza. Ricordo che, ad oggi, sono morte sicuramente più di 72 mila persone, di cui almeno 20 mila bambini, questo dall&#8217;idea dello sprofondo in cui siamo vissuti».</p>
<p><strong>Una situazione questa iniziata con il 7 ottobre 2023, e che – soprattutto nel 2025 – ha avuto una grande attenzione mediatica, nonché una mobilitazione, </strong><strong>a livello internazionale, </strong><strong>come da tempo non se ne vedevano da tempo. Oggi quell’attenzione è venuta meno, vuoi per il conflitto in Iran e in Libano, vuoi perché si pensa che l’iniziativa del “Board of Peace” di Trump abbia portato una reale tregua. Ma così non è…</strong></p>
<p>«Esattamente, <a href="https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/board-of-peace-il-progetto-imperiale-di-trump-che-poggia-sulle-macerie-di-gaza-29630.html" target="_blank">è stata dichiarata una tregua o, perlomeno, un “cessate il fuoco”, si è parlato di una “prima fase”</a> che però non è proseguita. Basta un dato: da quando il “cessate il fuoco” è iniziato, ad ottobre, ci sono state oltre 700 vittime. I bombardamenti continuano, soprattutto da quando è cominciata la guerra israelo-iraniana, e si bombarda non solo nell’area periferica, lungo la famosa<a href="https://www.emergency.it/blog/articoli/la-linea-gialla-a-gaza/" target="_blank"> “yellow line”</a>, ma anche all’interno della Striscia, a Khan Yunis, a Deir el Balah, come al Nord, verso Gaza City, Beit Lahia, Jabalia, anche dove ci sono gli accampamenti. Ricordo che Gaza, in questo momento – lo ripeto, in uno spazio molto piccolo, di 170 chilometri quadrati – ha circa mille insediamenti in tenda, questo dovrebbe rendere l’idea di quanto sia difficile».</p>
<p><strong>L’avvio da parte di Israele e Stati Uniti del conflitto con l’Iran e con il Libano ha avuto anche l’effetto di richiudere i valichi, il Manifesto, mercoledì 15 aprile, titolava <a href="https://ilmanifesto.it/su-gaza-incombe-lo-spettro-di-una-nuova-carestia" target="_blank">Su Gaza incombe lo spettro di una nuova carestia</a>.</strong></p>
<p>«Sì, già da una decina di giorni prima dell’inizio del conflitto c&#8217;è stata una chiusura progressiva dei valichi. Oggi siamo arrivati ad avere l’ingresso di appena il 20% di derrate di quanto entrava un mese e mezzo fa. Oltre al problema delle derrate c’è il problema del carburante che non entra più, e questo è un fatto tragico perché tutto a Gaza (penso anche agli impianti di desalinizzazione) funziona con i generatori, la rete elettrica, infatti, è interrotta da moltissimi mesi. A Gaza, in questo momento, nessuna delle cose che a una comunità servono per sopravvivere è garantita».</p>
<p><strong>Rispetto a questo e rispetto alla difficoltà degli ospedali, parliamo anche di quella che tu indichi come una “violenza amministrativa” legata al cosiddetto “dual use”. Spieghiamo di cosa si tratta.</strong></p>
<p>«È una scusa che gli israeliani utilizzano per non far entrare materiale a Gaza, li aiuta a definire come “pericolosi” strumenti che si vogliono far entrare a Gaza con fini nobili, ad esempio curare le persone. Si sostiene infatti che potrebbero essere presi da Hamas e utilizzati per altri motivi, “dual use” appunto. L’esempio più classico è quello dei cilindri d&#8217;ossigeno, servono in ospedale, ma secondo gli israeliani potrebbero essere usati da Hamas per altri scopi».</p>
<p><strong>È accaduto anche per i <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_luglio_04/gaza-de-filippi-unicef-israele-sta-bloccando-33-ventilatori-italiani-salverebbero-delle-vite-f8488906-ba44-4aa4-92e5-fe9d8efe2xlk.shtml" target="_blank">ventilatori neonatali</a> che l’anno scorso dovevano entrare a Gaza e invece sono stati bloccati, una questione che tu avevi portato con forza all’attenzione pubblica, anche della politica.</strong></p>
<p>«È stata una vicenda incredibile, si tratta infatti di macchinari che servono a far respirare dei polmoni non ancora formati, qualcosa che dà l&#8217;opportunità ai bambini di salvarsi. Eravamo riusciti ad acquistarli da una ditta italiana, a gennaio 2025 erano arrivati al Ben Gurion, da lì però non si sono mossi per otto mesi. Ho quindi iniziato uno stalking umanitario, interessando perfino il sindaco di Udine, il dottor Amato De Monte, e più in generale la comunità friulana che ha dimostrato una sensibilità straordinaria. Alla fine, dopo otto mesi sono arrivati a destinazione, sono entrati in funzione, hanno salvato parecchie vite e continuano a salvarne di altre, possiamo quindi dire che è stata una piccola storia a “lieto fine”. Restano però quegli otto mesi in cui tantissimi bambini si sarebbero potuti salvare e invece così non è stato».</p>
<p><strong>Bambini che a Gaza continuano a nascere…</strong></p>
<p>«Sì, ogni anno – e anche quest&#8217;anno – ci sono 50 mila gravidanze, dunque 50 mila nuovi bambini che arrivano e che però subiscono i diversi blocchi umanitari. Le donne per esempio spesso non assumono né acido folico, né micronutrienti, né cibo nella quantità dovuta, questo comporta che sempre di più le gravidanze portino pessime sorprese: ci sono bambini che nascono alla ventisettesima settimana gestazionale con dei problemi enormi. Per questo era importantissimo dare il nostro contributo e in qualche modo ci siamo riusciti, in questo momento a Gaza ci sono infatti dieci terapie intensive neonatali e tre pediatriche. Quando siamo arrivati, nell&#8217;estate del 2024, la situazione era completamente diversa, soprattutto nel nord non esisteva nessuna capacità di presa in carico di pazienti così gravi».</p>
<p><strong>Questo perché è stato preso di mira e ferocemente attaccato il sistema sanitario e i sanitari.</strong></p>
<p>«Gli israeliani hanno formulato l’ipotesi che sotto tutti gli ospedali di Gaza c’erano dei tunnel con una presenza massiccia di Hamas. Per questo motivo – perlomeno è quello che dicono gli israeliani – hanno colpito, con conseguenze amarissime per la popolazione. È stato ridotto ai minimi termini l’ospedale Al-Shifa, grande come quello di Udine, il gioiello della striscia di Gaza. È stato distrutto il <b>Kamal Adwan, come </b>l&#8217;ospedale pediatrico Nasser a Gaza City e il Rantisi, oncologico pediatrico, l&#8217;unico che forniva la dialisi pediatrica. Non solo. Numerosi medici e infermieri che lavoravano in queste strutture spesso sono stati presi prigionieri, nel 2023 e anche nel 2024, alcuni anche recentemente. Nelle prigioni israeliane sono stati torturati, alcuni uccisi, altri sono ancora imprigionati, spesso senza alcuna imputazione formale. Chi è stato rilasciato, nonostante tutto quello che ha subito si è subito rimesso al lavoro nel tentativo di ricostruire il tessuto connettivo di quello che era un ottimo sistema sanitario».</p>
<p><strong>Nel tuo libro, ma anche durante gli incontri con il pubblico, parli molto del dottor Abu Safya, la sua storia è emblematica.</strong></p>
<p>«Abu Safya è un medico pediatra eccezionale, era il direttore del Kamala Dwan, l’ospedale di cui parlavo prima. Abu Safya ha fatto veramente dei miracoli, soprattutto nelle terapie intensive neonatali e pediatriche. A Gaza è riconosciuto per le sue capacità, ma anche per la sua umanità. Come lui ci sono molti altri medici eccezionali, ma Abu Safya è stato l&#8217;ultimo baluardo delle strutture sanitarie del Nord che – lo ricordo – in questo non hanno alcun tipo di ospedale. Quest’uomo ha resistito fino al 28 dicembre del 2024. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, di occuparmi di svariate evacuazioni medicali e dal suo ospedale, ho quindi avuto modo di conoscere una persona straordinaria. Pensate che ha perso il figlio nel novembre del 2024, ma ha subito ripreso a lavorare nel rispetto di tutti gli altri bambini di Gaza e ha continuato fino all&#8217;ultimo ora. Abu Safya viene accusato di partecipazione esterna all&#8217;attività di terrorismo, da 475 giorni è rinchiuso nelle carceri israeliane, io sono certo che lui abbia rispettato il giuramento di Ippocrate in ogni momento, credo nella sua etica. Mi auguro quindi che venga liberato al più presto per ritornare al nord a fare il suo lavoro (<a href="https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/" target="_blank">qui l&#8217;appello di Emergency per la sua liberazione</a>)».</p>
<p><strong>Una figura per ricordare quanto la categoria dei medici – insieme a quella dei <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-02/nel-mondo-uccisi-129-giornalisti-la-meta-a-gaza.html" target="_blank">giornalisti gazawi</a> – sia stata presa di mira dall’esercito israeliano. Proprio il racconto del lavoro dei sanitari, il loro rimettersi al lavoro anche dopo la morte di un figlio, dopo le torture, ci dà conto della capacità di resistenza e resilienza del popolo palestinese, e dico palestinese perché non c’è solo Gaza, ma la situazione è terribile anche in Cisgiordania, nei territori occupati. Ecco Loris, parliamo di questa capacità.</strong></p>
<p>«È una resilienza, una capacità di ripartire, di ricostruire nonostante tutto che a me ha ricordato molto la tigna, la volontà, la caparbietà che è di questa terra, del Friuli. Siamo a 50 anni dal terremoto ed è stato impossibile per me non ricordare da bambino gli sforzi fatti dagli adulti per tentare di rimettere in piedi queste comunità. Una terra la nostra che, per altro, è stata calpestata in moltissimi momenti, lungo tutta la sua storia. Ogni volta ci siamo rimessi in piedi, ecco questa caparbietà nel non mollare l’ho vista nei gazawi. Nel loro caso poi è veramente impressionante, basti pensare che tutti i miei collaboratori gazawi hanno vissuto almeno quattro escalation di violenza, quattro guerre, e non hanno mai fatto esperienza della pace per come la conosciamo noi. Molti di loro non hanno mai avuto la possibilità di varcare i cancelli che li separano dal resto del mondo, eppure vanno avanti. Quando ci saranno delle aperture probabilmente 300-400 mila persone usciranno dalla Striscia di Gaza, ma almeno un milione e mezzo di persone resterà. Non solo. Anche in questi mesi c’è chi, anche se aveva avuto la possibilità di uscire, è invece rientrato a Gaza, nonostante la guerra. Ecco, questo dà la misura e l’immagine di un popolo che non accetta di essere cancellato dalla faccia della terra, che anzi, vuole rimanere, vuole stare, un popolo che sente di avere radici profondissime in quella martoriatissima terra».</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda, cosa possiamo fare noi cittadine e cittadini?</strong></p>
<p>«In questo momento l&#8217;unica cosa da fare, la più importante è riportare Gaza all’attenzione di tutti, nei radar dell’informazione. È fondamentale dare voce al popolo Gazawi».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/e-ancora-chiediamo-perdono-intervista-con-loris-de-filippi-di-ritorno-da-gaza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Storie di detenzione femminile di ieri e di oggi</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/storie-di-detenzione-femminile-di-ieri-e-di-oggi/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/storie-di-detenzione-femminile-di-ieri-e-di-oggi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 04:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Detenzione femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2489</guid>
		<description><![CDATA[Al 31 marzo (lo certifica il Ministero della Giustizia), le donne detenute in Italia erano 2.804, il 4,3% dell’intera popolazione carceraria. 31 a Trieste. Numeri ridottissimi...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">
<div dir="auto">Al 31 marzo (<a href="https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST1498108" target="_blank">lo certifica il Ministero della Giustizia</a>), <strong>le donne detenute in Italia erano 2.804</strong>, il 4,3% dell’intera popolazione carceraria. 31 a Trieste. Numeri ridottissimi che – per come è organizzato il sistema penitenziario – sono una condanna nella condanna: implicano infatti meno attività formative, meno istruzione, meno laboratori. In sostanza, meno diritti.</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Anche a Udine, nella casa circondariale di via Spalato, c’era una sezione femminile. Venne chiusa nei primi anni duemila. Che ne è stato? Lo sguardo lungo e l’ostinazione di <strong>Franco Corleone</strong>, oggi anche di <strong>Andrea Sandra</strong> (che si avvicendati nel ruolo di <em>Garante dei diritti delle persone private della libertà personale</em>), hanno fatto in modo che quegli spazi – non solo inutilizzati, ma letteralmente abbandonati – venissero ristrutturati e trasformati in luoghi di istruzione, incontro, possibilità. C’è una nuova biblioteca e ci sono nuove aule, presto anche un teatro che sarà di tutta la cittadinanza. Si rischiava però di perdere la memoria del passaggio delle donne. Anche a questo ha pensato Corleone, affidando a <strong>Ulderica Da Pozzo</strong> il compito di fermare e custodire quella memoria nei suoi scatti. Ne è uscita – voluta sempre dal Garante delle persone private della libertà – <em><a href="https://www.civicimuseiudine.it/it/mostre-eventi/43-il-castello/museo-della-fotografia/1739-ulderica-da-pozzo-i-giorni-strappati" target="_blank"><strong>I giorni strappati</strong></a> </em>una mostra commovente (di quelle proprio di Ulderica), <strong>visitabile fino al 31 maggio in castello a Udine</strong>, nel Museo Friulano della Fotografia.</div>
</div>
</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">A corredo della mostra c&#8217;è anche un catalogo che però non è un semplice catalogo. Lavorandoci, immaginandolo, è infatti cresciuto, diventando qualcos’altro. Alla presentazione, il 9 apirile, lo abbiamo chiamato “catalogo-libro”.</div>
<div>
<div dir="auto">A spingere verso questa direzione, è stato il desiderio di restituire parola a quella presenza fortissima che le fotografie di Ulderica trasmettono tanto chiaramente. Ci sono così tre scritti miei con cui abbiamo provato a dare voce alle donne che – alla fine degli anni Novanta – quelle celle di via Spalato le hanno abitate.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Due le strade che abbiamo scelto. La prima mi ha portato dentro le pagine del giornale che veniva realizzato nella sezione femminile: <em><strong>Vite sospese</strong></em>. Lo spazio di parola di Fatima, Vesna, Michela e delle altre è dunque autentico, reale. <strong>Liliana Lipone</strong> e <strong>Maria Grazia Visintainer</strong> – che da volontarie le accompagnavano e incontravano quotidianamente – hanno fatto il resto, mi hanno infatti aperto le loro case e hanno condiviso con me ricordi e racconti, testimoniando le condizioni di detenzione di allora.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">L’altra strada riguarda invece l’oggi. A metà febbraio, infatti, ho incontrato <strong>Nora</strong>, detenuta al Coroneo, la casa circondariale di Trieste. Con grande generosità Nora si è raccontata, parlandomi di sé, di chi è stata e di chi è diventata, dunque del passato, ma soprattutto del futuro. La sua voce – insieme a quella di Fabiana Martini che, con un progetto della Conferenza Basaglia, tiene laboratori di scrittura nella sezione femminile del Coroneo – tratteggia che cosa è oggi la detenzione femminile. Purtroppo, le criticità, le minori occasioni restano le stesse di trent’anni fa.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Infine, ben poco avrei potuto capire, collocare – e dunque scrivere – senza l’immersione totale, durata un paio di mesi, nel lavoro preziosissimo di <strong>Grazia Zuffa</strong> e <strong>Susanna Ronconi</strong>. Verso entrambe nutro un profondo debito di riconoscenza. Il “catalogo libro” per altro, in appendice, è arricchito anche da due loro testi. Dentro queste pagine troverete inoltre gli interventi della stessa Ulderica, di </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/storie-di-detenzione-femminile-di-ieri-e-di-oggi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quel che resta di un giorno. Il 13 ottobre 1973 e la rotta balcanica</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/quel-che-resta-di-un-giorno-il-13-ottobre-1973-e-la-rotta-balcanica/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/quel-che-resta-di-un-giorno-il-13-ottobre-1973-e-la-rotta-balcanica/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 12:26:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Cortina di Ferro]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2504</guid>
		<description><![CDATA[Venticinque “giornate particolari”: «Venticinque date collegate a eventi del Novecento che hanno segnato la storia del territorio sul piano politico, sociale, del lavoro, dei diritti. Date...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Venticinque “giornate particolari”: «<em>Venticinque date collegate a eventi del Novecento che hanno segnato la storia del territorio sul piano politico, sociale, del lavoro, dei diritti. Date che si collegano a momenti di svolta, in cui l’azione individuale e collettiva ha portato a cambiamenti che hanno poi avuto ricadute di medio-lungo periodo, rappresentando solo una fase specifica di processi più ampi, che si sviluppano nel corso di settimane, o mesi</em>». Scrive così <strong>Alessandro Cattunar</strong> nell&#8217;introduzione (<a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/wp-content/uploads/2025/11/CATTUNAR-Calendario_estratto.pdf" target="_blank">che potete leggere qui</a>) a <a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/quel-che-resta-di-un-giorno/" target="_blank"><em><strong>Quel che resta di un giorno</strong></em></a>, volume di cui è curatore, pubblicato da <a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/" target="_blank">Bottega Errante Edizioni</a>.</p>
<p>Prende forma così un ideale “calendario civile” del Friuli Venezia Giulia, fatto di giorni che restano, giorni che ci accomunano, giorni in cui riconoscersi, giorni in cui siamo cambiati. Tra queste venticinque (<a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/wp-content/uploads/2025/11/CATTUNAR-Calendario_indice.pdf" target="_blank">qui potete scorrere l’indice</a>) ce n’è anche una scritta da me e riguarda (naturalmente) il migrare, la rotta balcanica e il cambio di passo di una regione che non è più (o non è solo) terra di emigrazione, ma anche di immigrazione. La data in questione è il <strong>13 ottobre 1973</strong>. Durante la notte cinque giovani africani, provenienti dal Mali, sono partiti da Hrpelje, in Jugoslavia (oggi in Slovenia) e hanno attraversato la Val Rosandra. Sono <em>Seydou Dembele, Mamadou Niakhate, Bakary Traore, Lassana Baradji e Tidia Dafanga</em> hanno tra i 19 e i 27 anni e sono sprovvisti dei documenti necessari per entrare in Italia: è per questo che il confine lo attraversano illegalmente. Tre di loro, alle prime luci dell’alba, vengono trovati – a Boršt (Sant’Antonio in Bosco), frazione di San Dorligo della Valle – morti di freddo e di confine. Ancora oggi sono sepolti nel cimitero del paese, accanto al monumento dei partigiani uccisi durante la resistenza. È forse questo il primo momento in cui si guarda a un fenomeno nuovo che – dal continente africano e dall’Est (che sta ancora dietro alla cortina di ferro) – vede arrivare, da un altrove che si conosce poco, uomini e donne che sognano un futuro dentro la Comunità europea che in quegli anni si sta costruendo. Muoviamo da qui, passando per le guerre jugoslave per arrivare dino ai giorni nostri: alla rotta balcanica e alla “fortezza europa”.</p>
<p>Gli altri contributi che trovate nel volime sono di Gian Luigi Bettoli, Enrico Bullian , Marco Carlone , Alessandro Cattunar, Štefan Čok, Anna Di Gianantonio, Monica Emmanuelli , Angelo Floramo, Javier Grossutti, Franco Perazza , Anna Maria Sanfilippo, Toni Sirena, Marco Stolfo, Fabio Todero, Roberto Todero.</p>
<p>Se lo vorrete, buona lettura.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/quel-che-resta-di-un-giorno-il-13-ottobre-1973-e-la-rotta-balcanica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il reportage in Bosnia – dedicato ai morti senza nome della &#8220;rotta balcanica&#8221; – è finalista al Premio Luchetta</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/il-reportage-in-bosnia-dedicato-ai-morti-senza-nome-della-rotta-balcanica-e-finalista-al-premio-luchetta/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/il-reportage-in-bosnia-dedicato-ai-morti-senza-nome-della-rotta-balcanica-e-finalista-al-premio-luchetta/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 12:39:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti in arrivo]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Luchetta]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2509</guid>
		<description><![CDATA[Con emozione condivido questa notizia. Il mio reportage in Bosnia, dedicato ai “morti senza nome” della rotta balcanica, è tra i lavori in finale al Premio...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Con emozione condivido questa notizia. Il mio reportage in Bosnia, dedicato ai “morti senza nome” della rotta balcanica, è tra i lavori in finale al <a href="https://premioluchetta.com/" target="_blank">Premio Luchetta </a>nella sezione “Rotta Balcanica”.</div>
<div>
<div dir="auto">Dentro questa felicità che provo c’è parecchio. In primo luogo le innumerevoli storie delle persone migranti, storie che raccolgo ormai da dieci anni, da quando la “rotta” ha smesso di essere carsica e si è fatta evidente, diventando fenomeno strutturale. C’è poi il mio sconfinato amore per la Bosnia, per le sue donne soprattutto. E c’è – luminosa – l’amicizia con <a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo?__cft__[0]=AZbJdTZQyiMpEUkZ_4BQHPdRNIEX-LudZH335Ddc7cy7ir-GVGYvUlt-g6QPlvWVJ2eeL1KNTa_QuWmlMrZY-Pzj_BfoK3NBO7Vhh1BshDzgP5HwJocgHJk7KpxHl94LOcYfghKeYGqAei_zx-0dyKMtdxAOfFobrXbsdT8smOVyWA&amp;__tn__=-]K-R">Ospiti in Arrivo</a>, innervata di impegno ostinato e di un’umanità bellissima.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://premioluchetta.com/2025/09/26/finalisti-premio-luchetta/" target="_blank">Qui la notizia con i finalisti di tutte le categorie</a>.</div>
<div dir="auto">Se invece volete leggere il mio reportage, eccolo qui: la <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">prima parte</a> e la <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">seconda parte</a>.</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/il-reportage-in-bosnia-dedicato-ai-morti-senza-nome-della-rotta-balcanica-e-finalista-al-premio-luchetta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Linda e il suo mese al fianco dei palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/linda-e-il-suo-mese-al-fianco-dei-palestinesi-nei-territori-occupati-della-cisgiordania/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/linda-e-il-suo-mese-al-fianco-dei-palestinesi-nei-territori-occupati-della-cisgiordania/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 12:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2468</guid>
		<description><![CDATA[«Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida». È un messaggio inatteso quello che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida</em>». È un messaggio inatteso quello che il 21 luglio ricevo da Linda (<i>il nome è di fantasia</i>). Ci conosciamo da anni, ma – per dire – prima d’ora non abbiamo mai preso un caffè assieme. Attivista per i diritti delle persone in movimento sulla rotta balcanica, Linda è uno dei miei “agganci” quando ho bisogno di raccogliere informazioni sulle situazioni di crisi umanitaria in regione o sulla rotta. A volte mi ha anche portata con sé mentre andava a distribuire cibo o a prestare cure mediche ai migranti costretti a dormire all’addiaccio, fuori accoglienza. C’è però anche un’altra causa che la abita e che la muove, per cui si spende in prima persona: la causa del popolo palestinese. E infatti è per questo che mi ha chiesto di vederci.</p>
<p>Di fronte a un caffè mi racconta che è in partenza per i territori occupati della Cisgiordania, starà via un mese con un’organizzazione internazionale, l’<a href="https://palsolidarity.org/" target="_blank">International Solidarity Movement</a>. In quel mese farà “interposizione”: in buona sostanza proverà – in maniera del tutto pacifica – a ostacolare e rallentare le azioni dei coloni israeliani e dell’esercito miranti a occupare illegalmente nuovi territori palestinesi. Prima di partire però – su precisa indicazione dell’Ism – ha la necessità di costruire una rete di contatti di emergenza da attivare nel caso le succeda qualcosa: un arresto, un ferimento, un’espulsione. In quella rete serve anche una giornalista, è questa la cosa che Linda mi deve chiedere. Trascorrerò il mese successivo con il cellulare sempre acceso, anche di notte. Seguirò il suo “diario” quasi quotidiano su Telegram, mi preoccuperò quando, tra un messaggio e l’altro, il tempo sarà troppo. Soprattutto, proverò con lei rabbia profonda per l’ingiustizia che via via andrà documentando e ammirazione per la capacità di resistenza del popolo palestinese. In questo mese ci sarà un solo momento di allerta, per fortuna rientrato abbastanza in fretta. Linda è tornata a Udine da una decina di giorni.</p>
<p><strong>Linda, negli ultimi dieci anni ti sei spesa molto per le persone in movimento sulla rotta balcanica, non solo qui in Friuli, ma anche in Serbia, Bosnia e perfino a Ventimiglia. Questa volta hai concentrato il tuo impegno per la Palestina, cosa ha fatto scattare questa decisione?</strong></p>
<p>«La rotta balcanica e la Palestina sono due contesti molto diversi, ma accomunati dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Un’oppressione che lungo la rotta vede singole persone mettere in campo enormi capacità umane e personali, resistendo ai confini con i propri corpi. Quella del popolo palestinese è invece la lotta di comunità che hanno ancora un radicamento al territorio che permette di rispondere all’oppressione in maniera organizzata. Ho sentito il bisogno di andare in Palestina ovviamente per la situazione internazionale, ma anche per imparare nuovi metodi di resistenza, di speranza».</p>
<p><strong>Il tuo impegno in questo mese non è stato solo documentare l’oppressione di Israele sul popolo palestinese, hai anche messo in gioco il tuo corpo, facendo “interposizione”, e il tuo essere europea.</strong></p>
<p>«L’International Solidarity Movement è un’organizzazione internazionale a guida palestinese che fa perno sulle comunità locali, sono quindi i palestinesi stessi a dirci di cosa c’è bisogno. La presenza di noi “internazionali” ha come principale obiettivo quello di far valere il privilegio che deriva dall’avere un passaporto occidentale. La nostra è dunque una presenza solidale dentro le comunità che subiscono in misura maggiore gli attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. In sostanza si vive nelle comunità, nelle famiglie. E in accordo con le comunità e le famiglie, quando c’è un attacco, gli internazionali sono al fianco dei palestinesi nell’affronatre esercito e coloni in maniera pacifica e non violenta, nella speranza di riuscire a limitare la violenza che questi possono esercitare».</p>
<p><strong>Tu dove hai operato?</strong></p>
<p>«A nord della Valle del Giordano, in comunità molto organizzate. Il mio impegno è consistito nell’accompagnare pastori e agricoltori nelle loro attività quotidiane, vivere nelle loro case e nelle loro tende per provare a prevenire le incursioni, soprattutto notturne. Qui la repressione è fortissima, anche se altrove, penso a Masafer Yatta, la violenza è anche maggiore. Basti pensare che lì a fine luglio un colono ha ucciso a sangue freddo un attivista e maestro palestinese. Il colono è uscito di prigione ancor prima che Israele restituisse il corpo dell’attivista palestinese alla sua famiglia».</p>
<p><strong>Prova a darci un’idea di quel che accade.</strong></p>
<p>«Vivere in un contesto del genere fa cambiare tutto. Si comincia a stare attenti ad ogni rumore, soprattutto quello dei motori perché potrebbe trattarsi dell’arrivo dei coloni. Cambia il modo perfino di dormire, si resta vestiti e con le scarpe per essere pronti a reagire. Anche le relazioni cambiano, quella con l’esterno per esempio, prima di lasciare che i bambini giochino all’aperto si controlla che non ci sia nulla di strano. Succede che i coloni, anche ragazzini, arrivino con i quad e facciano finta di investire i bambini. C’è l’intimidazione, dunque i coloni che osservano gli animali al pascolo per far capire che prima o poi le pecore saranno loro, o le tubature dell’acqua per far immaginare un sabotaggio».</p>
<p><strong>Gesti che non restano minacce, ma si concretizzano.</strong></p>
<p>«Certo. Alle intimidazioni seguono atti di violenza fisica ben più cruda. Un ragazzo che ho conosciuto è stato accoltellato perché era accorso a difendere il fratello di 14 anni mentre subiva un attacco dai coloni. Solo un mese prima anche il padre era stato picchiato e derubato di 40 pecore. Poco prima del mio arrivo, nella stessa zona, nella notte i coloni ne avevano sgozzate 150. Parliamo di danni economici ingenti se pensiamo che il potere di acquisto dei palestinesi è bassissimo e una pecora costa tra 600 e 800 euro. Per non dire dello sradicamento di migliaia di ulivi, piante antichissime che testimoniano il radicamento del popolo palestinese in questi territori».</p>
<p><strong>C’è poi una violenza istituzionale, la Valle del Giordano è, secondo gli accordi di Oslo, in “zona C”, dunque sotto il controllo civile e militare di Israele. Controllo che per altro doveva essere temporaneo </strong>(<a href="https://irpimedia.irpi.eu/terrapromessa-israele-come-funziona-occupazione-in-cisgiordania-palestina/" target="_blank">qui per saperne di più</a>).</p>
<p>«Sì, è anche considerata area di interesse militare strategico, cosa che amplifica arbitrarietà e violenza. Non solo ci sono aree inaccessibili, ma le persone vengono spostate ad esempio con la scusa di esercitazioni. Qui per altro si “allenano” anche i soldati che compiono il massacro di Gaza. C’è poi il tema delle mine inesplose che restano sul terreno, nel mio mese in Cisgiordania ho vissuto anche in una famiglia il cui figlio, mentre portava le pecore al pascolo, è saltato su una di queste mine. Ovviamente nessun ristoro è stato concesso alla famiglia».</p>
<p><strong>Hai detto di essere partita per la Cisgiordania anche per imparare, ecco, che cosa porti con te dell’umanità e dell’esperienza del popolo palestinese?</strong></p>
<p>«Ho riscontrato una fortissima accettazione della realtà, qualcosa che permette di restare vivi e razionali all’interno di quella situazione. Al contempo un altrettanto forte senso di ribellione nei confronti dell’oppressione: a ogni violenza subita ho visto seguire un rapidissimo riorganizzarsi, non c’è spazio per l’avvilimento. E poi un’incredibile dimensione di cura».</p>
<p><strong>In che senso, nelle relazioni?</strong></p>
<p>«Resistenza e dignità portano a una certa durezza nell’atteggiamento, non potrebbe essere altrimenti. Poi però ho visto grande cura nelle relazioni. Sono mamma e nei momenti di sconforto mi trovo spesso in difficoltà a trasmettere serenità ai miei figli. Ecco, a fronte della durezza dovuta dall’oppressione, ho visto una grandissima dimensione di cura nei confronti dei bambini (che sono tantissimi), ma anche verso noi internazionali».</p>
<p><strong>C’è stato un momento di crisi più marcata e anche tu sei stata dentro la violenza dell’esercito, lo puoi raccontare?</strong></p>
<p>«Una sera, faceva già buio, abbiamo visto arrivare i quad. Il primo momento è stato di incertezza, non sapevamo se erano militari o coloni, i mezzi erano senza targhe. Abbiamo provato a interporci perché non entrassero, ma è stato inutile. Armati, hanno intimato agli uomini di mettersi in fila, le donne strappate dalla cucina sono state portate anch’esse nell’area comune senza nemmeno il tempo di indossare il velo. Hanno messo tutto a soqquadro e ci hanno detto che noi internazionali non potevamo restare lì. La stessa scena si è ripetuta la notte successiva, l’esercito è stato ancora più violento e ha minacciato la famiglia palestinese di ritorsioni se noi non fossimo andati via. Anche qui, una volta finita l’irruzione, la risposta è stata rapida, sono accorsi i vicini, i parenti della famiglia, altri attivisti internazionali e palestinesi, paramedici, il coordinamento di comunità. Tutti insieme hanno deciso che dovevamo restare. Per dieci giorni la presenza è stata massiva. Per fortuna l’esercito non è tornato».</p>
<p><strong>Che ricordo hai di quelle notti?</strong></p>
<p>«Di grande spavento, ma anche di grande bellezza nello stare insieme, nella consapevolezza che potevamo resistere. Notti anche di balli, di danza e di ritmo».</p>
<p><em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine il 17 settembre 2025.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/linda-e-il-suo-mese-al-fianco-dei-palestinesi-nei-territori-occupati-della-cisgiordania/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>30 anni fa il genocidio di Srebrenica. La storia di Ferida, madre di Srebrenica</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 06:17:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2447</guid>
		<description><![CDATA[È una natura generosa quella che abita la Bosnia orientale, con le sue montagne dal profilo dolce, i boschi fitti e fiumi di rara bellezza. Non...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È una natura generosa quella che abita la Bosnia orientale, con le sue montagne dal profilo dolce, i boschi fitti e fiumi di rara bellezza. Non fa eccezione Srebrenica. Appena fuori dalla città lasciamo la strada principale, attraversiamo un ponticello e imbocchiamo un sentiero pieno di tornanti. Ci vogliono sette chilometri, nel verde più assoluto, per arrivare a un prato attorno a cui si affacciano tre case. Solo una è abitata. Ferida Jusić ci accoglie con un sorriso che le accende gli occhi e increspa le rughe che le solcano il viso. Ha 74 anni Ferida, è una donna minuta, magrissima. Soprattutto, è una delle “madri di Srebrenica”: le donne che l’11 luglio del 1995 videro i propri figli maschi inghiottiti dal buio dell’ultimo genocidio d’Europa, il genocidio di Srebrenica.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;">I giorni del luglio 1995</span></h5>
<p>«<em>Non c’è notte in cui io non pianga</em>» è la prima cosa che dice dopo averci fatto sedere attorno al grande tavolo, all’ombra di un bel pergolato: un angolo dell’orto che, prima della guerra, deve aver accolto momenti pieni di gioia. «<em>Avevamo una vita semplice, ma felice</em> – racconta la donna –. <em>Sono stata fortunata, mi sono sposata e ho avuto quattro figli, tre maschi e una femmina. Poi tutto è precipitato</em>». Nel luglio del 1995 – dopo tre anni di assedio di quella che l’Onu aveva dichiarato “area protetta” e in cui erano confluiti migliaia di sfollati – la città cadde in mano alle forze serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. La storia della famiglia di Ferida è la stessa di tante altre famiglie. Gli uomini disarmati provano a rifugiarsi nei boschi e raggiungere Tuzla che è invece controllata dai bosgnacchi (<i>bosniaci di fede musulmana</i>). Un tentativo di salvezza che verrà chiamato “<a href="https://www.balcanicaucaso.org/Transeuropa/Srebrenica-Marcia-della-Pace-2024" target="_blank">marcia della morte</a>”: gran parte di quegli uomini sarà infatti intercettata, fermata, trucidata. Le donne invece si dirigono verso Potočari, nella vecchia fabbrica di batterie dove ha sede il compound dei caschi blu dell’Onu. La convinzione di tutti è che le Nazioni Unite li proteggeranno. Accadrà il contrario, le Nazioni Unite lasceranno fare. Addirittura parte dei soldati del battaglione olandese (<a href="https://www.agi.it/estero/news/2025-07-07/srebrenica-responsabilita-olanda-32219335/" target="_blank">Dutchbat</a>) abuserà delle donne e gozzoviglierà insieme ai paramilitari serbi dell’unità degli Skorpioni. Arrivato a Srebrenica, Mladić convoca in un albergo due ufficiali olandesi, li intimidisce facendo sgozzare un maiale nel cortile. Ottiene tutto ciò che vuole: la consegna dei maschi, perfino la benzina per trasferirli. Quello che è stato messo in piedi è un meccanismo di morte razionale e meticoloso ideato e coordinato nelle settimane precedenti dal colonello <a href="https://www.icty.org/x/cases/beara/ind/en/bea-ii020326e.htm" target="_blank">Ljubiša Beara</a> (lo scrittore Ivica Đikić lo racconta in modo illuminante nel libro <em><a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/metodo-srebrenica-nuova-edizione/" target="_blank">Metodo Srebrenica</a></em>). I maschi dai 17 ai 70 anni vengono divisi dalle donne che – insieme a vecchi e bambini – sono caricate su autobus che le portano nei territori controllati dai bosgnacchi. Anche gli uomini vengono caricati su autobus, ma vengono smistati in luoghi diversi, anche molto distanti: a Kravica, Zvornik, Pilica e altri ancora. Qui nel giro di una manciata di giorni vengono tutti uccisi e poi seppelliti in fosse comuni. Le uccisioni accertate sono 8372.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">I morti di Ferida</span></strong></h5>
<p>«<em>Tra quanti provarono a raggiungere Tuzla</em> – racconta Ferida – <em>c’erano anche i miei tre figli, mio marito e i miei tre fratelli. Ricordo benissimo il momento in cui, arrivati al fiume, ci siamo separati: loro sono saliti nei boschi. Mia figlia, mia nuora incinta e io siamo andate Potočari. Degli uomini della mia famiglia si è salvato solo il più giovane dei miei figli. Gli altri sono stati tutti uccisi. Ci sono voluti anni perché fossero ritrovati e identificati i resti dei loro corpi. Ho potuto seppellire i figli, Dževad (23 anni) nel 2013 e Vahid (20) nel 2014. Mio marito non l’ho ancora ritrovato. Nel 2022 è stato rinvenuto un altro osso del corpo di Vahid, rivivere il dolore della sepoltura è stato perfino peggio della prima volta</em>». Le fosse comuni sono state più volte aperte e i corpi trasportati in luoghi diversi della Bosnia, dando vita a quelle che sono definite “fosse secondarie e terziarie”, un modo per occultare le prove dei crimini commessi e per amplificare a dismisura il dolore dei familiari. Ad oggi sono ancora un migliaio i corpi che attendono di essere identificati.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Al memoriale di Potočari</span></strong></h5>
<p>Venerdì 11 luglio, come ogni anno, si terrà la celebrazione per ricordare il massacro, cerimonia quest’anno ancora più sentita perché ricorre il trentennale. Nella distesa di migliaia di lapidi bianche del cimitero che è parte del memoriale di Potočari (nella vecchia fabbrica c’è l’emozionante museo della memoria) saranno seppellite le persone identificate nei mesi scorsi. Tra loro anche una donna, Fata Bektić, di 67 anni. Insieme a lei due ragazzi di 19 anni appena, Senajid Avdić e Hariz Mujić, e poi Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). Di queste persone verranno sepolte solo poche ossa.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Srebrenica oggi</strong></span></h5>
<p>E cos’è oggi di Srebrenica? I numeri parlano chiaro, è una città svuotata, basta un giro lungo le vie cittadine per rendersene conto, le tante serrande abbassate sono eloquenti. Secondo l’ultimo censimento affidabile, quello del 2013, risiederebbero nel distretto 11 mila persone, molte delle quali però vivono all’estero. Ci spiegano che ad abitare effettivamente qui sono neanche 5 mila persone. Nel 1991, all’epoca dell’ultimo censimento della Jugoslavia, erano 37 mila. Le famiglie bosgnacche hanno iniziato a ritornare nel 2002, nonostante tutte le difficoltà e spesso ritrovandosi le case occupate dai serbi. Anche Ferida è tornata in quell’anno. «<em>Vivere da sola in mezzo al bosco non è facile, lavoro l’orto e questo mi aiuta a non impazzire. Questo luogo</em> – ci spiega – <em>anche se isolato era pieno di vita, oggi sono rimasta solo io, ma non voglio lasciare questa casa dove abitano tutti i miei ricordi</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>La memoria</strong></span></h5>
<p>Anche la memoria è un percorso accidentato. Gli accordi di Dayton – che pochi mesi dopo il massacro di Srebrenica, nel 1995, misero fine alla guerra – cristallizzarono la situazione, avallando i risultati della pulizia etnica compiuta dai serbo-bosniaci, ideando un farraginoso sistema istituzionale fondato su due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (che comprende i territori a maggioranza bosgnacca e croata) e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Le velleità secessioniste del presidente di quest’ultima, lo <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Guerra-e-pace-di-Milorad-Dodik-236632" target="_blank">spregiudicato Milorad Dodik</a>, fanno sì che la situazione sia sempre sull’orlo della crisi. È in questo contesto che il genocidio di Srebrenica non viene quindi riconosciuto. Gli stessi luoghi dove avvenne la mattanza ne sono la riprova. A <strong>Kravica</strong> l’edificio usato per <a href="https://balkaninsight.com/2023/07/13/srebrenica-mothers-commemorate-1300-men-killed-in-mass-execution/" target="_blank">ammassare e poi uccidere 1.313 bosgnacchi</a> è stato ridipinto, sistemato e recintato, tornando a essere sede di una cooperativa agricola. Nemmeno una piccola targa ricorda quello che lì dentro è accaduto. A <strong>Pilica</strong>, la “casa della cultura” (nel cuore del paese, sulla strada principale), <a href="https://onms.nenasilje.org/2019/culture-centre-in-pilica-zvorniik/?lang=en" target="_blank">dove vennero ammazzate cinquecento persone</a>, molto più semplicemente viene lasciata cadere a pezzi. A inizio anno a un gruppo di documentaristi del Memoriale di Srebrenica voleva riprendere alcune immagini all’interno dell’edificio, ma è stato loro impedito di lavorare dalle autorità locali. L’ingresso è infatti interdetto a chiunque, soprattutto a quanti vogliano ricordare i propri cari. Noi riusciamo a entrarci, per pochi minuti, di nascosto, prima che arrivi la polizia. L’interno è spettrale. L’indomani la guida del Memoriale ci chiederà come abbiamo fatto ad entrare visto che la cittadinanza si allerta subito appena qualcuno si muove lì attorno. Anche qui, ovviamente, nemmeno una targa. Fuori però hanno pensato bene di realizzare un monumento per onorare i soldati serbo-bosniaci.</p>
<p>E a noi, oggi, cosa dice Srebrenica? «<em>Dalla Bosnia fino a oggi, fino a Gaza, il mondo è diventato un unico grande caos in cui l’aggressore e l’aggredito sono messi sullo stesso piano</em> – spiega con amarezza il giornalista <strong>Paolo Rumiz</strong> –. <em>Sono stanco di vedere guerre che si potrebbero evitare con il dialogo, ma purtroppo abbiamo perso la bellezza e la fatica delle parole giuste</em>». Gli fa eco l’attrice e documentarista <strong>Roberta Biagiarelli</strong> che, con Rumiz, ha realizzato il bellissimo podcast <a href="https://open.spotify.com/show/0e5QiHzTyCDO6I6eQJ7PsZ?si=2fb7d056d9214583" target="_blank">Srebrenica: il genocidio dimenticato</a> (ascoltatelo!). «<em>Oggi è chiaro</em> – spiega nel podcast – <em>che le guerre jugoslave non furono un rigurgito medievale, ma l’anticipazione del mondo attuale, sempre più diviso e più violento. Srebrenica, purtroppo parla al nostro presente</em>».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Anche questo incontro e la visita al memoriale di Potočari sono avvenuti nel contesto della missione di Ospiti in Arrivo, a inizio maggio, di cui ho scritto <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link</a>. E anche in questo caso un grandissimo grazie va Nihad Suljić, attivista, compagno di battaglie e amico.</p>

<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_1/' title='Srebrenica_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_2/' title='Srebrenica_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida e Nihad" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_3/' title='Srebrenica_3'><img width="1600" height="773" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il cimitero accanto al memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_4/' title='Srebrenica_4'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_4.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il cimitero accanto al memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_5/' title='Srebrenica_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_6/' title='Srebrenica_6'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Le scarpe di quanti hanno perso la vita durante la &quot;marcia della morte&quot; - Memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_7/' title='Srebrenica_7'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_7.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_8/' title='Srebrenica_8'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_8.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>

<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Gaza e Cisgiordania. Dove esistere vuol dire resistere</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/gaza-e-cisgiordania-dove-esistere-vuol-dire-resistere/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/gaza-e-cisgiordania-dove-esistere-vuol-dire-resistere/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 10:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2441</guid>
		<description><![CDATA[«Dopo aver praticamente raso al suolo Gaza, il Governo israeliano ha ora scelto di procedere con una carestia organizzata. Gli aiuti nella Striscia non arrivano da...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Dopo aver praticamente raso al suolo Gaza, il Governo israeliano ha ora scelto di procedere con una carestia organizzata. Gli aiuti nella Striscia non arrivano da oltre 100 giorni, ci sono centinaia di tir fermi al valico di Rafah pieni di cibo e medicinali che si preferisce lasciar marcire al sole. Sul territorio poi sono stati creati quattro soli centri per la distribuzione del cibo, gestiti da questa pseudo organizzazione voluta da Israele e Stati Uniti: la gente, stremata dalla guerra e dalla fame, è così costretta a percorrere distanze immani per raggiungerli. E quando arrivano lì, l’esercito spara. È stato il quotidiano israeliano a “Haaretz” a svelare come alcuni soldati abbiano raccontato, in forma anonima, di aver ricevuto precisi ordini in tal senso. Ecco cosa intendo quando dico che è una carestia organizzata</em>». Incontriamo <strong>Amer Hasan</strong>, rappresentante della Comunità palestinese in Friuli-Venezia Giulia, durante il <strong>Tadamun Fest</strong>, la festa della solidarietà tenutasi domenica 29 giugno a Udine, nel parco del circolo Nuovi Orizzonti, nel quartiere Rizzi. Una manifestazione – voluta e organizzata da una folta rete di associazioni (guidate dal <a href="https://www.facebook.com/profile.php?id=61559906829164" target="_blank">comitato cittadino per la Palestina</a>) – che ha visto alternarsi laboratori per bambini, incontri, mostre fotografiche e performance per accendere i riflettori sulla questione palestinese. Centinaia le persone che hanno voluto esserci. Ad amplificare le parole di Hasan è <strong>Medici Senza Frontiere</strong> che, appena il giorno prima, ha lanciato <a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/gaza-msf-distribuzione-della-ghf-e-un-massacro-mascherato-da-aiuto-umanitario/" target="_blank">un appello affinché si metta fine al sistema di distribuzione creato da Israele e Stati Uniti</a> a fine maggio e che fa perno sulla «Gaza Humanitarian Foundation». «<em>Chiediamo alle autorità israeliane e ai loro alleati</em> – spiegano da Msf –<em> di revocare l’assedio e consentire l’ingresso di cibo, carburante, forniture mediche e umanitarie, ristabilendo un sistema di aiuti fondato sui veri principi umanitari, come quello precedentemente coordinato dalle Nazioni Unite. Il metodo di distribuzione usato costringe migliaia di palestinesi, affamati da oltre 100 giorni di assedio, a percorrere lunghe distanze a piedi per raggiungere i 4 siti di distribuzione, dove le persone lottano per contendersi pochi avanzi di cibo</em>». <strong>Sono oltre 500 le persone uccise durante la distribuzione, più di 4mila i feriti.</strong><br />
«<em>Le iniziative come quella di oggi</em> – spiega Hasan, insegnante che vive e lavora da 42 anni in Friuli –<em>, sono preziose perché servono a informare e a fare pressione sulle istituzioni. Questa tragedia sta avvenendo nel centro del mondo, sulla terra dove sono nati tre profeti, una terra sacra che non merita tutta questa guerra e tutta questa morte, non merita questa disumanità</em>».</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>La “gazificazione” della Cisgiordania</strong></span></p>
<p>E non c’è solo Gaza. «<em>Il crescendo di violenza e oppressione</em> – osserva Hasan allargando lo sguardo – <em>riguarda anche la Cisgiordania e i territori occupati. Le condizioni di vita qui sono ormai insopportabili. I coloni hanno sempre di più campo libero, sono armati, vere e proprie milizie che rapinano soprattutto nelle periferie delle città e dei villaggi e di giorno in giorno allargano l’occupazione illegale del territorio. La situazione è peggiorata in maniera drastica da gennaio</em>». A inizio 2025, infatti, il Governo Netanyahu, mentre da una parte acconsentiva a un “cessate il fuoco” a Gaza (durato per altro pochissimo) ha dato il via all’operazione <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/netanyahu-la-cisgiordania-e-il-muro-di-ferro-197961" target="_blank"><em>Muro di ferro</em></a>, iniziata nel campo profughi di Jenin.</p>
<p>«<em>In Cisgiordania è in corso un processo di “gazificazione”</em>» racconta <strong>Anna</strong> nel corso di uno degli approfondimenti del Tadamun Fest. Attivista che lavora tra l’Italia e la Palestina, Anna ha accompagnato numerosi gruppi, anche di Udine, in Cisgiordania. Di lei scriviamo solo il nome, perché i controlli per chi entra in Israele sono stringenti, le persone che raccontano pubblicamente quello che accade nei territori non sono ospiti particolarmente graditi. «<em>Nei territori occupati</em> – spiega –<em>, città e villaggi palestinesi cercano di sopravvivere da 58 anni tra colonie ebraiche, posti di blocco e divieti israeliani. Dal 7 ottobre però la situazione si è inasprita a dismisura, vivere è diventato impossibile. L’arbitrarietà dei check point è salita esponenzialmente, sono stati posizionati cancelli che chiudono le strade, da un momento all’altro vengono attivati, semplicemente non si passa. È fondamentale sapere che parliamo di un territorio frammentato, andare da un villaggio all’altro, coprire distanze irrisorie, di venti o trenta chilometri, può richiedere ore. Il tempo e lo spazio in Cisgiordania assumono così una dimensione che ci è estranea, impossibile da comprendere senza viverla sulla propria pelle. È chiaro che così è difficilissimo lavorare, la crisi economica è diventata drammatica. I bambini poi non riescono ad andare a scuola. La storica università di Bir Zeit, ha scelto, per l’incolumità dei propri studenti di fare solo lezioni on line. Si può essere arrestati per un nonnulla, anzi, senza motivo, lasciati in detenzione amministrativa senza processi per tempi indefiniti. E poi c’è il problema della violenza crescente dei coloni, le loro milizie sono incontrollabili, attaccano villaggi e persone</em>».<br />
<strong></strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>La resistenza di chi sceglie di restare</strong></span></p>
<p>«<em>Per questo</em> – evidenzia Anna – <em>parlo di “gazificazione”</em> (<em>Ugo Tramballi, giornalista de «Il Sole 24 ore» parla, similmente di “metodo Gaza”, ndr</em>). <em>Con l’allargarsi dei territori che vengono occupati illegalmente si concentra, come nella Striscia, un numero sempre più alto di persone, costrette all’arbitrarietà quotidiana, in uno stadio di assedio permanente. Non a caso un mio amico, Rashid, che vive nella Valle del Giordano, mi dice sempre che qui anche il solo esistere, il decidere di rimanere, è un atto di resistenza</em>». Dal 7 ottobre a inizio aprile, nella Cisgiordania occupata sono stati uccisi 946 palestinesi, 187 erano bambini. Si stima inoltre che con l’operazione “Muro di ferro” siano state sfollate forzatamente 40mila persone, costrette a lasciare le proprie case nei campi profughi di Nur Shams, Tulkarem e Jenin.<br />
Anna Piuzzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">La mobilitazione della società civile in Friuli </span></h3>
<p>La misura è colma, ormai da tempo. E sempre di più la società civile, anche in Friuli, si sta mobilitando per chiedere la fine dell’assedio di Gaza e la liberazione della Palestina. E non solo con un click online, ma attraverso un esserci concreto nello spazio pubblico: partecipando, manifestando. Ci sono le «Donne in nero» di Udine che – sin dalla prima ora – continuano a manifestare silenziosamente nel centro cittadino per chiedere il “cessate il fuoco”. Come anche le «Donne della Bassa Friulana contro la guerra» che si sono radunate l’ultima volta venerdì 27 giugno ad Aquileia: «Cessate il fuoco ora! Basta orrore, massacri e genocidio: a Gaza e in Cisgiordania muore l’umanità» è stato il loro grido. Sempre a Udine, i soci e le socie del MissKappa hanno voluto incontrarsi nel momento in cui lo street artist Marko Nicopa ha dipinto, sulla vetrina del circolo, la bandiera della Palestina.<br />
In Carnia, il 1° giugno, rispondendo all’appello della campagna «L’ultimo giorno di Gaza» – lanciata da Tomaso Montanari, Paola Caridi ed altri intellettuali –, anche a Tolmezzo un gruppo spontaneo di una sessantina di persone si era recato, munito di fiaccole, sulla Torre Picotta, che domina la cittadina, per testimoniare la propria solidarietà con le popolazioni palestinesi. Grazie a quell’esperienza si è costituito il gruppo «Carnia per la Pace», con «l’intento – si legge in una nota – di proseguire ed estendere le iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza e di pressione sulle istituzioni». Partecipatissimi gli incontri organizzati a Enemonzo e Ovaro. A Paluzza, durante la serata organizzata dall’Anpi Val But, sono stati raccolti fondi per 1900 euro da destinare alla missione a gaza di Medici Senza Frontiere. Sempre nelle terre alte, su iniziativa del circolo Legambiente della Carnia-Val Canale-Canal del Ferro, sono stati raccolti quasi tremila euro, destinati ad associazioni impegnate nell’assistenza dei bambini palestinesi ricoverati in ospedali italiani. Innumerevoli poi gli eventi promossi dal «Comitato per la Palestina» di Udine, l’ultimo è stato il Tadamun fest, la festa della solidarietà che ha visto centinaia di persone incontrarsi nel parco del circolo «Nuovi orizzonti», ai Rizzi. «Ovunque – spiega Laura, attivista del Comitato – c’è stato un crescendo di sensibilità, almeno dal basso, nel riconoscere che quello in corso a Gaza è un massacro, ormai andato oltre ogni limite, che quanto sta compiendo Israele è inaccettabile. È questo un salto di qualità importante nella consapevolezza e coscienza collettiva che porta a dire non solo che il genocidio in corso a Gaza deve essere fermato, ma anche che l’occupazione strutturale della Cisgiordania deve finire».<br />
A.P.</p>
<p>Articoli pubblicati sul settimanale diocesano di Udine.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/gaza-e-cisgiordania-dove-esistere-vuol-dire-resistere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Seconda parte &#124; «Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti in arrivo]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2417</guid>
		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda) con destinazione Tuzla....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la seconda parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">«Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</span></strong></h3>
<p>«<em>Sappiamo bene, per averlo vissuto, cosa vuol dire dover abbandonare tutto perché c’è la guerra. E conosciamo altrettanto bene l’angoscia che ti abita quando non sai, anche dopo anni, che fine hanno fatto i tuoi cari</em>». Incontriamo <strong>Emina</strong> nel suo appartamento di Zvornik, nel nordest della Bosnia. Siamo alla fine di una giornata trascorsa di cimitero in cimitero per visitare i luoghi dove sono sepolte le persone migranti morte nel tentativo di attraversare la Drina (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">nella prima parte del reportage</a>). Anche Emina è tra quanti hanno scelto di mobilitarsi per le persone in movimento sulla rotta balcanica, persone che però preferisce chiamare «<em>i nostri fratelli siriani e afghani</em>». È uno sguardo magnetico il suo, gli occhi chiari – mentre ti parla – cercano i tuoi, senza tregua. E ride, ride parecchio, con una voce roca da fumatrice incallita. La sua casa affaccia proprio sulla Drina, dall’altra parte del fiume c’è la Serbia. «<em>Dal balcone ho iniziato ad accorgermi di questi ragazzi che attraversavano a nuoto. Vedevo anche le condizioni in cui arrivavano dopo mesi di viaggio, dopo le violenze della polizia, in Iran, in Turchia e poi in Europa. Come si fa a non provare ad aiutarli? Soprattutto se hai vissuto quello che abbiamo vissuto noi?</em>».</p>
<p><strong>È in questa regione della Bosnia che, nel 1992, inizia infatti la pulizia etnica</strong>. Il primo di aprile – indisturbate – le “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_volontaria_serba" target="_blank">Tigri di Arkan</a>” (ufficialmente “Guardia volontaria serba”, gruppo paramilitare di volontari, ndr) entrano a <strong>Bijeljina</strong>. L’assalto dura tre giorni: è un massacro, cinquecento bosgnacchi (<em>bosniaci di fede musulmana, ndr</em>) vengono uccisi. Gli altri costretti alla fuga. <strong>In poco più di una settimana le truppe regolari e irregolari serbe occupano, oltre a Bijeljina, altre cittadine e borghi, tra cui anche Zvornik, Bratunac, Srebrenica, Žepa, Višegrad, Derventa e Foča</strong>: uccidono, stuprano, saccheggiano. Proprio a Zvornik per la prima volta si sente usare la parola “<em><strong>cist</strong></em>”, “<em><strong>pulito</strong></em>”: l’obiettivo è infatti ripulire dai “turchi” i territori “misti”, a maggioranza musulmana, una presenza che ostacola la continuità geografica ed etnica con la Serbia. Emina riuscì a scappare con la sua famiglia, trovando riparo a Tuzla. «<em>Fu un’odissea, fuggimmo nei boschi a piedi</em>». <strong>Le chiediamo quanti sono oggi i bosgnacchi a Zvornik. Ride con amarezza: «<em>Siamo un errore statistico</em>».</strong> Sono infatti pochissime le persone sopravvissute e sfollate che, all’indomani della guerra, scelsero di rientrare. Emina fu tra queste e al suo ritorno, nei primi anni duemila, trovò il proprio appartamento occupato. Ci vollero tempo e un buon avvocato per rientrarne in possesso. «<em>I miei figli vivono a Sarajevo</em> – racconta –<em>, mi ripetono di raggiungerli, ma io non me vado, anche se le vessazioni non mancano. Sono vecchia, non me ne curo. Cosa possono farmi ormai?</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Bosnia la situazione rimane tesa. Sul muro davanti casa di Emina sono apparse scritte che inneggiano a <a href="https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/La-cattura-di-Ratko-Mladic" target="_blank">Ratko Mladić</a>, il generale che guidò il genocidio di Srebrenica di cui, l’11 luglio di quest’anno, ricorre il trentennale. Oltre ottomila uomini – dai quindici ai sessantacinque anni – vennero trucidati in una manciata di giorni. I corpi furono poi ammassati in fosse comuni. Fosse che vennero a più riprese riaperte e spostate per occultare il massacro e rendere difficile il ritovamento e il riconoscimento delle vittime. Ancora oggi c’è chi cerca i propri cari. L’ultima fossa comune, riconducibile ai massacri del luglio ‘95, è stata scoperta quattro anni fa a Kalinovik, a sessanta chilometri da Sarajevo. Si ritiene che altre non siano ancora state trovate. Fondamentale, per l’identificazione dei corpi, è stato l’utilizzo del dna. Nella città di Tuzla è infatti attiva da anni l’International Commission on Missing Persons che si dedica all’identificazione di chi è scomparso a Srebrenica. Negli anni è stata restituita l’identità di oltre settemila persone. È questo il sistema che gli attivisti vorrebbero fosse esteso anche ai migranti morti lungo la rotta balcanica.</p>
<p>«<em>Sono le stesse madri di Srebrenica a sollecitarlo</em> – racconta Nihad Suljic, attivista di Tuzla –, <em>donne che non di rado aiutano i migranti, anche accogliendoli: un silenzioso e ideale ponte di solidarietà con altre madri lontane dai propri figli</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Post Scriptum.</strong> </span><em>Questo reportage è stato pubblicato sulle pagine del settimanale diocesano di Udine con inevitabili questione di spazio perché contenere tutto quello che ci è stato raccontato e trasmesso, quello che abbiamo vissuto nella nostra missione in Bosnia è impossibile. Ho dovuto quindi fare delle scelte, anche per questioni di efficacia. Ad esempio, ho scelto di limitarmi a raccontare Emina, invece, ad accoglierci, c&#8217;era anche Remzija, pure lei – insieme ad Emina – dà sostegno alle persone in movimento sulla rotta balcanica. Vederle ridere insieme è stata una boccata d&#8217;aria, un assaggio dell&#8217;ironia straordinaria dei bosniaci che sanno usare anche mentre ti raccontano storie drammatiche. Ho sempre pensato che questa luminosissima dote sia una loro peculiare forma di ostinata resistenza a tutto quello che di feroce la storia ha messo sul loro cammino. Ed è anche per questo che amo – alla follia – questo popolo e questa terra. E poi c&#8217;era un ragazzo bangladese, di cui, con dispiacere, scopro di non averne appuntato il nome. Della sua presenza lì si dovrebbe scrivere ampiamente: ci ha spiegato che a Zvornik non è arrivato per caso, ma chiamato da un&#8217;azienda, lui come altri parecchi lavoratori. E ha aggiunto: «Certo che l&#8217;Europa resta un grande sogno, ma ho deciso di restare qui in Bosnia. Guadagno indubbiamente meno, ma la mia dignità di persona non viene piegata dalla violenza di un continente che non ci vuole. In futuro chissà magari le cose cambieranno».</em></p>

<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_1/' title='Zvornik_1'><img width="1206" height="543" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Emina (in verde) e Remzija (in rosa)" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_2/' title='Zvornik_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_3/' title='Zvornik_3'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina, Remzija, NIhad e il ragazzo bangladese" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_4/' title='Zvornik_4'><img width="2048" height="1536" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_4.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La missione di Ospiti in arrivo" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_5/' title='Zvornik_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="La Drina vista dall&#039;appartamento di Emina" /></a>

]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Prima parte &#124; I morti senza nome sulla &#8220;rotta balcanica&#8221;</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti in arrivo]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2394</guid>
		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda)...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la prima parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>I morti senza nome lungo la &#8220;rotta balcanica&#8221;</strong></span></h3>
<p>È un angolo appartato, uno spazio tenuto ben distinto dal resto dell’ampio cimitero. Le tombe, qui confinate, sono poco più di venti. Piccole lapidi scure che danno conto di chi è morto inseguendo un sogno: entrare in Europa e provare a rifarsi una vita lontano da guerre, violenze e miseria. Di queste persone ci è dato sapere pochissimo, l’anno di morte appena. <strong>La sigla “NN” – “no name” – testimonia che di loro, insieme alla vita, è andato perso perfino il nome</strong>. Siamo a Bijeljina, nel nordest della Bosnia ed Erzegovina. A sei chilometri scorre la Drina, il fiume raccontato da <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ivo_Andri%C4%87" target="_blank">Ivo Andrić</a> e che segna il confine con la Serbia. È nelle sue acque che sono morte queste persone: migranti che stavano percorrendo la “rotta balcanica”, provenienti sopratutto da Siria e Afghanistan.<br />
«<em>Provano a passare il confine attraversando la Drina. A volte a nuoto, a volte con piccole imbarcazioni messe a disposizione, a poco prezzo, dai trafficanti. Ma il fiume è profondo, la corrente fortissima ed è facile morire annegati. I corpi vengono ritrovati anche a distanza di mesi</em>». A raccontare, dopo essersi brevemente raccolto in preghiera di fronte alle lapidi, è <strong>Nihad Suljić</strong>, attivista che opera a Tuzla, la prima grande città bosniaca dopo il confine con la Serbia. Il suo impegno per le persone migranti è iniziato sette anni fa, quando la città divenne uno degli snodi principali della rotta balcanica. «<em>Da un momento all’altro il flusso di persone si fece imponente</em> – racconta –. <em>Ci trovammo davanti uomini e donne che erano in cammino da mesi e non avevano nulla. Le istituzioni erano completamente impreparate. Ho sentito di dover fare qualcosa, mi sono messo così a distribuire cibo e vestiti alla stazione degli autobus. Un po’ alla volta, attorno a me si è creata una rete di persone, soprattutto donne, mosse dal desiderio di restituire dignità ai migranti</em>». Una dinamica “dal basso”, questa, che caratterizza tutte le rotte migratorie e che si innesta in una più ampia rete internazionale di solidali che tiene insieme associazioni, collettivi e movimenti, anche diversissimi tra loro.</p>
<p>Oggi la situazione è cambiata. A Tuzla i migranti sono pochi, da una parte perché i numeri della rotta balcanica sono in calo, dall’altra perché la militarizzazione dei confini dell’Ue ha fatto aumentare il ricorso ai trafficanti, rendendo le persone in movimento meno visibili e più vulnerabili. L’impegno di Suljić non è venuto meno, ma si è in parte trasformato. <strong>È infatti tra le poche persone che le famiglie dei migranti possono contattare quando perdono le tracce dei propri cari.</strong> «<em>È iniziato tutto per caso, due anni fa</em> – racconta –. <em>Mi telefonò dalla Francia un ragazzo afghano che avevo conosciuto proprio a Tuzla, qualche anno prima. Mi chiedeva aiuto perché stava cercando un giovane del suo villaggio che era scomparso in questa zona</em>». Suljić fa allora girare la foto del giovane disperso, dopo pochi giorni viene contattato dalla Protezione Civile: il corpo era stato ritrovato privo di vita nel fiume. «<em>Quando sono arrivato all’obitorio è stato difficile spiegare la mia posizione ai medici e alla polizia. Non faccio parte di un’istituzione e non sono un familiare</em>». Ma Suljić insiste e – attraverso una videochiamata con la famiglia, alla presenza delle autorità – riesce ad effettuare il riconoscimento ufficiale. «<em>Da allora capita spesso che mi chiamino per casi simili</em>». E mentre lo dice estrae dallo zaino una cartellina piena di foto, alcune sono di ragazzi scomparsi, altre dei corpi ritrovati nella Drina. Guardarle è straziante. Impossibile non pensare che per ognuno di loro c’è una famiglia in attesa di notizie. E di ognuno Suljić ci racconta la storia che è riuscito a ricostruire, lo fa come fossero persone conosciute, persone care.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Identificare le vittime</span></strong></p>
<p>«<em>L’obiettivo</em> – spiega ancora – <em>è provare a identificare le vittime, ma è difficile. Spesso i corpi vengono sepolti velocemente, soprattutto quando vengono ritrovati in Serbia. Manca poi un database del dna, ci stiamo battendo perché venga realizzato. Qui in Bosnia sappiamo per esperienza quanto sia importante, ci ha consentito di identificare i corpi di migliaia di vittime della pulizia etnica degli anni Novanta</em> (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/" target="_blank">ne scrivo a questi link</a>). <em>Molte famiglie poi vorrebbero venire di persona, ma non possono ottenere il visto o non hanno la disponibilità economica per affrontare il viaggio</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Una sepoltura dignitosa</strong></span></h5>
<p>Intanto, progressivamente, si sta garantendo ai morti una sepoltura dignitosa. «<em>All’inizio sulle tombe c’era solo un paletto di legno, ma un po’ alla volta, anche grazie alla generosità di tante persone, li stiamo sostituendo con piccole lapidi di marmo. È importante che, anche se privo di nome, resti un segno del passaggio di queste persone sul territorio: non deve essere dimenticato che sono morte “di confine”, tenute ai margini dall’Europa con la violenza</em>».<br />
Visitiamo anche altri cimiteri, a Tuzla e a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Zvornik" target="_blank">Zvornich</a>. Ovunque ci sono tombe senza nome. Con qualche eccezione. A <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Loznica_(Serbia)" target="_blank">Loznica</a>, in Serbia, ci raccogliamo attorno a tre lapidi di legno che i nomi li hanno. Due sono vicinissime. «<em>Sono madre e figlia sepolte insieme</em> – spiega Suljić –, l<em>a bambina si chiamava Lana e aveva nove mesi, la sua mamma, Khadijah, vent’anni. La tomba accanto è del papà, Ahmed, 24 anni</em>». Sono tre delle undici vittime dell’<a href="https://www.ilpost.it/2024/08/22/persone-migranti-morte-drina-serbia-bosnia-erzegovina/" target="_blank">incidente più grave avvenuto sulla Drina</a>, nell’agosto del 2024 quando, di notte, si ribaltò un barchino che stava traportando un gruppo di profughi siriani. Khadijah e Ahmed avevano anche altri due figli: sono sopravvissuti e ora vivono in un orfanotrofio a Belgrado.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>I numeri di Missing Migrants</strong></span></h5>
<p><strong></strong>Dei morti lungo le rotte migratorie si parla raramente, solo in occasione di tragedie, come quella di Cutro, nel 2023. Eppure, lo stillicidio è quotidiano. Nel 2014 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha avviato un progetto di monitoraggio, il <a href="http://missingmigrants.iom.int/" target="_blank">Missing Migrants Project</a>. <strong>I suoi numeri sono chiari, morti e dispersi aumentano, nel 2024 il picco più alto: le vittime, sulle rotte di tutto il mondo, sono state 9.191. In Europa almeno 237.</strong> E proprio i fiumi restano una trappola mortale, non solo la Drina, ma anche la Sava, tra Croazia e Bosnia, l’Evros, tra Grecia e Turchia. Nel 2021 una bambina curda di 10 anni morì a due passi da Trieste, nel fiume Dragogna, mentre, insieme a sua madre, stava provando a entrare in Slovenia dalla Croazia (<a href="https://www.annapiuzzi.it/da-dragogna-a-gradisca-si-muore-di-confine/" target="_blank">ne scrivevo qu</a>i).</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>A Trieste</strong></span></h5>
<p>Intanto nomi e volti delle persone scomparse si rincorrono fino a Trieste. In piazza della Libertà – dove i volontari di «Linea d’ombra» danno le prime cure a chi è appena arrivato dalla rotta balcanica – ci sono anche le foto delle persone di cui non si hanno più notizie. «<em>Spesso nell’attesa del pasto che ogni sera viene distribuito</em> – spiega Ismail Swati, mediatore culturale –,<em> le persone si scambiano informazioni proprio su chi hanno incontrato lungo la rotta, anche facendo da tramite con le famiglie che non sanno dove i loro cari si siano persi</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>

<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_1/' title='rep_BR_25_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Bijeljina" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_2/' title='rep_BR_25_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Bijeljina. Nihad Suljić insieme a Ospiti in arrivo" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_3/' title='rep_BR_25_3'><img width="1599" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Nihad Suljić in preghiera nel cimitero di Loznica" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_4/' title='rep_BR_25_4'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_4.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Loznica" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_5/' title='rep_BR_25_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Memoriale di Kalesija" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/rep_br_25_6/' title='rep_BR_25_6'><img width="1200" height="1600" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/rep_BR_25_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Cimitero di Tuzla" /></a>

]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Puniti dissenso e marginalità: i nodi del Decreto Sicurezza</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/puniti-dissenso-e-marginalita-i-nodi-del-decreto-sicurezza/</link>
		<comments>http://www.annapiuzzi.it/puniti-dissenso-e-marginalita-i-nodi-del-decreto-sicurezza/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 05:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2379</guid>
		<description><![CDATA[Non ci gira troppo attorno l’avvocato Raffaele Conte. Quando gli chiediamo del Decreto Legge Sicurezza, il presidente della Camera Penale di Udine va, infatti, dritto dritto...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci gira troppo attorno l’avvocato <strong>Raffaele Conte</strong>. Quando gli chiediamo del Decreto Legge Sicurezza, il presidente della <a href="https://www.camerapenalefriulana.it/homepage" target="_blank">Camera Penale di Udine</a> va, infatti, dritto dritto al cuore della questione e spiega: «<em>È un prodotto securitario che soddisfa il marketing delle emozioni</em>».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Forma pericolosamente irrituale</span></strong></h5>
<p>Ma andiamo con ordine. Entrato in vigore sabato 12 aprile, il <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2025/04/decreto-legge-48-2025-decreto-sicurezza.pdf" target="_blank">decreto legge</a> ha sollevato pesantissime critiche anche per l’irritualità del percorso scelto dal Governo Meloni. Il testo del decreto, infatti, riprende gran parte di un altro provvedimento che lo stesso Governo aveva già approvato a fine 2023: in quel caso però si trattava di un disegno di legge, e in quanto tale era stato trasmesso al Parlamento perché lo discutesse, senza scadenze e con ampie possibilità di modifica. Di fronte però alle numerose contestazioni, alle spaccature dentro la stessa maggioranza e allo stallo dell’iter, il Governo ha scelto la decretazione d’urgenza: di fatto ha sottratto il provvedimento al Parlamento e lo ha riscritto, con alcune leggere modifiche. Ora, il provvedimento tornerà di nuovo alle Camere, ma dovrà essere approvato entro sessanta giorni per la conversione in legge. E senza che i parlamentari possano cambiarlo se non per aspetti molto marginali.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Ambiti d’intervento diversissimi</span></strong></h5>
<p>A destare fortissime perplessità sono poi i contenuti. «<em>Siamo di fronte</em> – osserva l’avvocato Conte – <em>a un provvedimento che, in 39 articoli, tocca ben 20 ambiti diversi: si va dal contrasto al terrorismo alle truffe agli anziani, dalla normativa antimafia alle manifestazioni. Si tengono insomma insieme questioni diversissime. Su alcune disposizioni si può anche convenire, ma non può sfuggire che, ancora una volta, da una parte vengono introdotte nuove fattispecie di reato, dall’altra si inaspriscono le pene. Non è un caso che, da quando si è insediato il Governo Meloni, il numero delle persone detenute in Italia sia passato da circa 55mila a 62mila. Ma soprattutto, a mio modo di vedere, è davvero preoccupante il fatto che le condotte oggetto di criminalizzazione appaiono, nella quasi totalità dei casi, espressive di marginalità sociale o di forme di dissenso</em>».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Punire la marginalità</span></strong></h5>
<p>Tra le misure più contestate c’è l’introduzione della non obbligatorietà del rinvio della pena per donne incinte o che hanno figli con meno di un anno. Il decreto-legge prevede tuttavia che la detenzione debba avvenire obbligatoriamente negli Icam, gli Istituti a custodia attenuata per madri, cioè in quei particolari tipi di carcere pensati per attenuare l’esperienza della reclusione di bambini e bambine. «<em>È chiaro che in questo caso</em> – sottolinea Conte – <em>si vuole colpire le donne di etnia Rom</em>». Evidente dunque un intento discriminatorio. «<em>In tema di marginalità</em> – osserva ancora Conte – <em>si è intervenuti anche in tema di occupazione abusiva di immobili, sull’onda di casi eclatanti, ma isolati. È difficile comprendere il perché di norme ad hoc, dal momento che una normativa c’è già. Anche in questo caso si vuole dare risposta all’emotività dell’elettorato anziché rimuovere le cause di un disagio sociale</em>».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Proteste in carcere</span></strong></h5>
<p>E c’è poi la grande questione delle proteste in carcere, un luogo che – com’è ormai ben noto – soffre di affollamento cronico e condizioni di vita al limite della tollerabilità. In questo contesto è stato quindi introdotto il nuovo reato di rivolta in carcere, modificando il codice penale con l’aggiunta di un nuovo specifico articolo, il 415-bis. Con «rivolta» il decreto-legge si riferisce a quelli che definisce «atti di violenza o minaccia o di resistenza» agli ordini compiuti da tre o più persone riunite con questo intento. Il decreto-legge prevede che queste persone siano punite con la detenzione da uno a cinque anni, con pene più lunghe se la rivolta provoca lesioni personali, o morte, al personale penitenziario. «<em>Si può arrivare fino ai vent’anni</em> – commenta Conte – <em>indipendentemente dal fatto che si siano cagionati direttamente danni o lesioni, basta aver preso parte alle proteste. Anche in questo caso il problema sociale si risolve sul piano penale, il carcere si conferma come vera e propria “discarica sociale”. Le stesse norme si applicano anche ai Cpr, dove, se possibile, le condizioni sono ancora più disumane». Un punto molto contestato del decreto-legge riguarda il fatto che questo reato si riferisce anche a «condotte di resistenza passiva</em>», che a seguito di obiezioni del presidente della Repubblica il Governo ha definito in maniera più precisa (ma comunque ampiamente interpretabile) come atti che impediscono il compimento di azioni finalizzate alla gestione dell’ordine e della sicurezza all’interno delle carceri.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Contro il dissenso</span></strong></h5>
<p>E in tema di manifestazioni? «<em>Ci sono inasprimenti fortissimi</em> – osserva il Presidente della Camera Penale di Udine – <em>e sono costruiti in maniera mirata, puntano agli ecoattivisti, a chi manifesta contro le grandi opere. Più in generale vogliono agire da deterrente, vogliono dissuadere dal partecipare a manifestazioni facendo leva sul fatto che sia più conveniente restare a casa per non correre rischi nel caso ci possa essere qualche isolata “testa calda”</em>». Nel dettaglio il decreto legge inasprisce le pene per chi deturpi o imbratti beni mobili o immobili utilizzati da istituzioni pubbliche: si rischia il carcere da sei mesi a un anno e mezzo e la multa da mille a 3mila euro, con aumenti di pena in caso di recidiva. È poi prevista un’aggravante per quelli che vengono definiti «atti violenti» compiuti con l’obiettivo di impedire la realizzazione di un’infrastruttura, se questa è destinata «all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici»: è la parte del decreto che chi lo contesta definisce la “norma anti-No TAV”.<br />
Non basta, chi attua un blocco stradale, cioè impedisce la libera circolazione su strada, ad esempio col proprio corpo, se prima rischiava una multa che andava da mille a 4mila euro, ora incorre nella reclusione fino a un mese.<br />
E dunque, se un domani, in questo contesto si volesse manifestare, ad esempio contro la realizzazione di grandi opere sul Tagliamento? «<em>Temo che protestare potrebbe diventare difficile</em>» risponde Conte.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Norme a tutela degli agenti</strong></span></h5>
<p>Il decreto legge introduce poi nuove tutele legali per i membri di forze di polizia, vigili del fuoco, forze armate indagati o imputati per fatti connessi alle attività di servizio: è previsto che lo Stato potrà corrispondere fino a 10mila euro per le spese legali in ogni fase del procedimento penale in corso.<br />
C’è poi un articolo che specifica che le forze di polizia possono scegliere – non sono obbligate come richiesto da tempo da varie organizzazioni che si occupano di diritti – di indossare bodycam sulle divise. Cioè i dispositivi di videosorveglianza che servono a registrare l’operato degli agenti quando sono in servizio.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Avvocati in sciopero</span></strong></h5>
<p>Intanto, in dissenso con la normativa introdotta, la giunta dell’Unione delle camere penali italiane ha deliberato «l’astensione dalle udienze e da tutte le attività giudiziarie per i giorni 5, 6 e 7 maggio».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p>Articolo pubblicato sull&#8217;edizione del 30 aprile 2025 del settimanale diocesano di Udine (<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/05/VC3004_10.pdf" target="_blank">qui la pagina in pdf</a>).</p>
<p><a href="https://www.amnesty.it/la-rete-no-ddl-sicurezza-a-bruxelles/" target="_blank">Foto tratta da amnesty.it</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.annapiuzzi.it/puniti-dissenso-e-marginalita-i-nodi-del-decreto-sicurezza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
