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	<title>Anna Piuzzi &#187; Medio Oriente</title>
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		<title>«E ancora chiediamo perdono»: intervista con Loris De Filippi, di ritorno da Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 12:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris.png"><img class="alignright size-medium wp-image-2514" alt="copertina_loris" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris-215x300.png" width="215" height="300" /></a>«<em>Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non mi interessano le narrazioni epiche dell&#8217;umanitario in prima linea, quelle che scivolano nel culto dell&#8217;eroismo individuale. Ho sempre cercato di stare un passo indietro, come insegnava don Milani a Barbiana: “Fare strada ai poveri senza farsi strada”. Quel passo indietro, oggi, lo rivendico come scelta politica. […] Ma a Gaza accade qualcosa di diverso. Gaza impone un&#8217;eccezione. Questo libro esiste perché in questa guerra asimmetrica – o meglio, in questa punizione collettiva documentata da ogni organismo umanitario – non c&#8217;è stato spazio per i giornalisti stranieri. Non c&#8217;è stato spazio per filmare o raccontare liberamente. Ci sono stati solo silenzi e censure. E quando il silenzio diventa assoluto, chi cura deve anche testimoniare</em>». Scrive così <strong>Loris De Filippi</strong> nelle primissime pagine di <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><strong><em>E ancora chiediamo perdono</em></strong></a> (Mondadori), intenso e necessario libro, da pochissimi giorni in libreria.</p>
<p>Friulano, infermiere di formazione, De Filippi lavora da trent’anni come operatore umanitario in contesti di crisi, conflitti armati ed epidemie. Nell’ultima missione ha prestato servizio come Health Specialist per Unicef a Gaza, dove si è occupato del supporto alle cure pediatriche con particolare attenzione alle unità di terapia intensiva neonatale. Per altro, tra le tante realtà per cui ha lavorato, è stato presidente di Medici Senza Frontiere Italia e direttore delle operazioni di MSF Belgio, contribuendo alla definizione delle strategie globali dell’organizzazione. Da pochi giorni è rientrato in Italia, ieri è stato a Radio Spazio per raccontarci del suo libro, ma soprattutto per tenere accesi i riflettori su Gaza di cui oggi, purtroppo, si parla pochissimo.</p>
<p>Se volete ascoltarci, a <a href="https://www.spreaker.com/episode/17-04-2026-e-ancora-chiediamo-perdono-con-loris-de-filippi--71361688" target="_blank">questo link trovate la puntata in podcast di Libri alla radio</a>.</p>
<p>Se preferite leggerci, ecco qui di seguito l’intervista.</p>
<p><strong>Loris, nell&#8217;introduzione a <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><em>E ancora chiediamo perdono</em></a>, sottolinei il fatto di esserti fin ora tenuto alla larga dall’idea di scrivere un libro, tanto più un libro con una forte componente autobiografica. Gaza invece ha meritato un’eccezione, è stata un’urgenza.</strong></p>
<p>«Sì, per due ragioni. La prima è legata al fatto che i giornalisti internazionali non sono potuti entrare a Gaza in alcun modo. Già questo è un segno della diversità che caratterizza questo conflitto. La seconda ragione è che i colleghi Gazawi, con cui ho lavorato in questi mesi – persone peraltro splendide –, mi hanno chiesto di portare la loro voce fuori da Gaza, credo che il miglior modo per farlo fosse questo: testimoniare. Per me è stato un esercizio piuttosto difficile, prima di tutto perché non avevo mai scritto un libro e poi perché nello scrivere, per un operatore umanitario, può nascondersi il rischio dell’autocelebrazione, cosa che a me assolutamente non interessa».</p>
<p><strong>Di questa diversità di Gaza da tutte le altre situazioni di crisi umanitaria tu spieghi molto bene le caratteristiche, tra queste c’è una che riguarda proprio il vostro lavoro, cioè l’assenza di “zone protette”. «A Gaza – scrivi –, che tu lo voglia o meno, diventi un Gazawi». Proviamo a raccontare cosa vuol dire questo «essere un Gazawi».</strong></p>
<p>«Vuol dire essere vulnerabile a questo conflitto, vuol dire vivere assieme ad altri due milioni di persone in un’area ristrettissima, all&#8217;inizio – quando sono arrivato – erano 365 chilometri quadrati, ora sono stati ridotti ad appena 170. Vuol dire dunque stare dentro a questa lunga punizione collettiva in cui essere esposti è una possibilità quotidiana, basti pensare che i droni passano tutte le notti, ti mantengono sveglio. C’è poi la situazione relativa all’acqua e all’approvvigionamento di qualsiasi derrata alimentare che riguarda anche te e non solo i Gazawi, cosa che negli altri contesti di crisi non succede perché c’è un cuscino di protezione, una zona più o meno umanitaria».</p>
<p><strong>Che a Gaza dovrebbe essere Deir el Balah…</strong></p>
<p>«Sì, ma anche lì la popolazione è stata colpita. Un collega, <a href="https://www.ilpost.it/2025/04/25/esercito-israeliano-operatore-onu-ucciso/" target="_blank">Marin Valev Marinov</a>, capo missione dell&#8217;Unops, l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti, è stato ucciso barbaramente a poche centinaia di metri dalla nostra guest house, a dimostrazione che la possibilità che la tua incolumità sia messa a rischio è più o meno la stessa di qualsiasi altro abitante di Gaza. Ricordo che, ad oggi, sono morte sicuramente più di 72 mila persone, di cui almeno 20 mila bambini, questo dall&#8217;idea dello sprofondo in cui siamo vissuti».</p>
<p><strong>Una situazione questa iniziata con il 7 ottobre 2023, e che – soprattutto nel 2025 – ha avuto una grande attenzione mediatica, nonché una mobilitazione, </strong><strong>a livello internazionale, </strong><strong>come da tempo non se ne vedevano da tempo. Oggi quell’attenzione è venuta meno, vuoi per il conflitto in Iran e in Libano, vuoi perché si pensa che l’iniziativa del “Board of Peace” di Trump abbia portato una reale tregua. Ma così non è…</strong></p>
<p>«Esattamente, <a href="https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/board-of-peace-il-progetto-imperiale-di-trump-che-poggia-sulle-macerie-di-gaza-29630.html" target="_blank">è stata dichiarata una tregua o, perlomeno, un “cessate il fuoco”, si è parlato di una “prima fase”</a> che però non è proseguita. Basta un dato: da quando il “cessate il fuoco” è iniziato, ad ottobre, ci sono state oltre 700 vittime. I bombardamenti continuano, soprattutto da quando è cominciata la guerra israelo-iraniana, e si bombarda non solo nell’area periferica, lungo la famosa<a href="https://www.emergency.it/blog/articoli/la-linea-gialla-a-gaza/" target="_blank"> “yellow line”</a>, ma anche all’interno della Striscia, a Khan Yunis, a Deir el Balah, come al Nord, verso Gaza City, Beit Lahia, Jabalia, anche dove ci sono gli accampamenti. Ricordo che Gaza, in questo momento – lo ripeto, in uno spazio molto piccolo, di 170 chilometri quadrati – ha circa mille insediamenti in tenda, questo dovrebbe rendere l’idea di quanto sia difficile».</p>
<p><strong>L’avvio da parte di Israele e Stati Uniti del conflitto con l’Iran e con il Libano ha avuto anche l’effetto di richiudere i valichi, il Manifesto, mercoledì 15 aprile, titolava <a href="https://ilmanifesto.it/su-gaza-incombe-lo-spettro-di-una-nuova-carestia" target="_blank">Su Gaza incombe lo spettro di una nuova carestia</a>.</strong></p>
<p>«Sì, già da una decina di giorni prima dell’inizio del conflitto c&#8217;è stata una chiusura progressiva dei valichi. Oggi siamo arrivati ad avere l’ingresso di appena il 20% di derrate di quanto entrava un mese e mezzo fa. Oltre al problema delle derrate c’è il problema del carburante che non entra più, e questo è un fatto tragico perché tutto a Gaza (penso anche agli impianti di desalinizzazione) funziona con i generatori, la rete elettrica, infatti, è interrotta da moltissimi mesi. A Gaza, in questo momento, nessuna delle cose che a una comunità servono per sopravvivere è garantita».</p>
<p><strong>Rispetto a questo e rispetto alla difficoltà degli ospedali, parliamo anche di quella che tu indichi come una “violenza amministrativa” legata al cosiddetto “dual use”. Spieghiamo di cosa si tratta.</strong></p>
<p>«È una scusa che gli israeliani utilizzano per non far entrare materiale a Gaza, li aiuta a definire come “pericolosi” strumenti che si vogliono far entrare a Gaza con fini nobili, ad esempio curare le persone. Si sostiene infatti che potrebbero essere presi da Hamas e utilizzati per altri motivi, “dual use” appunto. L’esempio più classico è quello dei cilindri d&#8217;ossigeno, servono in ospedale, ma secondo gli israeliani potrebbero essere usati da Hamas per altri scopi».</p>
<p><strong>È accaduto anche per i <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_luglio_04/gaza-de-filippi-unicef-israele-sta-bloccando-33-ventilatori-italiani-salverebbero-delle-vite-f8488906-ba44-4aa4-92e5-fe9d8efe2xlk.shtml" target="_blank">ventilatori neonatali</a> che l’anno scorso dovevano entrare a Gaza e invece sono stati bloccati, una questione che tu avevi portato con forza all’attenzione pubblica, anche della politica.</strong></p>
<p>«È stata una vicenda incredibile, si tratta infatti di macchinari che servono a far respirare dei polmoni non ancora formati, qualcosa che dà l&#8217;opportunità ai bambini di salvarsi. Eravamo riusciti ad acquistarli da una ditta italiana, a gennaio 2025 erano arrivati al Ben Gurion, da lì però non si sono mossi per otto mesi. Ho quindi iniziato uno stalking umanitario, interessando perfino il sindaco di Udine, il dottor Amato De Monte, e più in generale la comunità friulana che ha dimostrato una sensibilità straordinaria. Alla fine, dopo otto mesi sono arrivati a destinazione, sono entrati in funzione, hanno salvato parecchie vite e continuano a salvarne di altre, possiamo quindi dire che è stata una piccola storia a “lieto fine”. Restano però quegli otto mesi in cui tantissimi bambini si sarebbero potuti salvare e invece così non è stato».</p>
<p><strong>Bambini che a Gaza continuano a nascere…</strong></p>
<p>«Sì, ogni anno – e anche quest&#8217;anno – ci sono 50 mila gravidanze, dunque 50 mila nuovi bambini che arrivano e che però subiscono i diversi blocchi umanitari. Le donne per esempio spesso non assumono né acido folico, né micronutrienti, né cibo nella quantità dovuta, questo comporta che sempre di più le gravidanze portino pessime sorprese: ci sono bambini che nascono alla ventisettesima settimana gestazionale con dei problemi enormi. Per questo era importantissimo dare il nostro contributo e in qualche modo ci siamo riusciti, in questo momento a Gaza ci sono infatti dieci terapie intensive neonatali e tre pediatriche. Quando siamo arrivati, nell&#8217;estate del 2024, la situazione era completamente diversa, soprattutto nel nord non esisteva nessuna capacità di presa in carico di pazienti così gravi».</p>
<p><strong>Questo perché è stato preso di mira e ferocemente attaccato il sistema sanitario e i sanitari.</strong></p>
<p>«Gli israeliani hanno formulato l’ipotesi che sotto tutti gli ospedali di Gaza c’erano dei tunnel con una presenza massiccia di Hamas. Per questo motivo – perlomeno è quello che dicono gli israeliani – hanno colpito, con conseguenze amarissime per la popolazione. È stato ridotto ai minimi termini l’ospedale Al-Shifa, grande come quello di Udine, il gioiello della striscia di Gaza. È stato distrutto il <b>Kamal Adwan, come </b>l&#8217;ospedale pediatrico Nasser a Gaza City e il Rantisi, oncologico pediatrico, l&#8217;unico che forniva la dialisi pediatrica. Non solo. Numerosi medici e infermieri che lavoravano in queste strutture spesso sono stati presi prigionieri, nel 2023 e anche nel 2024, alcuni anche recentemente. Nelle prigioni israeliane sono stati torturati, alcuni uccisi, altri sono ancora imprigionati, spesso senza alcuna imputazione formale. Chi è stato rilasciato, nonostante tutto quello che ha subito si è subito rimesso al lavoro nel tentativo di ricostruire il tessuto connettivo di quello che era un ottimo sistema sanitario».</p>
<p><strong>Nel tuo libro, ma anche durante gli incontri con il pubblico, parli molto del dottor Abu Safya, la sua storia è emblematica.</strong></p>
<p>«Abu Safya è un medico pediatra eccezionale, era il direttore del Kamala Dwan, l’ospedale di cui parlavo prima. Abu Safya ha fatto veramente dei miracoli, soprattutto nelle terapie intensive neonatali e pediatriche. A Gaza è riconosciuto per le sue capacità, ma anche per la sua umanità. Come lui ci sono molti altri medici eccezionali, ma Abu Safya è stato l&#8217;ultimo baluardo delle strutture sanitarie del Nord che – lo ricordo – in questo non hanno alcun tipo di ospedale. Quest’uomo ha resistito fino al 28 dicembre del 2024. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, di occuparmi di svariate evacuazioni medicali e dal suo ospedale, ho quindi avuto modo di conoscere una persona straordinaria. Pensate che ha perso il figlio nel novembre del 2024, ma ha subito ripreso a lavorare nel rispetto di tutti gli altri bambini di Gaza e ha continuato fino all&#8217;ultimo ora. Abu Safya viene accusato di partecipazione esterna all&#8217;attività di terrorismo, da 475 giorni è rinchiuso nelle carceri israeliane, io sono certo che lui abbia rispettato il giuramento di Ippocrate in ogni momento, credo nella sua etica. Mi auguro quindi che venga liberato al più presto per ritornare al nord a fare il suo lavoro (<a href="https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/" target="_blank">qui l&#8217;appello di Emergency per la sua liberazione</a>)».</p>
<p><strong>Una figura per ricordare quanto la categoria dei medici – insieme a quella dei <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-02/nel-mondo-uccisi-129-giornalisti-la-meta-a-gaza.html" target="_blank">giornalisti gazawi</a> – sia stata presa di mira dall’esercito israeliano. Proprio il racconto del lavoro dei sanitari, il loro rimettersi al lavoro anche dopo la morte di un figlio, dopo le torture, ci dà conto della capacità di resistenza e resilienza del popolo palestinese, e dico palestinese perché non c’è solo Gaza, ma la situazione è terribile anche in Cisgiordania, nei territori occupati. Ecco Loris, parliamo di questa capacità.</strong></p>
<p>«È una resilienza, una capacità di ripartire, di ricostruire nonostante tutto che a me ha ricordato molto la tigna, la volontà, la caparbietà che è di questa terra, del Friuli. Siamo a 50 anni dal terremoto ed è stato impossibile per me non ricordare da bambino gli sforzi fatti dagli adulti per tentare di rimettere in piedi queste comunità. Una terra la nostra che, per altro, è stata calpestata in moltissimi momenti, lungo tutta la sua storia. Ogni volta ci siamo rimessi in piedi, ecco questa caparbietà nel non mollare l’ho vista nei gazawi. Nel loro caso poi è veramente impressionante, basti pensare che tutti i miei collaboratori gazawi hanno vissuto almeno quattro escalation di violenza, quattro guerre, e non hanno mai fatto esperienza della pace per come la conosciamo noi. Molti di loro non hanno mai avuto la possibilità di varcare i cancelli che li separano dal resto del mondo, eppure vanno avanti. Quando ci saranno delle aperture probabilmente 300-400 mila persone usciranno dalla Striscia di Gaza, ma almeno un milione e mezzo di persone resterà. Non solo. Anche in questi mesi c’è chi, anche se aveva avuto la possibilità di uscire, è invece rientrato a Gaza, nonostante la guerra. Ecco, questo dà la misura e l’immagine di un popolo che non accetta di essere cancellato dalla faccia della terra, che anzi, vuole rimanere, vuole stare, un popolo che sente di avere radici profondissime in quella martoriatissima terra».</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda, cosa possiamo fare noi cittadine e cittadini?</strong></p>
<p>«In questo momento l&#8217;unica cosa da fare, la più importante è riportare Gaza all’attenzione di tutti, nei radar dell’informazione. È fondamentale dare voce al popolo Gazawi».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
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		<title>Siria &#124; Dal Friuli al Rojava, la missione umanitaria del medico udinese Stefano Di Bartolomeo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2021 03:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci anni esatti di guerra. 500 mila morti. Sei milioni di profughi e altrettanti di sfollati interni. L’80 per cento della popolazione ridotta in condizioni di...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/siria-guerra-10-anni/" target="_blank">Dieci anni esatti di guerra</a>. 500 mila morti. Sei milioni di profughi e altrettanti di sfollati interni. L’80 per cento della popolazione ridotta in condizioni di povertà e due milioni e mezzo di bambini che non possono frequentare la scuola. Il regime di Assad, intanto, con buona pace dei morti, è rimasto al suo posto. È questa la mostruosa contabilità della guerra in Siria, una tragedia umanitaria dalle dimensioni indicibili.</p>
<p>Eppure, ormai da tempo, i siriani sono stati abbandonati al loro destino. Figurarsi ora che il mondo è abitato dal Covid 19. Non per tutti però la Siria è scivolata nell’oblio, è il caso del friulano <strong>Stefano Di Bartolomeo </strong><em>(nella foto in alto, in Iraq)</em>, medico specialista in Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Udine che è rientrato da pochi giorni da una missione di tre settimane nel nordest del Paese, insieme a lui la collega Chiara Pravisani.</p>
<div id="attachment_2010" class="wp-caption alignright" style="width: 645px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Di-Bartolomeo-e-Pravisani.jpg"><img class="size-large wp-image-2010" alt="I medici friulani Chiara Pravisani e Stefano Di Bartolomeo in Siria" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Di-Bartolomeo-e-Pravisani-1024x768.jpg" width="635" height="476" /></a><p class="wp-caption-text">I medici friulani Chiara Pravisani e Stefano Di Bartolomeo in Siria</p></div>
<p>Al suo attivo – oltre a un diploma in Medicina tropicale conseguito a Londra e un dottorato di ricerca e una specializzazione in Igiene ed Epidemiologia – Di Bartolomeo ha un lungo curriculum “di guerra”. A partire dalla fine degli anni Novanta ha infatti preso parte a diverse missioni umanitarie internazionali con la Croce Rossa e con Medici Senza Frontiere. È stato in Sud Sudan, in Eritrea e in Darfur. E ancora in Yemen, in Myanmar e in Iraq, a Mosul durante la sua caduta. E poi in Kenya, Ucraina, Siria, appunto, e in Nigeria. Missioni lunghe, di mesi, compiute prendendo periodi di aspettativa, questa volta invece – essendo questo un tempo di emergenza sanitaria – ha impiegato le ferie maturate.</p>
<h3><strong>La missione in Rojava</strong></h3>
<p>«<em>C&#8217;era la necessità</em> – spiega Di Bartolomeo che incontriamo all’ospedale di San Daniele, dove attualmente presta servizio – <em style="font-size: 15px;">di medici anestesisti per l’avvio di tre rianimazioni Covid nel nordest del Paese, una missione breve con l’ong italiana <a href="https://www.unponteper.it/it/" target="_blank">Un ponte per</a> (realtà che dal 1991, a partire dalla guerra in Iraq, lavora in Medio Oriente, ndr), così la collega Pravisani e io ci siamo resi disponibili insieme al primario di rianimazione di Rimini e un altro medico di Rieti. Si è trattato di affiancare il personale sanitario locale, in un momento difficile e in una realtà complessa, in cui al conflitto si sovrappone la pandemia, proprio in questo momento infatti è in corso una nuova ondata di contagi. Per altro quando abbiamo lasciato la Siria, il 29 marzo, nel Paese c’erano reagenti per processare i tamponi e dunque diagnosticare il Covid, per poco più di due settimane</em><span style="font-size: 15px;">».</span></p>
<p>L’area in cui i due medici friulani hanno operato è quella curda del <a href="https://ilmanifesto.it/dalla-rivoluzione-del-rojava-e-nata-una-societa-nuova/" target="_blank">Rojava</a> – da sempre invisa al Governo di Damasco – che abbiamo imparato a conoscere per il ruolo fondamentale giocato nel contrasto all’Isis (ben presto dimenticato dall’Occidente) e per uno straordinario esperimento di autogoverno. Un territorio che ha subito anche l’occupazione turca e che da luglio 2020 – a causa della mancata proroga, su pressione di Cina e Russia, della risoluzione 2504 delle Nazioni Unite che negli ultimi 6 anni aveva consentito l’ingresso di aiuti umanitari – ha difficoltà nell’approvvigionamento di medicinali e cibo. Anche l’arrivo dei vaccini è un miraggio, un percorso ad ostacoli pure per il <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2021/04/24/covax-vaccini-paesi-poveri/" target="_blank">progetto Covax</a>, l’iniziativa dell’Oms per la distribuzione globale ed equa dei vaccini.</p>
<div id="attachment_2012" class="wp-caption alignright" style="width: 645px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/ponte-iraq.jpeg"><img class="size-large wp-image-2012" alt="Il ponte di barche sul Tigri, tra Iraq e Siria. Da qui, prima dello stop Onu (voluto da Cina e Russia) passavano gli aiuti umanitari" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/ponte-iraq-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a><p class="wp-caption-text">Il ponte di barche sul Tigri, tra Iraq e Siria. Da qui, prima dello stop Onu (voluto da Cina e Russia) passavano gli aiuti umanitari</p></div>
<h3><strong>Guardare il mondo dalle aree di crisi</strong></h3>
<p>«<em>È un privilegio</em> – racconta il medico – <em>poter lavorare in questi contesti, vedere con i propri occhi quel che accade, essere d’aiuto. Si resta legati per sempre a un popolo, tanto più oggi che con strumenti come whatsapp si può rimanere in contatto, ho potuto rivedere colleghi, infermieri e traduttori. Ero stato nel nordest della Siria nella fase delicata della liberazione di <a href="https://it.euronews.com/2021/03/18/fuggire-da-raqqa" target="_blank">Raqqa</a>, la città che era diventata roccaforte dello Stato islamico. Oggi la situazione è più rilassata, ma gli equilibri sono precari e il contesto può cambiare velocemente. Di ricostruzione se ne vede pochissima, la devastazione è ancora impressionante</em>».</p>
<p>«<em>L’ong “Un ponte per”</em> – prosegue Di Bartolomeo – , <em>presente in quest’area dal 2015, gode di grandissima fiducia sul territorio, insieme al partner locale, la Mezzaluna Rossa Curda, negli anni ha realizzato molto, noi abbiamo contribuito all’avvio delle tre terapie intensive Covid, nelle città di Derek, Tabqa e Mambij. Le criticità sono numerose, a partire dalla formazione del personale locale, basti pensare che se in Italia tra i malati Covid che vengono intubati la mortalità è del 30%, in contesti come lo Yemen tale percentuale arriva a sfiorare anche il 90%. Questo per dire che non basta aprire un reparto di rianimazione, serve molto altro. In ragione di ciò, quello che cerchiamo di fare è lavorare avendo come obiettivo standard elevati, il più possibile vicini ai nostri. Negli anni la cooperazione umanitaria è cambiata molto, è finito il tempo della “medicina eroica” in cui si partiva all’insegna dell’“andiamo e facciamo, sarà sempre meglio di niente”, al contrario, si traccia una linea di qualità al di sotto della quale non si può stare</em>».</p>
<p>Gli chiediamo delle persone che ha incontrato, la voce e gli occhi si aprono in un sorriso pieno di emozione. «<em>In questo lavoro incroci storie che ti fanno capire quanto il nostro benessere sia una bolla</em> – spiega Di Bartolomeo –. <em>Penso a un’amica farmacista trentenne che mi ha confidato di sentirsi come se addosso di anni ne avesse cinquanta, sulle sue spalle ha il mantenimento della famiglia, ne va fiera, ma è un peso complicato da portare, i suoi fratelli sono riusciti a raggiungere l’Europa tramite le rotte migratorie che ben conosciamo, viaggi pericolosissimi e dall’esito incerto, ma che rappresentano l’unica speranza di futuro per tante famiglie. Se si cercasse di capire quello che accade in Siria, se si avesse idea della devastazione di questi Paesi, lo sguardo dell’opinione pubblica sul fenomeno dell’immigrazione sarebbe ben diverso, più umano. Ho vissuto diversi contesti di guerra, ma alla sofferenza non ci si abitua mai</em>».</p>
<p>Intanto le preoccupazioni del regime siriano sono ben altre, domenica scorsa, infatti, è stato annunciato che il <a href="https://www.agi.it/estero/news/2021-04-18/elezioni-presidenziali-in-siria-convocate-assad-12217981/" target="_blank">26 maggio si terranno le elezioni presidenziali</a>, le seconde da quando il Paese è in guerra. Elezioni non libere e dall’esito scontato.</p>
<p style="text-align: right;">Anna Piuzzi</p>
<p style="text-align: left;"><em>Articolo pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, La Vita Cattolica, edizione del 21 aprile 2021.</em></p>
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		<title>A #Venezia71 «Io sto con la sposa»</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Aug 2014 05:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia71]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Sicché anche il primo <em>red carpet</em> in laguna si è consumato ed è ufficialmente #Venezia71. Battesimo con biglietti da visita ingombranti come lo scandalo Mose e la protesta dei dipendenti comunali. Ma c&#8217;è anche una sala Darsena rimessa a nuovo, iper-tecnologica, che porta in dote la promessa che si tratti solo un primo passo verso la riqualificazione di tutte le altre sale storiche. Intanto chi come me ha letto «Dissolvenza Venezia» &#8211; l&#8217;interessante pezzo di Malcom Pagani su IL del Sole 24 ore &#8211; ha un po&#8217; di amaro in bocca e va con la mente (sport nazionale) a quello che come Paese potremmo essere, ma invece non siamo.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/08/Hiam-Abbass.jpg"><img class="alignright  wp-image-690" alt="Hiam Abbass" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/08/Hiam-Abbass-1024x682.jpg" width="356" height="236" /></a>Comunque sia, chiunque scriva e qualsiasi cosa scriva, la magia di quella manciata di giorni in laguna nessuno la può cancellare. L&#8217;anno scorso per me il Festival è stato il volto sorridente e bellissimo di una donna straordinaria, Hiamm Abbass (<em>nella foto</em>) con un film piacevole come <a href="http://www.mymovies.it/film/2013/mayinthesummer/" target="_blank">May in the summer</a>. #Venezia71 invece sarà, ne sono certa, la ragionata follia di chi ostinatamente immagina un mondo diverso. Ho già comprato i biglietti di <a href="http://www.iostoconlasposa.com" target="_blank">Io sto con la sposa</a>, un progetto che ha, tra le altre, la firma di un giovane giornalista freelance italiano, Gabriele Del Grande (<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/lvc2014.04.11delgrande.pdf" target="_blank">qui una mia intervista</a>). Si tratta di un film documentario realizzato con una straordinaria mobilitazione dal basso (<a href="http://www.annapiuzzi.it/io-sto-con-la-sposa-e-voi/" target="_blank">ve ne avevo scritto qui</a>), sono infatti 2.617 coloro che, attraverso il crowdfunding, hanno di fatto prodotto il film. E a noi che abbiamo contribuito è stato chiesto di presentarci in sala vestiti da matrimonio, abito bianco o cravatta, per dire «io sto con la sposa». Sicché, io che sono tendenzialmente <em>all black,</em> dovrò mobilitarmi. Intanto, a tutti, buon #Venezia71.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/io-sto-con-la-sposa.png"><img class="alignright size-full wp-image-416" alt="io sto con la sposa" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/io-sto-con-la-sposa.png" width="968" height="517" /></a></p>
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		<title>Leggendo Edward Said per arginare quella superficialità da derby</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Aug 2014 03:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>

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		<description><![CDATA[È un po&#8217; come quando gioca la nazionale e diventiamo tutti allenatori. Così succede con il Medio Oriente: quando cadono le bombe tra Gaza e Israele...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È un po&#8217; come quando gioca la nazionale e diventiamo tutti allenatori. Così succede con il Medio Oriente: quando cadono le bombe tra Gaza e Israele in molti, all&#8217;improvviso, ricordano di avere qualcosa da dire&#8230; o meglio, nell&#8217;era di Facebook, da postare. E allora fa capolino tanta inevitabile superficialità, quella dei derby della domenica. A Hvar mi sono portata un <a href="http://www.amazon.it/La-convivenza-necessaria-Edward-Said/dp/8887028133" target="_blank">librettino</a> (che lessi nel 1999) di appena 94 pagine (ma illuminanti), edito da Internazionale, che raccoglie alcuni articoli di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Saïd" target="_blank">Edward Said</a>, intellettuale palestinese, «<em>una voce critica </em>—<em> </em>si legge nella quarta di copertina<em> </em>—<em> per capire uno dei conflitti più complessi del mondo moderno</em>».</p>
<p>Said in quelle pagine — e come ha sempre fatto — non risparmia una virgola a Israele e Stati Uniti, ma  vale la pena leggere anche quando scrive di altre responsabilità cadute nell&#8217;oblio, ma che oggi, mentre Gaza muore, fanno comunque sentire tutto il peso di ciò che non è stato.</p>
<p>L&#8217;autore di Orientalismo ce l&#8217;ha con gli accordi del 1993 (Oslo I) che segnarono la riconciliazione mediatica tra Arafat e Rabin e scrive: «<em>Quel che è peggio è che nel corso di questi ultimi quindici anni l&#8217;Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) avrebbe avuto più di un&#8217;occasione per concludere un accordo migliore di questo piano Allon nuova versione , facendo inoltre meno concessioni unilaterali. Ma la direzione dell&#8217;Organizzazione — e lo sa fin troppo bene — ha rifiutato tutte le occasioni di apertura che le sono state offerte</em>». Il riferimento è alla fine degli anni Settanta e al piano di Vance. «<em>Poi ci fu la Guerra del Golfo</em> — prosegue Said — <em>e, con le sue disastrose prese di posizione, l&#8217;Olp perse ulteriore terreno. Fatta eccezione per le decisioni del Consiglio nazionale palestinese del 1988, i benefici conquistati con l&#8217;intifada sono stati sperperati. Chi oggi parla a favore dell&#8217;accordo sostiene che non c&#8217;era altra scelta: ma dimentica di dire che si trova in questa situazione perché ha rifiutato tutte le altre possibilità</em>».</p>
<p>E in un altro articolo del 1994, dopo un bilancio della dichiarazione del settembre 1993 («<em>un incubo di interpretazioni, un collage di vecchie proposte israeliane e americane, con suggerimenti procedurali carenti e ambiguità e confusioni volute</em>»), così scrive di «<em>Olp, al Fatah e i partiti associati</em>»: «<em>La dirigenza politica ha frainteso a tal punto la sua stessa gente che in ogni luogo in cui i palestinesi vivono e si ritrovano c&#8217;è un malcontento che prende spesso le forme della ribellione aperta. Nessuna leadership può aspettarsi di detenere in eterno da sola il controllo sul denaro e il potere politico, distribuendoli a proprio piacimento. Circa cinquecento scuole, otto università e undicimila docenti languono nei Territori occupati privi di fondi e di una guida. I palestinesi sono stati vittime, più di qualunque altro popolo, di abusi da parte di ogni governo — sia arabo che non arabo — sotto la cui giurisdizione hanno vissuto. Perché dovrebbero tollerare pratiche simili da un governo che non è stato liberamente eletto né ha mostrato alcuno spirito di sacrificio o di rigore? Perché i palestinesi che vivono fra i disagi nei campi profughi dovrebbero accettare la corruzione, le <a href="http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/esteri/arafat/contilady/contilady.html" target="_blank">spese folli di Parigi</a> e l&#8217;inettitudine di un gruppetto di funzionari diretti da Tunisi?</em>».</p>
<p>Ecco, a volte fa bene ricordare che a far ingoiare il popolo palestinese dal buio della storia non ci sono sempre e solo Israele e Stati Uniti, ma anche la stessa classe dirigente da cui ha avuto la sventura di essere guidato. Oggi con la strategia di Hamas, e il suo continuo gioco al rialzo, non mi pare si vada troppo lontano. E allora, in tutta onestà, anche a me piacerebbe — come scrive Christian Rocca su IL del Sole 24 ore — che da qualche parte, accanto agli appelli e boicottaggi a Israele, ci fosse anche «<em>un appello di intellettuali occidentali rivolto ad Hamas</em>» perché fermi i razzi. Ma temo che resteremo ad aspettare.</p>
<p>Foto di america.aljazeera.com - (Photo credit should read STF/AFP/Getty Images)</p>
<p>&nbsp;</p>
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