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	<title>Anna Piuzzi &#187; territorio</title>
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		<title>A Tarcento nasce Casa Langer, spazio dove reimmaginare il futuro</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Sep 2023 11:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una luce bellissima quella che si è accesa alle porte dell’Alta Val Torre. Ha la forma di una casa e porta il nome di un sognatore. Soprattutto, è un’idea che cammina sulle gambe di tre giovani che, come lui, sono meravigliosamente visionari. Ma andiamo con ordine. Siamo a Tarcento dove i tre giovani in questione hanno dato vita a <a href="https://www.instagram.com/casalanger/" target="_blank">Casa Alexander Langer</a>, un centro culturale (anche se definirlo così è riduttivo) che sarà inaugurato sabato 9 e domenica 10 settembre con una “due giorni” fitta di iniziative.</p>
<p>Loro – tutti under 30 – sono <a href="https://www.instagram.com/paolostradaioli/" target="_blank"><strong>Paolo Stradaioli</strong></a>, <a href="https://www.instagram.com/s.ghein/" target="_blank"><strong>Giulia Guanella</strong></a> e <a href="https://www.instagram.com/camilla_tuccillo/" target="_blank"><strong>Camilla Tuccillo</strong></a>. Stradaioli, originario di Perugia, vive a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden ed è dunque la “penna” del gruppo. Guanella vive invece in provincia di Como, è progettista di spazi culturali, sta per laurearsi in Antropologia culturale e si occupa della parte grafica e artistica del progetto.</p>
<p>Infine, anima dell’iniziativa, c’è Camilla Tuccillo (<em>nella foto</em>) che lavora nell’ambito della Strategia nazionale per le aree interne (Snai) in Friuli Venezia Giulia. Laziale, Camilla dopo Torino (dove ha studiato biologia) e Trieste (dove ha studiato comunicazione della scienza) ha scelto Lusevera per realizzare il grande desiderio di vivere in montagna. A influenzarla è stato l’incontro con Alexander Langer. Tra le pagine dell’ambientalista e pacifista trentino, si è infatti ritrovata nella visione del mondo di una persona che non c’è più, ma che aveva saputo guardare lontano, indicando ben prima di altri, la strada del dialogo dei popoli, dell’attenzione per i margini e della cura dell’ambiente. Ora a Lusevera è dentro quella visione, sperimenta il margine, il confine, l’incontro.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/camilla.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2201" alt="camilla" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/camilla.jpg" width="868" height="900" /></a></p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Reimmaginare i luoghi</span></strong></h5>
<p>«Casa Langer – spiegano – nasce dall’idea e dalla volontà di tre persone con storie personali e professionali differenti che si sono incontrate quasi per caso tra le montagne del Friuli e grazie al sostegno della Fondazione Pietro Pittini. È un luogo fisico, ha pareti e finestre, affaccia su una strada. A questo luogo corrispondono una via e un numero civico, un preciso paese e una complessa area geografica: via Dante Alighieri numero 7, Tarcento, alle porte dell’Alta Val Torre. Tale scelta risponde all’esigenza di reimmaginare i luoghi che abitiamo. Negli ultimi anni, infatti, capita spesso che le persone – e in particolare i giovani – scelgano la città come luogo per fiorire. Casa Alexander Langer vuole contribuire a invertire questa narrazione dimostrando la potenza culturale e di immaginazione che può nascere da una comunità radicata nel territorio. “Avanguardia” è un’altra parola che abbiamo scelto per descrivere questa Casa. Avanguardia come pagina bianca, dove anche una sola lettera è visibile, dove poter scarabocchiare la propria volontà di esprimersi e al tempo stesso ascoltare le vocazioni del territorio e delle persone che lo conoscono e lo vivono». «Alexander Langer – proseguono – ha vissuto da “ponte” e noi vogliamo imparare a fare lo stesso: mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Collocarci consapevolmente ai confini e coltivare in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione».</p>
<p>Tante le attività (molte già in calendario) che verranno proposte durante tutto l’anno: «Come detto, vogliamo rivolgerci in particolare ai tanti giovani presenti sul territorio in cerca di uno spazio di cultura permanente, ma anche a bambini e bambine che potranno sprigionare creatività e immaginazione in un luogo che un giorno sarà loro».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Il programma dell’inaugurazione e non solo</span></strong></h5>
<p><strong>Sabato 9 settembre</strong> l’apertura di «Casa Langer» è prevista alle 15 con l’inaugurazione della mostra «Animali bellissimi» con l’esposizione (fino al 24 settembre) delle tavole originali dell’omonimo libro scritto e illustrato da Daniela Pareschi e edito da ilBarbagianni. Un avvio, dunque, all’insegna della diversità, dell’unicità e dei nuovi punti di vista. Alle 16.30 sarà illustrato il progetto, seguirà un aperitivo. Domenica alle 10.30 laboratorio per bambini con Daniela Pareschi e per adulti (Disegnare un fiume) con l’illustratrice Caterina Di Paolo. Nel pomeriggio, dalle 15 alle 20, nuovo appuntamento di Peçots Party, l’ormai famoso appuntamento per lo scambio dei vestiti. Alle 18 musica di Francesco Imbriaco.</p>
<p>In calendario c’è anche un laboratorio che sarà replicato tre volte: i primi due appuntamenti (16 e 17 settembre) sono dedicati a bambini e bambine dai 6 ai 10 anni, mentre il terzo (24 settembre) per persone più adulte. Quest’ultimo incontro coinciderà con l’ultimo giorno di esposizione della mostra e rappresenterà un’ottima occasione per dialogare sui temi che si nascondono e allo stesso tempo emergono tra le opere esposte.<br />
<a href="https://sites.google.com/view/casalanger/home" target="_blank">Qui tutto il sito internet di Casa Langer.</a></p>
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		<title>Riabitare le aree interne &#124; Intervista con Giovanni Carrosio</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2020 09:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree interne]]></category>
		<category><![CDATA[Economia sostenibile]]></category>
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		<description><![CDATA[Sin dal lockdown si è parlato – anche in ragione delle possibilità offerte dallo smart working – di rinascita dei borghi spopolati e di “occasione” per...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sin dal lockdown si è parlato – anche in ragione delle possibilità offerte dallo smart working – di rinascita dei borghi spopolati e di “occasione” per la montagna e le aree interne alimentata da un desiderio di vivere in contesti dove la densità abitativa sia più rarefatta. Ma bastano questi due elementi per rendere concreta tale possibilità? Decisamente no.</em></p>
<p><i>Ne ho parlato con </i><strong style="font-style: italic;">Giovanni Carrosio</strong><i>, sociologo dell’ambiente del territorio dell’Università di Trieste, tra gli autori delle “parole chiave” contenute in questo prezioso volumetto, </i><a style="font-style: italic;" href="https://www.donzelli.it/libro/9788855221092" target="_blank">«Manifesto per riabitare l’Italia»</a><i> (Donzelli). Qui sotto trovate l’intervista e un pezzo sull&#8217;esempio virtuoso di Topolò/Topolove. In redazione a Vita Cattolica le sollecitazioni di Carrosio ci sono sembrate davvero interessanti, così le abbiamo sottoposte ad alcuni Sindaci della nostra montagna per dar vita a uno spazio di riflessione sulle pagine del giornale. Sul numero in edicola prendono la parola la sindaca di Prato Carnico, Erica Gonano, e il primo cittadino di Stregna, Luca Postregna. E il professor Mauro Pascolini, coordinatore dell&#8217;Officina per la Montagna dell&#8217;Università di Udine.</i></p>
<p>Intanto ecco l&#8217;intervista con Carrosio sul numero di mercoledì 30 settembre 2020 de «La Vita Cattolica»</p>
<h3></h3>
<h2><span style="color: #ff6600;">Carrosio: «Per far vivere i territori serve ripensare infrastrutture e servizi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_1962" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/10/s200_giovanni.carrosio.jpg"><img class="size-full wp-image-1962" alt="Giovanni Carrosio" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/10/s200_giovanni.carrosio.jpg" width="200" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Carrosio</p></div>
<p><span style="color: #000000;">È tempo, ora più che mai, di consapevolezza. Serve capacità di pensiero, collettiva, per raccogliere l’eredità della pandemia e insieme ad essa anche le sfide e le opportunità che ci offre. Una su tutte quella del rilancio – ma per davvero – delle aree interne, attraverso cui far rinascere la montagna, invertendo la rotta dello spopolamento. Abbiamo imparato che lo smartworking è un’opportunità importante, ma da sola non può bastare. Ne abbiamo parlato con <strong>Giovanni Carrosio</strong>, sociologo dell’ambiente e del territorio dell’Università di Triste, esperto di transizione energetica, questioni ambientali, sviluppo rurale e coesione territoriale. </span></p>
<p><strong>Professore, la pandemia come opportunità, lo è davvero?</strong></p>
<p><strong></strong>«Durante il lockdown il tema della pandemia come evento capace di modificare radicalmente le nostre traiettorie di vita e di pensiero, è stato molto di moda, innescando il dibattito sul rapporto tra quella serrata e il nostro modo di vivere e di abitare. La posizione prevalente era “nulla sarà come prima”. Su questo sono stato sempre molto critico, ma certamente convengo sul fatto che la pandemia, scremata di tutta la sua tragicità, sia un’occasione da non sprecare, in cui tante cose che prima non si potevano nemmeno dire, ora sono diventate esigibili».</p>
<p><strong>Una su tutte, l’inversione di rotta rispetto all’inurbamento.</strong></p>
<p>«Per trent’anni le politiche sono state costruite sulla convinzione che l’inurbamento fosse un processo immodificabile. Ora invece, nell’opinione pubblica, c’è l’idea che vivere al di fuori dei grandi agglomerati può tornare ad essere una scelta di vita, soprattutto in forza delle possibilità offerte dallo smartworking».</p>
<p><strong>Sembra però esserci in agguato un “ma”.</strong></p>
<p>«Dal mio punto di vista non è una traiettoria inevitabile, nel senso che, per fa sì che questo accada, bisogna fare delle scelte: modificare il modo in cui pensiamo all’infrastrutturazione del nostro Paese, alla collocazione dei luoghi della cultura, alla localizzazione delle università, degli ospedali e così via. Qui si apre una battaglia culturale e politica: se queste decisioni vengono prese possiamo allora parlare di ripopolamento delle aree interne, ma se, al contrario, si va in un’altra direzione è difficile che il comportamento di pochi riesca a dettare l’agenda. Lo spazio di possibilità che si è aperto va riempito di volontà politica».</p>
<p><strong>C’è anche la questione ambientale.</strong></p>
<p>«Sì, perché oltre alla ricerca di zone più rarefatte dal punto di vista della densità abitativa, dove esistono naturalmente delle forme di distanziamento sociale, c’è il tema, non nuovo, del cambiamento climatico. Le città stanno diventando sempre più calde, le persone cercheranno quindi sempre di più territori “in vantaggio climatico”. Ma anche qui ci sarebbe bisogno di una politica lungimirante per dar vita a un Paese policentrico, un’Italia cioè sempre più diffusa anziché concentrata».</p>
<p><strong>Molte aspettative ruotano attorno al Recovery Fund.</strong></p>
<p>«In Italia abbiamo un ministro, Giuseppe Provenzano, che si occupa di meridione e di coesione territoriale, quindi anche di aree interne, e che, a differenza di molte altre figure che hanno ricoperto quel ruolo, è sensibile a questa tematica e si sta impegnando perché una buona parte dei fondi sia utilizzato per immaginarsi delle politiche di deconcentrazione della popolazione sul territorio ».</p>
<p><strong>Cosa serve perché favorire l’auspicato policentrismo territoriale?</strong></p>
<p>«Il grande deficit che affligge le aree interne in questo momento riguarda i diritti di cittadinanza. Negli ultimi trent’anni si è ragionato secondo la logica delle economie di scala, tagliando servizi dove in termini economici non c’erano le garanzie della loro sostenibilità. Non c’è una determinata quota di bambini? Chiudo la scuola. Non c’è un sufficiente numero di parti? Chiudo il punto nascita. Per il reinsediamento bisogna invertire rotta: ideare una scuola innovativa, attrattiva, un modo nuovo di organizzare i punti nascita nei territori, una mobilità pubblica adeguata. Serve un investimento coraggioso capace di innescare un cambiamento. In Italia ci sono già esperienze che vanno in questo senso, interessantissime ed efficaci, ma purtroppo sporadiche».</p>
<p><strong>Questo richiede che anche i territori si mettano in gioco in maniera propositiva.</strong></p>
<p>«Certamente, devono uscire da una logica difensiva e rivendicativa che chiede il mantenimento dei servizi “dove sono e come sono”, una mentalità molto presente in Friuli-Venezia Giulia. La logica vincente è ripensarsi, mantenere sì i servizi, ma renderli attrattivi su territori difficili».</p>
<p><strong>La nostra regione, negli anni, sembra aver fatto un percorso in parte inverso, ad esempio tagliando i servizi soprattutto per quel che riguarda la sanità.</strong></p>
<p>«Sì, e colpisce molto perché il Friuli-V.G. ha fatto scuola nel mondo per come si possa fare medicina di territorio, penso ad esempio all’esperienza delle “micro aree” di Trieste: declinata sulle aree interne quell’esperienza potrebbe essere capace di mantenere una prossimità dei servizi con le persone che vivono nei luoghi».</p>
<p><strong>Una questione che tiene banco è quella dei punti nascita.</strong></p>
<p>«La questione non è “punto nascita sì” o “punto nascita no”, sarebbe più produttivo ragionare sulle possibilità di una medicina di territorio. Ammesso che si debba chiudere il punto nascita, bisogna allora avvicinare dei servizi alla donna incinta: incidere di più con la pediatria di iniziativa, con l’ostetrica che sta sul territorio, con l’infermiere di comunità. E poi c’è un altro passaggio da fare con urgenza».</p>
<p><strong>Quale?</strong></p>
<p>«Abbandonare la retorica secondo cui l’immigrazione rappresenta la fine dell’identità. Mi ha molto impressionato il fatto che il vicepresidente del Consiglio regionale nei giorni scorsi abbia girato la Carnia per raccogliere firme contro “l’invasione”, chiamandola addirittura “sostituzione etnica”. La chiusura all’arrivo di chiunque è una condanna. I numeri sono chiari e ci dicono che o arriva gente da fuori – che può essere il triestino, lo sloveno, ma anche il congolese – oppure anche le identità materiali di questi luoghi moriranno».</p>
<p><strong>Identità materiali, dal paesaggio al formaggio tipico?</strong></p>
<p>«Sì, quei beni che chi vive lì riproduce da secoli e che con lo spopolamento si degraderanno sempre di più. In altri luoghi d’Italia, dove i migranti sono arrivati e si sono inseriti nelle filiere locali del lavoro, dall’allevamento alla cura del bosco, sono state messe  in sicurezza le identità di quei territori. Chi è ad esempio a lavorare, all’interno della filiera del Parmigiano Reggiano, negli allevamenti? Soprattutto indiani e pachistani. Mi rendo conto che, in questo momento, sia molto difficile uscire dalla retorica dell’invasione, ma è necessario farlo».</p>
<p><strong>Anna Piuzzi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #ff6600;">Topolò/Topolove. L&#8217;ostinato borgo che sta rinascendo grazie alla cultura e alla rete</span></h2>
<p>È una storia di tenacia quella di Topolò/Topolove, innervata da una straordinaria capacità di desiderare e di costruire con ostinazione il proprio futuro. Sulla strada di Clodig, a Grimacco, il paese lo si vede apparire, come una luminosa sorpresa, nel verde dei boschi della valle del torrente Coderiana. Eppure proprio qui la storia ha infierito più che altrove, con violenza. Il confine con l’allora Jugoslavia si fece all’improvviso cortina di ferro,  e da allora a Topolò non si poté più fare una lista innumerevole di cose: non coltivare, nemmeno ospitare persone nelle proprie case, vietato anche scattare una fotografia nei boschi. Così, come un’emorragia, l’emigrazione ha fatto il resto, il 90% della popolazione se n’è andato per vivere una vita che potesse dirsi normale.</p>
<p>Ma dicevamo della tenacia e della forza delle idee. Da ventisette anni il paese è lo spazio in cui prende vita un laboratorio a cielo aperto: <a href="http://www.stazioneditopolo.it/Postaja-2020/index_edizione2020.php" target="_blank">«Stazione Topolò»</a> che nel nome porta con sé la volontà di lasciarsi alle spalle un passato di chiusura non voluta ed essere al contrario crocevia di persone, pensiero e popoli. Ed è l’arte a farla da padrona perché qui si è scelto di curare le ferite con il balsamo della bellezza, così a luglio (nel 2020 eccezionalmente a settembre a causa della pandemia) il piccolo borgo ospita artisti da tutto il mondo e, di anno in anno, è diventato un punto di riferimento per chi desidera sperimentare, innestando la propria arte in una realtà dal tessuto culturale arcaico che ha resistito agli urti della storia. E ora questa dedizione nel coltivare la cultura sta dando frutto, anche grazie alla tecnologia. Topolò, infatti, si sta ripopolando. A raccontarcelo è <strong>Moreno Miorelli</strong> che della Stazione è – insieme a Donatella Ruttar e Antonella Bucovaz – direttore artistico. «Fino a non molto tempo fa – spiega – a Topolò abitavamo, come residenti fissi, in tredici. Ora, nel giro di appena due anni, siamo in ventuno, le otto persone che hanno scelto di venire a vivere qui sono tutti giovani, singoli, coppie e una famiglia con due bambini, che tra l’altro a breve avrà un nuovo nato che ci farà salire addirittura a quota ventidue. E non è tutto, ci sono altre persone che stanno cercando casa. È questo il risultato dell’aver scommesso sulla cultura e sull’arte perché tutti coloro che si sono trasferiti – o che sono in procinto di farlo – sono attratti dal progetto culturale, hanno scelto Topolò perché qui c’è la “Stazione”. Certo, la tecnologia ha aiutato la realizzazione di questo sogno, perché sarebbe impensabile vivere qui senza internet che oggi, lo sappiamo bene, serve anche a lavorare a distanza, un aspetto questo che bisogna anzi potenziare».</p>
<p>Un lavoro dunque lungo e ostinato, ma che può insegnare molto anche ad altri territori. «Abbiamo acceso i riflettori sul nostro borgo – continua Miorelli – e l’interesse che ha suscitato è stato straordinario, le rete di collaborazioni è vastissima dalla Spagna all’Olanda. L’ultima in ordine di tempo riguarda un gruppo di architetti dello studio Wild, di Amsterdam, che sta cercando di acquistare un rudere in una posizione davvero molto bella per trasformarlo in una casa di produzione culturale aperta a tutti. E c’è anche molto altro che si sta muovendo». Nelle tre settimane della Stazione 2020, poi, a Topolò c’è stata anche Radio France international.</p>
<p>Anche noi, in occasione della Stazione, siamo saliti a Topolò in una splendida giornata di sole, vederla abitata da giovani artisti, ma anche raggiunta da tante persone che volevano godere di performance, incontri, concerti e molto altro ancora in un luogo a dir poco suggestivo allarga davvero il cuore. Qui, infatti, tutto si svolge nelle piazzette, lungo le vie, nei prati nel bosco e nelle case private, utilizzando quello che c’è, senza stravolgere il luogo che resta, appunto, motore principale e non scenario passivo di quel che accade.<br />
<strong>Anna Piuzzi</strong></p>

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		<title>«Giulio fa cose». Fiumicello 2020</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jan 2020 08:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[25 gennaio]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
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		<category><![CDATA[Amnesty international]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>«Giulio fa cose»</em>. Mai espressione è stata più aderente alla realtà dei fatti. Giulio Regeni è scomparso 4 anni fa, in Egitto, inghiottito da una morte assurda e inumana, ancora oggi avvolta da un buio fitto e da un silenzio vile. Eppure – appunto – Giulio fa cose. Sabato 25 gennaio, per dirne una, ha riunito migliaia di persone in tutta Italia per chiedere <a href="https://www.amnesty.it/campagne/verita-giulio-regeni/" target="_blank">«verità e giustizia»</a> sulla sua morte.</p>
<p>A Fiumicello, una camminata silenziosa e densa di emozione è partita da piazza Falcone e Borsellino. Qui i ragazzi del «Governo dei giovani» hanno lanciato il progetto per la realizzazione delle «panchine gialle» che, certo, ricorderanno Giulio, ma che nel suo nome faranno del parco un luogo di incontro. Insieme, persone diversissime, di tutte le età, sindaci con la fascia tricolore e semplici cittadini, hanno camminato fianco a fianco per arrivare poi in piazza dei tigli dove sono state accese 4 mila fiammelle a comporre la scritta «verità». E poi il silenzio pieno di luce delle 19.41, l’ora dell’ultimo messaggio inviato dal giovane ricercatore friulano. Quello stringersi attorno ai suoi genitori Paola e Claudio che, insieme all’avvocato Alessandra Ballerini, stanno combattendo con una tenacia tanto straordinaria quanto dolorosa, la battaglia per la verità. Una battaglia che non è solo per loro, perché la luce dei diritti umani quando viene accesa illumina tutti. E poi – come ha sottolineato il parroco don Luigi Fontanot – Giulio ci sprona a raccogliere la sfida dell’incontro e dell’accoglienza in cui tanto credeva. Insomma, Giulio fa cose e ci chiede di non essere lasciato solo.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/01/fiumicello_2020.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-1898" alt="fiumicello_2020" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/01/fiumicello_2020-1024x768.jpg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Iran e Iraq, ascoltando chi vive in Friuli</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 12:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esattamente una settimana fa ci siamo svegliati con la notizia dell’attacco iraniano alle basi americane in Iraq. Come trattare a Udine, su una piccola testata locale,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Esattamente una settimana fa ci siamo svegliati con la notizia dell’attacco iraniano alle basi americane in Iraq. Come trattare a Udine, su una piccola testata locale, un argomento come questo, di politica internazionale? Dal mio punto di vista, attingendo alla ricchezza di un territorio abitato da persone che provengono da tutto il mondo, ascoltando che cosa vuol dire essere iraniani, iracheni, pakistani, etiopi o bengalesi. Così, mercoledì scorso, ho chiamato <em><strong>Medhi</strong></em>, in primo luogo un amico e collega, una persona splendida. Mehdi è iraniano, ma vive e lavora in Friuli ormai da quasi dieci anni. Rifugiato politico, è fuggito dal suo Paese nel 2009, a causa della feroce repressione delle manifestazioni contro l’elezione di Ahmadinejad. Qui sotto trovate l’intervista, dedicatele un attimo di tempo, perché in questi giorni leggiamo titoli come «scoppia la protesta in Iran», la verità è che la protesta non si è mai fermata: è stata colpita, repressa nel sangue, fiaccata, ma non muore, perché c’è un desiderio di libertà – soprattutto nei giovani – che resiste, nonostante la ferocia del regime, e che ha un disperato bisogno di non essere abbandonato a se stesso. Oltre all’intervista a Mehdi c’è anche un pezzo sull’Iraq, anche qui per scriverlo ho sentito un amico iracheno che vive e lavora qui, anche nel suo Paese c’è chi è in piazza da mesi. Dunque, buona lettura!</p>
<h2><span style="color: #ff6600;"><strong>Iran e Usa: venti di guerra. Una voce dal Friuli</strong></span></h2>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1888" alt="mehdi" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/01/mehdi-182x300.jpeg" width="182" height="300" /></p>
<p>Si fa beffe della pace il 2020, catapultandoci – in appena una manciata di giorni – in uno scenario cupo, in cui la minaccia di una guerra dalle proporzioni potenzialmente imprevedibili agita l’attualità. A preoccupare sono i rapporti tra Iran e Stati Uniti che, da tesi, sono diventati incandescenti. L’escalation giovedì 2 gennaio con l’uccisione – ordinata dal presidente americano Donald Trump – a Baghdad del generale iraniano Qassem Suleimani, uno dei più grandi nemici degli Stati Uniti degli ultimi anni e uno dei personaggi più potenti di tutto il Medio Oriente. Imponente la folla che ha partecipato ai suoi funerali, tanto che la calca ha provocato 56 morti e 213 feriti. L’acuirsi, prevedibile, nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 gennaio con la risposta iraniana: un attacco missilistico lanciato da Teheran contro le basi militari Usa in Iraq.</p>
<p>Numerosi sono i rifugiati politici che negli anni dall’Iran hanno riparato in Italia. Tra loro <em><strong>Mehdi Limoochi</strong> </em>(<em>nel riquadro</em>), operatore della Caritas diocesana di Udine, 39 anni, nel nostro Paese dal 2009 a seguito della repressione delle proteste contro l’elezione di Ahmadinejad.</p>
<p><b>Qual è la sua percezione degli eventi? Lo stato d’animo?</b></p>
<p>«La notizia dell’uccisione di Suleimani ha destato in me, da subito, una grande preoccupazione, si tratta della seconda persona più importante del regime iraniano, come presenza militare. Da tanti era considerato un eroe che ha difeso il Paese dall’Isis».</p>
<p><b>Da tanti, ma non da tutti.</b></p>
<p>«Proprio così. Negli ultimi mesi con il gruppo militare di cui faceva parte si era reso protagonista, come in passato, di una feroce repressione delle manifestazioni di piazza che erano scoppiate a novembre a seguito dell’aumento del costo del carburante e proseguite per chiedere, soprattutto da parte dei giovani, ancora una volta, più diritti: hanno ammazzato 1500 persone. È chiaro dunque che per tanti altri Suleimani non possa essere considerato un eroe. La società in altre parole è spaccata in due».</p>
<p><b>Lo scenario è in evoluzione, ma cosa si può prevedere?</b></p>
<p>«È difficile dirlo, perché la propaganda rende complicato capire come stiano davvero le cose. Alcuni, addirittura, sostengono che le notizie non siano vere, che l’Iran avrebbe venduto Suleimani, per avvicinare il momento del ritiro delle sanzioni. In quest’ottica l’attacco alle basi americane sarebbe solo una risposta dovuta, un modo per accontentare i pasdaran iraniani. Al di là di queste ricostruzioni, l’attacco iraniano deve metterci in allarme, se dovessero esserci nuove azioni di risposta da parte dell’America, non so dove si potrà finire, l’Iran non è l’Iraq con un regime che può crollare facilmente come quello di Saddam Hussein. E per altro il conflitto si allargherebbe ad altri Paesi dell’area. Le conseguenze sono inimmaginabili».</p>
<p><b>I suoi amici in Iran come la pensano?</b></p>
<p>«Le voci sono diverse, alcuni dicono che la situazione si congelerà prima di arrivare a una guerra vera e propria. Altri dicono che è meglio la guerra se può far cadere il regime: meglio il conflitto, piuttosto che continuare a vivere senza libertà. La maggior parte dei giovani non sopporta il regime. Anche se c’è un po’ di confusione».</p>
<p><b>In che senso?</b></p>
<p>«L’azione di Trump in alcuni ha fatto scattare un sentimento che induce a riconsiderare la figura di Suleimani come difensore del Paese. Un sentimento questo che la propaganda cerca di alimentare».</p>
<p><strong>Cosa c’è da augurarsi in questo momento?</strong></p>
<p>«Il nostro auspicio è che l’Europa abbia il coraggio e la forza di porsi come elemento di dialogo, specialmente sulla base dei risultati che l’accordo sul nucleare aveva dato e che ora rischiano di essere vanificati, soprattutto da quando Trump ha deciso di tirarsene fuori».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
<p>(Foto Ansa in evidenza tratta dal sito lastampa.it)</p>
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<h2><span style="color: #ff6600;">In Iraq popolazione stremata. In Piazza Tahrir i manifestati resistono</span></h2>
<p>«Manco dall’Iraq, ormai da 16 anni, ma queste nuove notizie di guerra sono un dolore profondo, il mio Paese non riesce a rinascere». A raccontare i suoi sentimenti è <b>S.</b>, rifugiato politico dal 2003 in Italia e che dal 2004 vive con la sua famiglia – la moglie e tre figli – in Friuli.</p>
<p>«L’Iraq – spiega – soffre da anni, non c’è mai stata una tregua: la guerra, l’embargo, l’invasione. Saddam Hussein è caduto da 16 anni, alla popolazione sono state fatte tante promesse, ma nessuna è stata mantenuta». «Uscivamo da una situazione storica in cui c’era un solo partito, al governo, è innegabile c’era una dittatura che teneva tutto sotto controllo. Io sono cristiano, la nostra minoranza non aveva mai avuto problemi. Per altro, abbiamo sempre convissuto per secoli. Ora c’è il caos, come sempre accade quando c’è un cambiamento di questo tipo, non è facile per la politica accordarsi».</p>
<p>E rispetto all’Iran? «In questo momento – evidenzia – la maggioranza al governo è sciita, come in Iran. Se ne parla poco, ma da mesi piazza Tahrir, a Baghdad, è piena di persone che, come in altri Paesi del Medio Oriente, sta protestando contro il governo che appunto è manovrato dall’Iran. Suleimani aveva una grandissima influenza nel Paese. La gente però è stanca, non vuole un governo religioso, ma laico, democratico che dia almeno alcuni diritti. È questo che si continua a chiedere, ma contro i manifestanti è stato aperto il fuoco, ci sono stati tantissimi morti. Eppure c’è ancora chi protesta, chi continua a restare in piazza, addirittura con le tende, durante la notte. I media dovrebbero raccontarlo».</p>
<p>«La situazione rischia di peggiorare. Il parlamento vuole mandare via gli americani, ma mi chiedo che cosa succederà dopo. Un nuovo embargo? Chi pagherà? La gente normale che è stremata. In questo scenario, rischiamo addirittura più dell’Iran».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
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		<title>Il Giro d&#8217;Italia? Vivetelo a Ragogna</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2018 11:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono luoghi che conosci da sempre, ma che a un certo punto ti entrano irrimediabilmente nel cuore. Uno di questi per me è Ragogna che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ci sono luoghi che conosci da sempre, ma che a un certo punto ti entrano irrimediabilmente nel cuore. Uno di questi per me è Ragogna che sabato 19 maggio sarà attraversata dal Giro d&#8217;Italia che si arrampicherà in cima al Monte. Ne ho scritto questa settimana su Vita Cattolica, non solo perché si tratta di uno dei tratti più avvincenti della corsa rosa o perché Ragogna è diventato uno dei miei luoghi del cuore, ma soprattutto perché da mesi c&#8217;è una comunità al lavoro per fare di questa occasione un&#8217;opportunità di promozione del proprio meraviglioso territorio. Dunque vi faccio qui copia/incolla del pezzo. Buona lettura e buon Giro&#8230; naturalmente a Ragogna. </em></p>
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<h2><span style="color: #ff6600;">A Ragogna tutta la comunità al lavoro </span><span style="color: #ff6600;">per fare del Giro un’occasione di crescita</span></h2>
<p>Solo sport e spettacolo? Decisamente no: il Giro d’Italia può essere molto altro e molto di più. Ad esempio? L’occasione, preziosa, per fare comunità. Va in questa direzione l’esperienza di Ragogna dove da mesi associazioni, volontari e amministrazione stanno lavorando alacremente insieme, animati dal desiderio di fare del passaggio della kermesse ciclistica rosa un’opportunità di promozione e valorizzazione del proprio territorio. Come noto, i corridori sabato 19 maggio – dopo essere partiti da San Vito al Tagliamento e aver transitato per il centro di San Daniele – punteranno dritti al Monte di Ragogna, andando al suo assalto dal versante di Muris che li metterà alla prova con 3 chilometri a dir poco impegnativi, anche con pendenze del 13%. Il programma prevede alle 11.15 il passaggio della carovana rosa in piazza IV novembre, quello del giro intorno alle 12.50.</p>
<p>Dunque, tutti mobilitati. Sin dall’inizio dell’anno, infatti, i gruppi di lavoro – dove ognuno ha messo a disposizione le proprie competenze – si sono incontrati a cadenza settimanale per l’organizzazione degli eventi collaterali, per la promozione e per la «vestizione» a festa (rigorosamente in rosa) di Ragogna <em>(nella foto qui sotto, un gruppo di volontarie</em>). Non solo. C’è anche chi si è occupato dello sfoltimento del bosco lungo la strada del monte per recuperare le vedute panoramiche mozzafiato.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/Ragogna_giro.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-1665" alt="Ragogna_giro" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/Ragogna_giro.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>Promozione del territorio</strong> </span></h3>
<p>Ma è in particolare sulla promozione che si punta. «Non una promozione finalizzata solo all’evento in sé, ma di più lungo respiro – ha precisato il sindaco, Alma Concil –. Il passaggio del Giro d’Italia rappresenta una straordinaria vetrina, è stato predisposto del materiale divulgativo per raccontare le peculiarità di Ragogna in maniera nuova e accattivante. Coinvolti in questa ideazione anche i ragazzi del Centro di aggregazione giovanile (<em>che sabato 12 maggio si sono incontrati pure per realizzare gli striscioni, ndr</em>). A curare questo aspetto la nostra concittadina Diana Candusso, esperta proprio di promozione del territorio». E per l’occasione è stato realizzato un logo: Matteo Cardia – ragognese doc, esperto di comunicazione e tra i fondatori dell&#8217;agenzia <a href="https://www.buonobruttocreativo.it/" target="_blank">Il buono, il brutto e il creativo</a> – durante le riunioni ha raccolto spunti e idee poi trasformati dalla collega Marsha Zanet (ragognese di adozione) in segno grafico (<em>qui sotto</em>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/muro_ragogna.png"><img class="alignright size-large wp-image-1666" alt="muro_ragogna" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/muro_ragogna-1024x468.png" width="635" height="290" /></a></p>
<p>Ma, dicevamo, promozione. Già perché i motivi per visitare la cittadina collinare sono numerosi: dal castello di San Pietro, fino al Museo della Grande Guerra, uno dei maggiori punti di riferimento regionali sul tema del Primo Conflitto Mondiale, che sabato 19 maggio resterà aperto in via straordinaria dalle 10 alle 18. E poi le specialità enogastronomiche. Nella frazione di Muris c’è una delle ultime latterie turnarie in regione (ne sono sopravvissute una quindicina) tenace esempio di cooperativismo di comunità che poche settimane fa ha inaugurato lo spaccio. Significativa è anche la produzione di prosciutto crudo e va segnalata la presenza di un frantoio. Ma, su tutto, l’incanto è rappresentato dall’aspetto naturalistico. Ci sono il lago di Ragogna, la località Tabine, sulle rive del Tagliamento, e chi da Muris sale sul monte può godere dello splendido paesaggio costituito dall’anfiteatro morenico, proprio dove il Tagliamento sembra aprirsi la strada a forza attraverso la stretta di Pinzano. E arrivare fin lassù – lo ha ricordato l’anima del Giro, Enzo Cainero – è anche un modo per rendere omaggio agli alpini: in cima al monte ci sono la chiesetta dedicata ai 24 mila caduti della Julia e il monumento che ricorda l’affondamento del Galilea. Non a caso l’associazione <a href="http://www.murisinfesta.it/" target="_blank">Muris in festa</a> – guidata dal presidente Alessandro De Monte – ha deciso di iniziare la giornata del Giro proprio con una cerimonia commemorativa, alle 9, al monumento. E in cima al monte c&#8217;è anche il monumento all’emigrante, dono di Mario Collavino che, proprio da Ragogna, è partito per far fortuna oltre Oceano, realizzando anche la Freedom Tower a New York. Nell’area della baita degli alpini, inoltre, sarà allestita un’area attrezzata con posti al coperto e fornitissimi chioschi con la proiezione in diretta della tappa su un maxischermo.</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Un ricco programma</span></h3>
<p>Dalle 9 alle 23, nel piazzale della chiesa, sempre sabato 19, lo stesso sodalizio aprirà la suggestiva «Enoteca sot il tôr» dove si potranno fare colazione e brunch con i prodotti della latteria sociale assieme a vini e prodotti del territorio. Seguiranno aperitivi, pranzi, spuntini e merende con intrattenimento musicale. Non solo. «Muris in festa» ha, infatti, organizzato per venerdì 18 maggio alle 19.30, in cima al monte, nell’area della Baita degli alpini, l’evento «Wineplugged in rosa», una degustazione guidata con l’abbinamento di 5 vini a 5 piatti del territorio, il tutto accompagnato da splendida musica (costo 30 euro, necessaria iscrizione a murisinfesta@gmail.com). <a href="https://www.facebook.com/events/250231855718212/" target="_blank">Qui il programma dettagliato delle iniziative</a>.<br />
<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/programma_giro.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-1670" alt="programma_giro" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/programma_giro.jpeg" width="724" height="1024" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Pubblicato sull&#8217;edizione di mercoledì 16 maggio del settimanale diocesano «La Vita Cattolica».</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>OrtoBorto, dove si coltivano sogni</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2018 06:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura sociale]]></category>
		<category><![CDATA[inclusione sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato mattina, l’ultimo di aprile, sole splendente, nel cuore di Ragogna, a San Giacomo. Queste le coordinate da cui partire per raccontare di un sogno che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato mattina, l’ultimo di aprile, sole splendente, nel cuore di Ragogna, a San Giacomo. Queste le coordinate da cui partire per raccontare di un sogno che diventa realtà, di un’idea che ai più sembrerà folle, ma che a me piace definire “visionaria” perché alimentata da chi crede con tenacia che il mondo si possa cambiare davvero, per renderlo migliore di com’è. Siamo a <a href="https://ortoborto.org/" target="_blank">OrtoBorto</a>, orto condiviso nato da pochissimi mesi, ma che raccoglie già oltre una quarantina di soci volontari. Sono le 9 e ad accoglierci ci sono <strong>Maria Teresa Bortoluzzi </strong><em>(nella foto in alto)</em>, mente e cuore del progetto, Pongo, il suo cane, un caffè caldo e un avvolgente profumo di dolci appena sfornati.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Da Londra a Ragogna, il rientro</span></h4>
<p>Ma andiamo con ordine. Maria Teresa – classe 1973, in tasca una laurea in Storia all’Università di Trieste e, alle spalle, 5 anni a Milano e 12 a Londra, lavorando nel mondo dell’editoria – alla fine del 2016 rientra a Ragogna. «La ragione della mia scelta è semplicissima – spiega – dopo tanto tempo trascorso in città avevo voglia di campagna. La classica svolta dei 40 anni – aggiunge ridendo –. Sei anni fa poi, è mancato mio padre. Ho iniziato a rientrare più spesso e quando ero qui, sistemando le sue cose, pensavo alla bellezza di questi luoghi, a quando bene ci stavo. Quando sono rientrata c’era una cosa che avevo ben chiara in testa: non sarei tornata a lavorare chiusa in un ufficio». Così, dopo un primo periodo di pausa per riordinare le idee e fare un po’ di volontariato, anche per ritessere le relazioni con la comunità, inizia a lavorare per una cooperativa, come tutor di lavoratori di pubblica utilità impiegati nei comuni. «Un’esperienza bellissima – racconta – che mi ha permesso di conoscere, forse per la prima volta, il territorio, attraverso le persone, rendendo il mio rientro anche migliore di quanto mi aspettassi».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">L’idea dell’orto condiviso</span></h4>
<p>Ma OrtoBorto come nasce? «Ho iniziato da subito a lavorare l’orto – spiega – c’erano tutti gli attrezzi perché era anche la passione di mio padre. In un primo momento tutti ridevano di me, perché non pensavano che ne sarei stata capace, etichettandomi ironicamente come “cittadina”. Invece i risultati hanno cominciato ad arrivare. Poi, per tradizione familiare, casa nostra è sempre stata “aperta” e frequentata da molte persone, del paese e non solo. Così, pian piano, è maturata l’idea di coinvolgere amici e conoscenti e fare di questo spazio un orto condiviso, un luogo di socialità. Poi le cose si sono evolute in maniera naturale, insegnando come volontaria Caritas l’italiano ai richiedenti asilo, hanno iniziato a frequentare l’orto anche alcuni ragazzi pachistani, uno di loro Waiz, 24 anni, è diventato praticamente di famiglia, tanto che chiama mia madre “mamma”». Da qui dunque la decisione di dar vita a un’associazione di promozione sociale che ha come scopo l’inclusione attraverso l’orticoltura. In futuro si pensa al coinvolgimento anche del Centro di Salute mentale.</p>
<p>I soci che lavorano la terra possono poi portare a casa i frutti delle proprie fatiche, quelli che invece non simpatizzano con vanga e piantine possono farlo a fronte di una piccola offerta che servirà poi ad acquistare sementi e tutto il necessario.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Da Maria a Marco, i volti di OrtoBorto</span></h4>
<p>Ma chi sono i soci? C’è la signora <strong>Maria</strong> che ha 80 anni e non manca l’appuntamento a OrtoBorto pur avendo a casa un orto enorme. Ha dalla sua l’esperienza, ma, apertissima alle novità, le piace leggere di orticoltura su internet perché, spiega, «non si smette mai di imparare cose nuove». Mentre chiacchieriamo il signor <strong>Giorgio</strong> accende il motocoltivatore e si dà da fare per lavorare un terreno, quando finisce mi racconta che lui non ha mai coltivato niente, ma che viene qui perché è un modo per rilassarsi. Arriva pure <strong>Lucilla</strong>, di Forgaria nel Friuli, ha portato le talee di alcune aromatiche, menta e passiflora, qui, infatti, si condividono anche le piantine. <strong>Valter</strong> invece è l’esperto di falcetti, non mi guarda di buon occhio, in mano ho una macchina fotografica, sono poco utile alla causa dell’orto. Verso le 10 arriva <strong>Marco</strong>, udinese, ha 24 anni ed è appena rientrato dagli Stati Uniti. Sta cercando lavoro, nel mentre, avendo sentito parlare da alcuni amici di OrtoBorto, viene qui ogni pomeriggio a dare una mano. Ha un sorriso contagioso. «Scrivi – mi sollecita – che i giovani dovrebbero venire qui, non restare a casa nell’attesa che arrivi il lavoro». Come dargli torto?</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Progetti per il futuro</span></h4>
<p>Non servirebbe quasi dirlo, ma a OrtoBorto si fa agricoltura biologica. L’idea è quella di alimentare una coscienza all’insegna della sostenibilità.</p>
<p>Numerosi anche i progetti per il futuro. C’è, ad esempio, l’intenzione di adibire due campi alla coltivazione di grani antichi, ci sono già contatti con la filiera del <a href="https://www.facebook.com/pattofarinafriuliorientale/" target="_blank">Patto della farina</a>. Non solo. A giugno si darà vita ad alcune iniziative contro lo spreco alimentare e, sempre con l’estate, prenderanno il via alcuni laboratori per bambini.</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Insieme attorno a un dolce</span></strong></h4>
<p>Si resta incantati ad ascoltare e guardare questa piccola ed eterogenea comunità di coltivatori armati di buona volontà e una significativa dose di ideali. È tempo di una pausa, arriva Nella, la mamma di Maria Teresa, il profumo che mi ha investito al mio arrivo era quello di una torta deliziosa che condividiamo sotto la tettoia. Alle pareti gli attrezzi, un cartellone con le attività in calendario, mese per mese, e delle piccole lanterne festose. Finiti i lavori si pranzerà tutti assieme.</p>
<p>Per chi volesse partecipare all’iniziativa <strong>OrtoBorto è aperto ogni sabato mattina dalle 9</strong>, invece per restare sempre informati sulle attività si può consultare il sito internet (www.ortoborto.org) e la pagina Facebook.  <strong></strong></p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/79b6a146966/' title='79b6a146966'><img width="1600" height="1069" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/79b6a146966.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Maria Teresa (foto FloZum)." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_attrezzi/' title='ortoborto_attrezzi'><img width="1203" height="917" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_attrezzi.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Attrezzi." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_calendario/' title='ortoborto_calendario'><img width="1105" height="886" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_calendario.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="I lavori in calendario." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_motocoltivatore/' title='ortoborto_motocoltivatore'><img width="1311" height="933" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_motocoltivatore.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Maria Teresa e Giorgio." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_giorgio/' title='ortoborto_giorgio'><img width="1396" height="929" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_giorgio.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Giorgio al lavoro." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_liliana/' title='ortoborto_liliana'><img width="1242" height="929" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_liliana.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Lucilla e le talee." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_piselli/' title='ortoborto_piselli'><img width="1242" height="927" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_piselli.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Maria Teresa." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_valter/' title='ortoborto_valter'><img width="1301" height="930" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_valter.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Maria Teresa e Valter." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/ortoborto_marco/' title='ortoborto_marco'><img width="1245" height="930" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/ortoborto_marco.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Marco." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/ortoborto-dove-si-coltivano-sogni/orto_borto/' title='orto_borto'><img width="935" height="922" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/orto_borto.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="OrtoBorto." /></a>

<p>(Articolo pubblicato sul settimanale diocesano «La Vita Cattolica», edizione di giovedì 2 maggio 2018, <a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/05/VC0305-011-D5.pdf" target="_blank">qui il pdf della pagina</a>, la foto che apre il pezzo è di <a href="https://www.facebook.com/floleggere" target="_blank">Flo Zum</a>).</p>
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		<title>Ago e filo per ricucire la vita</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Nov 2017 12:44:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Uno spazio dove quotidianamente si incrociano storie e sfide. Le storie, quelle di vite segnate dalla fragilità. Le sfide, quelle della ripartenza, della scommessa sul futuro e su se stessi. Questo spazio è la <a href="https://www.facebook.com/SartoriaNascente/" target="_blank"><em>Sartoria nascente</em></a> – realtà nata a Udine nel 2010 dalla collaborazione tra Caritas diocesana e Cooperativa Nascente – che, <strong>domenica 12 novembre, dalle 10 alle 16</strong>, aprirà le sue porte con l’iniziativa <a href="https://www.facebook.com/events/1312976778830950/" target="_blank"><em>Per filo e per segno</em></a>, un mercatino natalizio in collaborazione con altre realtà del territorio per offrire al pubblico vestiti, gioielli, ceramiche artistiche, manufatti di carta, piante e molto altro ancora.</p>
<p>«<em>Questa sartoria – </em>spiegano le coordinatrici,<strong> Eleonora Piolanti</strong> e <strong>Anna Zuliani</strong><em> – è un piccolo laboratorio sorto con l’obiettivo di riqualificare il mondo del lavoro femminile. Spesso, infatti, alle donne in situazioni di fragilità si offrono lavori poco qualificati, ad esempio nel settore delle pulizie. Il nostro scopo dunque è quello di insegnare un mestiere, dare una nuova opportunità a chi sta cercando di rimettersi in piedi</em>». Così negli spazi di via Marangoni 99, si eseguono riparazioni, rimessa a modello di abiti passati un po’ di moda, e sartoria su misura. Si lavora poi moltissimo anche sull’<em>upcycling</em>.</p>
<p>«<em>Da quando abbiamo aperto, in molti hanno preso l’abitudine, le tappezzerie ad esempio, di donarci rimanenze di tessuti. Poi qui accanto c’era il punto di raccolta di abiti usati (che riaprirà a breve, ndr). Tutto materiale che noi utilizziamo con creatività per realizzare artigianato di qualità attraverso il riuso. Non lo chiamiamo recycling, ma upcyclig proprio perché c’è un processo di valorizzazione. È una realtà poco diffusa qui da noi, ma in città come Berlino è davvero molto in voga e coinvolge designers emergenti</em>». Un’attenzione dunque allo scarto e un forte impegno sul fronte di stili di vita all’insegna della sostenibilità ambientale.</p>
<p>Ma chi sono le persone che ogni giorno si mettono in gioco alla Sartoria Nascente? «<em>Riusciamo ad accogliere 2 o 3 persone in «borsa lavoro»</em> – spiegano le coordinatrici –, <em>lavoriamo in equipe con i Servizi sociali, con il Sert e con la Caritas diocesana. Le donne che arrivano qui – e che restano con noi per un periodo medio-lungo, dai sei mesi ai due anni – vivono una condizione di fragilità dovuta a ragioni diverse. Cerchiamo, come detto, di insegnare loro un mestiere. Siamo sincere, qui non si recuperano chissà quali abilità nascoste, il lavoro che facciamo porta però al fiorire di frutti preziosi, primo fra tutti il crescere dell’autostima. Per queste donne vedere che quello che imparano, quello che fanno con sempre più autonomia, è spendibile ed è riconosciuto dagli altri, dà loro grandissima soddisfazione e, soprattutto, regala la forza di proseguire con più fiducia nella propria vita»</em>.</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Non sempre solo donne</span></strong></h4>
<p>Da via Marangoni però non sono passate solo donne. «<em>Già</em> – sorride Eleonora Piolanti – <em>qui da noi ha trascorso un po’ di tempo anche Ramzan, un ragazzo pachistano che oggi lavora proprio in una realtà tessile. È una storia che mi piace raccontare perché ha un significato importante a livello di scambio culturale. Ramzan, che nel suo Paese già aveva lavorato nel nostro settore, ha imparato l’italiano qui con </em><em>noi. L’aspetto interessante è che si è dovuto confrontare con un mondo tutto al femminile, misurandosi – cosa non diffusa in Pakistan – con il fatto che anche le donne possono gestire con autorevolezza un’attività e coordinare degli uomini. Può sembrare un fatto di poco conto, ma ci piace pensare che questo nostro laboratorio che lui con intelligenza ha saputo capire e accogliere, è stata un po’ la porta di ingresso in Occidente. Per noi la possibilità di crescere ancora e di confrontarci con una nuova esperienza</em>».</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Artigianato al mercatino</span></strong></h4>
<p>Il mercatino di Natale <em>Per filo e per segno</em> si terrà dunque domenica 12 novembre, dalle 10 alle 16, in via Marangoni, 99 a Udine. Oltre ai prodotti artigianali della Sartoria Nascente ci saranno le piante della Cooperativa «Il Melograno», le creazioni in cartonato della Cooperativa sociale Arte e Libro, quadri e cartoline del Collettivo Illustratori, le ceramiche artistiche della Cooperativa Co. S. Mo., gli arredi rigenerati della Cooperativa sociale Duemilauno e i prodotti del commercio equosolidale della Bottega del Mondo. Spazio anche per il palato: Cooperativa Duemilauno e Arci Udine propongono pizze e succo di mela a chilometro zero.</p>
<p>Pubblicato su <em>«la Vita cattolica»</em> n° 44 dell&#8217;8 novembre 2017 <a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2017/11/44-08.11.17.pdf" target="_blank">qui la pagina in pdf</a>.</p>
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