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	<title>Anna Piuzzi &#187; Srebrenica</title>
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		<title>30 anni fa il genocidio di Srebrenica. La storia di Ferida, madre di Srebrenica</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 06:17:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una natura generosa quella che abita la Bosnia orientale, con le sue montagne dal profilo dolce, i boschi fitti e fiumi di rara bellezza. Non fa eccezione Srebrenica. Appena fuori dalla città lasciamo la strada principale, attraversiamo un ponticello e imbocchiamo un sentiero pieno di tornanti. Ci vogliono sette chilometri, nel verde più assoluto, per arrivare a un prato attorno a cui si affacciano tre case. Solo una è abitata. Ferida Jusić ci accoglie con un sorriso che le accende gli occhi e increspa le rughe che le solcano il viso. Ha 74 anni Ferida, è una donna minuta, magrissima. Soprattutto, è una delle “madri di Srebrenica”: le donne che l’11 luglio del 1995 videro i propri figli maschi inghiottiti dal buio dell’ultimo genocidio d’Europa, il genocidio di Srebrenica.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;">I giorni del luglio 1995</span></h5>
<p>«<em>Non c’è notte in cui io non pianga</em>» è la prima cosa che dice dopo averci fatto sedere attorno al grande tavolo, all’ombra di un bel pergolato: un angolo dell’orto che, prima della guerra, deve aver accolto momenti pieni di gioia. «<em>Avevamo una vita semplice, ma felice</em> – racconta la donna –. <em>Sono stata fortunata, mi sono sposata e ho avuto quattro figli, tre maschi e una femmina. Poi tutto è precipitato</em>». Nel luglio del 1995 – dopo tre anni di assedio di quella che l’Onu aveva dichiarato “area protetta” e in cui erano confluiti migliaia di sfollati – la città cadde in mano alle forze serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. La storia della famiglia di Ferida è la stessa di tante altre famiglie. Gli uomini disarmati provano a rifugiarsi nei boschi e raggiungere Tuzla che è invece controllata dai bosgnacchi (<i>bosniaci di fede musulmana</i>). Un tentativo di salvezza che verrà chiamato “<a href="https://www.balcanicaucaso.org/Transeuropa/Srebrenica-Marcia-della-Pace-2024" target="_blank">marcia della morte</a>”: gran parte di quegli uomini sarà infatti intercettata, fermata, trucidata. Le donne invece si dirigono verso Potočari, nella vecchia fabbrica di batterie dove ha sede il compound dei caschi blu dell’Onu. La convinzione di tutti è che le Nazioni Unite li proteggeranno. Accadrà il contrario, le Nazioni Unite lasceranno fare. Addirittura parte dei soldati del battaglione olandese (<a href="https://www.agi.it/estero/news/2025-07-07/srebrenica-responsabilita-olanda-32219335/" target="_blank">Dutchbat</a>) abuserà delle donne e gozzoviglierà insieme ai paramilitari serbi dell’unità degli Skorpioni. Arrivato a Srebrenica, Mladić convoca in un albergo due ufficiali olandesi, li intimidisce facendo sgozzare un maiale nel cortile. Ottiene tutto ciò che vuole: la consegna dei maschi, perfino la benzina per trasferirli. Quello che è stato messo in piedi è un meccanismo di morte razionale e meticoloso ideato e coordinato nelle settimane precedenti dal colonello <a href="https://www.icty.org/x/cases/beara/ind/en/bea-ii020326e.htm" target="_blank">Ljubiša Beara</a> (lo scrittore Ivica Đikić lo racconta in modo illuminante nel libro <em><a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/metodo-srebrenica-nuova-edizione/" target="_blank">Metodo Srebrenica</a></em>). I maschi dai 17 ai 70 anni vengono divisi dalle donne che – insieme a vecchi e bambini – sono caricate su autobus che le portano nei territori controllati dai bosgnacchi. Anche gli uomini vengono caricati su autobus, ma vengono smistati in luoghi diversi, anche molto distanti: a Kravica, Zvornik, Pilica e altri ancora. Qui nel giro di una manciata di giorni vengono tutti uccisi e poi seppelliti in fosse comuni. Le uccisioni accertate sono 8372.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">I morti di Ferida</span></strong></h5>
<p>«<em>Tra quanti provarono a raggiungere Tuzla</em> – racconta Ferida – <em>c’erano anche i miei tre figli, mio marito e i miei tre fratelli. Ricordo benissimo il momento in cui, arrivati al fiume, ci siamo separati: loro sono saliti nei boschi. Mia figlia, mia nuora incinta e io siamo andate Potočari. Degli uomini della mia famiglia si è salvato solo il più giovane dei miei figli. Gli altri sono stati tutti uccisi. Ci sono voluti anni perché fossero ritrovati e identificati i resti dei loro corpi. Ho potuto seppellire i figli, Dževad (23 anni) nel 2013 e Vahid (20) nel 2014. Mio marito non l’ho ancora ritrovato. Nel 2022 è stato rinvenuto un altro osso del corpo di Vahid, rivivere il dolore della sepoltura è stato perfino peggio della prima volta</em>». Le fosse comuni sono state più volte aperte e i corpi trasportati in luoghi diversi della Bosnia, dando vita a quelle che sono definite “fosse secondarie e terziarie”, un modo per occultare le prove dei crimini commessi e per amplificare a dismisura il dolore dei familiari. Ad oggi sono ancora un migliaio i corpi che attendono di essere identificati.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Al memoriale di Potočari</span></strong></h5>
<p>Venerdì 11 luglio, come ogni anno, si terrà la celebrazione per ricordare il massacro, cerimonia quest’anno ancora più sentita perché ricorre il trentennale. Nella distesa di migliaia di lapidi bianche del cimitero che è parte del memoriale di Potočari (nella vecchia fabbrica c’è l’emozionante museo della memoria) saranno seppellite le persone identificate nei mesi scorsi. Tra loro anche una donna, Fata Bektić, di 67 anni. Insieme a lei due ragazzi di 19 anni appena, Senajid Avdić e Hariz Mujić, e poi Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). Di queste persone verranno sepolte solo poche ossa.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Srebrenica oggi</strong></span></h5>
<p>E cos’è oggi di Srebrenica? I numeri parlano chiaro, è una città svuotata, basta un giro lungo le vie cittadine per rendersene conto, le tante serrande abbassate sono eloquenti. Secondo l’ultimo censimento affidabile, quello del 2013, risiederebbero nel distretto 11 mila persone, molte delle quali però vivono all’estero. Ci spiegano che ad abitare effettivamente qui sono neanche 5 mila persone. Nel 1991, all’epoca dell’ultimo censimento della Jugoslavia, erano 37 mila. Le famiglie bosgnacche hanno iniziato a ritornare nel 2002, nonostante tutte le difficoltà e spesso ritrovandosi le case occupate dai serbi. Anche Ferida è tornata in quell’anno. «<em>Vivere da sola in mezzo al bosco non è facile, lavoro l’orto e questo mi aiuta a non impazzire. Questo luogo</em> – ci spiega – <em>anche se isolato era pieno di vita, oggi sono rimasta solo io, ma non voglio lasciare questa casa dove abitano tutti i miei ricordi</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>La memoria</strong></span></h5>
<p>Anche la memoria è un percorso accidentato. Gli accordi di Dayton – che pochi mesi dopo il massacro di Srebrenica, nel 1995, misero fine alla guerra – cristallizzarono la situazione, avallando i risultati della pulizia etnica compiuta dai serbo-bosniaci, ideando un farraginoso sistema istituzionale fondato su due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (che comprende i territori a maggioranza bosgnacca e croata) e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Le velleità secessioniste del presidente di quest’ultima, lo <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Guerra-e-pace-di-Milorad-Dodik-236632" target="_blank">spregiudicato Milorad Dodik</a>, fanno sì che la situazione sia sempre sull’orlo della crisi. È in questo contesto che il genocidio di Srebrenica non viene quindi riconosciuto. Gli stessi luoghi dove avvenne la mattanza ne sono la riprova. A <strong>Kravica</strong> l’edificio usato per <a href="https://balkaninsight.com/2023/07/13/srebrenica-mothers-commemorate-1300-men-killed-in-mass-execution/" target="_blank">ammassare e poi uccidere 1.313 bosgnacchi</a> è stato ridipinto, sistemato e recintato, tornando a essere sede di una cooperativa agricola. Nemmeno una piccola targa ricorda quello che lì dentro è accaduto. A <strong>Pilica</strong>, la “casa della cultura” (nel cuore del paese, sulla strada principale), <a href="https://onms.nenasilje.org/2019/culture-centre-in-pilica-zvorniik/?lang=en" target="_blank">dove vennero ammazzate cinquecento persone</a>, molto più semplicemente viene lasciata cadere a pezzi. A inizio anno a un gruppo di documentaristi del Memoriale di Srebrenica voleva riprendere alcune immagini all’interno dell’edificio, ma è stato loro impedito di lavorare dalle autorità locali. L’ingresso è infatti interdetto a chiunque, soprattutto a quanti vogliano ricordare i propri cari. Noi riusciamo a entrarci, per pochi minuti, di nascosto, prima che arrivi la polizia. L’interno è spettrale. L’indomani la guida del Memoriale ci chiederà come abbiamo fatto ad entrare visto che la cittadinanza si allerta subito appena qualcuno si muove lì attorno. Anche qui, ovviamente, nemmeno una targa. Fuori però hanno pensato bene di realizzare un monumento per onorare i soldati serbo-bosniaci.</p>
<p>E a noi, oggi, cosa dice Srebrenica? «<em>Dalla Bosnia fino a oggi, fino a Gaza, il mondo è diventato un unico grande caos in cui l’aggressore e l’aggredito sono messi sullo stesso piano</em> – spiega con amarezza il giornalista <strong>Paolo Rumiz</strong> –. <em>Sono stanco di vedere guerre che si potrebbero evitare con il dialogo, ma purtroppo abbiamo perso la bellezza e la fatica delle parole giuste</em>». Gli fa eco l’attrice e documentarista <strong>Roberta Biagiarelli</strong> che, con Rumiz, ha realizzato il bellissimo podcast <a href="https://open.spotify.com/show/0e5QiHzTyCDO6I6eQJ7PsZ?si=2fb7d056d9214583" target="_blank">Srebrenica: il genocidio dimenticato</a> (ascoltatelo!). «<em>Oggi è chiaro</em> – spiega nel podcast – <em>che le guerre jugoslave non furono un rigurgito medievale, ma l’anticipazione del mondo attuale, sempre più diviso e più violento. Srebrenica, purtroppo parla al nostro presente</em>».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Anche questo incontro e la visita al memoriale di Potočari sono avvenuti nel contesto della missione di Ospiti in Arrivo, a inizio maggio, di cui ho scritto <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link</a>. E anche in questo caso un grandissimo grazie va Nihad Suljić, attivista, compagno di battaglie e amico.</p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_1/' title='Srebrenica_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida" /></a>
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<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_3/' title='Srebrenica_3'><img width="1600" height="773" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il cimitero accanto al memoriale di Potočari" /></a>
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<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_6/' title='Srebrenica_6'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Le scarpe di quanti hanno perso la vita durante la &quot;marcia della morte&quot; - Memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_7/' title='Srebrenica_7'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_7.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_8/' title='Srebrenica_8'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_8.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>

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		<title>Nella voce di Ajla le tante donne in fuga dalle guerre dei Balcani</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1981" alt="caserma pasubio 2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2-1024x682.jpg" width="352" height="233" /></a>Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere tregua solo quando abbiano trovato forma compiuta sulla pagina scritta. È successo a <strong>Maria Silvia Bazzoli</strong> – giornalista, documentarista e ora scrittrice – che allo scoppio delle guerre nell’ex-Jugoslavia seguì le vicende dei profughi e della loro accoglienza in Italia, soprattutto a Cervignano, nell’ex caserma Monte Pasubio (<em>le foto qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del <a href="https://www.facebook.com/ciocherimane" target="_blank">Ciò che rimane</a></em>). Sono innumerevoli le testimonianze che raccolse lì, tra le donne in fuga da un conflitto che – come altrove, del resto – aveva fatto del loro corpo un campo di battaglia, attraverso lo stupro etnico e violenze indicibili. Quella miriade di frammenti ora si ricompone in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/s-confini/la-voce-di-ajla" target="_blank">«La voce di Ajla»</a>, il romanzo d’esordio di Bazzoli, pubblicato dalla Forum editrice nella collana (s)confini (<a href="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" target="_blank">qui il podcast con l&#8217;intervista radiofonica a Maria Silvia Bazzoli per Radio Spazio</a>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1984" alt="pasubio 3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg" width="960" height="466" /></a></p>
<p>Le due protagoniste – Ajla e la figlia Alina – hanno “inseguito” l’autrice per anni, il lettore le incontra in una Parigi imbiancata dalla neve (elemento ricorrente nella narrazione), alle prese con la memoria: «Parigi ovattata sotto la neve assomiglia a un acquario dove galleggiano volti e immagini, e io… io mi ci trovo a nuotare disorientata, sopraffatta dai ricordi che non volevo» spiega Alina all’amica Hellen. Ajla si trova in ospedale, sprofondata in uno stato di catalessi, inspiegabile per i medici. Alina – ricamatrice, affermata fiber artist – è appena rientrata da New York per assistere la madre del cui passato non sa nulla, per lei dunque è giunto il tempo di riannodare i propri ricordi con la storia di Ajla.</p>
<p>Inizia così un dialogo che viene concesso e affidato, nella sua interezza, solo al lettore perché Ajla racconta, ma la sua voce è muta. Ad Alina dunque toccherà intuire, raccogliere indizi e scavare nel passato. Il suo è il destino che accomuna tantissimi giovani, i cosiddetti “figli della guerra” che – nei Balcani e in tutta Europa – hanno scelto di scoprire le proprie radici per quanto dolorose, ma indispensabili per ricomporre la propria identità.</p>
<p>È – quello di Alina – uno scavare che però restituisce molto anche a noi, perché, come società, abbiamo archiviato in fretta quella parentesi della storia europea che coinvolse così da vicino il nostro territorio. Un indagare che ci dà conto, per altro, della difficoltà che quelle donne affrontarono per ricostruire la propria vita: grazie ai ricordi di Alina scopriamo, infatti, che le due protagoniste vissero i primi anni a Parigi in strada, in estrema povertà. Ma è proprio quel guardare il mondo dal basso, dal marciapiede, che dona ad Alina la capacità di sentire nel profondo l’umanità di chi incontra.</p>
<p>Tutto questo ci viene consegnato da una scrittura ricca, dal passo poetico, che però non edulcora nulla, anzi, quando deve dire la violenza, si fa diretta, scarna ed essenziale.</p>
<p>«La voce di Ajla» è un libro importante, arrivato in libreria proprio nei giorni in cui ricorrono <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-venticinque-anni-dopo-gli-Accordi-di-Dayton-206686" target="_blank">i 25 anni dagli accordi di Dayton</a> – che sancirono una pace sempre in bilico e la definitiva divisione etnica della Bosnia –, a un quarto di secolo (celebrato a luglio) dall’eccidio di Srebrenica in cui, sotto gli occhi di un’Europa inebetita, furono ammazzate ottomila persone.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1988" alt="479" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg" width="850" height="479" /></a></p>
<p>A firmare la postfazione è poi un’autrice che meglio di altri ha analizzato le vicende dei Balcani, <strong>Nicole Janigro</strong>. Infine, più che indovinata l’evocativa immagine di copertina: uno scatto tratto dalla serie «Il sogno delle cose» di <strong>Ulderica Da Pozzo</strong>, anche lei capace come poche di tessere, per immagini, le storie delle donne.</p>
<p><em>Maria Silvia Bazzoli / La voce di Ajla / Forum / 192 pagine, 16, 50 euro</em></p>
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		<title>Europa: le nubi di oggi, 20 anni fa sull&#8217;orizzonte di Srebrenica</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2015 11:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vent’anni fa cadeva la città bosniaca di Srebrenica. Qualche giorno dopo, l’11 luglio, sarebbe iniziata la mattanza dei bosgnacchi. Diecimila morti, uccisi in una manciata di giorni....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Vent’anni fa cadeva la città bosniaca di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica" target="_blank">Srebrenica</a>. Qualche giorno dopo, l’11 luglio, sarebbe iniziata la mattanza dei bosgnacchi. Diecimila morti, uccisi in una manciata di giorni. Esecuzioni a ritmo di fabbrica. Tutto <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2014/07/16/news/srebrenica_tribunale_aja_olanda_responsabile_massacro-91701860/" target="_blank">sotto gli occhi dell’Onu</a>, in una zona che i caschi blu, al contrario, avrebbero dovuto proteggere. Tutto nel cuore dell’Europa.</p>
<p>In questi giorni (come ad ogni anniversario) si inseguono le notizie di dettagli inediti sui fatti di allora. Stando a <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/05/news/massacro_di_srebrenica_l_observer_onu_stati_uniti_francia_e_gran_bretagna_hanno_permesso_il_genocidio_-118369727/" target="_blank">un’inchiesta dell’<i>Observer</i></a> &#8211; fatta sulla base di alcuni documenti declassificati &#8211; emergerebbero gravissime responsabilità di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite che, nel segno della <em>realpolitik</em>, preferirono sacrificare Srebrenica, o quanto meno non impedirne il massacro. Non a caso di lì a 4 mesi sarebbero stati siglati gli accordi di Dayton.</p>
<p>In tutta onestà non credo che servisse scomodare documenti declassificati, bastava dare un’occhiata, su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=idf_sdeVpO4" target="_blank">youtube</a>, ai video disarmanti in cui i soldati del contingente olandese, il famoso “Dutchbat”, accolgono il generale Ratko Mladic. Si vedono vergognose strette di mano condite da abbondante rakija e poi gli occhi atterriti di chi pochi giorni dopo sarebbe stato massacrato.</p>
<p>Sarà il mio personale sguardo negativo di questi giorni, ma credo che vent’anni fa le nubi sul nostro futuro europeo fossero già tutte addensate all’orizzonte. La crisi greca, il gonfiarsi dei populismi, l’indifferenza verso il dramma della profuganza, l’immobilità di fronte al disintegrarsi del Medio Oriente. Sono tutti nodi che si raggrumano oggi tra le nostre mani, ma che a me sembrano avere lo stesso sangue del lacerante egoismo di allora. Restammo a guardare l’<a href="http://www.raistoria.rai.it/articoli/assedio-di-sarajevo/29254/default.aspx" target="_blank">assedio di Sarajevo</a> e il massacro di Srebrenica, esattamente come oggi facciamo con Aleppo o Kobane. In seguito avremmo lasciato quelle terre ferite in balia di un <a href="http://www.limesonline.com/lo-stallo-instabile-la-bosnia-erzegovina-20-anni-dopo-dayton/76496" target="_blank">sistema amministrativo mostruoso</a> che invece di pacificare ha incancrenito tante situazioni che potevano essere gestite in maniera diversa. Ci saremmo poi disinteressati dell’insediarsi di un <a href="http://www.feltrinellieditore.it/news/2007/07/12/giuliana-sgrena-bosnia--il-seme-wahabita-8756/" target="_blank">radicalismo</a> estraneo all’Islam della Bosnia, lasciando che altri si occupassero di colmare i vuoti, economici ed esistenziali, della guerra.</p>
<p>Sabato al <a href="http://www.balcanicaucaso.org/Reportage/Alla-ricerca-di-una-primavera-balcanica/Alla-ricerca-di-una-primavera-balcanica/Nella-quiete-di-Potocari-quelle-lapidi-inascoltate-119810" target="_blank">memoriale di Potočari</a>, oltre alle 100 mila persone che ricorderanno i propri morti, è attesa una folta parata di autorità. Per l’Italia ci saranno anche il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e la presidente della Camera, Laura Boldrini. Entrambi nella loro imbarazzante inutilità.</p>
<p>Oggi, invece, da Tuzla, ha preso il via la «Marcia della vita», cento chilometri in 4 giorni sullo stesso percorso che fecero gli uomini in fuga da Srebrenica in quel luglio 1995. L’ultimo tratto, il 10 luglio, partirà da Konjevic Polje, per raggiungere, appunto, il memoriale di Potočari.</p>
<p>Chissà se percorrendo quella via crucis lastricata di fosse comuni e corpi (è bene ricordarlo, non tutti ancora ritrovati) qualcosa si smuoverebbe nella coscienza della politica di oggi. Temo di no. Intanto però ci siamo anche noi. Noi che a lungo abbiamo lasciato da parte le nostre responsabilità e che forse oggi dovremmo ricominciare a prenderci a cuore, con umanità, quel che accade attorno a noi.</p>
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<p>Per chi volesse qualche lettura per capire quel che accadde, ecco un paio di consigli:</p>
<p>Emir Suljagić, <a href="http://www.balcanicaucaso.org/Tutte-le-notizie/Cartolina-dalla-fossa-78073" target="_blank">Cartolina dalla fossa</a>, Beit edizioni.</p>
<p>Luca Leone, <a href="http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=42" target="_blank">Srebrenica. I giorni della vergogna</a>, Infinito Edizioni.</p>
<p>Luca Leone e Riccardo Noury, <a href="http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=292" target="_blank">Srebrenica. La giustizia negata</a>, Infinito Edizioni.</p>
<p>Elvira Mujčić, <a href="http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=32" target="_blank">Al di là del caos</a>, Infinito Edizioni.</p>
<p>La fotografia in testa al post è di Elvis Barukcic/Getty Images.</p>
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