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	<title>Anna Piuzzi &#187; Recensioni</title>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Božidar Stanišić e le radici nel Paese che non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade al di fuori del bel paese. Figurarsi l’avere a cuore quanto quegli accadimenti lasciano, come un solco, nella vita degli altri. Ad aprile saranno 30 anni dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina e il 2022 si apre, per il Paese dei Balcani occidentali, con minacciose inquietudini che fanno scricchiolare la sua fragile struttura. Eppure la memoria di quella che per noi fu una “guerra in casa” l’abbiamo archiviata e, allo stesso tempo, abbiamo smesso di curarci di quanto, ancora, il senso di sradicamento abiti la vita delle migliaia di famiglie che lasciarono la Bosnia per trovare rifugio in Europa, tantissime anche in Friuli.</p>
<p>A mostrarcelo con lucidità e dolcezza – accompagnate dalla sua inconfondibile ironia – è, ancora una volta, <strong>Božidar Stanišić</strong>, da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, <a href="https://marottaecafiero.it/le-zanzare/286-la-cena-9788831379380.html" target="_blank">La cena</a> (Marotta&amp;Cafiero), il cui sottotitolo è decisamente eloquente: «Avanzi dell’ex-Jugoslavia». Classe 1956, nato a Visoko, Stanišić è stato docente di letteratura in un liceo di Maglaj (nel nord della Bosnia) fino al 1992, quando – rifiutando di schierarsi e opponendosi alla violenza del conflitto –, fuggì dalla guerra civile. Da allora vive in Friuli, a Zugliano. Con una scrittura pulita, diretta e incalzante, Stanišić porta i lettori nella vita di personaggi non solo efficaci, ma anche tratteggiati in maniera da farceli via via diventare familiari, grazie alla sua straordinaria arte di raccontare che affonda le radici nei classici della letteratura slava, da Ivo Andrić a Danilo Kiš, passando per Meša Selimović.</p>
<p>Le storie narrate sono quelle di gente che se ne va, senza ritorno, la cui esistenza è attraversata, da un giorno all’altro, da un confine che resterà per sempre, quello che segna la vita “di qua e di là”. Uomini e donne che nel ricostruire e ricominciare, trasmettono – senza volerlo – il proprio trauma anche ai figli. Non a caso in «La penna dell’uccello inquietudine», uno dei cinque racconti che compongono il libro, è Drenka, la figlia più piccola di una coppia di immigrati bosniaci, nata e cresciuta in Italia, a trovarsi spiazzata da una pioggia di domande: «<em>[…] fui sorpresa da un’idea: quale sarebbe stata la loro e la mia vita se non ci fosse stata la guerra in Bosnia? Da che cosa era nata quell’idea, da quale recesso dentro di me, e perché proprio quella notte? Perché ci sono domande che si addormentano in noi come i dormienti stregati di una vecchia fiaba?</em>».</p>
<p>Le cinque storie pur diverse tra loro, soprattutto ambientate in luoghi differenti (da Milano a Toronto), hanno tratti e vissuti che le accomunano, a partire dalle voci narranti che sono quelle dei figli impegnati a dar conto di genitori ancora legati alla terra di origine, che parlano il serbo-croato-bosniaco, vivono l’esperienza della diaspora, affannati a rincorrere una lingua che non padroneggiano del tutto e lavori precari non rispondenti certo a quelli che facevano nelle proprie vite precedenti, in un Paese, la Jugoslavia, che oggi non c’è più.</p>
<p>Cinque storie generose che emozionano e fanno riflettere, ma strappano anche più di qualche sorriso (divertentissimo il contesto del primo racconto «La cena»), perché, lo abbiamo già detto, l’ironia è cifra stilistica di Stanišić. Non da ultimo, si tratta di un libro la cui lettura è accompagnata da una veste grafica inusuale e davvero bella, in cui si alternano immagini, suggerimenti musicali di ascolto (seguiteli!) e pagine dal fondo nero e i caratteri bianchi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2097" alt="la_cena_int" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>Insomma, Stanišić ci offre l’occasione per scoprire una giovane casa editrice indipendente, la <a href="https://marottaecafiero.it/" target="_blank">Marotta&amp;Cafiero</a>. Realtà che pubblica libri completamente ecologici, ma sopratutto che ha base nel difficile quartiere di Scampia, a Napoli, e che è stata dedicata al cugino dei titolari, Antonio Landieri, vittima innocente di camorra: un ragazzo disabile di 25 anni ucciso per errore, proprio a Scampia, durante una faida tra clan. Il loro motto? «<em>Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Božidar Stanišić/ La cena / Marotta&amp;Cafiero / 242 pagine / 15 euro</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Recensione pubblicata sull&#8217;edizione del 4 gennaio 2022 del settimanale diocesano di Udine.</p>
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		<title>«Andarsene» di Rodrigo Hasbún</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2021 14:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div>
<div dir="auto">Un altro libro che si legge in un soffio. <a href="https://www.edizionisur.it/catalogo/paese/bolivia/andarsene-2/?doing_wp_cron=1626354362.2958920001983642578125" target="_blank">Andarsene</a> è, ad ora, il più bello che ho avuto tra le mani in queste due settimane di ferie. Un mosaico di voci narranti che raccontano, appunto, l’andarsene: da un paese, dalle relazioni, da una vita che si è fatta troppo stretta per essere abitata davvero.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Al centro della storia gli Ertl, famiglia che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, dalla Germania ripiega in Bolivia per un nuovo inizio. <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Hans_Ertl_(cameraman)" target="_blank">Hans</a>, ex cineasta del Reich, inquieto e anticonformista, insegue il sogno di scoprire Paititì, leggendaria città inca: la missione che organizza fa però saltare ogni equilibrio familiare. La moglie si chiude nel silenzio, le tre figlie, invece, riscrivono la propria vita.</div>
</div>
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<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Monika, la più simile al padre, abbraccia la rivoluzione e la guerriglia (Guerrilla del Ñancahuazú) guidate da Che Guevara che proprio in Bolivia, a La Higuera, troverà la morte. Sullo sfondo infatti ci sono la dittatura di Barrientos, gli anni Sessanta e Settanta attraversati dai movimenti di liberazione germinati dalla rivoluzione cubana. Di lei ha scritto anche Juerg Schreiber in <a href="https://www.nutrimenti.net/libro/la-ragazza-che-vendico-che-guevara/" target="_blank">La ragazza che vendicò Che Guevara</a> (<a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/nutrimentiedizioni/?__cft__[0]=AZXVgGq8AYKtkI687Fmw2OyVZAVi72UyB6hSV6FUp-NeL_qDAY_12cmj1X4mQ6wGGruJ3fOlB6VOQaBDXHTC0CWixVLuV12QhywuxNrg9lHtw6UtnO-ORrRUOvcdt0JDomYfl_ZfRslMwJxfBBZYrQ5U&amp;__tn__=kK-R">Nutrimenti Edizioni</a>, 2011): fu infatti Monika – compagna del guerrigliero <a href="https://archivio.unita.news/assets/main/1997/10/09/page_019.pdf" target="_blank">Inti Peredo</a> – a giustiziare il colonnello Quintanilla, che aveva ordinato di tagliare le mani al cadavere del Che e torturato ferocemente Inti.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">«Andarsene» non è però un romanzo storico, anche se racconta fatti realmente accaduti, Rodrigo Hasbún infatti esplora soprattutto le relazioni familiari, non a caso il titolo originale è «Los afectos». Insomma, un libro davvero bello, asciutto e denso che percorre le rotte della memoria, individuale e collettiva: «<em>Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo</em>».</div>
</div>
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<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Rodrigo Hasbún | Andarsene | <a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/edizionisur/?__cft__[0]=AZXVgGq8AYKtkI687Fmw2OyVZAVi72UyB6hSV6FUp-NeL_qDAY_12cmj1X4mQ6wGGruJ3fOlB6VOQaBDXHTC0CWixVLuV12QhywuxNrg9lHtw6UtnO-ORrRUOvcdt0JDomYfl_ZfRslMwJxfBBZYrQ5U&amp;__tn__=kK-R">edizioni sur</a></div>
</div>
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		<title>Nella voce di Ajla le tante donne in fuga dalle guerre dei Balcani</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1981" alt="caserma pasubio 2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2-1024x682.jpg" width="352" height="233" /></a>Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere tregua solo quando abbiano trovato forma compiuta sulla pagina scritta. È successo a <strong>Maria Silvia Bazzoli</strong> – giornalista, documentarista e ora scrittrice – che allo scoppio delle guerre nell’ex-Jugoslavia seguì le vicende dei profughi e della loro accoglienza in Italia, soprattutto a Cervignano, nell’ex caserma Monte Pasubio (<em>le foto qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del <a href="https://www.facebook.com/ciocherimane" target="_blank">Ciò che rimane</a></em>). Sono innumerevoli le testimonianze che raccolse lì, tra le donne in fuga da un conflitto che – come altrove, del resto – aveva fatto del loro corpo un campo di battaglia, attraverso lo stupro etnico e violenze indicibili. Quella miriade di frammenti ora si ricompone in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/s-confini/la-voce-di-ajla" target="_blank">«La voce di Ajla»</a>, il romanzo d’esordio di Bazzoli, pubblicato dalla Forum editrice nella collana (s)confini (<a href="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" target="_blank">qui il podcast con l&#8217;intervista radiofonica a Maria Silvia Bazzoli per Radio Spazio</a>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1984" alt="pasubio 3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg" width="960" height="466" /></a></p>
<p>Le due protagoniste – Ajla e la figlia Alina – hanno “inseguito” l’autrice per anni, il lettore le incontra in una Parigi imbiancata dalla neve (elemento ricorrente nella narrazione), alle prese con la memoria: «Parigi ovattata sotto la neve assomiglia a un acquario dove galleggiano volti e immagini, e io… io mi ci trovo a nuotare disorientata, sopraffatta dai ricordi che non volevo» spiega Alina all’amica Hellen. Ajla si trova in ospedale, sprofondata in uno stato di catalessi, inspiegabile per i medici. Alina – ricamatrice, affermata fiber artist – è appena rientrata da New York per assistere la madre del cui passato non sa nulla, per lei dunque è giunto il tempo di riannodare i propri ricordi con la storia di Ajla.</p>
<p>Inizia così un dialogo che viene concesso e affidato, nella sua interezza, solo al lettore perché Ajla racconta, ma la sua voce è muta. Ad Alina dunque toccherà intuire, raccogliere indizi e scavare nel passato. Il suo è il destino che accomuna tantissimi giovani, i cosiddetti “figli della guerra” che – nei Balcani e in tutta Europa – hanno scelto di scoprire le proprie radici per quanto dolorose, ma indispensabili per ricomporre la propria identità.</p>
<p>È – quello di Alina – uno scavare che però restituisce molto anche a noi, perché, come società, abbiamo archiviato in fretta quella parentesi della storia europea che coinvolse così da vicino il nostro territorio. Un indagare che ci dà conto, per altro, della difficoltà che quelle donne affrontarono per ricostruire la propria vita: grazie ai ricordi di Alina scopriamo, infatti, che le due protagoniste vissero i primi anni a Parigi in strada, in estrema povertà. Ma è proprio quel guardare il mondo dal basso, dal marciapiede, che dona ad Alina la capacità di sentire nel profondo l’umanità di chi incontra.</p>
<p>Tutto questo ci viene consegnato da una scrittura ricca, dal passo poetico, che però non edulcora nulla, anzi, quando deve dire la violenza, si fa diretta, scarna ed essenziale.</p>
<p>«La voce di Ajla» è un libro importante, arrivato in libreria proprio nei giorni in cui ricorrono <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-venticinque-anni-dopo-gli-Accordi-di-Dayton-206686" target="_blank">i 25 anni dagli accordi di Dayton</a> – che sancirono una pace sempre in bilico e la definitiva divisione etnica della Bosnia –, a un quarto di secolo (celebrato a luglio) dall’eccidio di Srebrenica in cui, sotto gli occhi di un’Europa inebetita, furono ammazzate ottomila persone.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1988" alt="479" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg" width="850" height="479" /></a></p>
<p>A firmare la postfazione è poi un’autrice che meglio di altri ha analizzato le vicende dei Balcani, <strong>Nicole Janigro</strong>. Infine, più che indovinata l’evocativa immagine di copertina: uno scatto tratto dalla serie «Il sogno delle cose» di <strong>Ulderica Da Pozzo</strong>, anche lei capace come poche di tessere, per immagini, le storie delle donne.</p>
<p><em>Maria Silvia Bazzoli / La voce di Ajla / Forum / 192 pagine, 16, 50 euro</em></p>
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		<title>L&#8217;amore ai tempi dei cambiamenti climatici di Josef Pánek</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 13:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Svegliarsi presto e avere tempo per sé. Scoprire (felice) che l’insonnia ha dato tregua. Alzarsi. Fare il caffè (parecchio), tornare a letto, allungare il braccio fino...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Svegliarsi presto e avere tempo per sé. Scoprire (felice) che l’insonnia ha dato tregua. Alzarsi. Fare il caffè (parecchio), tornare a letto, allungare il braccio fino al comodino e afferrare il libro che la sera prima si era scelto con cura. E leggere senza dover tener d’occhio l’orologio, scoprendo così (fino alla sua ultima parola) un bel libro, strano e irrequieto.</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.kellereditore.it/prodotto/lamore-al-tempo-dei-cambiamenti-climatici-josef-panek/" target="_blank"><em><strong>L’amore ai tempi dei cambiamenti climatici</strong> </em></a>— del ceco <strong>Josef Pánek</strong> e pubblicato da <a href="kellereditore.it" target="_blank">Keller editore</a> — è, a dispetto del suo titolo da romanzetto, un libro denso di tracce e di storie. Tomáš, 43 anni, è un uomo spento e disincantato, ricercatore universitario che ha girato il mondo (o almeno così crede) e che ora si trova a Bangalore per una conferenza. La città gli toglie il respiro, letteralmente: è caotica, inquinata e inospitale. È, insomma, ostile in tutto, nonostante il sorriso — «<em>bianco e smagliante</em>» — degli indiani: «<em>vedi di abituartici, questo è il futuro</em>» gli suggerisce la donna (scienziata e sua pari) che incontra e che dà corpo all’amore del titolo, sebbene, all’inizio, Tomáš non riesca a lasciarsi attrarre da quella bellezza che, per i suoi geni, è troppo nera e troppo nascosta dal sari blu e arancio che indossa.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">C’è molto in appena 257 pagine: la Repubblica Ceca con l’erosione del comunismo e l’esplosione del consumismo, un’Europa che non c’è più e un’altra che non c’è ancora, la globalizzazione e il razzismo con il catalogo di cliché di cui si nutre. E ancora le migrazioni, vecchie e nuove. L’attesa, sulla soglia, di milioni di persone. Un confronto tra culture (dai dettagli fino ai massimi sistemi) durante una notte d&#8217;amore.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">A colpire è poi lo stile, incalzante (a tratti isterico come Bangalore) e ricorsivo con la ripetizione provocatoria di alcuni frammenti di frasi, sempre uguali. Ci vuole qualche pagina per prendere bene il ritmo della scrittura di Pánek che è anche bassista in un gruppo rock: la cosa migliore, per stargli dietro, è leggere il libro tutto d’un fiato.</div>
<div dir="auto"><em>L’amore al tempo dei cambiamenti climatici</em> ha vinto nel 2018 il prestigioso Magnesia Litera per la narrativa.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Josef Pánek | L&#8217;amore ai tempi dei cambiamenti climatici | Keller</div>
</div>
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		<title>Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2020 17:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ho vissuto tanto, qualcosa l’ho capita, qualcun’altra no. Per esempio ho capito che l’intelligenza è sopravvalutata, come la stupidità sottovalutata, che bene e male esistono veramente,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Ho vissuto tanto, qualcosa l’ho capita, qualcun’altra no. Per esempio ho capito che l’intelligenza è sopravvalutata, come la stupidità sottovalutata, che bene e male esistono veramente, che l’uomo può perdere tempo prezioso in mille modi stupidi, il più stupido di tutti è giudicare gli altri, perché è troppo facile, perché non serve né a noi né agli altri</em>».<br />
<a href="http://www.danielemencarelli.it" target="_blank">Daniele Mencarelli</a> / <a href="https://www.librimondadori.it/libri/tutto-chiede-salvezza-daniele-mencarelli/" target="_blank">Tutto chiede salvezza</a> / Mondadori</p>
<p>Me lo avevano mandato, insieme ad altri libri, poco prima della quarantena. Lo avevo messo da parte perché la copertina (che tutt’ora trovo poco azzeccata) mi aveva allontanato dalla sua lettura, in un periodo in cui di ansie esistenziali — personali e collettive — ne avevo già a sufficienza. Ora, invece, non che ad ansie vada meglio, ma complice il Premio Strega (Mencarelli è nella sestina finalista e <a href="https://premiostrega.it/PSG/vii-edizione-del-premio-strega-giovani/" target="_blank">ha vinto lo Strega Giovani</a>), l&#8217;ho tirato giù dallo scaffale in cui l&#8217;avevo relegato e l’ho letto tutto d’un fiato.</p>
<div>
<p>Mencarelli racconta la malattia mentale, in prima persona, attraverso sette giorni di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e lo fa con quel dono prezioso — tanto nella scrittura quanto nella vita — che è il saper tenere insieme la profondità delle cose a un passo leggero.</p>
<p>Sono pagine che di dolore ne hanno parecchio, dense di pugni nello stomaco, di vite che da un giorno all’altro esplodono e di altre che storte ci sono proprio nate. Sono pagine però scritte da chi non ha mai smesso di cercare la bellezza e che nemmeno si è stancato di mostrarla agli altri, nonostante tutta la fatica della sua vita. Ci si emoziona (tanto), ma si sorride pure e si impara molto mettendosi in ascolto di questi sei pazzi «<em>indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi abbracciati alla vita</em>».</p>
<p>***E a me è cara questa frase di Mario: «<em>Chiedi aiuto quando serve. Ma lascia il tuo sguardo libero, non farti raccontare il mondo da nessuno</em>».</p>
</div>
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		<title>Tra le pieghe amare della storia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Oct 2019 16:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che la Biblioteca civica di Treppo Grande mi abbia ormai adottata per la rassegna mensile di incontri con l’autore, è cosa nota. Giovedì 24 ottobre, alle...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Che la <a href="https://www.facebook.com/BIBLIOTECA-COMUNALE-DI-TREPPO-GRANDE-205052076233180/" target="_blank">Biblioteca civica di Treppo Grande</a> mi abbia ormai adottata per la rassegna mensile di incontri con l’autore, è cosa nota. Giovedì 24 ottobre, alle 20.30, avrò quindi il piacere di dialogare con <strong>Antonella Sbuelz</strong>, parleremo del suo bellissimo «La ragazza di Chagall». Naturalmente vi aspetto, intanto, qui di seguito trovate la recensione/intervista, <a href="http://audio.radiospazio103.it/audio/Libriallaradio02112018.mp3" target="_blank">a questo link</a>, invece c’è la puntata di Libri alla radio dedicata ad Antonella.</p>
<p>«<em>Solo pochi rimanevano in disparte, solo pochi non erano in tripudio. Quel  giorno io ero tra quei pochi. Ma il prezzo che ho pagato è troppo alto perché possa sentirmene orgogliosa</em>». Parole amare quelle di Luisa nello scrivere alla figlia Amalia, da un&#8217;isola di confino del Sud Italia. La piazza di cui racconta è quella di Trieste, il 18 settembre del 1938, quando Mussolini aizzò la folla annunciando le leggi razziali che avrebbero scatenato, di lì a poco, la caccia agli ebrei. Quel momento è il cuore pulsante dell&#8217;ultimo splendido libro di Antonella Sbuelz, «La ragazza di Chagall» (<a href="https://forumeditrice.it/" target="_blank">Forum editrice</a>), ed è lì che una scrittura capace e densa di emozione ci inchioda, come se – accanto a Luisa –, impietriti, ci fossimo anche noi. È in quell&#8217;istante che la storia attraversa e sconvolge le vite dei protagonisti del libro, vite che si intrecciano e che non saranno più le stesse. Diversi i piani temporali che però sembrano tutti raccogliersi e convergere nei sette giorni di navigazione della nave Saturnia: Amalia, infatti, contro la sua volontà, assieme a suo padre Alfio e a Folco e Tilde (che incontra sulla nave), sta fuggendo dall&#8217;Italia per trovare riparo a Buenos Aires.</p>
<p>«Grazie a questo intreccio di vite – spiega Antonella Sbuelz –, volevo ripercorrere il momento di vergogna delle leggi razziali che ha segnato le comunità ebraiche, ma anche tante persone ai margini. Mi interessava quella “zona grigia” di chi non ha subito il dramma della deportazione nei campi di sterminio, ma che si è trovato sul crinale, tra i sommersi e i salvati. Persone che come Alfio, figlio di una coppia mista, non sono finite in un lager, ma la cui vita non è più stata la stessa».</p>
<p>Un momento che per molti ha significato consapevolezza di sé e delle proprie origini, una su tutti Lea, la nonna di Amalia. «Questa donna appartenente alla comunità ebraica triestina – prosegue Sbuelz –, mentre molti sono comprensibilmente affannati a mimetizzarsi, a cercare una via di fuga,  proclama orgogliosamente “io ci sono e sono ebrea” e riscopre così le proprie radici, trasmettendole con tenerezza alla nipote». E allo stesso modo Luisa, che non resterà a guardare, che non rinuncerà, per paura, alla propria autonomia di pensiero.</p>
<p>«La ragazza di Chagall» rivolge lo sguardo al passato spingendoci a prestare attenzione al presente. «Mi ha sempre colpito, nel vedere quanto spazio, giustamente, è dedicato nei libri di storia all&#8217;universo concentrazionario nazista – racconta l&#8217;autrice che è insegnante di Lettere –, quanto, allo stesso tempo e al contrario, le leggi razziali siano solo sussurrate, come se ancora non ci avessimo fatto i conti fino in fondo. Dobbiamo invece ricordare che già nell&#8217;autunno del &#8217;38, prima ancora che nel mondo tedesco, i bambini ebrei in Italia venivano cacciati dalle scuole. Questo si lega in maniera potente con la nostra realtà di oggi. La comunità ebraica triestina nel 1738 si era liberata dall&#8217;obbligo infamante di portare segni distintivi, duecento anni dopo, dalla piazza di Trieste prendeva avvio l&#8217;abominio delle leggi razziali. Tornando al presente, questo ci insegna che la democrazia non può essere mai data per scontata, dovremmo rileggere con attenzione quelle pagine cupe del nostro passato».</p>
<p><em>Pubblicato sull’edizione di mercoledì 14 novembre 2018 del settimanale diocesano «La Vita Cattolica».</em></p>
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		<title>Il prezioso esordio letterario di Bronja Žakelj</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Oct 2019 14:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci dà ben poche alternative Bronja Žakelj. Semplicemente – con la sua scrittura avvolgente e una storia densa di vita – ci cattura, tenendoci inchiodati alla...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci dà ben poche alternative <strong>Bronja Žakelj</strong>. Semplicemente – con la sua scrittura avvolgente e una storia densa di vita – ci cattura, tenendoci inchiodati alla lettura, proprio fino all’ultima parola che nelle pagine del suo libro è custodita per noi.<br />
Si legge, dunque, tutto d’un fiato «Il bianco si lava a novanta», l’ennesimo ottimo titolo che la Bottega Errante ha appena pubblicato nella collana «Estensioni», tradotto da Michele Obit. Arriva così in Italia l’esordio della scrittrice slovena che, in patria, è stato un autentico caso editoriale: dalla sua uscita, nel settembre 2018, è andato in ristampa cinque volte e ha vinto il «Premio Kresnik» 2019, il più importante riconoscimento letterario sloveno.<br />
La narrazione – interamente autobiografica – si dipana tra gli anni Settanta e Novanta. Sullo sfondo la Jugoslavia prima e la Slovenia poi. Un tuffo in un passato recente, ma che sembra lontanissimo: ci sono i jeans comprati a Ponterosso, le Filter 57, Vucko e le olimpiadi invernali di Sarajevo 84. E ci sono, naturalmente, Tito e poi la sua assenza.<br />
A raccontarci la vita nel quartiere Vojkova, a Lubiana, è una Bronja bambina che si rivolge a sua madre, Mita. Quella voce infantile, che all’inizio dà conto del mondo degli adulti, cresce di pagina in pagina e diventa – senza che quasi ce ne accorgiamo, grazie a una non banale padronanza di registri – la voce di una ragazza e infine di una donna, irrobustendosi via via della consapevolezza di sé. La storia che ci consegna è quella di una perdita che fa da spartiacque nella vita di una famiglia. Mita, infatti, muore: «Mi pare di sognare, perché fuori è un giorno come tutti gli altri. La gente va al negozio all’angolo e poi ne esce. Davanti alla scuola i ragazzi giocano a pallone, litigano. Nessuno sa che sei morta, nessuno sa che sono rimasta senza di te» dice Bronja incredula.<br />
E poi c’è la lotta feroce per sopravvivere al cancro, ma senza i riferimenti che ognuno in quella battaglia dovrebbe avere accanto. È molto il dolore addensato in questo romanzo, ma ci sono anche ironia e una speranza luminosa, un inno alla vita che ostinatamente lo attraversa. E poi c’è la bellezza dei legami, quelli antichi, come ad esempio con Dada, e quelli inattesi.<br />
Bronja Žakelj sarà a Gorizia il 31 ottobre nell’ambito della rassegna «Il libro delle 18.03», alla Formedil, in via del Montesanto 131/42.<br />
<strong><em>Bronja Žakelj, «Il bianco si lava a novanta», Bottega Errante Edizioni, 277 pagine, 17 euro.</em></strong></p>
<p>Pubblicato sull&#8217;edizione del 9 ottobre 2019 del settimanale «La Vita Cattolica»</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1818" alt="IL-BIANCO_COP-03" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03-665x1024.jpg" width="635" height="977" /></a></p>
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		<title>«Repubblica luminosa»: l&#8217;utopia anarchica dei bambini</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2018 18:53:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa volta non è stato un colpo di fulmine. Prima di iniziare a leggere «Repubblica luminosa» di Andrés Barba (La nave di Teseo) l’ho preso in mano,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa volta non è stato un colpo di fulmine. Prima di iniziare a leggere<em> <a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/repubblica-luminosa/" target="_blank">«Repubblica luminosa»</a></em> di <a href="https://www.pordenonelegge.it/festival/edizione-2018/autori/3068-Andres-Barba" target="_blank">Andrés Barba</a> (<em>La nave di Teseo</em>) l’ho preso in mano, sfogliato e riposto nel suo scaffale almeno 4 o 5 volte. Sarà per quella sua copertina che proprio non rende giustizia a un libro che invece è davvero bello, inusuale e intelligente. Che merita di essere letto con attenzione. E, possibilmente, senza troppe pause di mezzo.</p>
<p>Ma veniamo alla storia. Siamo a San Cristobal, nella provincia sudamericana. La voce narrante &#8211; un funzionario statale, di cui non conosciamo il nome &#8211; ricostruisce i fatti accaduti 22 anni prima, quando la comparsa di 32 bambini sospende bruscamente il cammino della cittadina verso una modernità borghese e benestante. Sbarazzarsi della tirannia della trama è la prima cosa che Barba fa, svelandoci, sin dalla prima riga, che i 32 ragazzini moriranno. Da qui in poi la narrazione &#8211; asciutta e intensa &#8211; è tutta tesa a condurre il lettore in quella cittadina, ai margini di una selva tropicale sinistra («<em>un vero e proprio personaggio della storia</em>», ha spiegato lo scrittore madrileno a Pordenonelegge), dove, alla spicciolata e dal nulla, compaiono (e scompaiono) questi ragazzini. Poveri, sporchi, selvatici, non mendicano, non chiedono: semplicemente prendono, anche con la violenza. E poi, parlano una lingua incomprensibile, inventata, che solo una bambina della città sarà in grado di decifrare. Dunque una comunità infantile senza gerarchie, orizzontale, che disegna un’utopia anarchica, in aperto contrasto con la gerarchizzazione del mondo adulto, capace di seduzione anche nei confronti dei bambini della città.</p>
<p>Dialogando con noi giornalisti, a Pordenonelegge, l’autore ha spiegato di aver voluto scardinare la visione adulta dell’infanzia come paradiso perduto e gli stereotipi che la alimentano. Alcuni miei colleghi (quelli bravi) hanno detto a Barba che il riferimento è chiarissimo a <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_signore_delle_mosche" target="_blank">«Il signore delle mosche»</a></em> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/William_Golding" target="_blank">William Golding</a>. Barba ha sorriso e, con garbo, ha spiegato che a ispirarlo molto sono stati <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cuore_di_tenebra" target="_blank">«Cuore di tenebra»</a></em> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Conrad" target="_blank">Joseph Conrad</a> (che ha recentemente tradotto) e <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Children_of_Leningradsky" target="_blank">«<i>The Children of Leningradsky»</i></a>, documentario del 2004 di Andrzej Celiński e Hanna Polak sui bambini che vivono nel metrò di Mosca.</p>
<p>Comunque sia, il risultato è che il racconto di quella comunità mette a nudo l’inadeguatezza di un sistema e mostra la sconfortante capacità di autoassoluzione di una società che, di fronte a quello che non riesce a comprendere, sceglie di far propria una morale alternativa. Quei bambini sono diversi, inafferrabili, per loro la città sceglie quindi misure speciali, di fatto la sospensione dei diritti. Di quella società l’io narrante è uno, ma ci aiuta a cogliere i tanti sguardi che la compongono («<em>Come Habermas</em> &#8211; ha spiegato Barba &#8211; <em>ritengo che diverse prospettive servano a ricomporre una verità di quello che è successo, una verità condivisa, non moralistica</em>»). Non a caso a  pagina 99 leggiamo: «<em>Le narrazioni e le cronache sono come le carte geografiche. Da una parte, i colori dei continenti, vasti e ben definiti, cioè gli episodi collettivi che tutti ricordano, dall’altra le profondità oceaniche delle emozioni personali</em>». È proprio questo che cattura il lettore, la capacità di Barba di tenere insieme entrambi i piani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Andrés Barba (Madrid, 1975) è uno dei più importanti scrittori spagnoli della sua generazione. Romanziere, poeta e saggista, è stato finalista al Premio Herralde nel 2001 con il romanzo La sorella di Katia, diventato un film per la regia di Mijke de Jong. Ha pubblicato cinque romanzi, diversi libri di racconti, tre saggi e un libro di poesie, ricevendo i massimi premi spagnoli, tra cui il Premio Torrente Ballester e il Premio Anagrama de Ensayo. Ha tradotto autori come Herman Melville, Henry James, Joseph Conrad e Thomas De Quincey. La rivista “Granta” lo ha inserito tra i migliori narratori contemporanei di lingua spagnola. Repubblica luminosa ha vinto il Premio Herralde 2017 ed è in corso di pubblicazione in 18 paesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Esordio letterario di Daniele Stroppolo. Un viaggio schietto nella testa delle Br</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Sep 2018 09:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un viaggio schietto nella densità cupa dei pensieri di chi, negli anni ’70, per dar corpo a un mondo più giusto, scelse l’opzione della lotta armata...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>Un viaggio schietto nella densità cupa dei pensieri di chi, negli anni ’70, per dar corpo a un mondo più giusto, scelse l’opzione della lotta armata e, da quel tumulto – in cui convivevano in maniera schizofrenica ideali e violenza –, ne uscì impunito, pagando il dazio pesante di un segreto inaccesso anche agli affetti più cari.</div>
<div>È questa la storia che si dipana nel romanzo d’esordio di <strong>Daniele Stroppolo</strong>: <em>«<strong>Il caos, la bomba, il caos</strong>»</em>, ultimo nato della casa editrice udinese <a href="http://www.bottegaerrante.it" target="_blank">Bottega Errante</a> (in libreria da mercoledì 5 settembre). Il protagonista – che si descrive come «<em>funestato e funesto, forse incapace, non titubante</em>» – nella solitudine della sua casa vuota svela al lettore proprio quel segreto attorno a cui ha costruito la propria esistenza perennemente in bilico.</div>
<div>L’antefatto – realmente accaduto – è datato 1975. Alla cascina Spiotta, vicino ad Acqui Terme, due brigatisti della colonna torinese sequestrano il figlio dell’imprenditore vinicolo Gancia. All’arrivo dei carabinieri esplode la tragedia. Un appuntato muore, così come la «compagna» Margherita (moglie di Renato Curcio). La ricostruzione di quel sanguinoso evento – che segnò un salto di qualità nella violenza adoperata dalle Brigate Rosse – non fu mai del tutto chiarita nei dettagli. Proprio qui si innesta il racconto di Stroppolo che dà voce al brigatista che era insieme a Margherita e che riuscì a fuggire dileguandosi nei boschi. Ma cosa c’è in quel racconto? Innanzitutto le «ragioni» di allora – enucleate con il rigore di un’ideologia autoassolvente, anche nella consapevolezza del fallimento –, il reclutamento, la fuga e la vita che venne dopo: un segreto, un lavoro, la moglie Angela e il figlio Andrea, fragile e silenzioso, l’oscurità. «<em>C’è una distanza che non so colmare con il me stesso di allora</em>» confessa il protagonista.</div>
<div>Stroppolo – udinese, classe 1978, insegnante di Lettere in un istituto tecnico di Trieste – si cimenta con in un’impresa rischiosa, avventurandosi su un terreno scivoloso. A differenza di altri, però, lo fa con efficacia, perché le parole di quel «donchisciotte insanguinato» – da cui prendiamo le distanze – sembrano autentiche, non ricostruite 40 anni dopo da chi allora non era nemmeno nato. Nella quarta di copertina, dell’autore si legge: «<em>Ama la lettura e la storia del ‘900, perché ritiene che interrogando il secolo scorso si possano trovare alcune risposte per gli enigmi di quello attuale</em>». Ed è proprio questo che fa anche nel suo romanzo, non a caso, infatti, il protagonista, dopo aver rimestato il suo controverso passato, si chiede: «<em>Ma è davvero tutto qui? L’ambizione a migliorare il macrosistema è terminata? È finita la storia, come si vorrebbe?</em>». Non è una domanda da poco nella precaria incertezza e nello smarrimento di oggi.</div>
<div>Infine, è raro avere tra le mani una scrittura così colta e profonda, capace però di tenersi alla larga dall’antipatico rischio della leziosità (<em>Daniele Stroppolo, «Il caos, la bomba, il caos», Bottega Errante Edizioni, 152 p., 14 euro</em>).</div>
<div></div>
<div>Recensione pubblicata su «La Vita Cattolica» del 5 settembre 2018 (<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/09/VC0509-031-D5.pdf" target="_blank">qui la pagina in pdf</a>).</div>
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