<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Anna Piuzzi &#187; Palestina</title>
	<atom:link href="https://www.annapiuzzi.it/category/palestina/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.annapiuzzi.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 17 Apr 2026 12:42:47 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.6</generator>
		<item>
		<title>Linda e il suo mese al fianco dei palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/linda-e-il-suo-mese-al-fianco-dei-palestinesi-nei-territori-occupati-della-cisgiordania/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/linda-e-il-suo-mese-al-fianco-dei-palestinesi-nei-territori-occupati-della-cisgiordania/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 12:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2468</guid>
		<description><![CDATA[«Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida». È un messaggio inatteso quello che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida</em>». È un messaggio inatteso quello che il 21 luglio ricevo da Linda (<i>il nome è di fantasia</i>). Ci conosciamo da anni, ma – per dire – prima d’ora non abbiamo mai preso un caffè assieme. Attivista per i diritti delle persone in movimento sulla rotta balcanica, Linda è uno dei miei “agganci” quando ho bisogno di raccogliere informazioni sulle situazioni di crisi umanitaria in regione o sulla rotta. A volte mi ha anche portata con sé mentre andava a distribuire cibo o a prestare cure mediche ai migranti costretti a dormire all’addiaccio, fuori accoglienza. C’è però anche un’altra causa che la abita e che la muove, per cui si spende in prima persona: la causa del popolo palestinese. E infatti è per questo che mi ha chiesto di vederci.</p>
<p>Di fronte a un caffè mi racconta che è in partenza per i territori occupati della Cisgiordania, starà via un mese con un’organizzazione internazionale, l’<a href="https://palsolidarity.org/" target="_blank">International Solidarity Movement</a>. In quel mese farà “interposizione”: in buona sostanza proverà – in maniera del tutto pacifica – a ostacolare e rallentare le azioni dei coloni israeliani e dell’esercito miranti a occupare illegalmente nuovi territori palestinesi. Prima di partire però – su precisa indicazione dell’Ism – ha la necessità di costruire una rete di contatti di emergenza da attivare nel caso le succeda qualcosa: un arresto, un ferimento, un’espulsione. In quella rete serve anche una giornalista, è questa la cosa che Linda mi deve chiedere. Trascorrerò il mese successivo con il cellulare sempre acceso, anche di notte. Seguirò il suo “diario” quasi quotidiano su Telegram, mi preoccuperò quando, tra un messaggio e l’altro, il tempo sarà troppo. Soprattutto, proverò con lei rabbia profonda per l’ingiustizia che via via andrà documentando e ammirazione per la capacità di resistenza del popolo palestinese. In questo mese ci sarà un solo momento di allerta, per fortuna rientrato abbastanza in fretta. Linda è tornata a Udine da una decina di giorni.</p>
<p><strong>Linda, negli ultimi dieci anni ti sei spesa molto per le persone in movimento sulla rotta balcanica, non solo qui in Friuli, ma anche in Serbia, Bosnia e perfino a Ventimiglia. Questa volta hai concentrato il tuo impegno per la Palestina, cosa ha fatto scattare questa decisione?</strong></p>
<p>«La rotta balcanica e la Palestina sono due contesti molto diversi, ma accomunati dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Un’oppressione che lungo la rotta vede singole persone mettere in campo enormi capacità umane e personali, resistendo ai confini con i propri corpi. Quella del popolo palestinese è invece la lotta di comunità che hanno ancora un radicamento al territorio che permette di rispondere all’oppressione in maniera organizzata. Ho sentito il bisogno di andare in Palestina ovviamente per la situazione internazionale, ma anche per imparare nuovi metodi di resistenza, di speranza».</p>
<p><strong>Il tuo impegno in questo mese non è stato solo documentare l’oppressione di Israele sul popolo palestinese, hai anche messo in gioco il tuo corpo, facendo “interposizione”, e il tuo essere europea.</strong></p>
<p>«L’International Solidarity Movement è un’organizzazione internazionale a guida palestinese che fa perno sulle comunità locali, sono quindi i palestinesi stessi a dirci di cosa c’è bisogno. La presenza di noi “internazionali” ha come principale obiettivo quello di far valere il privilegio che deriva dall’avere un passaporto occidentale. La nostra è dunque una presenza solidale dentro le comunità che subiscono in misura maggiore gli attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. In sostanza si vive nelle comunità, nelle famiglie. E in accordo con le comunità e le famiglie, quando c’è un attacco, gli internazionali sono al fianco dei palestinesi nell’affronatre esercito e coloni in maniera pacifica e non violenta, nella speranza di riuscire a limitare la violenza che questi possono esercitare».</p>
<p><strong>Tu dove hai operato?</strong></p>
<p>«A nord della Valle del Giordano, in comunità molto organizzate. Il mio impegno è consistito nell’accompagnare pastori e agricoltori nelle loro attività quotidiane, vivere nelle loro case e nelle loro tende per provare a prevenire le incursioni, soprattutto notturne. Qui la repressione è fortissima, anche se altrove, penso a Masafer Yatta, la violenza è anche maggiore. Basti pensare che lì a fine luglio un colono ha ucciso a sangue freddo un attivista e maestro palestinese. Il colono è uscito di prigione ancor prima che Israele restituisse il corpo dell’attivista palestinese alla sua famiglia».</p>
<p><strong>Prova a darci un’idea di quel che accade.</strong></p>
<p>«Vivere in un contesto del genere fa cambiare tutto. Si comincia a stare attenti ad ogni rumore, soprattutto quello dei motori perché potrebbe trattarsi dell’arrivo dei coloni. Cambia il modo perfino di dormire, si resta vestiti e con le scarpe per essere pronti a reagire. Anche le relazioni cambiano, quella con l’esterno per esempio, prima di lasciare che i bambini giochino all’aperto si controlla che non ci sia nulla di strano. Succede che i coloni, anche ragazzini, arrivino con i quad e facciano finta di investire i bambini. C’è l’intimidazione, dunque i coloni che osservano gli animali al pascolo per far capire che prima o poi le pecore saranno loro, o le tubature dell’acqua per far immaginare un sabotaggio».</p>
<p><strong>Gesti che non restano minacce, ma si concretizzano.</strong></p>
<p>«Certo. Alle intimidazioni seguono atti di violenza fisica ben più cruda. Un ragazzo che ho conosciuto è stato accoltellato perché era accorso a difendere il fratello di 14 anni mentre subiva un attacco dai coloni. Solo un mese prima anche il padre era stato picchiato e derubato di 40 pecore. Poco prima del mio arrivo, nella stessa zona, nella notte i coloni ne avevano sgozzate 150. Parliamo di danni economici ingenti se pensiamo che il potere di acquisto dei palestinesi è bassissimo e una pecora costa tra 600 e 800 euro. Per non dire dello sradicamento di migliaia di ulivi, piante antichissime che testimoniano il radicamento del popolo palestinese in questi territori».</p>
<p><strong>C’è poi una violenza istituzionale, la Valle del Giordano è, secondo gli accordi di Oslo, in “zona C”, dunque sotto il controllo civile e militare di Israele. Controllo che per altro doveva essere temporaneo </strong>(<a href="https://irpimedia.irpi.eu/terrapromessa-israele-come-funziona-occupazione-in-cisgiordania-palestina/" target="_blank">qui per saperne di più</a>).</p>
<p>«Sì, è anche considerata area di interesse militare strategico, cosa che amplifica arbitrarietà e violenza. Non solo ci sono aree inaccessibili, ma le persone vengono spostate ad esempio con la scusa di esercitazioni. Qui per altro si “allenano” anche i soldati che compiono il massacro di Gaza. C’è poi il tema delle mine inesplose che restano sul terreno, nel mio mese in Cisgiordania ho vissuto anche in una famiglia il cui figlio, mentre portava le pecore al pascolo, è saltato su una di queste mine. Ovviamente nessun ristoro è stato concesso alla famiglia».</p>
<p><strong>Hai detto di essere partita per la Cisgiordania anche per imparare, ecco, che cosa porti con te dell’umanità e dell’esperienza del popolo palestinese?</strong></p>
<p>«Ho riscontrato una fortissima accettazione della realtà, qualcosa che permette di restare vivi e razionali all’interno di quella situazione. Al contempo un altrettanto forte senso di ribellione nei confronti dell’oppressione: a ogni violenza subita ho visto seguire un rapidissimo riorganizzarsi, non c’è spazio per l’avvilimento. E poi un’incredibile dimensione di cura».</p>
<p><strong>In che senso, nelle relazioni?</strong></p>
<p>«Resistenza e dignità portano a una certa durezza nell’atteggiamento, non potrebbe essere altrimenti. Poi però ho visto grande cura nelle relazioni. Sono mamma e nei momenti di sconforto mi trovo spesso in difficoltà a trasmettere serenità ai miei figli. Ecco, a fronte della durezza dovuta dall’oppressione, ho visto una grandissima dimensione di cura nei confronti dei bambini (che sono tantissimi), ma anche verso noi internazionali».</p>
<p><strong>C’è stato un momento di crisi più marcata e anche tu sei stata dentro la violenza dell’esercito, lo puoi raccontare?</strong></p>
<p>«Una sera, faceva già buio, abbiamo visto arrivare i quad. Il primo momento è stato di incertezza, non sapevamo se erano militari o coloni, i mezzi erano senza targhe. Abbiamo provato a interporci perché non entrassero, ma è stato inutile. Armati, hanno intimato agli uomini di mettersi in fila, le donne strappate dalla cucina sono state portate anch’esse nell’area comune senza nemmeno il tempo di indossare il velo. Hanno messo tutto a soqquadro e ci hanno detto che noi internazionali non potevamo restare lì. La stessa scena si è ripetuta la notte successiva, l’esercito è stato ancora più violento e ha minacciato la famiglia palestinese di ritorsioni se noi non fossimo andati via. Anche qui, una volta finita l’irruzione, la risposta è stata rapida, sono accorsi i vicini, i parenti della famiglia, altri attivisti internazionali e palestinesi, paramedici, il coordinamento di comunità. Tutti insieme hanno deciso che dovevamo restare. Per dieci giorni la presenza è stata massiva. Per fortuna l’esercito non è tornato».</p>
<p><strong>Che ricordo hai di quelle notti?</strong></p>
<p>«Di grande spavento, ma anche di grande bellezza nello stare insieme, nella consapevolezza che potevamo resistere. Notti anche di balli, di danza e di ritmo».</p>
<p><em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine il 17 settembre 2025.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/linda-e-il-suo-mese-al-fianco-dei-palestinesi-nei-territori-occupati-della-cisgiordania/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Gaza e Cisgiordania. Dove esistere vuol dire resistere</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/gaza-e-cisgiordania-dove-esistere-vuol-dire-resistere/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/gaza-e-cisgiordania-dove-esistere-vuol-dire-resistere/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 10:33:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2441</guid>
		<description><![CDATA[«Dopo aver praticamente raso al suolo Gaza, il Governo israeliano ha ora scelto di procedere con una carestia organizzata. Gli aiuti nella Striscia non arrivano da...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Dopo aver praticamente raso al suolo Gaza, il Governo israeliano ha ora scelto di procedere con una carestia organizzata. Gli aiuti nella Striscia non arrivano da oltre 100 giorni, ci sono centinaia di tir fermi al valico di Rafah pieni di cibo e medicinali che si preferisce lasciar marcire al sole. Sul territorio poi sono stati creati quattro soli centri per la distribuzione del cibo, gestiti da questa pseudo organizzazione voluta da Israele e Stati Uniti: la gente, stremata dalla guerra e dalla fame, è così costretta a percorrere distanze immani per raggiungerli. E quando arrivano lì, l’esercito spara. È stato il quotidiano israeliano a “Haaretz” a svelare come alcuni soldati abbiano raccontato, in forma anonima, di aver ricevuto precisi ordini in tal senso. Ecco cosa intendo quando dico che è una carestia organizzata</em>». Incontriamo <strong>Amer Hasan</strong>, rappresentante della Comunità palestinese in Friuli-Venezia Giulia, durante il <strong>Tadamun Fest</strong>, la festa della solidarietà tenutasi domenica 29 giugno a Udine, nel parco del circolo Nuovi Orizzonti, nel quartiere Rizzi. Una manifestazione – voluta e organizzata da una folta rete di associazioni (guidate dal <a href="https://www.facebook.com/profile.php?id=61559906829164" target="_blank">comitato cittadino per la Palestina</a>) – che ha visto alternarsi laboratori per bambini, incontri, mostre fotografiche e performance per accendere i riflettori sulla questione palestinese. Centinaia le persone che hanno voluto esserci. Ad amplificare le parole di Hasan è <strong>Medici Senza Frontiere</strong> che, appena il giorno prima, ha lanciato <a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/gaza-msf-distribuzione-della-ghf-e-un-massacro-mascherato-da-aiuto-umanitario/" target="_blank">un appello affinché si metta fine al sistema di distribuzione creato da Israele e Stati Uniti</a> a fine maggio e che fa perno sulla «Gaza Humanitarian Foundation». «<em>Chiediamo alle autorità israeliane e ai loro alleati</em> – spiegano da Msf –<em> di revocare l’assedio e consentire l’ingresso di cibo, carburante, forniture mediche e umanitarie, ristabilendo un sistema di aiuti fondato sui veri principi umanitari, come quello precedentemente coordinato dalle Nazioni Unite. Il metodo di distribuzione usato costringe migliaia di palestinesi, affamati da oltre 100 giorni di assedio, a percorrere lunghe distanze a piedi per raggiungere i 4 siti di distribuzione, dove le persone lottano per contendersi pochi avanzi di cibo</em>». <strong>Sono oltre 500 le persone uccise durante la distribuzione, più di 4mila i feriti.</strong><br />
«<em>Le iniziative come quella di oggi</em> – spiega Hasan, insegnante che vive e lavora da 42 anni in Friuli –<em>, sono preziose perché servono a informare e a fare pressione sulle istituzioni. Questa tragedia sta avvenendo nel centro del mondo, sulla terra dove sono nati tre profeti, una terra sacra che non merita tutta questa guerra e tutta questa morte, non merita questa disumanità</em>».</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>La “gazificazione” della Cisgiordania</strong></span></p>
<p>E non c’è solo Gaza. «<em>Il crescendo di violenza e oppressione</em> – osserva Hasan allargando lo sguardo – <em>riguarda anche la Cisgiordania e i territori occupati. Le condizioni di vita qui sono ormai insopportabili. I coloni hanno sempre di più campo libero, sono armati, vere e proprie milizie che rapinano soprattutto nelle periferie delle città e dei villaggi e di giorno in giorno allargano l’occupazione illegale del territorio. La situazione è peggiorata in maniera drastica da gennaio</em>». A inizio 2025, infatti, il Governo Netanyahu, mentre da una parte acconsentiva a un “cessate il fuoco” a Gaza (durato per altro pochissimo) ha dato il via all’operazione <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/netanyahu-la-cisgiordania-e-il-muro-di-ferro-197961" target="_blank"><em>Muro di ferro</em></a>, iniziata nel campo profughi di Jenin.</p>
<p>«<em>In Cisgiordania è in corso un processo di “gazificazione”</em>» racconta <strong>Anna</strong> nel corso di uno degli approfondimenti del Tadamun Fest. Attivista che lavora tra l’Italia e la Palestina, Anna ha accompagnato numerosi gruppi, anche di Udine, in Cisgiordania. Di lei scriviamo solo il nome, perché i controlli per chi entra in Israele sono stringenti, le persone che raccontano pubblicamente quello che accade nei territori non sono ospiti particolarmente graditi. «<em>Nei territori occupati</em> – spiega –<em>, città e villaggi palestinesi cercano di sopravvivere da 58 anni tra colonie ebraiche, posti di blocco e divieti israeliani. Dal 7 ottobre però la situazione si è inasprita a dismisura, vivere è diventato impossibile. L’arbitrarietà dei check point è salita esponenzialmente, sono stati posizionati cancelli che chiudono le strade, da un momento all’altro vengono attivati, semplicemente non si passa. È fondamentale sapere che parliamo di un territorio frammentato, andare da un villaggio all’altro, coprire distanze irrisorie, di venti o trenta chilometri, può richiedere ore. Il tempo e lo spazio in Cisgiordania assumono così una dimensione che ci è estranea, impossibile da comprendere senza viverla sulla propria pelle. È chiaro che così è difficilissimo lavorare, la crisi economica è diventata drammatica. I bambini poi non riescono ad andare a scuola. La storica università di Bir Zeit, ha scelto, per l’incolumità dei propri studenti di fare solo lezioni on line. Si può essere arrestati per un nonnulla, anzi, senza motivo, lasciati in detenzione amministrativa senza processi per tempi indefiniti. E poi c’è il problema della violenza crescente dei coloni, le loro milizie sono incontrollabili, attaccano villaggi e persone</em>».<br />
<strong></strong></p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>La resistenza di chi sceglie di restare</strong></span></p>
<p>«<em>Per questo</em> – evidenzia Anna – <em>parlo di “gazificazione”</em> (<em>Ugo Tramballi, giornalista de «Il Sole 24 ore» parla, similmente di “metodo Gaza”, ndr</em>). <em>Con l’allargarsi dei territori che vengono occupati illegalmente si concentra, come nella Striscia, un numero sempre più alto di persone, costrette all’arbitrarietà quotidiana, in uno stadio di assedio permanente. Non a caso un mio amico, Rashid, che vive nella Valle del Giordano, mi dice sempre che qui anche il solo esistere, il decidere di rimanere, è un atto di resistenza</em>». Dal 7 ottobre a inizio aprile, nella Cisgiordania occupata sono stati uccisi 946 palestinesi, 187 erano bambini. Si stima inoltre che con l’operazione “Muro di ferro” siano state sfollate forzatamente 40mila persone, costrette a lasciare le proprie case nei campi profughi di Nur Shams, Tulkarem e Jenin.<br />
Anna Piuzzi</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">La mobilitazione della società civile in Friuli </span></h3>
<p>La misura è colma, ormai da tempo. E sempre di più la società civile, anche in Friuli, si sta mobilitando per chiedere la fine dell’assedio di Gaza e la liberazione della Palestina. E non solo con un click online, ma attraverso un esserci concreto nello spazio pubblico: partecipando, manifestando. Ci sono le «Donne in nero» di Udine che – sin dalla prima ora – continuano a manifestare silenziosamente nel centro cittadino per chiedere il “cessate il fuoco”. Come anche le «Donne della Bassa Friulana contro la guerra» che si sono radunate l’ultima volta venerdì 27 giugno ad Aquileia: «Cessate il fuoco ora! Basta orrore, massacri e genocidio: a Gaza e in Cisgiordania muore l’umanità» è stato il loro grido. Sempre a Udine, i soci e le socie del MissKappa hanno voluto incontrarsi nel momento in cui lo street artist Marko Nicopa ha dipinto, sulla vetrina del circolo, la bandiera della Palestina.<br />
In Carnia, il 1° giugno, rispondendo all’appello della campagna «L’ultimo giorno di Gaza» – lanciata da Tomaso Montanari, Paola Caridi ed altri intellettuali –, anche a Tolmezzo un gruppo spontaneo di una sessantina di persone si era recato, munito di fiaccole, sulla Torre Picotta, che domina la cittadina, per testimoniare la propria solidarietà con le popolazioni palestinesi. Grazie a quell’esperienza si è costituito il gruppo «Carnia per la Pace», con «l’intento – si legge in una nota – di proseguire ed estendere le iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza e di pressione sulle istituzioni». Partecipatissimi gli incontri organizzati a Enemonzo e Ovaro. A Paluzza, durante la serata organizzata dall’Anpi Val But, sono stati raccolti fondi per 1900 euro da destinare alla missione a gaza di Medici Senza Frontiere. Sempre nelle terre alte, su iniziativa del circolo Legambiente della Carnia-Val Canale-Canal del Ferro, sono stati raccolti quasi tremila euro, destinati ad associazioni impegnate nell’assistenza dei bambini palestinesi ricoverati in ospedali italiani. Innumerevoli poi gli eventi promossi dal «Comitato per la Palestina» di Udine, l’ultimo è stato il Tadamun fest, la festa della solidarietà che ha visto centinaia di persone incontrarsi nel parco del circolo «Nuovi orizzonti», ai Rizzi. «Ovunque – spiega Laura, attivista del Comitato – c’è stato un crescendo di sensibilità, almeno dal basso, nel riconoscere che quello in corso a Gaza è un massacro, ormai andato oltre ogni limite, che quanto sta compiendo Israele è inaccettabile. È questo un salto di qualità importante nella consapevolezza e coscienza collettiva che porta a dire non solo che il genocidio in corso a Gaza deve essere fermato, ma anche che l’occupazione strutturale della Cisgiordania deve finire».<br />
A.P.</p>
<p>Articoli pubblicati sul settimanale diocesano di Udine.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/gaza-e-cisgiordania-dove-esistere-vuol-dire-resistere/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
