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	<title>Anna Piuzzi &#187; Libri</title>
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		<title>«E ancora chiediamo perdono»: intervista con Loris De Filippi, di ritorno da Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 12:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris.png"><img class="alignright size-medium wp-image-2514" alt="copertina_loris" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris-215x300.png" width="215" height="300" /></a>«<em>Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non mi interessano le narrazioni epiche dell&#8217;umanitario in prima linea, quelle che scivolano nel culto dell&#8217;eroismo individuale. Ho sempre cercato di stare un passo indietro, come insegnava don Milani a Barbiana: “Fare strada ai poveri senza farsi strada”. Quel passo indietro, oggi, lo rivendico come scelta politica. […] Ma a Gaza accade qualcosa di diverso. Gaza impone un&#8217;eccezione. Questo libro esiste perché in questa guerra asimmetrica – o meglio, in questa punizione collettiva documentata da ogni organismo umanitario – non c&#8217;è stato spazio per i giornalisti stranieri. Non c&#8217;è stato spazio per filmare o raccontare liberamente. Ci sono stati solo silenzi e censure. E quando il silenzio diventa assoluto, chi cura deve anche testimoniare</em>». Scrive così <strong>Loris De Filippi</strong> nelle primissime pagine di <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><strong><em>E ancora chiediamo perdono</em></strong></a> (Mondadori), intenso e necessario libro, da pochissimi giorni in libreria.</p>
<p>Friulano, infermiere di formazione, De Filippi lavora da trent’anni come operatore umanitario in contesti di crisi, conflitti armati ed epidemie. Nell’ultima missione ha prestato servizio come Health Specialist per Unicef a Gaza, dove si è occupato del supporto alle cure pediatriche con particolare attenzione alle unità di terapia intensiva neonatale. Per altro, tra le tante realtà per cui ha lavorato, è stato presidente di Medici Senza Frontiere Italia e direttore delle operazioni di MSF Belgio, contribuendo alla definizione delle strategie globali dell’organizzazione. Da pochi giorni è rientrato in Italia, ieri è stato a Radio Spazio per raccontarci del suo libro, ma soprattutto per tenere accesi i riflettori su Gaza di cui oggi, purtroppo, si parla pochissimo.</p>
<p>Se volete ascoltarci, a <a href="https://www.spreaker.com/episode/17-04-2026-e-ancora-chiediamo-perdono-con-loris-de-filippi--71361688" target="_blank">questo link trovate la puntata in podcast di Libri alla radio</a>.</p>
<p>Se preferite leggerci, ecco qui di seguito l’intervista.</p>
<p><strong>Loris, nell&#8217;introduzione a <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><em>E ancora chiediamo perdono</em></a>, sottolinei il fatto di esserti fin ora tenuto alla larga dall’idea di scrivere un libro, tanto più un libro con una forte componente autobiografica. Gaza invece ha meritato un’eccezione, è stata un’urgenza.</strong></p>
<p>«Sì, per due ragioni. La prima è legata al fatto che i giornalisti internazionali non sono potuti entrare a Gaza in alcun modo. Già questo è un segno della diversità che caratterizza questo conflitto. La seconda ragione è che i colleghi Gazawi, con cui ho lavorato in questi mesi – persone peraltro splendide –, mi hanno chiesto di portare la loro voce fuori da Gaza, credo che il miglior modo per farlo fosse questo: testimoniare. Per me è stato un esercizio piuttosto difficile, prima di tutto perché non avevo mai scritto un libro e poi perché nello scrivere, per un operatore umanitario, può nascondersi il rischio dell’autocelebrazione, cosa che a me assolutamente non interessa».</p>
<p><strong>Di questa diversità di Gaza da tutte le altre situazioni di crisi umanitaria tu spieghi molto bene le caratteristiche, tra queste c’è una che riguarda proprio il vostro lavoro, cioè l’assenza di “zone protette”. «A Gaza – scrivi –, che tu lo voglia o meno, diventi un Gazawi». Proviamo a raccontare cosa vuol dire questo «essere un Gazawi».</strong></p>
<p>«Vuol dire essere vulnerabile a questo conflitto, vuol dire vivere assieme ad altri due milioni di persone in un’area ristrettissima, all&#8217;inizio – quando sono arrivato – erano 365 chilometri quadrati, ora sono stati ridotti ad appena 170. Vuol dire dunque stare dentro a questa lunga punizione collettiva in cui essere esposti è una possibilità quotidiana, basti pensare che i droni passano tutte le notti, ti mantengono sveglio. C’è poi la situazione relativa all’acqua e all’approvvigionamento di qualsiasi derrata alimentare che riguarda anche te e non solo i Gazawi, cosa che negli altri contesti di crisi non succede perché c’è un cuscino di protezione, una zona più o meno umanitaria».</p>
<p><strong>Che a Gaza dovrebbe essere Deir el Balah…</strong></p>
<p>«Sì, ma anche lì la popolazione è stata colpita. Un collega, <a href="https://www.ilpost.it/2025/04/25/esercito-israeliano-operatore-onu-ucciso/" target="_blank">Marin Valev Marinov</a>, capo missione dell&#8217;Unops, l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti, è stato ucciso barbaramente a poche centinaia di metri dalla nostra guest house, a dimostrazione che la possibilità che la tua incolumità sia messa a rischio è più o meno la stessa di qualsiasi altro abitante di Gaza. Ricordo che, ad oggi, sono morte sicuramente più di 72 mila persone, di cui almeno 20 mila bambini, questo dall&#8217;idea dello sprofondo in cui siamo vissuti».</p>
<p><strong>Una situazione questa iniziata con il 7 ottobre 2023, e che – soprattutto nel 2025 – ha avuto una grande attenzione mediatica, nonché una mobilitazione, </strong><strong>a livello internazionale, </strong><strong>come da tempo non se ne vedevano da tempo. Oggi quell’attenzione è venuta meno, vuoi per il conflitto in Iran e in Libano, vuoi perché si pensa che l’iniziativa del “Board of Peace” di Trump abbia portato una reale tregua. Ma così non è…</strong></p>
<p>«Esattamente, <a href="https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/board-of-peace-il-progetto-imperiale-di-trump-che-poggia-sulle-macerie-di-gaza-29630.html" target="_blank">è stata dichiarata una tregua o, perlomeno, un “cessate il fuoco”, si è parlato di una “prima fase”</a> che però non è proseguita. Basta un dato: da quando il “cessate il fuoco” è iniziato, ad ottobre, ci sono state oltre 700 vittime. I bombardamenti continuano, soprattutto da quando è cominciata la guerra israelo-iraniana, e si bombarda non solo nell’area periferica, lungo la famosa<a href="https://www.emergency.it/blog/articoli/la-linea-gialla-a-gaza/" target="_blank"> “yellow line”</a>, ma anche all’interno della Striscia, a Khan Yunis, a Deir el Balah, come al Nord, verso Gaza City, Beit Lahia, Jabalia, anche dove ci sono gli accampamenti. Ricordo che Gaza, in questo momento – lo ripeto, in uno spazio molto piccolo, di 170 chilometri quadrati – ha circa mille insediamenti in tenda, questo dovrebbe rendere l’idea di quanto sia difficile».</p>
<p><strong>L’avvio da parte di Israele e Stati Uniti del conflitto con l’Iran e con il Libano ha avuto anche l’effetto di richiudere i valichi, il Manifesto, mercoledì 15 aprile, titolava <a href="https://ilmanifesto.it/su-gaza-incombe-lo-spettro-di-una-nuova-carestia" target="_blank">Su Gaza incombe lo spettro di una nuova carestia</a>.</strong></p>
<p>«Sì, già da una decina di giorni prima dell’inizio del conflitto c&#8217;è stata una chiusura progressiva dei valichi. Oggi siamo arrivati ad avere l’ingresso di appena il 20% di derrate di quanto entrava un mese e mezzo fa. Oltre al problema delle derrate c’è il problema del carburante che non entra più, e questo è un fatto tragico perché tutto a Gaza (penso anche agli impianti di desalinizzazione) funziona con i generatori, la rete elettrica, infatti, è interrotta da moltissimi mesi. A Gaza, in questo momento, nessuna delle cose che a una comunità servono per sopravvivere è garantita».</p>
<p><strong>Rispetto a questo e rispetto alla difficoltà degli ospedali, parliamo anche di quella che tu indichi come una “violenza amministrativa” legata al cosiddetto “dual use”. Spieghiamo di cosa si tratta.</strong></p>
<p>«È una scusa che gli israeliani utilizzano per non far entrare materiale a Gaza, li aiuta a definire come “pericolosi” strumenti che si vogliono far entrare a Gaza con fini nobili, ad esempio curare le persone. Si sostiene infatti che potrebbero essere presi da Hamas e utilizzati per altri motivi, “dual use” appunto. L’esempio più classico è quello dei cilindri d&#8217;ossigeno, servono in ospedale, ma secondo gli israeliani potrebbero essere usati da Hamas per altri scopi».</p>
<p><strong>È accaduto anche per i <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_luglio_04/gaza-de-filippi-unicef-israele-sta-bloccando-33-ventilatori-italiani-salverebbero-delle-vite-f8488906-ba44-4aa4-92e5-fe9d8efe2xlk.shtml" target="_blank">ventilatori neonatali</a> che l’anno scorso dovevano entrare a Gaza e invece sono stati bloccati, una questione che tu avevi portato con forza all’attenzione pubblica, anche della politica.</strong></p>
<p>«È stata una vicenda incredibile, si tratta infatti di macchinari che servono a far respirare dei polmoni non ancora formati, qualcosa che dà l&#8217;opportunità ai bambini di salvarsi. Eravamo riusciti ad acquistarli da una ditta italiana, a gennaio 2025 erano arrivati al Ben Gurion, da lì però non si sono mossi per otto mesi. Ho quindi iniziato uno stalking umanitario, interessando perfino il sindaco di Udine, il dottor Amato De Monte, e più in generale la comunità friulana che ha dimostrato una sensibilità straordinaria. Alla fine, dopo otto mesi sono arrivati a destinazione, sono entrati in funzione, hanno salvato parecchie vite e continuano a salvarne di altre, possiamo quindi dire che è stata una piccola storia a “lieto fine”. Restano però quegli otto mesi in cui tantissimi bambini si sarebbero potuti salvare e invece così non è stato».</p>
<p><strong>Bambini che a Gaza continuano a nascere…</strong></p>
<p>«Sì, ogni anno – e anche quest&#8217;anno – ci sono 50 mila gravidanze, dunque 50 mila nuovi bambini che arrivano e che però subiscono i diversi blocchi umanitari. Le donne per esempio spesso non assumono né acido folico, né micronutrienti, né cibo nella quantità dovuta, questo comporta che sempre di più le gravidanze portino pessime sorprese: ci sono bambini che nascono alla ventisettesima settimana gestazionale con dei problemi enormi. Per questo era importantissimo dare il nostro contributo e in qualche modo ci siamo riusciti, in questo momento a Gaza ci sono infatti dieci terapie intensive neonatali e tre pediatriche. Quando siamo arrivati, nell&#8217;estate del 2024, la situazione era completamente diversa, soprattutto nel nord non esisteva nessuna capacità di presa in carico di pazienti così gravi».</p>
<p><strong>Questo perché è stato preso di mira e ferocemente attaccato il sistema sanitario e i sanitari.</strong></p>
<p>«Gli israeliani hanno formulato l’ipotesi che sotto tutti gli ospedali di Gaza c’erano dei tunnel con una presenza massiccia di Hamas. Per questo motivo – perlomeno è quello che dicono gli israeliani – hanno colpito, con conseguenze amarissime per la popolazione. È stato ridotto ai minimi termini l’ospedale Al-Shifa, grande come quello di Udine, il gioiello della striscia di Gaza. È stato distrutto il <b>Kamal Adwan, come </b>l&#8217;ospedale pediatrico Nasser a Gaza City e il Rantisi, oncologico pediatrico, l&#8217;unico che forniva la dialisi pediatrica. Non solo. Numerosi medici e infermieri che lavoravano in queste strutture spesso sono stati presi prigionieri, nel 2023 e anche nel 2024, alcuni anche recentemente. Nelle prigioni israeliane sono stati torturati, alcuni uccisi, altri sono ancora imprigionati, spesso senza alcuna imputazione formale. Chi è stato rilasciato, nonostante tutto quello che ha subito si è subito rimesso al lavoro nel tentativo di ricostruire il tessuto connettivo di quello che era un ottimo sistema sanitario».</p>
<p><strong>Nel tuo libro, ma anche durante gli incontri con il pubblico, parli molto del dottor Abu Safya, la sua storia è emblematica.</strong></p>
<p>«Abu Safya è un medico pediatra eccezionale, era il direttore del Kamala Dwan, l’ospedale di cui parlavo prima. Abu Safya ha fatto veramente dei miracoli, soprattutto nelle terapie intensive neonatali e pediatriche. A Gaza è riconosciuto per le sue capacità, ma anche per la sua umanità. Come lui ci sono molti altri medici eccezionali, ma Abu Safya è stato l&#8217;ultimo baluardo delle strutture sanitarie del Nord che – lo ricordo – in questo non hanno alcun tipo di ospedale. Quest’uomo ha resistito fino al 28 dicembre del 2024. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, di occuparmi di svariate evacuazioni medicali e dal suo ospedale, ho quindi avuto modo di conoscere una persona straordinaria. Pensate che ha perso il figlio nel novembre del 2024, ma ha subito ripreso a lavorare nel rispetto di tutti gli altri bambini di Gaza e ha continuato fino all&#8217;ultimo ora. Abu Safya viene accusato di partecipazione esterna all&#8217;attività di terrorismo, da 475 giorni è rinchiuso nelle carceri israeliane, io sono certo che lui abbia rispettato il giuramento di Ippocrate in ogni momento, credo nella sua etica. Mi auguro quindi che venga liberato al più presto per ritornare al nord a fare il suo lavoro (<a href="https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/" target="_blank">qui l&#8217;appello di Emergency per la sua liberazione</a>)».</p>
<p><strong>Una figura per ricordare quanto la categoria dei medici – insieme a quella dei <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-02/nel-mondo-uccisi-129-giornalisti-la-meta-a-gaza.html" target="_blank">giornalisti gazawi</a> – sia stata presa di mira dall’esercito israeliano. Proprio il racconto del lavoro dei sanitari, il loro rimettersi al lavoro anche dopo la morte di un figlio, dopo le torture, ci dà conto della capacità di resistenza e resilienza del popolo palestinese, e dico palestinese perché non c’è solo Gaza, ma la situazione è terribile anche in Cisgiordania, nei territori occupati. Ecco Loris, parliamo di questa capacità.</strong></p>
<p>«È una resilienza, una capacità di ripartire, di ricostruire nonostante tutto che a me ha ricordato molto la tigna, la volontà, la caparbietà che è di questa terra, del Friuli. Siamo a 50 anni dal terremoto ed è stato impossibile per me non ricordare da bambino gli sforzi fatti dagli adulti per tentare di rimettere in piedi queste comunità. Una terra la nostra che, per altro, è stata calpestata in moltissimi momenti, lungo tutta la sua storia. Ogni volta ci siamo rimessi in piedi, ecco questa caparbietà nel non mollare l’ho vista nei gazawi. Nel loro caso poi è veramente impressionante, basti pensare che tutti i miei collaboratori gazawi hanno vissuto almeno quattro escalation di violenza, quattro guerre, e non hanno mai fatto esperienza della pace per come la conosciamo noi. Molti di loro non hanno mai avuto la possibilità di varcare i cancelli che li separano dal resto del mondo, eppure vanno avanti. Quando ci saranno delle aperture probabilmente 300-400 mila persone usciranno dalla Striscia di Gaza, ma almeno un milione e mezzo di persone resterà. Non solo. Anche in questi mesi c’è chi, anche se aveva avuto la possibilità di uscire, è invece rientrato a Gaza, nonostante la guerra. Ecco, questo dà la misura e l’immagine di un popolo che non accetta di essere cancellato dalla faccia della terra, che anzi, vuole rimanere, vuole stare, un popolo che sente di avere radici profondissime in quella martoriatissima terra».</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda, cosa possiamo fare noi cittadine e cittadini?</strong></p>
<p>«In questo momento l&#8217;unica cosa da fare, la più importante è riportare Gaza all’attenzione di tutti, nei radar dell’informazione. È fondamentale dare voce al popolo Gazawi».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Božidar Stanišić e le radici nel Paese che non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade al di fuori del bel paese. Figurarsi l’avere a cuore quanto quegli accadimenti lasciano, come un solco, nella vita degli altri. Ad aprile saranno 30 anni dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina e il 2022 si apre, per il Paese dei Balcani occidentali, con minacciose inquietudini che fanno scricchiolare la sua fragile struttura. Eppure la memoria di quella che per noi fu una “guerra in casa” l’abbiamo archiviata e, allo stesso tempo, abbiamo smesso di curarci di quanto, ancora, il senso di sradicamento abiti la vita delle migliaia di famiglie che lasciarono la Bosnia per trovare rifugio in Europa, tantissime anche in Friuli.</p>
<p>A mostrarcelo con lucidità e dolcezza – accompagnate dalla sua inconfondibile ironia – è, ancora una volta, <strong>Božidar Stanišić</strong>, da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, <a href="https://marottaecafiero.it/le-zanzare/286-la-cena-9788831379380.html" target="_blank">La cena</a> (Marotta&amp;Cafiero), il cui sottotitolo è decisamente eloquente: «Avanzi dell’ex-Jugoslavia». Classe 1956, nato a Visoko, Stanišić è stato docente di letteratura in un liceo di Maglaj (nel nord della Bosnia) fino al 1992, quando – rifiutando di schierarsi e opponendosi alla violenza del conflitto –, fuggì dalla guerra civile. Da allora vive in Friuli, a Zugliano. Con una scrittura pulita, diretta e incalzante, Stanišić porta i lettori nella vita di personaggi non solo efficaci, ma anche tratteggiati in maniera da farceli via via diventare familiari, grazie alla sua straordinaria arte di raccontare che affonda le radici nei classici della letteratura slava, da Ivo Andrić a Danilo Kiš, passando per Meša Selimović.</p>
<p>Le storie narrate sono quelle di gente che se ne va, senza ritorno, la cui esistenza è attraversata, da un giorno all’altro, da un confine che resterà per sempre, quello che segna la vita “di qua e di là”. Uomini e donne che nel ricostruire e ricominciare, trasmettono – senza volerlo – il proprio trauma anche ai figli. Non a caso in «La penna dell’uccello inquietudine», uno dei cinque racconti che compongono il libro, è Drenka, la figlia più piccola di una coppia di immigrati bosniaci, nata e cresciuta in Italia, a trovarsi spiazzata da una pioggia di domande: «<em>[…] fui sorpresa da un’idea: quale sarebbe stata la loro e la mia vita se non ci fosse stata la guerra in Bosnia? Da che cosa era nata quell’idea, da quale recesso dentro di me, e perché proprio quella notte? Perché ci sono domande che si addormentano in noi come i dormienti stregati di una vecchia fiaba?</em>».</p>
<p>Le cinque storie pur diverse tra loro, soprattutto ambientate in luoghi differenti (da Milano a Toronto), hanno tratti e vissuti che le accomunano, a partire dalle voci narranti che sono quelle dei figli impegnati a dar conto di genitori ancora legati alla terra di origine, che parlano il serbo-croato-bosniaco, vivono l’esperienza della diaspora, affannati a rincorrere una lingua che non padroneggiano del tutto e lavori precari non rispondenti certo a quelli che facevano nelle proprie vite precedenti, in un Paese, la Jugoslavia, che oggi non c’è più.</p>
<p>Cinque storie generose che emozionano e fanno riflettere, ma strappano anche più di qualche sorriso (divertentissimo il contesto del primo racconto «La cena»), perché, lo abbiamo già detto, l’ironia è cifra stilistica di Stanišić. Non da ultimo, si tratta di un libro la cui lettura è accompagnata da una veste grafica inusuale e davvero bella, in cui si alternano immagini, suggerimenti musicali di ascolto (seguiteli!) e pagine dal fondo nero e i caratteri bianchi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2097" alt="la_cena_int" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>Insomma, Stanišić ci offre l’occasione per scoprire una giovane casa editrice indipendente, la <a href="https://marottaecafiero.it/" target="_blank">Marotta&amp;Cafiero</a>. Realtà che pubblica libri completamente ecologici, ma sopratutto che ha base nel difficile quartiere di Scampia, a Napoli, e che è stata dedicata al cugino dei titolari, Antonio Landieri, vittima innocente di camorra: un ragazzo disabile di 25 anni ucciso per errore, proprio a Scampia, durante una faida tra clan. Il loro motto? «<em>Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Božidar Stanišić/ La cena / Marotta&amp;Cafiero / 242 pagine / 15 euro</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Recensione pubblicata sull&#8217;edizione del 4 gennaio 2022 del settimanale diocesano di Udine.</p>
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		<title>«Andarsene» di Rodrigo Hasbún</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Aug 2021 14:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un altro libro che si legge in un soffio. Andarsene è, ad ora, il più bello che ho avuto tra le mani in queste due settimane...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<div dir="auto">Un altro libro che si legge in un soffio. <a href="https://www.edizionisur.it/catalogo/paese/bolivia/andarsene-2/?doing_wp_cron=1626354362.2958920001983642578125" target="_blank">Andarsene</a> è, ad ora, il più bello che ho avuto tra le mani in queste due settimane di ferie. Un mosaico di voci narranti che raccontano, appunto, l’andarsene: da un paese, dalle relazioni, da una vita che si è fatta troppo stretta per essere abitata davvero.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Al centro della storia gli Ertl, famiglia che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, dalla Germania ripiega in Bolivia per un nuovo inizio. <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Hans_Ertl_(cameraman)" target="_blank">Hans</a>, ex cineasta del Reich, inquieto e anticonformista, insegue il sogno di scoprire Paititì, leggendaria città inca: la missione che organizza fa però saltare ogni equilibrio familiare. La moglie si chiude nel silenzio, le tre figlie, invece, riscrivono la propria vita.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Monika, la più simile al padre, abbraccia la rivoluzione e la guerriglia (Guerrilla del Ñancahuazú) guidate da Che Guevara che proprio in Bolivia, a La Higuera, troverà la morte. Sullo sfondo infatti ci sono la dittatura di Barrientos, gli anni Sessanta e Settanta attraversati dai movimenti di liberazione germinati dalla rivoluzione cubana. Di lei ha scritto anche Juerg Schreiber in <a href="https://www.nutrimenti.net/libro/la-ragazza-che-vendico-che-guevara/" target="_blank">La ragazza che vendicò Che Guevara</a> (<a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/nutrimentiedizioni/?__cft__[0]=AZXVgGq8AYKtkI687Fmw2OyVZAVi72UyB6hSV6FUp-NeL_qDAY_12cmj1X4mQ6wGGruJ3fOlB6VOQaBDXHTC0CWixVLuV12QhywuxNrg9lHtw6UtnO-ORrRUOvcdt0JDomYfl_ZfRslMwJxfBBZYrQ5U&amp;__tn__=kK-R">Nutrimenti Edizioni</a>, 2011): fu infatti Monika – compagna del guerrigliero <a href="https://archivio.unita.news/assets/main/1997/10/09/page_019.pdf" target="_blank">Inti Peredo</a> – a giustiziare il colonnello Quintanilla, che aveva ordinato di tagliare le mani al cadavere del Che e torturato ferocemente Inti.</div>
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<div dir="auto">«Andarsene» non è però un romanzo storico, anche se racconta fatti realmente accaduti, Rodrigo Hasbún infatti esplora soprattutto le relazioni familiari, non a caso il titolo originale è «Los afectos». Insomma, un libro davvero bello, asciutto e denso che percorre le rotte della memoria, individuale e collettiva: «<em>Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo</em>».</div>
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<div dir="auto">Rodrigo Hasbún | Andarsene | <a tabindex="0" role="link" href="https://www.facebook.com/edizionisur/?__cft__[0]=AZXVgGq8AYKtkI687Fmw2OyVZAVi72UyB6hSV6FUp-NeL_qDAY_12cmj1X4mQ6wGGruJ3fOlB6VOQaBDXHTC0CWixVLuV12QhywuxNrg9lHtw6UtnO-ORrRUOvcdt0JDomYfl_ZfRslMwJxfBBZYrQ5U&amp;__tn__=kK-R">edizioni sur</a></div>
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		<title>Nella voce di Ajla le tante donne in fuga dalle guerre dei Balcani</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1981" alt="caserma pasubio 2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2-1024x682.jpg" width="352" height="233" /></a>Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere tregua solo quando abbiano trovato forma compiuta sulla pagina scritta. È successo a <strong>Maria Silvia Bazzoli</strong> – giornalista, documentarista e ora scrittrice – che allo scoppio delle guerre nell’ex-Jugoslavia seguì le vicende dei profughi e della loro accoglienza in Italia, soprattutto a Cervignano, nell’ex caserma Monte Pasubio (<em>le foto qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del <a href="https://www.facebook.com/ciocherimane" target="_blank">Ciò che rimane</a></em>). Sono innumerevoli le testimonianze che raccolse lì, tra le donne in fuga da un conflitto che – come altrove, del resto – aveva fatto del loro corpo un campo di battaglia, attraverso lo stupro etnico e violenze indicibili. Quella miriade di frammenti ora si ricompone in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/s-confini/la-voce-di-ajla" target="_blank">«La voce di Ajla»</a>, il romanzo d’esordio di Bazzoli, pubblicato dalla Forum editrice nella collana (s)confini (<a href="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" target="_blank">qui il podcast con l&#8217;intervista radiofonica a Maria Silvia Bazzoli per Radio Spazio</a>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1984" alt="pasubio 3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg" width="960" height="466" /></a></p>
<p>Le due protagoniste – Ajla e la figlia Alina – hanno “inseguito” l’autrice per anni, il lettore le incontra in una Parigi imbiancata dalla neve (elemento ricorrente nella narrazione), alle prese con la memoria: «Parigi ovattata sotto la neve assomiglia a un acquario dove galleggiano volti e immagini, e io… io mi ci trovo a nuotare disorientata, sopraffatta dai ricordi che non volevo» spiega Alina all’amica Hellen. Ajla si trova in ospedale, sprofondata in uno stato di catalessi, inspiegabile per i medici. Alina – ricamatrice, affermata fiber artist – è appena rientrata da New York per assistere la madre del cui passato non sa nulla, per lei dunque è giunto il tempo di riannodare i propri ricordi con la storia di Ajla.</p>
<p>Inizia così un dialogo che viene concesso e affidato, nella sua interezza, solo al lettore perché Ajla racconta, ma la sua voce è muta. Ad Alina dunque toccherà intuire, raccogliere indizi e scavare nel passato. Il suo è il destino che accomuna tantissimi giovani, i cosiddetti “figli della guerra” che – nei Balcani e in tutta Europa – hanno scelto di scoprire le proprie radici per quanto dolorose, ma indispensabili per ricomporre la propria identità.</p>
<p>È – quello di Alina – uno scavare che però restituisce molto anche a noi, perché, come società, abbiamo archiviato in fretta quella parentesi della storia europea che coinvolse così da vicino il nostro territorio. Un indagare che ci dà conto, per altro, della difficoltà che quelle donne affrontarono per ricostruire la propria vita: grazie ai ricordi di Alina scopriamo, infatti, che le due protagoniste vissero i primi anni a Parigi in strada, in estrema povertà. Ma è proprio quel guardare il mondo dal basso, dal marciapiede, che dona ad Alina la capacità di sentire nel profondo l’umanità di chi incontra.</p>
<p>Tutto questo ci viene consegnato da una scrittura ricca, dal passo poetico, che però non edulcora nulla, anzi, quando deve dire la violenza, si fa diretta, scarna ed essenziale.</p>
<p>«La voce di Ajla» è un libro importante, arrivato in libreria proprio nei giorni in cui ricorrono <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-venticinque-anni-dopo-gli-Accordi-di-Dayton-206686" target="_blank">i 25 anni dagli accordi di Dayton</a> – che sancirono una pace sempre in bilico e la definitiva divisione etnica della Bosnia –, a un quarto di secolo (celebrato a luglio) dall’eccidio di Srebrenica in cui, sotto gli occhi di un’Europa inebetita, furono ammazzate ottomila persone.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1988" alt="479" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg" width="850" height="479" /></a></p>
<p>A firmare la postfazione è poi un’autrice che meglio di altri ha analizzato le vicende dei Balcani, <strong>Nicole Janigro</strong>. Infine, più che indovinata l’evocativa immagine di copertina: uno scatto tratto dalla serie «Il sogno delle cose» di <strong>Ulderica Da Pozzo</strong>, anche lei capace come poche di tessere, per immagini, le storie delle donne.</p>
<p><em>Maria Silvia Bazzoli / La voce di Ajla / Forum / 192 pagine, 16, 50 euro</em></p>
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		<title>L&#8217;amore ai tempi dei cambiamenti climatici di Josef Pánek</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 13:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Svegliarsi presto e avere tempo per sé. Scoprire (felice) che l’insonnia ha dato tregua. Alzarsi. Fare il caffè (parecchio), tornare a letto, allungare il braccio fino al comodino e afferrare il libro che la sera prima si era scelto con cura. E leggere senza dover tener d’occhio l’orologio, scoprendo così (fino alla sua ultima parola) un bel libro, strano e irrequieto.</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.kellereditore.it/prodotto/lamore-al-tempo-dei-cambiamenti-climatici-josef-panek/" target="_blank"><em><strong>L’amore ai tempi dei cambiamenti climatici</strong> </em></a>— del ceco <strong>Josef Pánek</strong> e pubblicato da <a href="kellereditore.it" target="_blank">Keller editore</a> — è, a dispetto del suo titolo da romanzetto, un libro denso di tracce e di storie. Tomáš, 43 anni, è un uomo spento e disincantato, ricercatore universitario che ha girato il mondo (o almeno così crede) e che ora si trova a Bangalore per una conferenza. La città gli toglie il respiro, letteralmente: è caotica, inquinata e inospitale. È, insomma, ostile in tutto, nonostante il sorriso — «<em>bianco e smagliante</em>» — degli indiani: «<em>vedi di abituartici, questo è il futuro</em>» gli suggerisce la donna (scienziata e sua pari) che incontra e che dà corpo all’amore del titolo, sebbene, all’inizio, Tomáš non riesca a lasciarsi attrarre da quella bellezza che, per i suoi geni, è troppo nera e troppo nascosta dal sari blu e arancio che indossa.</div>
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<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">C’è molto in appena 257 pagine: la Repubblica Ceca con l’erosione del comunismo e l’esplosione del consumismo, un’Europa che non c’è più e un’altra che non c’è ancora, la globalizzazione e il razzismo con il catalogo di cliché di cui si nutre. E ancora le migrazioni, vecchie e nuove. L’attesa, sulla soglia, di milioni di persone. Un confronto tra culture (dai dettagli fino ai massimi sistemi) durante una notte d&#8217;amore.</div>
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<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">A colpire è poi lo stile, incalzante (a tratti isterico come Bangalore) e ricorsivo con la ripetizione provocatoria di alcuni frammenti di frasi, sempre uguali. Ci vuole qualche pagina per prendere bene il ritmo della scrittura di Pánek che è anche bassista in un gruppo rock: la cosa migliore, per stargli dietro, è leggere il libro tutto d’un fiato.</div>
<div dir="auto"><em>L’amore al tempo dei cambiamenti climatici</em> ha vinto nel 2018 il prestigioso Magnesia Litera per la narrativa.</div>
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<div dir="auto">Josef Pánek | L&#8217;amore ai tempi dei cambiamenti climatici | Keller</div>
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		<title>Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2020 17:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Ho vissuto tanto, qualcosa l’ho capita, qualcun’altra no. Per esempio ho capito che l’intelligenza è sopravvalutata, come la stupidità sottovalutata, che bene e male esistono veramente, che l’uomo può perdere tempo prezioso in mille modi stupidi, il più stupido di tutti è giudicare gli altri, perché è troppo facile, perché non serve né a noi né agli altri</em>».<br />
<a href="http://www.danielemencarelli.it" target="_blank">Daniele Mencarelli</a> / <a href="https://www.librimondadori.it/libri/tutto-chiede-salvezza-daniele-mencarelli/" target="_blank">Tutto chiede salvezza</a> / Mondadori</p>
<p>Me lo avevano mandato, insieme ad altri libri, poco prima della quarantena. Lo avevo messo da parte perché la copertina (che tutt’ora trovo poco azzeccata) mi aveva allontanato dalla sua lettura, in un periodo in cui di ansie esistenziali — personali e collettive — ne avevo già a sufficienza. Ora, invece, non che ad ansie vada meglio, ma complice il Premio Strega (Mencarelli è nella sestina finalista e <a href="https://premiostrega.it/PSG/vii-edizione-del-premio-strega-giovani/" target="_blank">ha vinto lo Strega Giovani</a>), l&#8217;ho tirato giù dallo scaffale in cui l&#8217;avevo relegato e l’ho letto tutto d’un fiato.</p>
<div>
<p>Mencarelli racconta la malattia mentale, in prima persona, attraverso sette giorni di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e lo fa con quel dono prezioso — tanto nella scrittura quanto nella vita — che è il saper tenere insieme la profondità delle cose a un passo leggero.</p>
<p>Sono pagine che di dolore ne hanno parecchio, dense di pugni nello stomaco, di vite che da un giorno all’altro esplodono e di altre che storte ci sono proprio nate. Sono pagine però scritte da chi non ha mai smesso di cercare la bellezza e che nemmeno si è stancato di mostrarla agli altri, nonostante tutta la fatica della sua vita. Ci si emoziona (tanto), ma si sorride pure e si impara molto mettendosi in ascolto di questi sei pazzi «<em>indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi abbracciati alla vita</em>».</p>
<p>***E a me è cara questa frase di Mario: «<em>Chiedi aiuto quando serve. Ma lascia il tuo sguardo libero, non farti raccontare il mondo da nessuno</em>».</p>
</div>
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		<title>Intervista &#124; 8 marzo con le «Resistenze femminili» di Marta Cuscunà</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 06:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1913" alt="forum" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum-217x300.jpg" width="217" height="300" /></a>È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà ed emancipazione che attraversa la storia e si rende visibile nella vita di donne forti e determinate. Quel filo, <a href="https://www.martacuscuna.it/" target="_blank">Marta Cuscunà</a>, lo cerca da sempre e lo tiene saldamente in mano. Non solo. Grazie alla sua straordinaria abilità narrativa ce lo porge con generosità: è la consapevolezza che solo una piena parità di diritti tra i generi farà progredire una società oggi così tanto in affanno. Alla vigilia dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, ci troviamo nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus. A isolarlo per primo in Italia, è stato un <a href="https://www.corriere.it/salute/20_febbraio_02/squadra-donne-che-ha-isolato-virus-notti-microscopio-poi-salti-gioia-06752d5c-460a-11ea-89f5-524fb04840d5.shtml" target="_blank">team di donne</a>, un’eccellenza del bel paese, eppure parecchia stampa nostrana si è permessa di chiamare quelle ricercatrici – titolate tanto quanto i colleghi uomini – <a href="https://www.corriere.it/scuola/universita/cards/coronavirus-non-chiamatele-signore-o-ragazze-sono-scienziate/tre-signore-meridionali_principale.shtml" target="_blank">«le ragazze dello Spallanzani»</a>. Che fare dunque? Cosa insegna la storia? Quale ruolo rivendicare (ancora) oggi? L’ho chiesto proprio all’autrice e performer di teatro visuale, Marta Cuscunà. È infatti fresco di stampa – pubblicato dalla <a href="https://forumeditrice.it/" target="_blank">Forum Editrice Universitaria Udinese</a> e sostenuto dalla Consigliera di Parità della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – il volume <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminili»</a> che raccoglie la trilogia dei suoi testi teatrali  su donne e uomini che, in tempi e luoghi diversi, hanno escogitato nuove forme di resistenza a una società sbilanciata al maschile («È bello vivere liberi!», «La semplicità ingannata» e «Sorry, boys»).</p>
<p><strong>Marta, il tuo lavoro tiene insieme storie di donne diversissime che, in tempi lontani tra loro, hanno giocato un ruolo importante nella rivendicazione di un’uguaglianza dei diritti, dalla staffetta partigiana Ondina Peteani alle Clarisse di Udine del Cinquecento. Cosa ci restituisce questo viaggio?</strong></p>
<p>«Innanzitutto la consapevolezza che i semi di questa rivolta delle donne per riuscire ad avere un ruolo nella società sono sparsi in diverse epoche, mentre nell’immaginario collettivo il femminismo e la rivendicazione dei diritti delle donne vengono fatti risalire quasi esclusivamente al ’68. È invece importante aver coscienza delle storie di tante donne che hanno coltivato questa utopia in epoche e contesti diversissimi».</p>
<p><strong>È un’utopia dunque?</strong></p>
<p>«Diciamo che è così che ce la rifilano, come un miraggio impossibile da raggiungere, invece le storie che ho incontrato sono vere e dunque possibili. Lasciano però l’amaro in bocca perché anche quelle lontanissime, penso proprio a “La semplicità ingannata” che approfondisce il tema della monacazione forzata e la presa di coscienza delle Clarisse di Udine, appunto nel Cinquecento, ci mostrano, purtroppo, analogie con la realtà contemporanea, a partire dagli squilibri che tuttora governano i rapporti tra uomini e donne».</p>
<p><strong>Eppure, proprio quelle suore Clarisse ci mostrano il grande beneficio che la società potrebbe trarre dalla parità, loro all’epoca trasformarono il  monastero in un centro di cultura.</strong></p>
<p>«Soprattutto non si accontentarono delle briciole che il sistema patriarcale concedeva loro con l’obiettivo di farle stare buone e mantenerle comunque dentro quel sistema che, ovviamente, le discriminava. È un insegnamento che ci deve mettere in guardia: ogni sistema concede briciole per accontentare chi rivendica qualcosa, ma le briciole non bastano per un cambiamento radicale del modello sociale. In questo tempo di crisi su ogni fronte – ambientale, economico e umanitario – abbiamo la dimostrazione che il modello patriarcale, che per secoli ci siamo portati dietro, è fallimentare e ha bisogno di essere cambiato».</p>
<p><strong>Non a caso anche in questi giorni di emergenza coronavirus i pregiudizi, derivanti da quel modello, non sono mancati…</strong></p>
<p>«Certo, la vicenda delle ricercatrici dello Spallanzani, ad esempio, sorprende perché siamo abituati ad avere degli eroi uomini. Qui, invece, sono donne e, per di più, non sono da sole, ma lavorano in team, sono comunità… ecco dunque che il sistema ha bisogno di parole rassicuranti e allora chiama quelle ricercatrici “ragazze”. Non dovremmo mai dimenticare, come continua a ripetere un’intellettuale come Michela Murgia, che le storie che ci raccontiamo costruiscono il mondo in cui viviamo e viceversa. Narrare storie diverse da quelle a cui siamo abituati può aiutarci a costruire un mondo nuovo».</p>
<p><strong>Quello che fai tu con la tua trilogia…</strong></p>
<p>«Sì, infatti nasce anche dal desiderio di narrare esempi positivi per riappropriarsi dell’idea di femminismo».</p>
<p><strong>E lo iscrivi in una dimensione comunitaria, Ondina Peteani, non fece la Resistenza per sé&#8230;</strong></p>
<p>«Addirittura si mise a disposizione di un Paese che pensava di poter fare a meno delle donne. Le storiche che si occupano del contributo che le donne diedero alla Resistenza, fanno emergere come a loro non fosse richiesto nulla: sarebbero potute restare a casa aspettando che la guerra e la dittatura si risolvessero. Parliamo di giovani donne, Ondina di anni ne aveva appena 17, che riuscirono a capire che il proprio contributo era fondamentale per cambiare il Paese e che la democrazia a cui aspiravano doveva prevedere un ruolo diverso per la donna. Conclusa la Resistenza però i loro stessi uomini le fecero tornare al “proprio posto”».</p>
<p><strong>E oggi – in mezzo a tutte queste crisi – c’è consapevolezza tra le giovani del ruolo da rivendicare?</strong></p>
<p>«Credo di sì, la trilogia va in scena da dieci anni, e mai come ora la mobilitazione giovanile, penso ai movimenti per il clima, ha avuto giovani donne come leader che, analogamente a Ondina, prendono la parola, si fanno carico di questa responsabilità. Non è un caso che proprio in questi giorni ci siano, da parte di chi le avversa, vergognosi attacchi che giocano proprio sul loro essere donne, umiliandone il corpo. È una storia che si ripete, è il prezzo del prendere parola in un mondo maschile. In questi dieci anni anche il movimento femminista è cambiato, è più globale, è diventato un’alleanza fortissima tra le donne. Credo che siamo arrivati a un punto di cui, un giorno, leggeremo sui libri di storia, un punto da cui non si torna più indietro».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Intervista pubblicata sull&#8217;edizione del 4 marzo 2020 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tra le pieghe amare della storia</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Oct 2019 16:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che la Biblioteca civica di Treppo Grande mi abbia ormai adottata per la rassegna mensile di incontri con l’autore, è cosa nota. Giovedì 24 ottobre, alle...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Che la <a href="https://www.facebook.com/BIBLIOTECA-COMUNALE-DI-TREPPO-GRANDE-205052076233180/" target="_blank">Biblioteca civica di Treppo Grande</a> mi abbia ormai adottata per la rassegna mensile di incontri con l’autore, è cosa nota. Giovedì 24 ottobre, alle 20.30, avrò quindi il piacere di dialogare con <strong>Antonella Sbuelz</strong>, parleremo del suo bellissimo «La ragazza di Chagall». Naturalmente vi aspetto, intanto, qui di seguito trovate la recensione/intervista, <a href="http://audio.radiospazio103.it/audio/Libriallaradio02112018.mp3" target="_blank">a questo link</a>, invece c’è la puntata di Libri alla radio dedicata ad Antonella.</p>
<p>«<em>Solo pochi rimanevano in disparte, solo pochi non erano in tripudio. Quel  giorno io ero tra quei pochi. Ma il prezzo che ho pagato è troppo alto perché possa sentirmene orgogliosa</em>». Parole amare quelle di Luisa nello scrivere alla figlia Amalia, da un&#8217;isola di confino del Sud Italia. La piazza di cui racconta è quella di Trieste, il 18 settembre del 1938, quando Mussolini aizzò la folla annunciando le leggi razziali che avrebbero scatenato, di lì a poco, la caccia agli ebrei. Quel momento è il cuore pulsante dell&#8217;ultimo splendido libro di Antonella Sbuelz, «La ragazza di Chagall» (<a href="https://forumeditrice.it/" target="_blank">Forum editrice</a>), ed è lì che una scrittura capace e densa di emozione ci inchioda, come se – accanto a Luisa –, impietriti, ci fossimo anche noi. È in quell&#8217;istante che la storia attraversa e sconvolge le vite dei protagonisti del libro, vite che si intrecciano e che non saranno più le stesse. Diversi i piani temporali che però sembrano tutti raccogliersi e convergere nei sette giorni di navigazione della nave Saturnia: Amalia, infatti, contro la sua volontà, assieme a suo padre Alfio e a Folco e Tilde (che incontra sulla nave), sta fuggendo dall&#8217;Italia per trovare riparo a Buenos Aires.</p>
<p>«Grazie a questo intreccio di vite – spiega Antonella Sbuelz –, volevo ripercorrere il momento di vergogna delle leggi razziali che ha segnato le comunità ebraiche, ma anche tante persone ai margini. Mi interessava quella “zona grigia” di chi non ha subito il dramma della deportazione nei campi di sterminio, ma che si è trovato sul crinale, tra i sommersi e i salvati. Persone che come Alfio, figlio di una coppia mista, non sono finite in un lager, ma la cui vita non è più stata la stessa».</p>
<p>Un momento che per molti ha significato consapevolezza di sé e delle proprie origini, una su tutti Lea, la nonna di Amalia. «Questa donna appartenente alla comunità ebraica triestina – prosegue Sbuelz –, mentre molti sono comprensibilmente affannati a mimetizzarsi, a cercare una via di fuga,  proclama orgogliosamente “io ci sono e sono ebrea” e riscopre così le proprie radici, trasmettendole con tenerezza alla nipote». E allo stesso modo Luisa, che non resterà a guardare, che non rinuncerà, per paura, alla propria autonomia di pensiero.</p>
<p>«La ragazza di Chagall» rivolge lo sguardo al passato spingendoci a prestare attenzione al presente. «Mi ha sempre colpito, nel vedere quanto spazio, giustamente, è dedicato nei libri di storia all&#8217;universo concentrazionario nazista – racconta l&#8217;autrice che è insegnante di Lettere –, quanto, allo stesso tempo e al contrario, le leggi razziali siano solo sussurrate, come se ancora non ci avessimo fatto i conti fino in fondo. Dobbiamo invece ricordare che già nell&#8217;autunno del &#8217;38, prima ancora che nel mondo tedesco, i bambini ebrei in Italia venivano cacciati dalle scuole. Questo si lega in maniera potente con la nostra realtà di oggi. La comunità ebraica triestina nel 1738 si era liberata dall&#8217;obbligo infamante di portare segni distintivi, duecento anni dopo, dalla piazza di Trieste prendeva avvio l&#8217;abominio delle leggi razziali. Tornando al presente, questo ci insegna che la democrazia non può essere mai data per scontata, dovremmo rileggere con attenzione quelle pagine cupe del nostro passato».</p>
<p><em>Pubblicato sull’edizione di mercoledì 14 novembre 2018 del settimanale diocesano «La Vita Cattolica».</em></p>
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		<title>50 anni senza Jack Kerouac</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Oct 2019 21:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>13 giugno 1996. Sono andata a controllare. La data è ancora lì, scritta, come sempre, sull’angolo in alto a destra della seconda pagina. Alla fine della terza liceo, Andrea Barbaranelli, professore di Lettere, ci mise in mano una lista di libri per l’estate. Gliene sarò per sempre grata. Era un elenco di meraviglie che accese passioni inattese e assecondò inclinazioni allora appena abbozzate. Tra quelle meraviglie c’era «Sulla strada» di Jack Kerouac. Mi aprì un mondo. Arrivarono a ruota Corso, Ginsberg, Mailer e Ferlinghetti. Poi Bourroughs e Fante, Miller e naturalmente Fernanda Pivano. «Sulla strada» fu un’iniziazione, ma il cuore &#8211; non saprei dire perché &#8211; è rimasto nelle pagine di «I sotterranei». Così prima che sia un altro giorno, tenere tra le mani questo librino consumato e ingiallito, rileggerlo ancora una volta, è il mio modo di ricordare che 50 anni fa ci lasciava Jack Keoruac.</p>
<p>«<em>Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato che non è più padrone di sé e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia, – questo tanto per cominciare dal principio con ordine ed enucleare la verità, perché è proprio questo che voglio fare. Cominciò con una calda notte d’estate, sì, con lei seduta su un parafango quando Julian Alexander che sarebbe… Ma cominciamo dalla storia dei sotterranei di San Francisco</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il prezioso esordio letterario di Bronja Žakelj</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Oct 2019 14:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci dà ben poche alternative <strong>Bronja Žakelj</strong>. Semplicemente – con la sua scrittura avvolgente e una storia densa di vita – ci cattura, tenendoci inchiodati alla lettura, proprio fino all’ultima parola che nelle pagine del suo libro è custodita per noi.<br />
Si legge, dunque, tutto d’un fiato «Il bianco si lava a novanta», l’ennesimo ottimo titolo che la Bottega Errante ha appena pubblicato nella collana «Estensioni», tradotto da Michele Obit. Arriva così in Italia l’esordio della scrittrice slovena che, in patria, è stato un autentico caso editoriale: dalla sua uscita, nel settembre 2018, è andato in ristampa cinque volte e ha vinto il «Premio Kresnik» 2019, il più importante riconoscimento letterario sloveno.<br />
La narrazione – interamente autobiografica – si dipana tra gli anni Settanta e Novanta. Sullo sfondo la Jugoslavia prima e la Slovenia poi. Un tuffo in un passato recente, ma che sembra lontanissimo: ci sono i jeans comprati a Ponterosso, le Filter 57, Vucko e le olimpiadi invernali di Sarajevo 84. E ci sono, naturalmente, Tito e poi la sua assenza.<br />
A raccontarci la vita nel quartiere Vojkova, a Lubiana, è una Bronja bambina che si rivolge a sua madre, Mita. Quella voce infantile, che all’inizio dà conto del mondo degli adulti, cresce di pagina in pagina e diventa – senza che quasi ce ne accorgiamo, grazie a una non banale padronanza di registri – la voce di una ragazza e infine di una donna, irrobustendosi via via della consapevolezza di sé. La storia che ci consegna è quella di una perdita che fa da spartiacque nella vita di una famiglia. Mita, infatti, muore: «Mi pare di sognare, perché fuori è un giorno come tutti gli altri. La gente va al negozio all’angolo e poi ne esce. Davanti alla scuola i ragazzi giocano a pallone, litigano. Nessuno sa che sei morta, nessuno sa che sono rimasta senza di te» dice Bronja incredula.<br />
E poi c’è la lotta feroce per sopravvivere al cancro, ma senza i riferimenti che ognuno in quella battaglia dovrebbe avere accanto. È molto il dolore addensato in questo romanzo, ma ci sono anche ironia e una speranza luminosa, un inno alla vita che ostinatamente lo attraversa. E poi c’è la bellezza dei legami, quelli antichi, come ad esempio con Dada, e quelli inattesi.<br />
Bronja Žakelj sarà a Gorizia il 31 ottobre nell’ambito della rassegna «Il libro delle 18.03», alla Formedil, in via del Montesanto 131/42.<br />
<strong><em>Bronja Žakelj, «Il bianco si lava a novanta», Bottega Errante Edizioni, 277 pagine, 17 euro.</em></strong></p>
<p>Pubblicato sull&#8217;edizione del 9 ottobre 2019 del settimanale «La Vita Cattolica»</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1818" alt="IL-BIANCO_COP-03" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03-665x1024.jpg" width="635" height="977" /></a></p>
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