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	<title>Anna Piuzzi &#187; Interviste</title>
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		<title>«E ancora chiediamo perdono»: intervista con Loris De Filippi, di ritorno da Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 12:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[«Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris.png"><img class="alignright size-medium wp-image-2514" alt="copertina_loris" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris-215x300.png" width="215" height="300" /></a>«<em>Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non mi interessano le narrazioni epiche dell&#8217;umanitario in prima linea, quelle che scivolano nel culto dell&#8217;eroismo individuale. Ho sempre cercato di stare un passo indietro, come insegnava don Milani a Barbiana: “Fare strada ai poveri senza farsi strada”. Quel passo indietro, oggi, lo rivendico come scelta politica. […] Ma a Gaza accade qualcosa di diverso. Gaza impone un&#8217;eccezione. Questo libro esiste perché in questa guerra asimmetrica – o meglio, in questa punizione collettiva documentata da ogni organismo umanitario – non c&#8217;è stato spazio per i giornalisti stranieri. Non c&#8217;è stato spazio per filmare o raccontare liberamente. Ci sono stati solo silenzi e censure. E quando il silenzio diventa assoluto, chi cura deve anche testimoniare</em>». Scrive così <strong>Loris De Filippi</strong> nelle primissime pagine di <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><strong><em>E ancora chiediamo perdono</em></strong></a> (Mondadori), intenso e necessario libro, da pochissimi giorni in libreria.</p>
<p>Friulano, infermiere di formazione, De Filippi lavora da trent’anni come operatore umanitario in contesti di crisi, conflitti armati ed epidemie. Nell’ultima missione ha prestato servizio come Health Specialist per Unicef a Gaza, dove si è occupato del supporto alle cure pediatriche con particolare attenzione alle unità di terapia intensiva neonatale. Per altro, tra le tante realtà per cui ha lavorato, è stato presidente di Medici Senza Frontiere Italia e direttore delle operazioni di MSF Belgio, contribuendo alla definizione delle strategie globali dell’organizzazione. Da pochi giorni è rientrato in Italia, ieri è stato a Radio Spazio per raccontarci del suo libro, ma soprattutto per tenere accesi i riflettori su Gaza di cui oggi, purtroppo, si parla pochissimo.</p>
<p>Se volete ascoltarci, a <a href="https://www.spreaker.com/episode/17-04-2026-e-ancora-chiediamo-perdono-con-loris-de-filippi--71361688" target="_blank">questo link trovate la puntata in podcast di Libri alla radio</a>.</p>
<p>Se preferite leggerci, ecco qui di seguito l’intervista.</p>
<p><strong>Loris, nell&#8217;introduzione a <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><em>E ancora chiediamo perdono</em></a>, sottolinei il fatto di esserti fin ora tenuto alla larga dall’idea di scrivere un libro, tanto più un libro con una forte componente autobiografica. Gaza invece ha meritato un’eccezione, è stata un’urgenza.</strong></p>
<p>«Sì, per due ragioni. La prima è legata al fatto che i giornalisti internazionali non sono potuti entrare a Gaza in alcun modo. Già questo è un segno della diversità che caratterizza questo conflitto. La seconda ragione è che i colleghi Gazawi, con cui ho lavorato in questi mesi – persone peraltro splendide –, mi hanno chiesto di portare la loro voce fuori da Gaza, credo che il miglior modo per farlo fosse questo: testimoniare. Per me è stato un esercizio piuttosto difficile, prima di tutto perché non avevo mai scritto un libro e poi perché nello scrivere, per un operatore umanitario, può nascondersi il rischio dell’autocelebrazione, cosa che a me assolutamente non interessa».</p>
<p><strong>Di questa diversità di Gaza da tutte le altre situazioni di crisi umanitaria tu spieghi molto bene le caratteristiche, tra queste c’è una che riguarda proprio il vostro lavoro, cioè l’assenza di “zone protette”. «A Gaza – scrivi –, che tu lo voglia o meno, diventi un Gazawi». Proviamo a raccontare cosa vuol dire questo «essere un Gazawi».</strong></p>
<p>«Vuol dire essere vulnerabile a questo conflitto, vuol dire vivere assieme ad altri due milioni di persone in un’area ristrettissima, all&#8217;inizio – quando sono arrivato – erano 365 chilometri quadrati, ora sono stati ridotti ad appena 170. Vuol dire dunque stare dentro a questa lunga punizione collettiva in cui essere esposti è una possibilità quotidiana, basti pensare che i droni passano tutte le notti, ti mantengono sveglio. C’è poi la situazione relativa all’acqua e all’approvvigionamento di qualsiasi derrata alimentare che riguarda anche te e non solo i Gazawi, cosa che negli altri contesti di crisi non succede perché c’è un cuscino di protezione, una zona più o meno umanitaria».</p>
<p><strong>Che a Gaza dovrebbe essere Deir el Balah…</strong></p>
<p>«Sì, ma anche lì la popolazione è stata colpita. Un collega, <a href="https://www.ilpost.it/2025/04/25/esercito-israeliano-operatore-onu-ucciso/" target="_blank">Marin Valev Marinov</a>, capo missione dell&#8217;Unops, l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti, è stato ucciso barbaramente a poche centinaia di metri dalla nostra guest house, a dimostrazione che la possibilità che la tua incolumità sia messa a rischio è più o meno la stessa di qualsiasi altro abitante di Gaza. Ricordo che, ad oggi, sono morte sicuramente più di 72 mila persone, di cui almeno 20 mila bambini, questo dall&#8217;idea dello sprofondo in cui siamo vissuti».</p>
<p><strong>Una situazione questa iniziata con il 7 ottobre 2023, e che – soprattutto nel 2025 – ha avuto una grande attenzione mediatica, nonché una mobilitazione, </strong><strong>a livello internazionale, </strong><strong>come da tempo non se ne vedevano da tempo. Oggi quell’attenzione è venuta meno, vuoi per il conflitto in Iran e in Libano, vuoi perché si pensa che l’iniziativa del “Board of Peace” di Trump abbia portato una reale tregua. Ma così non è…</strong></p>
<p>«Esattamente, <a href="https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/board-of-peace-il-progetto-imperiale-di-trump-che-poggia-sulle-macerie-di-gaza-29630.html" target="_blank">è stata dichiarata una tregua o, perlomeno, un “cessate il fuoco”, si è parlato di una “prima fase”</a> che però non è proseguita. Basta un dato: da quando il “cessate il fuoco” è iniziato, ad ottobre, ci sono state oltre 700 vittime. I bombardamenti continuano, soprattutto da quando è cominciata la guerra israelo-iraniana, e si bombarda non solo nell’area periferica, lungo la famosa<a href="https://www.emergency.it/blog/articoli/la-linea-gialla-a-gaza/" target="_blank"> “yellow line”</a>, ma anche all’interno della Striscia, a Khan Yunis, a Deir el Balah, come al Nord, verso Gaza City, Beit Lahia, Jabalia, anche dove ci sono gli accampamenti. Ricordo che Gaza, in questo momento – lo ripeto, in uno spazio molto piccolo, di 170 chilometri quadrati – ha circa mille insediamenti in tenda, questo dovrebbe rendere l’idea di quanto sia difficile».</p>
<p><strong>L’avvio da parte di Israele e Stati Uniti del conflitto con l’Iran e con il Libano ha avuto anche l’effetto di richiudere i valichi, il Manifesto, mercoledì 15 aprile, titolava <a href="https://ilmanifesto.it/su-gaza-incombe-lo-spettro-di-una-nuova-carestia" target="_blank">Su Gaza incombe lo spettro di una nuova carestia</a>.</strong></p>
<p>«Sì, già da una decina di giorni prima dell’inizio del conflitto c&#8217;è stata una chiusura progressiva dei valichi. Oggi siamo arrivati ad avere l’ingresso di appena il 20% di derrate di quanto entrava un mese e mezzo fa. Oltre al problema delle derrate c’è il problema del carburante che non entra più, e questo è un fatto tragico perché tutto a Gaza (penso anche agli impianti di desalinizzazione) funziona con i generatori, la rete elettrica, infatti, è interrotta da moltissimi mesi. A Gaza, in questo momento, nessuna delle cose che a una comunità servono per sopravvivere è garantita».</p>
<p><strong>Rispetto a questo e rispetto alla difficoltà degli ospedali, parliamo anche di quella che tu indichi come una “violenza amministrativa” legata al cosiddetto “dual use”. Spieghiamo di cosa si tratta.</strong></p>
<p>«È una scusa che gli israeliani utilizzano per non far entrare materiale a Gaza, li aiuta a definire come “pericolosi” strumenti che si vogliono far entrare a Gaza con fini nobili, ad esempio curare le persone. Si sostiene infatti che potrebbero essere presi da Hamas e utilizzati per altri motivi, “dual use” appunto. L’esempio più classico è quello dei cilindri d&#8217;ossigeno, servono in ospedale, ma secondo gli israeliani potrebbero essere usati da Hamas per altri scopi».</p>
<p><strong>È accaduto anche per i <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_luglio_04/gaza-de-filippi-unicef-israele-sta-bloccando-33-ventilatori-italiani-salverebbero-delle-vite-f8488906-ba44-4aa4-92e5-fe9d8efe2xlk.shtml" target="_blank">ventilatori neonatali</a> che l’anno scorso dovevano entrare a Gaza e invece sono stati bloccati, una questione che tu avevi portato con forza all’attenzione pubblica, anche della politica.</strong></p>
<p>«È stata una vicenda incredibile, si tratta infatti di macchinari che servono a far respirare dei polmoni non ancora formati, qualcosa che dà l&#8217;opportunità ai bambini di salvarsi. Eravamo riusciti ad acquistarli da una ditta italiana, a gennaio 2025 erano arrivati al Ben Gurion, da lì però non si sono mossi per otto mesi. Ho quindi iniziato uno stalking umanitario, interessando perfino il sindaco di Udine, il dottor Amato De Monte, e più in generale la comunità friulana che ha dimostrato una sensibilità straordinaria. Alla fine, dopo otto mesi sono arrivati a destinazione, sono entrati in funzione, hanno salvato parecchie vite e continuano a salvarne di altre, possiamo quindi dire che è stata una piccola storia a “lieto fine”. Restano però quegli otto mesi in cui tantissimi bambini si sarebbero potuti salvare e invece così non è stato».</p>
<p><strong>Bambini che a Gaza continuano a nascere…</strong></p>
<p>«Sì, ogni anno – e anche quest&#8217;anno – ci sono 50 mila gravidanze, dunque 50 mila nuovi bambini che arrivano e che però subiscono i diversi blocchi umanitari. Le donne per esempio spesso non assumono né acido folico, né micronutrienti, né cibo nella quantità dovuta, questo comporta che sempre di più le gravidanze portino pessime sorprese: ci sono bambini che nascono alla ventisettesima settimana gestazionale con dei problemi enormi. Per questo era importantissimo dare il nostro contributo e in qualche modo ci siamo riusciti, in questo momento a Gaza ci sono infatti dieci terapie intensive neonatali e tre pediatriche. Quando siamo arrivati, nell&#8217;estate del 2024, la situazione era completamente diversa, soprattutto nel nord non esisteva nessuna capacità di presa in carico di pazienti così gravi».</p>
<p><strong>Questo perché è stato preso di mira e ferocemente attaccato il sistema sanitario e i sanitari.</strong></p>
<p>«Gli israeliani hanno formulato l’ipotesi che sotto tutti gli ospedali di Gaza c’erano dei tunnel con una presenza massiccia di Hamas. Per questo motivo – perlomeno è quello che dicono gli israeliani – hanno colpito, con conseguenze amarissime per la popolazione. È stato ridotto ai minimi termini l’ospedale Al-Shifa, grande come quello di Udine, il gioiello della striscia di Gaza. È stato distrutto il <b>Kamal Adwan, come </b>l&#8217;ospedale pediatrico Nasser a Gaza City e il Rantisi, oncologico pediatrico, l&#8217;unico che forniva la dialisi pediatrica. Non solo. Numerosi medici e infermieri che lavoravano in queste strutture spesso sono stati presi prigionieri, nel 2023 e anche nel 2024, alcuni anche recentemente. Nelle prigioni israeliane sono stati torturati, alcuni uccisi, altri sono ancora imprigionati, spesso senza alcuna imputazione formale. Chi è stato rilasciato, nonostante tutto quello che ha subito si è subito rimesso al lavoro nel tentativo di ricostruire il tessuto connettivo di quello che era un ottimo sistema sanitario».</p>
<p><strong>Nel tuo libro, ma anche durante gli incontri con il pubblico, parli molto del dottor Abu Safya, la sua storia è emblematica.</strong></p>
<p>«Abu Safya è un medico pediatra eccezionale, era il direttore del Kamala Dwan, l’ospedale di cui parlavo prima. Abu Safya ha fatto veramente dei miracoli, soprattutto nelle terapie intensive neonatali e pediatriche. A Gaza è riconosciuto per le sue capacità, ma anche per la sua umanità. Come lui ci sono molti altri medici eccezionali, ma Abu Safya è stato l&#8217;ultimo baluardo delle strutture sanitarie del Nord che – lo ricordo – in questo non hanno alcun tipo di ospedale. Quest’uomo ha resistito fino al 28 dicembre del 2024. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, di occuparmi di svariate evacuazioni medicali e dal suo ospedale, ho quindi avuto modo di conoscere una persona straordinaria. Pensate che ha perso il figlio nel novembre del 2024, ma ha subito ripreso a lavorare nel rispetto di tutti gli altri bambini di Gaza e ha continuato fino all&#8217;ultimo ora. Abu Safya viene accusato di partecipazione esterna all&#8217;attività di terrorismo, da 475 giorni è rinchiuso nelle carceri israeliane, io sono certo che lui abbia rispettato il giuramento di Ippocrate in ogni momento, credo nella sua etica. Mi auguro quindi che venga liberato al più presto per ritornare al nord a fare il suo lavoro (<a href="https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/" target="_blank">qui l&#8217;appello di Emergency per la sua liberazione</a>)».</p>
<p><strong>Una figura per ricordare quanto la categoria dei medici – insieme a quella dei <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-02/nel-mondo-uccisi-129-giornalisti-la-meta-a-gaza.html" target="_blank">giornalisti gazawi</a> – sia stata presa di mira dall’esercito israeliano. Proprio il racconto del lavoro dei sanitari, il loro rimettersi al lavoro anche dopo la morte di un figlio, dopo le torture, ci dà conto della capacità di resistenza e resilienza del popolo palestinese, e dico palestinese perché non c’è solo Gaza, ma la situazione è terribile anche in Cisgiordania, nei territori occupati. Ecco Loris, parliamo di questa capacità.</strong></p>
<p>«È una resilienza, una capacità di ripartire, di ricostruire nonostante tutto che a me ha ricordato molto la tigna, la volontà, la caparbietà che è di questa terra, del Friuli. Siamo a 50 anni dal terremoto ed è stato impossibile per me non ricordare da bambino gli sforzi fatti dagli adulti per tentare di rimettere in piedi queste comunità. Una terra la nostra che, per altro, è stata calpestata in moltissimi momenti, lungo tutta la sua storia. Ogni volta ci siamo rimessi in piedi, ecco questa caparbietà nel non mollare l’ho vista nei gazawi. Nel loro caso poi è veramente impressionante, basti pensare che tutti i miei collaboratori gazawi hanno vissuto almeno quattro escalation di violenza, quattro guerre, e non hanno mai fatto esperienza della pace per come la conosciamo noi. Molti di loro non hanno mai avuto la possibilità di varcare i cancelli che li separano dal resto del mondo, eppure vanno avanti. Quando ci saranno delle aperture probabilmente 300-400 mila persone usciranno dalla Striscia di Gaza, ma almeno un milione e mezzo di persone resterà. Non solo. Anche in questi mesi c’è chi, anche se aveva avuto la possibilità di uscire, è invece rientrato a Gaza, nonostante la guerra. Ecco, questo dà la misura e l’immagine di un popolo che non accetta di essere cancellato dalla faccia della terra, che anzi, vuole rimanere, vuole stare, un popolo che sente di avere radici profondissime in quella martoriatissima terra».</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda, cosa possiamo fare noi cittadine e cittadini?</strong></p>
<p>«In questo momento l&#8217;unica cosa da fare, la più importante è riportare Gaza all’attenzione di tutti, nei radar dell’informazione. È fondamentale dare voce al popolo Gazawi».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
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		<title>Linda e il suo mese al fianco dei palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 12:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[«Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida». È un messaggio inatteso quello che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida</em>». È un messaggio inatteso quello che il 21 luglio ricevo da Linda (<i>il nome è di fantasia</i>). Ci conosciamo da anni, ma – per dire – prima d’ora non abbiamo mai preso un caffè assieme. Attivista per i diritti delle persone in movimento sulla rotta balcanica, Linda è uno dei miei “agganci” quando ho bisogno di raccogliere informazioni sulle situazioni di crisi umanitaria in regione o sulla rotta. A volte mi ha anche portata con sé mentre andava a distribuire cibo o a prestare cure mediche ai migranti costretti a dormire all’addiaccio, fuori accoglienza. C’è però anche un’altra causa che la abita e che la muove, per cui si spende in prima persona: la causa del popolo palestinese. E infatti è per questo che mi ha chiesto di vederci.</p>
<p>Di fronte a un caffè mi racconta che è in partenza per i territori occupati della Cisgiordania, starà via un mese con un’organizzazione internazionale, l’<a href="https://palsolidarity.org/" target="_blank">International Solidarity Movement</a>. In quel mese farà “interposizione”: in buona sostanza proverà – in maniera del tutto pacifica – a ostacolare e rallentare le azioni dei coloni israeliani e dell’esercito miranti a occupare illegalmente nuovi territori palestinesi. Prima di partire però – su precisa indicazione dell’Ism – ha la necessità di costruire una rete di contatti di emergenza da attivare nel caso le succeda qualcosa: un arresto, un ferimento, un’espulsione. In quella rete serve anche una giornalista, è questa la cosa che Linda mi deve chiedere. Trascorrerò il mese successivo con il cellulare sempre acceso, anche di notte. Seguirò il suo “diario” quasi quotidiano su Telegram, mi preoccuperò quando, tra un messaggio e l’altro, il tempo sarà troppo. Soprattutto, proverò con lei rabbia profonda per l’ingiustizia che via via andrà documentando e ammirazione per la capacità di resistenza del popolo palestinese. In questo mese ci sarà un solo momento di allerta, per fortuna rientrato abbastanza in fretta. Linda è tornata a Udine da una decina di giorni.</p>
<p><strong>Linda, negli ultimi dieci anni ti sei spesa molto per le persone in movimento sulla rotta balcanica, non solo qui in Friuli, ma anche in Serbia, Bosnia e perfino a Ventimiglia. Questa volta hai concentrato il tuo impegno per la Palestina, cosa ha fatto scattare questa decisione?</strong></p>
<p>«La rotta balcanica e la Palestina sono due contesti molto diversi, ma accomunati dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Un’oppressione che lungo la rotta vede singole persone mettere in campo enormi capacità umane e personali, resistendo ai confini con i propri corpi. Quella del popolo palestinese è invece la lotta di comunità che hanno ancora un radicamento al territorio che permette di rispondere all’oppressione in maniera organizzata. Ho sentito il bisogno di andare in Palestina ovviamente per la situazione internazionale, ma anche per imparare nuovi metodi di resistenza, di speranza».</p>
<p><strong>Il tuo impegno in questo mese non è stato solo documentare l’oppressione di Israele sul popolo palestinese, hai anche messo in gioco il tuo corpo, facendo “interposizione”, e il tuo essere europea.</strong></p>
<p>«L’International Solidarity Movement è un’organizzazione internazionale a guida palestinese che fa perno sulle comunità locali, sono quindi i palestinesi stessi a dirci di cosa c’è bisogno. La presenza di noi “internazionali” ha come principale obiettivo quello di far valere il privilegio che deriva dall’avere un passaporto occidentale. La nostra è dunque una presenza solidale dentro le comunità che subiscono in misura maggiore gli attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. In sostanza si vive nelle comunità, nelle famiglie. E in accordo con le comunità e le famiglie, quando c’è un attacco, gli internazionali sono al fianco dei palestinesi nell’affronatre esercito e coloni in maniera pacifica e non violenta, nella speranza di riuscire a limitare la violenza che questi possono esercitare».</p>
<p><strong>Tu dove hai operato?</strong></p>
<p>«A nord della Valle del Giordano, in comunità molto organizzate. Il mio impegno è consistito nell’accompagnare pastori e agricoltori nelle loro attività quotidiane, vivere nelle loro case e nelle loro tende per provare a prevenire le incursioni, soprattutto notturne. Qui la repressione è fortissima, anche se altrove, penso a Masafer Yatta, la violenza è anche maggiore. Basti pensare che lì a fine luglio un colono ha ucciso a sangue freddo un attivista e maestro palestinese. Il colono è uscito di prigione ancor prima che Israele restituisse il corpo dell’attivista palestinese alla sua famiglia».</p>
<p><strong>Prova a darci un’idea di quel che accade.</strong></p>
<p>«Vivere in un contesto del genere fa cambiare tutto. Si comincia a stare attenti ad ogni rumore, soprattutto quello dei motori perché potrebbe trattarsi dell’arrivo dei coloni. Cambia il modo perfino di dormire, si resta vestiti e con le scarpe per essere pronti a reagire. Anche le relazioni cambiano, quella con l’esterno per esempio, prima di lasciare che i bambini giochino all’aperto si controlla che non ci sia nulla di strano. Succede che i coloni, anche ragazzini, arrivino con i quad e facciano finta di investire i bambini. C’è l’intimidazione, dunque i coloni che osservano gli animali al pascolo per far capire che prima o poi le pecore saranno loro, o le tubature dell’acqua per far immaginare un sabotaggio».</p>
<p><strong>Gesti che non restano minacce, ma si concretizzano.</strong></p>
<p>«Certo. Alle intimidazioni seguono atti di violenza fisica ben più cruda. Un ragazzo che ho conosciuto è stato accoltellato perché era accorso a difendere il fratello di 14 anni mentre subiva un attacco dai coloni. Solo un mese prima anche il padre era stato picchiato e derubato di 40 pecore. Poco prima del mio arrivo, nella stessa zona, nella notte i coloni ne avevano sgozzate 150. Parliamo di danni economici ingenti se pensiamo che il potere di acquisto dei palestinesi è bassissimo e una pecora costa tra 600 e 800 euro. Per non dire dello sradicamento di migliaia di ulivi, piante antichissime che testimoniano il radicamento del popolo palestinese in questi territori».</p>
<p><strong>C’è poi una violenza istituzionale, la Valle del Giordano è, secondo gli accordi di Oslo, in “zona C”, dunque sotto il controllo civile e militare di Israele. Controllo che per altro doveva essere temporaneo </strong>(<a href="https://irpimedia.irpi.eu/terrapromessa-israele-come-funziona-occupazione-in-cisgiordania-palestina/" target="_blank">qui per saperne di più</a>).</p>
<p>«Sì, è anche considerata area di interesse militare strategico, cosa che amplifica arbitrarietà e violenza. Non solo ci sono aree inaccessibili, ma le persone vengono spostate ad esempio con la scusa di esercitazioni. Qui per altro si “allenano” anche i soldati che compiono il massacro di Gaza. C’è poi il tema delle mine inesplose che restano sul terreno, nel mio mese in Cisgiordania ho vissuto anche in una famiglia il cui figlio, mentre portava le pecore al pascolo, è saltato su una di queste mine. Ovviamente nessun ristoro è stato concesso alla famiglia».</p>
<p><strong>Hai detto di essere partita per la Cisgiordania anche per imparare, ecco, che cosa porti con te dell’umanità e dell’esperienza del popolo palestinese?</strong></p>
<p>«Ho riscontrato una fortissima accettazione della realtà, qualcosa che permette di restare vivi e razionali all’interno di quella situazione. Al contempo un altrettanto forte senso di ribellione nei confronti dell’oppressione: a ogni violenza subita ho visto seguire un rapidissimo riorganizzarsi, non c’è spazio per l’avvilimento. E poi un’incredibile dimensione di cura».</p>
<p><strong>In che senso, nelle relazioni?</strong></p>
<p>«Resistenza e dignità portano a una certa durezza nell’atteggiamento, non potrebbe essere altrimenti. Poi però ho visto grande cura nelle relazioni. Sono mamma e nei momenti di sconforto mi trovo spesso in difficoltà a trasmettere serenità ai miei figli. Ecco, a fronte della durezza dovuta dall’oppressione, ho visto una grandissima dimensione di cura nei confronti dei bambini (che sono tantissimi), ma anche verso noi internazionali».</p>
<p><strong>C’è stato un momento di crisi più marcata e anche tu sei stata dentro la violenza dell’esercito, lo puoi raccontare?</strong></p>
<p>«Una sera, faceva già buio, abbiamo visto arrivare i quad. Il primo momento è stato di incertezza, non sapevamo se erano militari o coloni, i mezzi erano senza targhe. Abbiamo provato a interporci perché non entrassero, ma è stato inutile. Armati, hanno intimato agli uomini di mettersi in fila, le donne strappate dalla cucina sono state portate anch’esse nell’area comune senza nemmeno il tempo di indossare il velo. Hanno messo tutto a soqquadro e ci hanno detto che noi internazionali non potevamo restare lì. La stessa scena si è ripetuta la notte successiva, l’esercito è stato ancora più violento e ha minacciato la famiglia palestinese di ritorsioni se noi non fossimo andati via. Anche qui, una volta finita l’irruzione, la risposta è stata rapida, sono accorsi i vicini, i parenti della famiglia, altri attivisti internazionali e palestinesi, paramedici, il coordinamento di comunità. Tutti insieme hanno deciso che dovevamo restare. Per dieci giorni la presenza è stata massiva. Per fortuna l’esercito non è tornato».</p>
<p><strong>Che ricordo hai di quelle notti?</strong></p>
<p>«Di grande spavento, ma anche di grande bellezza nello stare insieme, nella consapevolezza che potevamo resistere. Notti anche di balli, di danza e di ritmo».</p>
<p><em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine il 17 settembre 2025.</em></p>
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		<title>Carcere di Udine. Inaugura la nuova &#8220;sezione semiliberi&#8221; e inizia un cambio di passo</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jan 2024 06:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2024 promette di essere l’anno che segnerà una svolta decisiva per la casa circondariale di Udine, una svolta dunque anche per la città tutta, essendo il carcere di via Spalato un suo tassello fondamentale. È infatti in programma per martedì 23 gennaio l’inaugurazione della “Sezione Semiliberi”, attesa concretizzazione di un progetto articolato – del valore di cinque milioni di euro – di riqualificazione del complesso carcerario. Concretizzazione che è solo la prima di una serie. Ne abbiamo parlato con il garante dei Diritti delle Persone private della Libertà personale del Comune di Udine, <a href="https://www.francocorleone.it/sito/info-2/" target="_blank">Franco Corleone</a>.</p>
<p><strong>Corleone, un traguardo importante quello del 23 gennaio.</strong></p>
<p>«Importante davvero perché questa inaugurazione rappresenta la prima realizzazione concreta e visibile di un progetto che evidentemente non era una proclamazione generica, di quelle che cadono nel vuoto, ma un’idea di ristrutturazione valida e fondata».</p>
<p><strong>Guardiamo alla vita delle persone detenute in regime di semilibertà, che cambiamento sarà per loro? </strong></p>
<p>«Senz’altro un cambiamento significativo. Parliamo infatti di persone che escono la mattina per andare al lavoro e che, fino ad oggi, facevano rientro in carcere, in una situazione molto infelice. È importante evidenziare che la concezione più avanzata di semilibertà prevede strutture che stanno al di fuori del carcere: è così in diverse città, in molte altre, invece, com’è stato finora a Udine, l’apposita sezione si trova dentro alla casa circondariale. Dunque dal 23 gennaio queste persone non dovranno più entrare formalmente in carcere, ma usufruiranno di alloggi confortevoli».</p>
<p><strong>Quali spazi sono stati impiegati? </strong></p>
<p>«È stato recuperato uno spazio abbandonato – nella palazzina storica, sopra la portineria – che decenni fa era impiegato come alloggio di servizio. È questo il filo conduttore di tutti gli interventi, basti pensare che lo stesso è accaduto per la cappella (per il cui recupero ha contribuito finanziariamente anche l’Arcivescovo) e la stanza per il Consiglio dei detenuti, luoghi che prima versavano in stato di abbandono e che, invece, ora sono meravigliosi».</p>
<p><strong>Questa è solo la prima di una serie di realizzazioni, quali i prossimi passi?</strong></p>
<p>«A Pasqua ci dovrebbe essere il taglio del nastro del polo culturale ed educativo nell’ex sezione femminile. Anche quello era uno spazio abbandonato dove ora, invece, ci sarà la possibilità di fare numerose attività culturali che immagino saranno gestite soprattutto dall’associazione “Icaro”, ma più in generale dal volontariato. E poi uno spazio per la scuola, per la biblioteca e anche per alcune lavorazioni».</p>
<p><strong>Anche i locali dove prima erano collocate biblioteca e aule avranno una nuova vita? </strong></p>
<p>«Sì, verranno demoliti, al loro posto sorgerà un teatro. Non solo. L’infermeria sarà spostata al pian terreno per favorirne la fruizione. Insomma i prossimi mesi saranno un grande cantiere che restituirà condizioni di vita migliori e la possibilità di attività molto diverse, con un beneficio per tutta la città. Abbiamo impiegato tre anni tra progettazione e lavori, ma sono stati ben spesi».</p>
<p><strong>Un patrimonio che esige responsabilità, quale ruolo dovrebbero giocare le istituzioni?</strong></p>
<p>«Tutta la ristrutturazione dovrebbe vedere l’interesse e l’impegno della Regione (soprattutto sul fronte della Sanità) e del Comune che dovrebbe occuparsi di tutte le questioni che, come Garante, ho posto sul tappeto a dicembre: dalla gestione dei rifiuti, con la raccolta differenziata e la realizzazione di un’isola ecologica, a una convenzione col carcere per i lavori socialmente utili per alcuni detenuti».</p>
<p><strong>Lei ha sollecitato anche l’apertura di uno “sportello cittadinanza”.</strong></p>
<p>«Per dare risposta alle troppe persone che non hanno documenti, dalla residenza alla patente, passando per il permesso di soggiorno: c’è bisogno di un punto di riferimento. Mi auguro che il Comune sblocchi l’impasse che c’è da troppo tempo per realizzare questa realtà». Torniamo ai detenuti in condizione di semilibertà, il fatto che non debbano più rientrare in carcere significa per loro anche avere uno sguardo diverso sul proprio futuro.</p>
<p><strong>Quanto è importante questo per un reinserimento? </strong></p>
<p>«Udine ha 10-12 persone in regime di semilibertà e – considerato il numero complessivo dei detenuti – non sono poche. Però si può fare di più, la magistrata di sorveglianza del Tribunale di Udine, Mariangela Cunial, sollecita un maggior numero di posti. Il problema è che servono spazi, il Comune, potrebbe mettere a disposizione un immobile a tale scopo. Potrebbero esserci insomma più persone a godere dei benefici della semilibertà, ma se mancano casa e lavoro, tutto resta bloccato. Insomma puntiamo a che questa nuova sezione porti altre strutture per la semilibertà, diffuse sul territorio».</p>
<p><strong>Lei ha avanzato in tal senso anche una precisa proposta di legge.</strong></p>
<p>«Sì, diciamo che segue la stessa linea. Ho proposto infatti l’apertura di “case di reinserimento sociale” per i detenuti che hanno un fine pena inferiore ai dodici mesi. Sarebbe una novità importante, anche se si collega in qualche modo alle “case mandamentali” che dal 1940 al 2000 sono state numerose in Italia, dedicate alle condanne del Pretore».</p>
<p><strong>In concreto in cosa consisterebbero? </strong></p>
<p>«Non si tratterebbe di luoghi gestiti dall’Amministrazione penitenziaria, ma dal sindaco. Immaginiamo strutture da 5-10 posti, piccoli numeri che favorirebbero il reinserimento nel tessuto sociale in una comunità anche piccola».</p>
<p><strong>Serve anche un maggior coinvolgimento della società civile?</strong></p>
<p>«Indubbiamente, ma va detto che c’è una presenza forte del volontariato e delle associazioni, come <a href="http://www.icaro.fvg.it" target="_blank">Icaro</a> e <a href="https://www.caritasudine.it" target="_blank">Caritas</a>, che danno un bell’impulso. Il problema è che va diffusa tale sensibilità e in questi anni abbiamo cercato di farlo, penso ad esempio al coinvolgimento dell’Università per il progetto architettonico di riqualificazione del carcere».</p>
<p><strong>L’Università a breve firmerà una nuova convenzione&#8230;</strong></p>
<p>«Sì, volta alla valorizzazione del patrimonio storico del carcere. Durante i lavori di restauro abbiamo infatti rinvenuto, nel sottotetto, gli elenchi delle presenze in via Spalato dagli anni Venti agli anni Cinquanta».</p>
<p><strong>&#8230;manca forse all’appello la componente “produttiva” della società?</strong></p>
<p>«Direi di sì. Anche qui però servono condizioni adeguate. Per le lavorazioni noi abbiamo avuto delle proposte di alcune cooperative, il problema ancora una volta sono gli spazi».</p>
<p><strong> Avete individuato già alcune possibili ipotesi?</strong></p>
<p>«Dietro il carcere c’è un’area che prima era del Comune e poi, per una permuta, è stata ceduta ai Carabinieri. Andrebbe “riconquistata”, lì infatti c’è una palazzina inutilizzata da dieci anni che sarebbe perfetta per realizzare laboratori per alcune lavorazioni».</p>
<p><strong>Una soluzione che darebbe risposte importanti in termini di reiserimento?</strong></p>
<p>«Sì, perché noi a Udine abbiamo soprattutto una detenzione di emarginazione che va recuperata attraverso cultura e lavoro. Servono energie e disponibilità, il mio auspicio è che tutte le realizzazioni di questo progetto di riqualificazione convincano sempre più componenti della società a mettersi in gioco».</p>
<p><em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 3 gennaio 2024.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Afghanistan &#124; Nilofar e Malalai: «Salvateci la vita e i sogni»</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 03:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse far progredire il nostro Paese, senza il pensiero e la paura di doverci sposare per forza e dipendere da un uomo. E invece ora i nostri sogni sono diventati all’improvviso irrealizzabili. Viviamo un incubo, aiutateci: non dimenticatevi di noi e di tutte le altre donne afghane</em>». Hanno 14 anni <strong>Nilofar</strong> e <strong>Malalai</strong> (<em>i nomi sono di fantasia</em>) e le loro parole, i loro sguardi ti stringono il cuore togliendo il respiro. Gemelle, a quest’ora le due ragazze sarebbero dovuto essere in Italia, insieme alla loro famiglia, composta dalla mamma, una zia, un fratello adulto e altri sette bambini tra fratelli, sorelle e nipoti. Erano infatti stati tutti inseriti nelle liste italiane di evacuazione, ma a partire non ce l’hanno mai fatta: salvi per miracolo, si trovavano all’aeroporto di Kabul proprio nel momento dell’attentato kamikaze che il 26 agosto ha fatto oltre duecento morti, ponendo fine al ponte aereo per l’Italia. L’ostilità dei soldati americani ed inglesi prima, il caos seguito alla tragedia poi, hanno polverizzato in un istante la loro occasione di salvezza.</p>
<p>Le intervistiamo grazie a una videochiamata via Whatsapp: insieme a me c’è il fratello Ahmad, che vive e lavora in Friuli ormai da tempo. Anche lui, come molti, ha dovuto lasciare l’Afghanistan anni fa a causa delle continue minacce di morte talebane per aver collaborato con le forze Nato. Hanno occhi grandi e profondi queste due ragazze, occhi che tradiscono l’aver dovuto crescere in fretta e tutta l’amara tristezza per un futuro che sembrava possibile e che ora, invece, è sfumato. Raccontano che, dopo l’attentato all’aeroporto, sono scappate da Kabul per tornare nella loro provincia, da sempre controllata dai talebani: «<em>Viviamo nascoste – </em>spiegano<em> –, le ritorsioni contro coloro che erano nelle liste di evacuazione, ma non sono riusciti a partire, sono terribili. Soprattutto se si tratta di donne. I talebani stanno andando casa per casa, le notizie che arrivano sono tremende: picchiano, rapiscono e uccidono senza la benché minima pietà</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Sogni</span> <span style="color: #ff6600;">infranti</span></h3>
<p>Chiedo dei loro sogni. Nilofar, la più spigliata e loquace delle due, vuole fare la medica. Malalai invece – con un sorriso timido, ma pieno di luce – dice che ha sempre desiderato diventare giornalista. «<em>Non è mai stato facile crescere qui</em> – sottolineano –<em>, proprio perché i talebani sono ostili all’istruzione e alla cultura, nelle scuole ci sono sempre stati continui attentati, le ragazze vengono rapite, le insegnanti prese di mira, ma tutto questo non ci ha mai fermate: nonostante i rischi, abbiamo continuato ad andare a lezione, perché per noi è importantissimo. Ora però è tutto finito, vorremmo proseguire gli studi, ma anche potendo, non ci verrà mai concesso di lavorare</em>». «<em>Ci riempie di gioia</em> – aggiungono – <em>sapere che invece, in altre parti del mondo, come da voi in Italia, le donne possono vivere nella libertà e diventare quello che desiderano. Vi chiediamo allora di non dimenticarci, di non lasciarci sole, di continuare a parlare di noi, a interessarvi di quel che ci accade. Fate sentire la nostra voce, qui è peggio di quel che potete immaginare. Non lasciate che ci annullino, aiutateci ad essere qualcuno. Aiutateci ad usare le nostre capacità per le donne che saranno dopo di noi</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">«Salvate almeno i bambini»</span></h3>
<p>Fa capolino nel video la piccola <strong>Fauzia</strong>, nipote delle gemelle e figlia di Ahmed. Ha sette anni, un piglio deciso e lo sguardo vivace, le poniamo la più banale delle domande: «<em>Fauzia, ti piace studiare?</em>». «<em>Certo</em> – risponde –. <em>Ma</em> – rilancia – <em>non lo sapete che qui c’è la guerra e non mi lasceranno più andare a scuola?</em>». Intervengono anche la mamma e la nonna della piccola. Due donne forti, la prima ha 25 anni, la seconda 45. Ahmed mi racconta con orgoglio che sua madre ha tenuto testa più volte e senza paura ai talebani. Intanto, la più giovane delle due ci dice di aver perso le speranze di raggiungere l’Italia, ma aggiunge: «Vi imploro, fate venire da voi almeno i bambini, loro hanno tutta la vita davanti». «Cerchiamo di resistere – le fa eco la madre di Ahmed –, ma non so per quanto, manca tutto, acqua, cibo, medicine. Il bimbo più piccolo non mangia, è traumatizzato dai corpi straziati dei morti che ha visto in aeroporto dopo l’attentato. E non possiamo nemmeno andare da un medico. Trascorriamo i nostri giorni aspettando solo che vengano a sgozzarci».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Immobilità internazionale</span></strong></h3>
<p>In queste ore sono numerose le persone che si stanno mobilitando per questa ed altre famiglie: venerdì 3 settembre in piazza Matteotti a Udine, ad esempio, un centinaio le persone che hanno risposto all’appello a manifestare delle «<strong>Donne in nero</strong>». Ma le risposte che arrivano – soprattutto dai politici, anche del nostro territorio, con ruoli nazionali – sono laconiche e formali: «al momento non si può fare nulla», «vedremo», «faremo». E aggiungono: «<em>Ora l’obiettivo è la massima assistenza alla popolazione afghana, a partire dalla “seconda fase”, su cui tutta la comunità internazionale si dovrà impegnare</em>». Già, nel frattempo, nell’attesa della “seconda fase” c’è chi cerca – oltre ogni nostra immaginazione – di sopravvivere all’indicibile.<br />
Una buona notizia giunge mentre il giornale sta andando in stampa; nella sua informativa al Senato, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha dichiarato: «C’è rammarico e forte preoccupazione per chi non è riuscito a partire dall’Afghanistan e la Difesa offre piena disponibilità per eventuali ulteriori operazioni di evacuazione dal Paese».</p>
<p>Pubblicato sull’edizione dell’8 settembre 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
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		<title>Siria &#124; Dal Friuli al Rojava, la missione umanitaria del medico udinese Stefano Di Bartolomeo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2021 03:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci anni esatti di guerra. 500 mila morti. Sei milioni di profughi e altrettanti di sfollati interni. L’80 per cento della popolazione ridotta in condizioni di...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/siria-guerra-10-anni/" target="_blank">Dieci anni esatti di guerra</a>. 500 mila morti. Sei milioni di profughi e altrettanti di sfollati interni. L’80 per cento della popolazione ridotta in condizioni di povertà e due milioni e mezzo di bambini che non possono frequentare la scuola. Il regime di Assad, intanto, con buona pace dei morti, è rimasto al suo posto. È questa la mostruosa contabilità della guerra in Siria, una tragedia umanitaria dalle dimensioni indicibili.</p>
<p>Eppure, ormai da tempo, i siriani sono stati abbandonati al loro destino. Figurarsi ora che il mondo è abitato dal Covid 19. Non per tutti però la Siria è scivolata nell’oblio, è il caso del friulano <strong>Stefano Di Bartolomeo </strong><em>(nella foto in alto, in Iraq)</em>, medico specialista in Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Udine che è rientrato da pochi giorni da una missione di tre settimane nel nordest del Paese, insieme a lui la collega Chiara Pravisani.</p>
<div id="attachment_2010" class="wp-caption alignright" style="width: 645px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Di-Bartolomeo-e-Pravisani.jpg"><img class="size-large wp-image-2010" alt="I medici friulani Chiara Pravisani e Stefano Di Bartolomeo in Siria" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Di-Bartolomeo-e-Pravisani-1024x768.jpg" width="635" height="476" /></a><p class="wp-caption-text">I medici friulani Chiara Pravisani e Stefano Di Bartolomeo in Siria</p></div>
<p>Al suo attivo – oltre a un diploma in Medicina tropicale conseguito a Londra e un dottorato di ricerca e una specializzazione in Igiene ed Epidemiologia – Di Bartolomeo ha un lungo curriculum “di guerra”. A partire dalla fine degli anni Novanta ha infatti preso parte a diverse missioni umanitarie internazionali con la Croce Rossa e con Medici Senza Frontiere. È stato in Sud Sudan, in Eritrea e in Darfur. E ancora in Yemen, in Myanmar e in Iraq, a Mosul durante la sua caduta. E poi in Kenya, Ucraina, Siria, appunto, e in Nigeria. Missioni lunghe, di mesi, compiute prendendo periodi di aspettativa, questa volta invece – essendo questo un tempo di emergenza sanitaria – ha impiegato le ferie maturate.</p>
<h3><strong>La missione in Rojava</strong></h3>
<p>«<em>C&#8217;era la necessità</em> – spiega Di Bartolomeo che incontriamo all’ospedale di San Daniele, dove attualmente presta servizio – <em style="font-size: 15px;">di medici anestesisti per l’avvio di tre rianimazioni Covid nel nordest del Paese, una missione breve con l’ong italiana <a href="https://www.unponteper.it/it/" target="_blank">Un ponte per</a> (realtà che dal 1991, a partire dalla guerra in Iraq, lavora in Medio Oriente, ndr), così la collega Pravisani e io ci siamo resi disponibili insieme al primario di rianimazione di Rimini e un altro medico di Rieti. Si è trattato di affiancare il personale sanitario locale, in un momento difficile e in una realtà complessa, in cui al conflitto si sovrappone la pandemia, proprio in questo momento infatti è in corso una nuova ondata di contagi. Per altro quando abbiamo lasciato la Siria, il 29 marzo, nel Paese c’erano reagenti per processare i tamponi e dunque diagnosticare il Covid, per poco più di due settimane</em><span style="font-size: 15px;">».</span></p>
<p>L’area in cui i due medici friulani hanno operato è quella curda del <a href="https://ilmanifesto.it/dalla-rivoluzione-del-rojava-e-nata-una-societa-nuova/" target="_blank">Rojava</a> – da sempre invisa al Governo di Damasco – che abbiamo imparato a conoscere per il ruolo fondamentale giocato nel contrasto all’Isis (ben presto dimenticato dall’Occidente) e per uno straordinario esperimento di autogoverno. Un territorio che ha subito anche l’occupazione turca e che da luglio 2020 – a causa della mancata proroga, su pressione di Cina e Russia, della risoluzione 2504 delle Nazioni Unite che negli ultimi 6 anni aveva consentito l’ingresso di aiuti umanitari – ha difficoltà nell’approvvigionamento di medicinali e cibo. Anche l’arrivo dei vaccini è un miraggio, un percorso ad ostacoli pure per il <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2021/04/24/covax-vaccini-paesi-poveri/" target="_blank">progetto Covax</a>, l’iniziativa dell’Oms per la distribuzione globale ed equa dei vaccini.</p>
<div id="attachment_2012" class="wp-caption alignright" style="width: 645px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/ponte-iraq.jpeg"><img class="size-large wp-image-2012" alt="Il ponte di barche sul Tigri, tra Iraq e Siria. Da qui, prima dello stop Onu (voluto da Cina e Russia) passavano gli aiuti umanitari" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/ponte-iraq-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a><p class="wp-caption-text">Il ponte di barche sul Tigri, tra Iraq e Siria. Da qui, prima dello stop Onu (voluto da Cina e Russia) passavano gli aiuti umanitari</p></div>
<h3><strong>Guardare il mondo dalle aree di crisi</strong></h3>
<p>«<em>È un privilegio</em> – racconta il medico – <em>poter lavorare in questi contesti, vedere con i propri occhi quel che accade, essere d’aiuto. Si resta legati per sempre a un popolo, tanto più oggi che con strumenti come whatsapp si può rimanere in contatto, ho potuto rivedere colleghi, infermieri e traduttori. Ero stato nel nordest della Siria nella fase delicata della liberazione di <a href="https://it.euronews.com/2021/03/18/fuggire-da-raqqa" target="_blank">Raqqa</a>, la città che era diventata roccaforte dello Stato islamico. Oggi la situazione è più rilassata, ma gli equilibri sono precari e il contesto può cambiare velocemente. Di ricostruzione se ne vede pochissima, la devastazione è ancora impressionante</em>».</p>
<p>«<em>L’ong “Un ponte per”</em> – prosegue Di Bartolomeo – , <em>presente in quest’area dal 2015, gode di grandissima fiducia sul territorio, insieme al partner locale, la Mezzaluna Rossa Curda, negli anni ha realizzato molto, noi abbiamo contribuito all’avvio delle tre terapie intensive Covid, nelle città di Derek, Tabqa e Mambij. Le criticità sono numerose, a partire dalla formazione del personale locale, basti pensare che se in Italia tra i malati Covid che vengono intubati la mortalità è del 30%, in contesti come lo Yemen tale percentuale arriva a sfiorare anche il 90%. Questo per dire che non basta aprire un reparto di rianimazione, serve molto altro. In ragione di ciò, quello che cerchiamo di fare è lavorare avendo come obiettivo standard elevati, il più possibile vicini ai nostri. Negli anni la cooperazione umanitaria è cambiata molto, è finito il tempo della “medicina eroica” in cui si partiva all’insegna dell’“andiamo e facciamo, sarà sempre meglio di niente”, al contrario, si traccia una linea di qualità al di sotto della quale non si può stare</em>».</p>
<p>Gli chiediamo delle persone che ha incontrato, la voce e gli occhi si aprono in un sorriso pieno di emozione. «<em>In questo lavoro incroci storie che ti fanno capire quanto il nostro benessere sia una bolla</em> – spiega Di Bartolomeo –. <em>Penso a un’amica farmacista trentenne che mi ha confidato di sentirsi come se addosso di anni ne avesse cinquanta, sulle sue spalle ha il mantenimento della famiglia, ne va fiera, ma è un peso complicato da portare, i suoi fratelli sono riusciti a raggiungere l’Europa tramite le rotte migratorie che ben conosciamo, viaggi pericolosissimi e dall’esito incerto, ma che rappresentano l’unica speranza di futuro per tante famiglie. Se si cercasse di capire quello che accade in Siria, se si avesse idea della devastazione di questi Paesi, lo sguardo dell’opinione pubblica sul fenomeno dell’immigrazione sarebbe ben diverso, più umano. Ho vissuto diversi contesti di guerra, ma alla sofferenza non ci si abitua mai</em>».</p>
<p>Intanto le preoccupazioni del regime siriano sono ben altre, domenica scorsa, infatti, è stato annunciato che il <a href="https://www.agi.it/estero/news/2021-04-18/elezioni-presidenziali-in-siria-convocate-assad-12217981/" target="_blank">26 maggio si terranno le elezioni presidenziali</a>, le seconde da quando il Paese è in guerra. Elezioni non libere e dall’esito scontato.</p>
<p style="text-align: right;">Anna Piuzzi</p>
<p style="text-align: left;"><em>Articolo pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, La Vita Cattolica, edizione del 21 aprile 2021.</em></p>
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		<title>25 aprile 2021 guardando a Ondina Peteani &#124; Intervista con Marta Cuscunà</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2021 08:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[O​​ndina Peteani non visse la gioia della Liberazione. Quel 25 aprile lei si trovava «assieme a una babele di relitti umani a più di mille chilometri...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>O​​ndina Peteani non visse la gioia della Liberazione. Quel 25 aprile lei si trovava «<em>assieme a una babele di relitti umani a più di mille chilometri di distanza</em>». Era sopravvissuta ad Auschwitz, ma «<em>irrimediabilmente provata nel fisico e brutalizzata nella mente</em>». A raccontare la vita di questa straordinaria donna – che a 18 anni scelse di diventare staffetta partigiana, che venne catturata e poi internata come prigioniera politica, che sopravvisse all’orrore dei lager perché animata dalla Resistenza («<em>sinonimo del nostro irrefrenabile bisogno di Libertà</em>») – è l’attrice e autrice monfalconese <a href="https://www.martacuscuna.it" target="_blank"><strong>Marta Cuscunà</strong></a>, in uno spettacolo intenso ed emozionante: «<em><strong>È bello vivere liberi!</strong></em>» che è andato in scena venerdì 23 aprile alle 21 in streaming dal teatro Lavaroni di Artegna, nell’ambito della rassegna dell’Ert.</p>
<p>Ondina rientrò a Trieste nel luglio del 1945, impiegò tre mesi per percorrere 1300 chilometri. Divenne ostetrica e l’impegno politico e la passione civile furono la costante di tutta la sua vita, innervata da un profondo e radicale senso di solidarietà. Che cosa possono trasmetterci oggi, in un tempo inedito e tanto complesso, l’esperienza della Resistenza e la vita di Ondina? Lo abbiamo chiesto proprio a Marta Cuscunà.</p>
<p><strong>Cuscunà, quanto e come è attuale celebrare e vivere la Festa della Liberazione a 76 anni di distanza?</strong></p>
<p>«Rispondo con una scelta che ho fatto. Insieme all’Ert ho voluto che ad Artegna, in sala, ci sia la sagoma di Patrick Zaki perché in questo momento non c’è figura che renda più evidente il fatto che quello che è accaduto ad Ondina continua a succedere e dobbiamo farcene carico. Una vicenda, quella dello studente egiziano, che si ricollega a quella di Giulio Regeni rispetto alla quale non siamo ancora riusciti ad ottenere verità e giustizia. Nei giorni scorsi poi, il portale web dell’Anpi nazionale, nel quale è stato realizzato il memoriale digitale della Resistenza, ha subito un attacco hacker. Insomma, la violenza fascista ha forme diverse, ma esiste ancora».</p>
<p><strong>Ondina subì l’indicibile, ma non smise di “ricostruire” per tutta la sua vita, anche all’indomani del terremoto del 1976, per dirne una, mise in piedi la prima tendopoli, cosa ci dice per il tempo che stiamo vivendo?</strong></p>
<p>«Ci dice che dobbiamo mettere da parte le paure e trovare la strada per rinascere e ricostruire. A colpirmi della sua biografia è proprio il fatto che ha sempre agito per contrasto alle avversità. Ne è un esempio la sua scelta di diventare ostetrica, che derivò dall’essere uscita dai lager sterile: reagì a quella dolorosa privazione facendo nascere i figli degli altri, dedicandosi sempre alle prospettive di futuro. Lo fece, per altro, dentro una cornice di condivisione, di sorellanza, di solidarietà».</p>
<p><strong>Dedicarsi alle prospettive di futuro vuol dire anche dedicarsi ai giovani…</strong></p>
<p>«Esattamente, e lei lo fece. Organizzava i viaggi con i “giovani pionieri” e gruppi di lavoro in cui la sua principale attività era avviare il discorso politico con ragazzi e ragazze giovanissimi, proprio perché le rivoluzioni devono essere fatte da chi ha il futuro davanti. Anche in tale frangente dovremmo tenere il suo esempio come stella polare, soprattutto in un momento in cui, a partire dalla scuola, le giovani generazioni sono state messe da parte. In questa pandemia le necessità dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze non sono state e non sono una priorità».</p>
<p><strong>Continuiamo a parlare di giovani, prima della pandemia era iniziata una nuova fattiva stagione di impegno civile da parte loro nel segno della tutela dell’ambiente, e ora?</strong></p>
<p>«Nel mio ambito lavorativo, quello dello spettacolo, l’esplosione dell’autorganizzazione è stata evidentissima. Purtroppo nel momento in cui le istituzioni ti ignorano, l’unico modo che hai per prendere la parola è fare delle azioni significative, non è un caso che dopo oltre un anno di pandemia noi siamo arrivati ad occupare un teatro (<em>il Globe di Roma, ndr</em>) e a quel punto il ministro Franceschini è venuto a dialogare con noi. In qualche modo questa situazione ci costringe ad azioni, pacifiche, ma evidenti e scomode, per prenderci uno spazio e un ascolto che altrimenti non ci sarebbe dato. Mi auguro dunque che le giovani generazioni riescano a trovare la forza per prendersi uno spazio che noi adulti non abbiamo una gran voglia di concedere loro».</p>
<p><strong>Hai citato il suo lavoro, il settore dello spettacolo è tra i più piegati dalla pandemia. Ondina, prima di diventare staffetta, aveva fatto l’operaia nei cantieri navali di Monfalcone, fu anche lì che maturò una consapevolezza rispetto al tema dei diritti e della dignità, altro tema scottante in questo 25 aprile.</strong></p>
<p>«In Ondina c’era una radicata e profonda idea di giustizia sociale, desiderata e cercata per tutte e per tutti. Mi piace ricordare che uno degli slogan fondamentali di chi come me ha manifestato in questa pandemia è stato “non solo per noi, ma per tutt*”, dunque la consapevolezza che la precarietà sfrenata (che nel nostro settore veniva chiamata “atipicità”), in realtà non è altro che sfruttamento e assenza di diritti. Questa lotta quanto più è comune, quanto più va a intersecare i problemi che altri lavoratori hanno in altri settori, tanto più sarà efficace. Siamo consapevoli che non solo il mondo dello spettacolo, a livello lavorativo e contrattuale, deve essere riformato. Dunque in questo 25 aprile anche la parola insieme va riscoperta».</p>
<p><strong>Nelle tue riflessioni ricorre di frequente la parola “consapevolezza”, è forse il punto da cui partire in questo 25 aprile per percorre la strada che Ondina ci mostra?</strong></p>
<p>«Lei lo diceva chiaramente, anche perché uno degli stereotipi che venivano appiccicati ai partigiani e alle partigiane, era che – vista la loro giovanissima età – erano degli incoscienti. Ondina invece ribadiva “non eravamo incoscienti, eravamo entusiasti”: agivano in un contesto in cui la formazione politica era importantissima, proprio per maturare una consapevolezza che va continuamente rinnovata e radicata nel presente. Anche per questo mettiamo in scena lo spettacolo, pur sapendo che non è teatro, lo facciamo per dare un segno di resistenza, perché la storia di Ondina – oggi più che mai – merita di essere condivisa».</p>
<p>(«[…] <em>Noi giovani ci eravamo schierati. Avevamo deciso da che parte stare. E oltre a un ideale forte, quello che ci aveva aiutati, era essere straordinariamente felici. Un rigoglioso altruismo ci aveva uniti nella consapevolezza. Non era incoscienza, ma era entusiasmo. Un grande entusiasmo, perché eravamo profondamente convinti, tutti, uomini e donne, di combattere per un mondo migliore”, in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminil</a></em><a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">i», Forum editrice</a>, ndr).</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Anna Piuzzi</strong></p>
<p>(<em>Intervista pubblicata sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 21 aprile 2021)</em></p>
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		<title>Riabitare le aree interne &#124; Intervista con Giovanni Carrosio</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2020 09:52:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sin dal lockdown si è parlato – anche in ragione delle possibilità offerte dallo smart working – di rinascita dei borghi spopolati e di “occasione” per...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sin dal lockdown si è parlato – anche in ragione delle possibilità offerte dallo smart working – di rinascita dei borghi spopolati e di “occasione” per la montagna e le aree interne alimentata da un desiderio di vivere in contesti dove la densità abitativa sia più rarefatta. Ma bastano questi due elementi per rendere concreta tale possibilità? Decisamente no.</em></p>
<p><i>Ne ho parlato con </i><strong style="font-style: italic;">Giovanni Carrosio</strong><i>, sociologo dell’ambiente del territorio dell’Università di Trieste, tra gli autori delle “parole chiave” contenute in questo prezioso volumetto, </i><a style="font-style: italic;" href="https://www.donzelli.it/libro/9788855221092" target="_blank">«Manifesto per riabitare l’Italia»</a><i> (Donzelli). Qui sotto trovate l’intervista e un pezzo sull&#8217;esempio virtuoso di Topolò/Topolove. In redazione a Vita Cattolica le sollecitazioni di Carrosio ci sono sembrate davvero interessanti, così le abbiamo sottoposte ad alcuni Sindaci della nostra montagna per dar vita a uno spazio di riflessione sulle pagine del giornale. Sul numero in edicola prendono la parola la sindaca di Prato Carnico, Erica Gonano, e il primo cittadino di Stregna, Luca Postregna. E il professor Mauro Pascolini, coordinatore dell&#8217;Officina per la Montagna dell&#8217;Università di Udine.</i></p>
<p>Intanto ecco l&#8217;intervista con Carrosio sul numero di mercoledì 30 settembre 2020 de «La Vita Cattolica»</p>
<h3></h3>
<h2><span style="color: #ff6600;">Carrosio: «Per far vivere i territori serve ripensare infrastrutture e servizi»</span></h2>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_1962" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/10/s200_giovanni.carrosio.jpg"><img class="size-full wp-image-1962" alt="Giovanni Carrosio" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/10/s200_giovanni.carrosio.jpg" width="200" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Giovanni Carrosio</p></div>
<p><span style="color: #000000;">È tempo, ora più che mai, di consapevolezza. Serve capacità di pensiero, collettiva, per raccogliere l’eredità della pandemia e insieme ad essa anche le sfide e le opportunità che ci offre. Una su tutte quella del rilancio – ma per davvero – delle aree interne, attraverso cui far rinascere la montagna, invertendo la rotta dello spopolamento. Abbiamo imparato che lo smartworking è un’opportunità importante, ma da sola non può bastare. Ne abbiamo parlato con <strong>Giovanni Carrosio</strong>, sociologo dell’ambiente e del territorio dell’Università di Triste, esperto di transizione energetica, questioni ambientali, sviluppo rurale e coesione territoriale. </span></p>
<p><strong>Professore, la pandemia come opportunità, lo è davvero?</strong></p>
<p><strong></strong>«Durante il lockdown il tema della pandemia come evento capace di modificare radicalmente le nostre traiettorie di vita e di pensiero, è stato molto di moda, innescando il dibattito sul rapporto tra quella serrata e il nostro modo di vivere e di abitare. La posizione prevalente era “nulla sarà come prima”. Su questo sono stato sempre molto critico, ma certamente convengo sul fatto che la pandemia, scremata di tutta la sua tragicità, sia un’occasione da non sprecare, in cui tante cose che prima non si potevano nemmeno dire, ora sono diventate esigibili».</p>
<p><strong>Una su tutte, l’inversione di rotta rispetto all’inurbamento.</strong></p>
<p>«Per trent’anni le politiche sono state costruite sulla convinzione che l’inurbamento fosse un processo immodificabile. Ora invece, nell’opinione pubblica, c’è l’idea che vivere al di fuori dei grandi agglomerati può tornare ad essere una scelta di vita, soprattutto in forza delle possibilità offerte dallo smartworking».</p>
<p><strong>Sembra però esserci in agguato un “ma”.</strong></p>
<p>«Dal mio punto di vista non è una traiettoria inevitabile, nel senso che, per fa sì che questo accada, bisogna fare delle scelte: modificare il modo in cui pensiamo all’infrastrutturazione del nostro Paese, alla collocazione dei luoghi della cultura, alla localizzazione delle università, degli ospedali e così via. Qui si apre una battaglia culturale e politica: se queste decisioni vengono prese possiamo allora parlare di ripopolamento delle aree interne, ma se, al contrario, si va in un’altra direzione è difficile che il comportamento di pochi riesca a dettare l’agenda. Lo spazio di possibilità che si è aperto va riempito di volontà politica».</p>
<p><strong>C’è anche la questione ambientale.</strong></p>
<p>«Sì, perché oltre alla ricerca di zone più rarefatte dal punto di vista della densità abitativa, dove esistono naturalmente delle forme di distanziamento sociale, c’è il tema, non nuovo, del cambiamento climatico. Le città stanno diventando sempre più calde, le persone cercheranno quindi sempre di più territori “in vantaggio climatico”. Ma anche qui ci sarebbe bisogno di una politica lungimirante per dar vita a un Paese policentrico, un’Italia cioè sempre più diffusa anziché concentrata».</p>
<p><strong>Molte aspettative ruotano attorno al Recovery Fund.</strong></p>
<p>«In Italia abbiamo un ministro, Giuseppe Provenzano, che si occupa di meridione e di coesione territoriale, quindi anche di aree interne, e che, a differenza di molte altre figure che hanno ricoperto quel ruolo, è sensibile a questa tematica e si sta impegnando perché una buona parte dei fondi sia utilizzato per immaginarsi delle politiche di deconcentrazione della popolazione sul territorio ».</p>
<p><strong>Cosa serve perché favorire l’auspicato policentrismo territoriale?</strong></p>
<p>«Il grande deficit che affligge le aree interne in questo momento riguarda i diritti di cittadinanza. Negli ultimi trent’anni si è ragionato secondo la logica delle economie di scala, tagliando servizi dove in termini economici non c’erano le garanzie della loro sostenibilità. Non c’è una determinata quota di bambini? Chiudo la scuola. Non c’è un sufficiente numero di parti? Chiudo il punto nascita. Per il reinsediamento bisogna invertire rotta: ideare una scuola innovativa, attrattiva, un modo nuovo di organizzare i punti nascita nei territori, una mobilità pubblica adeguata. Serve un investimento coraggioso capace di innescare un cambiamento. In Italia ci sono già esperienze che vanno in questo senso, interessantissime ed efficaci, ma purtroppo sporadiche».</p>
<p><strong>Questo richiede che anche i territori si mettano in gioco in maniera propositiva.</strong></p>
<p>«Certamente, devono uscire da una logica difensiva e rivendicativa che chiede il mantenimento dei servizi “dove sono e come sono”, una mentalità molto presente in Friuli-Venezia Giulia. La logica vincente è ripensarsi, mantenere sì i servizi, ma renderli attrattivi su territori difficili».</p>
<p><strong>La nostra regione, negli anni, sembra aver fatto un percorso in parte inverso, ad esempio tagliando i servizi soprattutto per quel che riguarda la sanità.</strong></p>
<p>«Sì, e colpisce molto perché il Friuli-V.G. ha fatto scuola nel mondo per come si possa fare medicina di territorio, penso ad esempio all’esperienza delle “micro aree” di Trieste: declinata sulle aree interne quell’esperienza potrebbe essere capace di mantenere una prossimità dei servizi con le persone che vivono nei luoghi».</p>
<p><strong>Una questione che tiene banco è quella dei punti nascita.</strong></p>
<p>«La questione non è “punto nascita sì” o “punto nascita no”, sarebbe più produttivo ragionare sulle possibilità di una medicina di territorio. Ammesso che si debba chiudere il punto nascita, bisogna allora avvicinare dei servizi alla donna incinta: incidere di più con la pediatria di iniziativa, con l’ostetrica che sta sul territorio, con l’infermiere di comunità. E poi c’è un altro passaggio da fare con urgenza».</p>
<p><strong>Quale?</strong></p>
<p>«Abbandonare la retorica secondo cui l’immigrazione rappresenta la fine dell’identità. Mi ha molto impressionato il fatto che il vicepresidente del Consiglio regionale nei giorni scorsi abbia girato la Carnia per raccogliere firme contro “l’invasione”, chiamandola addirittura “sostituzione etnica”. La chiusura all’arrivo di chiunque è una condanna. I numeri sono chiari e ci dicono che o arriva gente da fuori – che può essere il triestino, lo sloveno, ma anche il congolese – oppure anche le identità materiali di questi luoghi moriranno».</p>
<p><strong>Identità materiali, dal paesaggio al formaggio tipico?</strong></p>
<p>«Sì, quei beni che chi vive lì riproduce da secoli e che con lo spopolamento si degraderanno sempre di più. In altri luoghi d’Italia, dove i migranti sono arrivati e si sono inseriti nelle filiere locali del lavoro, dall’allevamento alla cura del bosco, sono state messe  in sicurezza le identità di quei territori. Chi è ad esempio a lavorare, all’interno della filiera del Parmigiano Reggiano, negli allevamenti? Soprattutto indiani e pachistani. Mi rendo conto che, in questo momento, sia molto difficile uscire dalla retorica dell’invasione, ma è necessario farlo».</p>
<p><strong>Anna Piuzzi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #ff6600;">Topolò/Topolove. L&#8217;ostinato borgo che sta rinascendo grazie alla cultura e alla rete</span></h2>
<p>È una storia di tenacia quella di Topolò/Topolove, innervata da una straordinaria capacità di desiderare e di costruire con ostinazione il proprio futuro. Sulla strada di Clodig, a Grimacco, il paese lo si vede apparire, come una luminosa sorpresa, nel verde dei boschi della valle del torrente Coderiana. Eppure proprio qui la storia ha infierito più che altrove, con violenza. Il confine con l’allora Jugoslavia si fece all’improvviso cortina di ferro,  e da allora a Topolò non si poté più fare una lista innumerevole di cose: non coltivare, nemmeno ospitare persone nelle proprie case, vietato anche scattare una fotografia nei boschi. Così, come un’emorragia, l’emigrazione ha fatto il resto, il 90% della popolazione se n’è andato per vivere una vita che potesse dirsi normale.</p>
<p>Ma dicevamo della tenacia e della forza delle idee. Da ventisette anni il paese è lo spazio in cui prende vita un laboratorio a cielo aperto: <a href="http://www.stazioneditopolo.it/Postaja-2020/index_edizione2020.php" target="_blank">«Stazione Topolò»</a> che nel nome porta con sé la volontà di lasciarsi alle spalle un passato di chiusura non voluta ed essere al contrario crocevia di persone, pensiero e popoli. Ed è l’arte a farla da padrona perché qui si è scelto di curare le ferite con il balsamo della bellezza, così a luglio (nel 2020 eccezionalmente a settembre a causa della pandemia) il piccolo borgo ospita artisti da tutto il mondo e, di anno in anno, è diventato un punto di riferimento per chi desidera sperimentare, innestando la propria arte in una realtà dal tessuto culturale arcaico che ha resistito agli urti della storia. E ora questa dedizione nel coltivare la cultura sta dando frutto, anche grazie alla tecnologia. Topolò, infatti, si sta ripopolando. A raccontarcelo è <strong>Moreno Miorelli</strong> che della Stazione è – insieme a Donatella Ruttar e Antonella Bucovaz – direttore artistico. «Fino a non molto tempo fa – spiega – a Topolò abitavamo, come residenti fissi, in tredici. Ora, nel giro di appena due anni, siamo in ventuno, le otto persone che hanno scelto di venire a vivere qui sono tutti giovani, singoli, coppie e una famiglia con due bambini, che tra l’altro a breve avrà un nuovo nato che ci farà salire addirittura a quota ventidue. E non è tutto, ci sono altre persone che stanno cercando casa. È questo il risultato dell’aver scommesso sulla cultura e sull’arte perché tutti coloro che si sono trasferiti – o che sono in procinto di farlo – sono attratti dal progetto culturale, hanno scelto Topolò perché qui c’è la “Stazione”. Certo, la tecnologia ha aiutato la realizzazione di questo sogno, perché sarebbe impensabile vivere qui senza internet che oggi, lo sappiamo bene, serve anche a lavorare a distanza, un aspetto questo che bisogna anzi potenziare».</p>
<p>Un lavoro dunque lungo e ostinato, ma che può insegnare molto anche ad altri territori. «Abbiamo acceso i riflettori sul nostro borgo – continua Miorelli – e l’interesse che ha suscitato è stato straordinario, le rete di collaborazioni è vastissima dalla Spagna all’Olanda. L’ultima in ordine di tempo riguarda un gruppo di architetti dello studio Wild, di Amsterdam, che sta cercando di acquistare un rudere in una posizione davvero molto bella per trasformarlo in una casa di produzione culturale aperta a tutti. E c’è anche molto altro che si sta muovendo». Nelle tre settimane della Stazione 2020, poi, a Topolò c’è stata anche Radio France international.</p>
<p>Anche noi, in occasione della Stazione, siamo saliti a Topolò in una splendida giornata di sole, vederla abitata da giovani artisti, ma anche raggiunta da tante persone che volevano godere di performance, incontri, concerti e molto altro ancora in un luogo a dir poco suggestivo allarga davvero il cuore. Qui, infatti, tutto si svolge nelle piazzette, lungo le vie, nei prati nel bosco e nelle case private, utilizzando quello che c’è, senza stravolgere il luogo che resta, appunto, motore principale e non scenario passivo di quel che accade.<br />
<strong>Anna Piuzzi</strong></p>

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		<title>Intervista &#124; 8 marzo con le «Resistenze femminili» di Marta Cuscunà</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 06:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1913" alt="forum" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum-217x300.jpg" width="217" height="300" /></a>È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà ed emancipazione che attraversa la storia e si rende visibile nella vita di donne forti e determinate. Quel filo, <a href="https://www.martacuscuna.it/" target="_blank">Marta Cuscunà</a>, lo cerca da sempre e lo tiene saldamente in mano. Non solo. Grazie alla sua straordinaria abilità narrativa ce lo porge con generosità: è la consapevolezza che solo una piena parità di diritti tra i generi farà progredire una società oggi così tanto in affanno. Alla vigilia dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, ci troviamo nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus. A isolarlo per primo in Italia, è stato un <a href="https://www.corriere.it/salute/20_febbraio_02/squadra-donne-che-ha-isolato-virus-notti-microscopio-poi-salti-gioia-06752d5c-460a-11ea-89f5-524fb04840d5.shtml" target="_blank">team di donne</a>, un’eccellenza del bel paese, eppure parecchia stampa nostrana si è permessa di chiamare quelle ricercatrici – titolate tanto quanto i colleghi uomini – <a href="https://www.corriere.it/scuola/universita/cards/coronavirus-non-chiamatele-signore-o-ragazze-sono-scienziate/tre-signore-meridionali_principale.shtml" target="_blank">«le ragazze dello Spallanzani»</a>. Che fare dunque? Cosa insegna la storia? Quale ruolo rivendicare (ancora) oggi? L’ho chiesto proprio all’autrice e performer di teatro visuale, Marta Cuscunà. È infatti fresco di stampa – pubblicato dalla <a href="https://forumeditrice.it/" target="_blank">Forum Editrice Universitaria Udinese</a> e sostenuto dalla Consigliera di Parità della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – il volume <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminili»</a> che raccoglie la trilogia dei suoi testi teatrali  su donne e uomini che, in tempi e luoghi diversi, hanno escogitato nuove forme di resistenza a una società sbilanciata al maschile («È bello vivere liberi!», «La semplicità ingannata» e «Sorry, boys»).</p>
<p><strong>Marta, il tuo lavoro tiene insieme storie di donne diversissime che, in tempi lontani tra loro, hanno giocato un ruolo importante nella rivendicazione di un’uguaglianza dei diritti, dalla staffetta partigiana Ondina Peteani alle Clarisse di Udine del Cinquecento. Cosa ci restituisce questo viaggio?</strong></p>
<p>«Innanzitutto la consapevolezza che i semi di questa rivolta delle donne per riuscire ad avere un ruolo nella società sono sparsi in diverse epoche, mentre nell’immaginario collettivo il femminismo e la rivendicazione dei diritti delle donne vengono fatti risalire quasi esclusivamente al ’68. È invece importante aver coscienza delle storie di tante donne che hanno coltivato questa utopia in epoche e contesti diversissimi».</p>
<p><strong>È un’utopia dunque?</strong></p>
<p>«Diciamo che è così che ce la rifilano, come un miraggio impossibile da raggiungere, invece le storie che ho incontrato sono vere e dunque possibili. Lasciano però l’amaro in bocca perché anche quelle lontanissime, penso proprio a “La semplicità ingannata” che approfondisce il tema della monacazione forzata e la presa di coscienza delle Clarisse di Udine, appunto nel Cinquecento, ci mostrano, purtroppo, analogie con la realtà contemporanea, a partire dagli squilibri che tuttora governano i rapporti tra uomini e donne».</p>
<p><strong>Eppure, proprio quelle suore Clarisse ci mostrano il grande beneficio che la società potrebbe trarre dalla parità, loro all’epoca trasformarono il  monastero in un centro di cultura.</strong></p>
<p>«Soprattutto non si accontentarono delle briciole che il sistema patriarcale concedeva loro con l’obiettivo di farle stare buone e mantenerle comunque dentro quel sistema che, ovviamente, le discriminava. È un insegnamento che ci deve mettere in guardia: ogni sistema concede briciole per accontentare chi rivendica qualcosa, ma le briciole non bastano per un cambiamento radicale del modello sociale. In questo tempo di crisi su ogni fronte – ambientale, economico e umanitario – abbiamo la dimostrazione che il modello patriarcale, che per secoli ci siamo portati dietro, è fallimentare e ha bisogno di essere cambiato».</p>
<p><strong>Non a caso anche in questi giorni di emergenza coronavirus i pregiudizi, derivanti da quel modello, non sono mancati…</strong></p>
<p>«Certo, la vicenda delle ricercatrici dello Spallanzani, ad esempio, sorprende perché siamo abituati ad avere degli eroi uomini. Qui, invece, sono donne e, per di più, non sono da sole, ma lavorano in team, sono comunità… ecco dunque che il sistema ha bisogno di parole rassicuranti e allora chiama quelle ricercatrici “ragazze”. Non dovremmo mai dimenticare, come continua a ripetere un’intellettuale come Michela Murgia, che le storie che ci raccontiamo costruiscono il mondo in cui viviamo e viceversa. Narrare storie diverse da quelle a cui siamo abituati può aiutarci a costruire un mondo nuovo».</p>
<p><strong>Quello che fai tu con la tua trilogia…</strong></p>
<p>«Sì, infatti nasce anche dal desiderio di narrare esempi positivi per riappropriarsi dell’idea di femminismo».</p>
<p><strong>E lo iscrivi in una dimensione comunitaria, Ondina Peteani, non fece la Resistenza per sé&#8230;</strong></p>
<p>«Addirittura si mise a disposizione di un Paese che pensava di poter fare a meno delle donne. Le storiche che si occupano del contributo che le donne diedero alla Resistenza, fanno emergere come a loro non fosse richiesto nulla: sarebbero potute restare a casa aspettando che la guerra e la dittatura si risolvessero. Parliamo di giovani donne, Ondina di anni ne aveva appena 17, che riuscirono a capire che il proprio contributo era fondamentale per cambiare il Paese e che la democrazia a cui aspiravano doveva prevedere un ruolo diverso per la donna. Conclusa la Resistenza però i loro stessi uomini le fecero tornare al “proprio posto”».</p>
<p><strong>E oggi – in mezzo a tutte queste crisi – c’è consapevolezza tra le giovani del ruolo da rivendicare?</strong></p>
<p>«Credo di sì, la trilogia va in scena da dieci anni, e mai come ora la mobilitazione giovanile, penso ai movimenti per il clima, ha avuto giovani donne come leader che, analogamente a Ondina, prendono la parola, si fanno carico di questa responsabilità. Non è un caso che proprio in questi giorni ci siano, da parte di chi le avversa, vergognosi attacchi che giocano proprio sul loro essere donne, umiliandone il corpo. È una storia che si ripete, è il prezzo del prendere parola in un mondo maschile. In questi dieci anni anche il movimento femminista è cambiato, è più globale, è diventato un’alleanza fortissima tra le donne. Credo che siamo arrivati a un punto di cui, un giorno, leggeremo sui libri di storia, un punto da cui non si torna più indietro».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Intervista pubblicata sull&#8217;edizione del 4 marzo 2020 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
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		<title>Iran e Iraq, ascoltando chi vive in Friuli</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 12:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Esattamente una settimana fa ci siamo svegliati con la notizia dell’attacco iraniano alle basi americane in Iraq. Come trattare a Udine, su una piccola testata locale,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Esattamente una settimana fa ci siamo svegliati con la notizia dell’attacco iraniano alle basi americane in Iraq. Come trattare a Udine, su una piccola testata locale, un argomento come questo, di politica internazionale? Dal mio punto di vista, attingendo alla ricchezza di un territorio abitato da persone che provengono da tutto il mondo, ascoltando che cosa vuol dire essere iraniani, iracheni, pakistani, etiopi o bengalesi. Così, mercoledì scorso, ho chiamato <em><strong>Medhi</strong></em>, in primo luogo un amico e collega, una persona splendida. Mehdi è iraniano, ma vive e lavora in Friuli ormai da quasi dieci anni. Rifugiato politico, è fuggito dal suo Paese nel 2009, a causa della feroce repressione delle manifestazioni contro l’elezione di Ahmadinejad. Qui sotto trovate l’intervista, dedicatele un attimo di tempo, perché in questi giorni leggiamo titoli come «scoppia la protesta in Iran», la verità è che la protesta non si è mai fermata: è stata colpita, repressa nel sangue, fiaccata, ma non muore, perché c’è un desiderio di libertà – soprattutto nei giovani – che resiste, nonostante la ferocia del regime, e che ha un disperato bisogno di non essere abbandonato a se stesso. Oltre all’intervista a Mehdi c’è anche un pezzo sull’Iraq, anche qui per scriverlo ho sentito un amico iracheno che vive e lavora qui, anche nel suo Paese c’è chi è in piazza da mesi. Dunque, buona lettura!</p>
<h2><span style="color: #ff6600;"><strong>Iran e Usa: venti di guerra. Una voce dal Friuli</strong></span></h2>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1888" alt="mehdi" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/01/mehdi-182x300.jpeg" width="182" height="300" /></p>
<p>Si fa beffe della pace il 2020, catapultandoci – in appena una manciata di giorni – in uno scenario cupo, in cui la minaccia di una guerra dalle proporzioni potenzialmente imprevedibili agita l’attualità. A preoccupare sono i rapporti tra Iran e Stati Uniti che, da tesi, sono diventati incandescenti. L’escalation giovedì 2 gennaio con l’uccisione – ordinata dal presidente americano Donald Trump – a Baghdad del generale iraniano Qassem Suleimani, uno dei più grandi nemici degli Stati Uniti degli ultimi anni e uno dei personaggi più potenti di tutto il Medio Oriente. Imponente la folla che ha partecipato ai suoi funerali, tanto che la calca ha provocato 56 morti e 213 feriti. L’acuirsi, prevedibile, nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 gennaio con la risposta iraniana: un attacco missilistico lanciato da Teheran contro le basi militari Usa in Iraq.</p>
<p>Numerosi sono i rifugiati politici che negli anni dall’Iran hanno riparato in Italia. Tra loro <em><strong>Mehdi Limoochi</strong> </em>(<em>nel riquadro</em>), operatore della Caritas diocesana di Udine, 39 anni, nel nostro Paese dal 2009 a seguito della repressione delle proteste contro l’elezione di Ahmadinejad.</p>
<p><b>Qual è la sua percezione degli eventi? Lo stato d’animo?</b></p>
<p>«La notizia dell’uccisione di Suleimani ha destato in me, da subito, una grande preoccupazione, si tratta della seconda persona più importante del regime iraniano, come presenza militare. Da tanti era considerato un eroe che ha difeso il Paese dall’Isis».</p>
<p><b>Da tanti, ma non da tutti.</b></p>
<p>«Proprio così. Negli ultimi mesi con il gruppo militare di cui faceva parte si era reso protagonista, come in passato, di una feroce repressione delle manifestazioni di piazza che erano scoppiate a novembre a seguito dell’aumento del costo del carburante e proseguite per chiedere, soprattutto da parte dei giovani, ancora una volta, più diritti: hanno ammazzato 1500 persone. È chiaro dunque che per tanti altri Suleimani non possa essere considerato un eroe. La società in altre parole è spaccata in due».</p>
<p><b>Lo scenario è in evoluzione, ma cosa si può prevedere?</b></p>
<p>«È difficile dirlo, perché la propaganda rende complicato capire come stiano davvero le cose. Alcuni, addirittura, sostengono che le notizie non siano vere, che l’Iran avrebbe venduto Suleimani, per avvicinare il momento del ritiro delle sanzioni. In quest’ottica l’attacco alle basi americane sarebbe solo una risposta dovuta, un modo per accontentare i pasdaran iraniani. Al di là di queste ricostruzioni, l’attacco iraniano deve metterci in allarme, se dovessero esserci nuove azioni di risposta da parte dell’America, non so dove si potrà finire, l’Iran non è l’Iraq con un regime che può crollare facilmente come quello di Saddam Hussein. E per altro il conflitto si allargherebbe ad altri Paesi dell’area. Le conseguenze sono inimmaginabili».</p>
<p><b>I suoi amici in Iran come la pensano?</b></p>
<p>«Le voci sono diverse, alcuni dicono che la situazione si congelerà prima di arrivare a una guerra vera e propria. Altri dicono che è meglio la guerra se può far cadere il regime: meglio il conflitto, piuttosto che continuare a vivere senza libertà. La maggior parte dei giovani non sopporta il regime. Anche se c’è un po’ di confusione».</p>
<p><b>In che senso?</b></p>
<p>«L’azione di Trump in alcuni ha fatto scattare un sentimento che induce a riconsiderare la figura di Suleimani come difensore del Paese. Un sentimento questo che la propaganda cerca di alimentare».</p>
<p><strong>Cosa c’è da augurarsi in questo momento?</strong></p>
<p>«Il nostro auspicio è che l’Europa abbia il coraggio e la forza di porsi come elemento di dialogo, specialmente sulla base dei risultati che l’accordo sul nucleare aveva dato e che ora rischiano di essere vanificati, soprattutto da quando Trump ha deciso di tirarsene fuori».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
<p>(Foto Ansa in evidenza tratta dal sito lastampa.it)</p>
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<h2><span style="color: #ff6600;">In Iraq popolazione stremata. In Piazza Tahrir i manifestati resistono</span></h2>
<p>«Manco dall’Iraq, ormai da 16 anni, ma queste nuove notizie di guerra sono un dolore profondo, il mio Paese non riesce a rinascere». A raccontare i suoi sentimenti è <b>S.</b>, rifugiato politico dal 2003 in Italia e che dal 2004 vive con la sua famiglia – la moglie e tre figli – in Friuli.</p>
<p>«L’Iraq – spiega – soffre da anni, non c’è mai stata una tregua: la guerra, l’embargo, l’invasione. Saddam Hussein è caduto da 16 anni, alla popolazione sono state fatte tante promesse, ma nessuna è stata mantenuta». «Uscivamo da una situazione storica in cui c’era un solo partito, al governo, è innegabile c’era una dittatura che teneva tutto sotto controllo. Io sono cristiano, la nostra minoranza non aveva mai avuto problemi. Per altro, abbiamo sempre convissuto per secoli. Ora c’è il caos, come sempre accade quando c’è un cambiamento di questo tipo, non è facile per la politica accordarsi».</p>
<p>E rispetto all’Iran? «In questo momento – evidenzia – la maggioranza al governo è sciita, come in Iran. Se ne parla poco, ma da mesi piazza Tahrir, a Baghdad, è piena di persone che, come in altri Paesi del Medio Oriente, sta protestando contro il governo che appunto è manovrato dall’Iran. Suleimani aveva una grandissima influenza nel Paese. La gente però è stanca, non vuole un governo religioso, ma laico, democratico che dia almeno alcuni diritti. È questo che si continua a chiedere, ma contro i manifestanti è stato aperto il fuoco, ci sono stati tantissimi morti. Eppure c’è ancora chi protesta, chi continua a restare in piazza, addirittura con le tende, durante la notte. I media dovrebbero raccontarlo».</p>
<p>«La situazione rischia di peggiorare. Il parlamento vuole mandare via gli americani, ma mi chiedo che cosa succederà dopo. Un nuovo embargo? Chi pagherà? La gente normale che è stremata. In questo scenario, rischiamo addirittura più dell’Iran».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
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		<title>Violenza sulle donne. In Friuli V.G. 700 casi l&#8217;anno. Intervista con Costanza Stoico</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Nov 2019 04:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[25 novembre]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[centri antiviolenza]]></category>
		<category><![CDATA[Costanza Stoico]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno sono circa 700 le donne che in Friuli-V.G. si rivolgono ai Centri antiviolenza per chiedere aiuto nella speranza di uscire dalla gabbia di violenza – fisica, sessuale, piscologica ed economica – in cui mariti, compagni e fidanzati le hanno costrette (<a href="https://www.consiglio.regione.fvg.it/cms/pagine/commissione-pari-opportunita/03_donne-contro-la-violenza/Centri_antiviolenza_1" target="_blank">qui indirizzi e numeri di telefono</a>). Cifre allarmanti su cui è necessario riflettere. Un’occasione è la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_per_l%27eliminazione_della_violenza_contro_le_donne" target="_blank">«Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne»</a>, il 25 novembre. Numerose le iniziative su tutto il territorio regionale con l’obiettivo di favorire un radicale cambio culturale. Ne abbiamo parlato con <strong>Costanza Stoico</strong> (<em>nel riquadro</em>), presidente dell’Associazione di Criminologia Forense e di Vittimologia del Friuli-V.G. e coordinatrice del progetto «Casa Noah», Comunità protetta, a Udine, rivolta a donne e bambine vittime di <a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/costanza_stoico.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-1875" alt="costanza_stoico" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/costanza_stoico-282x300.jpeg" width="282" height="300" /></a>ogni forma di violenza.<br />
<strong>La cronaca continua a registrare casi di femminicidio…</strong><br />
«È un fenomeno antichissimo, Anna Pasquinelli, dell’Università di Tor Vergata, ha studiato 150 mila epigrafi contenenti tracce, nell’antica Roma, di stalking e femminicidi, si tratta di vissuti similissimi a quelli che leggiamo oggi. Una storia che non si ferma, nel 2018 sono stati 106».<br />
<strong>E tanta violenza quotidiana.</strong><br />
«Dal 2008, cioè da quando la Commissione Pari Opportunità raccoglie i dati, in regione annualmente circa 700 donne si riferiscono ai centri antiviolenza».<br />
<strong>E c’è chi non denuncia.</strong><br />
«Il sommerso è enorme. Le donne che per questioni economiche, culturali o sociali non si recano agli sportelli è grande. C’è poi la paura di non essere credute. L’uomo violento gioca su questo fatto, manipola, ricatta, fa sentire la donna inadeguata. Ho seguito una signora che ha vissuto 30 anni di angherie: è dura ammettere che l’uomo con cui hai convissuto, con cui hai avuto figli, che hai amato ti ha usato violenza».<br />
<strong>Spesso, appunto, ci sono anche dei figli di mezzo.</strong><br />
«Nella maggioranza dei casi. Lavoro con questi bambini dal 1996. Oggi in particolare mi occupo degli “orfani speciali”, i bimbi cioè che hanno vissuto l’indicibile esperienza del papà che ha ucciso la loro mamma. Una realtà che esiste anche nella nostra regione, pensiamo alla figlia di Lisa Puzzoli, quando l’ex compagno uccise la sua mamma aveva solo 2 anni, oggi ne ha 9. Ci sono poi i bambini di Romina Ponzalli, quando venne uccisa, nel 2004, avevano 4 e 6 anni. A livello nazionale ci sono 2 mila “orfani speciali” tra i 5 e i 14 anni. Per fortuna dal 2018 c’è una legge che li tutela».<br />
<strong>Chi sono le donne che si recano ai centri antiviolenza della regione?</strong><br />
«È un fenomeno orizzontale, nella maggioranza dei casi parliamo di donne che hanno un diploma di scuola superiore e che sono occupate. Negli ultimi anni sono in aumento coloro che denunciano la violenza psicologica anzichè quella fisica, e cominciano ad essere molte le donne tra i 40 e i 60 anni. Nel 2008, invece, i dati registravano l’assoluta prevalenza di donne tra i 24 e i 44 anni e che denunciavano violenza fisica».<br />
<strong>Segno di una crescente consapevolezza?</strong><br />
«Certamente, ci sono donne anche di 60 o 70 anni che scelgono di uscire dall’ombra. Un tempo sarebbero rimaste nel silenzio».<br />
<strong>Andiamo a prima della violenza. Come fa una donna a scivolare nella rete di questi uomini?</strong><br />
«Si tratta di manipolatori narcisisti, molto abili nel presentarsi e manifestarsi in una maniera diversa da come sono in realtà. Antonella, la mamma di Nadia Orlando, dice sempre “sembrava il classico principe azzurro”. Mariella, la mamma di Lisa Puzzoli, dice “era il partito d’oro”. Dunque sono uomini che si pongono benissimo, seducono non solo la ragazza, ma anche la famiglia».<br />
<strong>Come si muovono poi?</strong><br />
«Hanno due parole d’ordine: potere e controllo. Una volta agganciata la fiducia delle ragazze e delle famiglie danno inizio a un abile lavoro di “ritaglio”».<br />
<strong>Cosa intende?</strong><br />
«In primo luogo fanno in modo che vengano recise le reti amicali. Poi iniziano a dire che la famiglia ostacola il rapporto di coppia e tagliano anche quel legame. Se poi le convincono a lasciare il lavoro, le donne si trovano senza risorse per potersene andare. E con rapporti spezzati è difficile anche il ritorno in famiglia. Romina Ponzalli veniva picchiata tutti i giorni, ma si vergognava a raccontarlo ai genitori. Quando queste donne hanno deciso di dire “no” la risposta è stata violentissima».<br />
<strong>Nonostante la “seduzione” anche della famiglia, a quali campanelli di allarme un genitore deve fare attenzione?</strong><br />
«Quando nota o scopre che il fidanzato prende il cellulare della ragazza e legge i messaggi. Un altro dato è il cambio completo delle zone di frequentazione. La mamma di Nadia racconta sempre che avevano cominciato ad andare in cinema o ristoranti fuori mano. È per evitare di incontrare amici. C’è poi un iper-controllo anche dell’abbigliamento: è lui a dire cosa indossare».<br />
<strong>In regione la rete del territorio sta dando risposte.</strong><br />
«Indubbiamente, in questa regione si sta facendo moltissimo. Penso alle numerose “panchine rosse” che saranno inaugurate in questi giorni, sono un simbolo che serve a destare la nostra attenzione, è lì a dirci che in ogni Comune ci sono ragazze che stanno vivendo una situazione di violenza e noi dobbiamo sapere che è difficile, per chi ne è vittima, denunciarla».<br />
<strong>E poi c’è l’educazione…</strong><br />
«Educare i giovani al rispetto e parlare di questi temi, fin da piccoli. Scuola, istituzioni e comunità hanno una grandissima responsabilità. E poi c’è il trattamento degli uomini violenti».<br />
<strong>Dà risultati?</strong><br />
«Mi sono formata al Cam, il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti, di Firenze, un’eccellenza su questo fronte. Sono pochi i casi in cui gli uomini decidono di seguire un percorso di propria iniziativa. Spesso sono le mogli e le compagne a chiederlo. Altre volte sono i servizi a imporlo. Non tutti vengono portati a termine, ma dove succede i risultati ci sono, il cambiamento è possibile. Certo, non è facile e non avviene nell’immediato».</p>
<p>Intervista pubblicata nel «Grandangolo» del settimanale diocesano di udine «La Vita Cattolica» di mercoledì 24 novembre 2019.</p>
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