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	<title>Anna Piuzzi &#187; Incontri</title>
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		<title>«E ancora chiediamo perdono»: intervista con Loris De Filippi, di ritorno da Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 12:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris.png"><img class="alignright size-medium wp-image-2514" alt="copertina_loris" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris-215x300.png" width="215" height="300" /></a>«<em>Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non mi interessano le narrazioni epiche dell&#8217;umanitario in prima linea, quelle che scivolano nel culto dell&#8217;eroismo individuale. Ho sempre cercato di stare un passo indietro, come insegnava don Milani a Barbiana: “Fare strada ai poveri senza farsi strada”. Quel passo indietro, oggi, lo rivendico come scelta politica. […] Ma a Gaza accade qualcosa di diverso. Gaza impone un&#8217;eccezione. Questo libro esiste perché in questa guerra asimmetrica – o meglio, in questa punizione collettiva documentata da ogni organismo umanitario – non c&#8217;è stato spazio per i giornalisti stranieri. Non c&#8217;è stato spazio per filmare o raccontare liberamente. Ci sono stati solo silenzi e censure. E quando il silenzio diventa assoluto, chi cura deve anche testimoniare</em>». Scrive così <strong>Loris De Filippi</strong> nelle primissime pagine di <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><strong><em>E ancora chiediamo perdono</em></strong></a> (Mondadori), intenso e necessario libro, da pochissimi giorni in libreria.</p>
<p>Friulano, infermiere di formazione, De Filippi lavora da trent’anni come operatore umanitario in contesti di crisi, conflitti armati ed epidemie. Nell’ultima missione ha prestato servizio come Health Specialist per Unicef a Gaza, dove si è occupato del supporto alle cure pediatriche con particolare attenzione alle unità di terapia intensiva neonatale. Per altro, tra le tante realtà per cui ha lavorato, è stato presidente di Medici Senza Frontiere Italia e direttore delle operazioni di MSF Belgio, contribuendo alla definizione delle strategie globali dell’organizzazione. Da pochi giorni è rientrato in Italia, ieri è stato a Radio Spazio per raccontarci del suo libro, ma soprattutto per tenere accesi i riflettori su Gaza di cui oggi, purtroppo, si parla pochissimo.</p>
<p>Se volete ascoltarci, a <a href="https://www.spreaker.com/episode/17-04-2026-e-ancora-chiediamo-perdono-con-loris-de-filippi--71361688" target="_blank">questo link trovate la puntata in podcast di Libri alla radio</a>.</p>
<p>Se preferite leggerci, ecco qui di seguito l’intervista.</p>
<p><strong>Loris, nell&#8217;introduzione a <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><em>E ancora chiediamo perdono</em></a>, sottolinei il fatto di esserti fin ora tenuto alla larga dall’idea di scrivere un libro, tanto più un libro con una forte componente autobiografica. Gaza invece ha meritato un’eccezione, è stata un’urgenza.</strong></p>
<p>«Sì, per due ragioni. La prima è legata al fatto che i giornalisti internazionali non sono potuti entrare a Gaza in alcun modo. Già questo è un segno della diversità che caratterizza questo conflitto. La seconda ragione è che i colleghi Gazawi, con cui ho lavorato in questi mesi – persone peraltro splendide –, mi hanno chiesto di portare la loro voce fuori da Gaza, credo che il miglior modo per farlo fosse questo: testimoniare. Per me è stato un esercizio piuttosto difficile, prima di tutto perché non avevo mai scritto un libro e poi perché nello scrivere, per un operatore umanitario, può nascondersi il rischio dell’autocelebrazione, cosa che a me assolutamente non interessa».</p>
<p><strong>Di questa diversità di Gaza da tutte le altre situazioni di crisi umanitaria tu spieghi molto bene le caratteristiche, tra queste c’è una che riguarda proprio il vostro lavoro, cioè l’assenza di “zone protette”. «A Gaza – scrivi –, che tu lo voglia o meno, diventi un Gazawi». Proviamo a raccontare cosa vuol dire questo «essere un Gazawi».</strong></p>
<p>«Vuol dire essere vulnerabile a questo conflitto, vuol dire vivere assieme ad altri due milioni di persone in un’area ristrettissima, all&#8217;inizio – quando sono arrivato – erano 365 chilometri quadrati, ora sono stati ridotti ad appena 170. Vuol dire dunque stare dentro a questa lunga punizione collettiva in cui essere esposti è una possibilità quotidiana, basti pensare che i droni passano tutte le notti, ti mantengono sveglio. C’è poi la situazione relativa all’acqua e all’approvvigionamento di qualsiasi derrata alimentare che riguarda anche te e non solo i Gazawi, cosa che negli altri contesti di crisi non succede perché c’è un cuscino di protezione, una zona più o meno umanitaria».</p>
<p><strong>Che a Gaza dovrebbe essere Deir el Balah…</strong></p>
<p>«Sì, ma anche lì la popolazione è stata colpita. Un collega, <a href="https://www.ilpost.it/2025/04/25/esercito-israeliano-operatore-onu-ucciso/" target="_blank">Marin Valev Marinov</a>, capo missione dell&#8217;Unops, l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti, è stato ucciso barbaramente a poche centinaia di metri dalla nostra guest house, a dimostrazione che la possibilità che la tua incolumità sia messa a rischio è più o meno la stessa di qualsiasi altro abitante di Gaza. Ricordo che, ad oggi, sono morte sicuramente più di 72 mila persone, di cui almeno 20 mila bambini, questo dall&#8217;idea dello sprofondo in cui siamo vissuti».</p>
<p><strong>Una situazione questa iniziata con il 7 ottobre 2023, e che – soprattutto nel 2025 – ha avuto una grande attenzione mediatica, nonché una mobilitazione, </strong><strong>a livello internazionale, </strong><strong>come da tempo non se ne vedevano da tempo. Oggi quell’attenzione è venuta meno, vuoi per il conflitto in Iran e in Libano, vuoi perché si pensa che l’iniziativa del “Board of Peace” di Trump abbia portato una reale tregua. Ma così non è…</strong></p>
<p>«Esattamente, <a href="https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/board-of-peace-il-progetto-imperiale-di-trump-che-poggia-sulle-macerie-di-gaza-29630.html" target="_blank">è stata dichiarata una tregua o, perlomeno, un “cessate il fuoco”, si è parlato di una “prima fase”</a> che però non è proseguita. Basta un dato: da quando il “cessate il fuoco” è iniziato, ad ottobre, ci sono state oltre 700 vittime. I bombardamenti continuano, soprattutto da quando è cominciata la guerra israelo-iraniana, e si bombarda non solo nell’area periferica, lungo la famosa<a href="https://www.emergency.it/blog/articoli/la-linea-gialla-a-gaza/" target="_blank"> “yellow line”</a>, ma anche all’interno della Striscia, a Khan Yunis, a Deir el Balah, come al Nord, verso Gaza City, Beit Lahia, Jabalia, anche dove ci sono gli accampamenti. Ricordo che Gaza, in questo momento – lo ripeto, in uno spazio molto piccolo, di 170 chilometri quadrati – ha circa mille insediamenti in tenda, questo dovrebbe rendere l’idea di quanto sia difficile».</p>
<p><strong>L’avvio da parte di Israele e Stati Uniti del conflitto con l’Iran e con il Libano ha avuto anche l’effetto di richiudere i valichi, il Manifesto, mercoledì 15 aprile, titolava <a href="https://ilmanifesto.it/su-gaza-incombe-lo-spettro-di-una-nuova-carestia" target="_blank">Su Gaza incombe lo spettro di una nuova carestia</a>.</strong></p>
<p>«Sì, già da una decina di giorni prima dell’inizio del conflitto c&#8217;è stata una chiusura progressiva dei valichi. Oggi siamo arrivati ad avere l’ingresso di appena il 20% di derrate di quanto entrava un mese e mezzo fa. Oltre al problema delle derrate c’è il problema del carburante che non entra più, e questo è un fatto tragico perché tutto a Gaza (penso anche agli impianti di desalinizzazione) funziona con i generatori, la rete elettrica, infatti, è interrotta da moltissimi mesi. A Gaza, in questo momento, nessuna delle cose che a una comunità servono per sopravvivere è garantita».</p>
<p><strong>Rispetto a questo e rispetto alla difficoltà degli ospedali, parliamo anche di quella che tu indichi come una “violenza amministrativa” legata al cosiddetto “dual use”. Spieghiamo di cosa si tratta.</strong></p>
<p>«È una scusa che gli israeliani utilizzano per non far entrare materiale a Gaza, li aiuta a definire come “pericolosi” strumenti che si vogliono far entrare a Gaza con fini nobili, ad esempio curare le persone. Si sostiene infatti che potrebbero essere presi da Hamas e utilizzati per altri motivi, “dual use” appunto. L’esempio più classico è quello dei cilindri d&#8217;ossigeno, servono in ospedale, ma secondo gli israeliani potrebbero essere usati da Hamas per altri scopi».</p>
<p><strong>È accaduto anche per i <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_luglio_04/gaza-de-filippi-unicef-israele-sta-bloccando-33-ventilatori-italiani-salverebbero-delle-vite-f8488906-ba44-4aa4-92e5-fe9d8efe2xlk.shtml" target="_blank">ventilatori neonatali</a> che l’anno scorso dovevano entrare a Gaza e invece sono stati bloccati, una questione che tu avevi portato con forza all’attenzione pubblica, anche della politica.</strong></p>
<p>«È stata una vicenda incredibile, si tratta infatti di macchinari che servono a far respirare dei polmoni non ancora formati, qualcosa che dà l&#8217;opportunità ai bambini di salvarsi. Eravamo riusciti ad acquistarli da una ditta italiana, a gennaio 2025 erano arrivati al Ben Gurion, da lì però non si sono mossi per otto mesi. Ho quindi iniziato uno stalking umanitario, interessando perfino il sindaco di Udine, il dottor Amato De Monte, e più in generale la comunità friulana che ha dimostrato una sensibilità straordinaria. Alla fine, dopo otto mesi sono arrivati a destinazione, sono entrati in funzione, hanno salvato parecchie vite e continuano a salvarne di altre, possiamo quindi dire che è stata una piccola storia a “lieto fine”. Restano però quegli otto mesi in cui tantissimi bambini si sarebbero potuti salvare e invece così non è stato».</p>
<p><strong>Bambini che a Gaza continuano a nascere…</strong></p>
<p>«Sì, ogni anno – e anche quest&#8217;anno – ci sono 50 mila gravidanze, dunque 50 mila nuovi bambini che arrivano e che però subiscono i diversi blocchi umanitari. Le donne per esempio spesso non assumono né acido folico, né micronutrienti, né cibo nella quantità dovuta, questo comporta che sempre di più le gravidanze portino pessime sorprese: ci sono bambini che nascono alla ventisettesima settimana gestazionale con dei problemi enormi. Per questo era importantissimo dare il nostro contributo e in qualche modo ci siamo riusciti, in questo momento a Gaza ci sono infatti dieci terapie intensive neonatali e tre pediatriche. Quando siamo arrivati, nell&#8217;estate del 2024, la situazione era completamente diversa, soprattutto nel nord non esisteva nessuna capacità di presa in carico di pazienti così gravi».</p>
<p><strong>Questo perché è stato preso di mira e ferocemente attaccato il sistema sanitario e i sanitari.</strong></p>
<p>«Gli israeliani hanno formulato l’ipotesi che sotto tutti gli ospedali di Gaza c’erano dei tunnel con una presenza massiccia di Hamas. Per questo motivo – perlomeno è quello che dicono gli israeliani – hanno colpito, con conseguenze amarissime per la popolazione. È stato ridotto ai minimi termini l’ospedale Al-Shifa, grande come quello di Udine, il gioiello della striscia di Gaza. È stato distrutto il <b>Kamal Adwan, come </b>l&#8217;ospedale pediatrico Nasser a Gaza City e il Rantisi, oncologico pediatrico, l&#8217;unico che forniva la dialisi pediatrica. Non solo. Numerosi medici e infermieri che lavoravano in queste strutture spesso sono stati presi prigionieri, nel 2023 e anche nel 2024, alcuni anche recentemente. Nelle prigioni israeliane sono stati torturati, alcuni uccisi, altri sono ancora imprigionati, spesso senza alcuna imputazione formale. Chi è stato rilasciato, nonostante tutto quello che ha subito si è subito rimesso al lavoro nel tentativo di ricostruire il tessuto connettivo di quello che era un ottimo sistema sanitario».</p>
<p><strong>Nel tuo libro, ma anche durante gli incontri con il pubblico, parli molto del dottor Abu Safya, la sua storia è emblematica.</strong></p>
<p>«Abu Safya è un medico pediatra eccezionale, era il direttore del Kamala Dwan, l’ospedale di cui parlavo prima. Abu Safya ha fatto veramente dei miracoli, soprattutto nelle terapie intensive neonatali e pediatriche. A Gaza è riconosciuto per le sue capacità, ma anche per la sua umanità. Come lui ci sono molti altri medici eccezionali, ma Abu Safya è stato l&#8217;ultimo baluardo delle strutture sanitarie del Nord che – lo ricordo – in questo non hanno alcun tipo di ospedale. Quest’uomo ha resistito fino al 28 dicembre del 2024. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, di occuparmi di svariate evacuazioni medicali e dal suo ospedale, ho quindi avuto modo di conoscere una persona straordinaria. Pensate che ha perso il figlio nel novembre del 2024, ma ha subito ripreso a lavorare nel rispetto di tutti gli altri bambini di Gaza e ha continuato fino all&#8217;ultimo ora. Abu Safya viene accusato di partecipazione esterna all&#8217;attività di terrorismo, da 475 giorni è rinchiuso nelle carceri israeliane, io sono certo che lui abbia rispettato il giuramento di Ippocrate in ogni momento, credo nella sua etica. Mi auguro quindi che venga liberato al più presto per ritornare al nord a fare il suo lavoro (<a href="https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/" target="_blank">qui l&#8217;appello di Emergency per la sua liberazione</a>)».</p>
<p><strong>Una figura per ricordare quanto la categoria dei medici – insieme a quella dei <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-02/nel-mondo-uccisi-129-giornalisti-la-meta-a-gaza.html" target="_blank">giornalisti gazawi</a> – sia stata presa di mira dall’esercito israeliano. Proprio il racconto del lavoro dei sanitari, il loro rimettersi al lavoro anche dopo la morte di un figlio, dopo le torture, ci dà conto della capacità di resistenza e resilienza del popolo palestinese, e dico palestinese perché non c’è solo Gaza, ma la situazione è terribile anche in Cisgiordania, nei territori occupati. Ecco Loris, parliamo di questa capacità.</strong></p>
<p>«È una resilienza, una capacità di ripartire, di ricostruire nonostante tutto che a me ha ricordato molto la tigna, la volontà, la caparbietà che è di questa terra, del Friuli. Siamo a 50 anni dal terremoto ed è stato impossibile per me non ricordare da bambino gli sforzi fatti dagli adulti per tentare di rimettere in piedi queste comunità. Una terra la nostra che, per altro, è stata calpestata in moltissimi momenti, lungo tutta la sua storia. Ogni volta ci siamo rimessi in piedi, ecco questa caparbietà nel non mollare l’ho vista nei gazawi. Nel loro caso poi è veramente impressionante, basti pensare che tutti i miei collaboratori gazawi hanno vissuto almeno quattro escalation di violenza, quattro guerre, e non hanno mai fatto esperienza della pace per come la conosciamo noi. Molti di loro non hanno mai avuto la possibilità di varcare i cancelli che li separano dal resto del mondo, eppure vanno avanti. Quando ci saranno delle aperture probabilmente 300-400 mila persone usciranno dalla Striscia di Gaza, ma almeno un milione e mezzo di persone resterà. Non solo. Anche in questi mesi c’è chi, anche se aveva avuto la possibilità di uscire, è invece rientrato a Gaza, nonostante la guerra. Ecco, questo dà la misura e l’immagine di un popolo che non accetta di essere cancellato dalla faccia della terra, che anzi, vuole rimanere, vuole stare, un popolo che sente di avere radici profondissime in quella martoriatissima terra».</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda, cosa possiamo fare noi cittadine e cittadini?</strong></p>
<p>«In questo momento l&#8217;unica cosa da fare, la più importante è riportare Gaza all’attenzione di tutti, nei radar dell’informazione. È fondamentale dare voce al popolo Gazawi».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
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		<title>Caporalato in FVG: il convegno di Libera e l&#8217;intervista con Marco Omizzolo</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 11:57:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[«Caporalato, sfruttamento lavorativo e tratta internazionale sono fenomeni che riguardano l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli. Detto questo, è poi però necessario fare un passo...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Caporalato, sfruttamento lavorativo e tratta internazionale sono fenomeni che riguardano l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli. Detto questo, è poi però necessario fare un passo avanti e avere consapevolezza del fatto che di regione in regione – a volte anche di provincia in provincia –, questi fenomeni assumono caratteristiche diverse: un conto è parlare di caporalato a Rosarno, un conto è parlare di ciò che accade sul territorio friulano</em>». Inizia da qui la mia chiacchierata con <strong>Marco Omizzolo</strong>, dal provare cioè a decostruire lo stereotipo (durissimo a morire) che il Friuli Venezia Giulia non è terra di sfruttamento lavorativo, né – tantomeno – di caporalato.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Chi è Marco Omizzolo</span></h4>
<p>Sociologo, Omizzolo è impegnato da anni nel denunciare lo sfruttamento dei lavoratori migranti, fenomeno che ha voluto studiare sul campo, addirittura lavorando come bracciante infiltrato in diverse aziende agricole dell’Agro Pontino, reclutato da caporali indiani. In India ha poi seguito un trafficante di esseri umani per indagare il sistema di tratta internazionale. Docente universitario e presidente di «Tempi Moderni», ha contribuito alla stesura della legge 199 sul caporalato e, nel 2016, a Latina, è stato animatore dello sciopero di oltre quattromila braccianti indiani contro caporali e padroni. Nel 2019 è stato nominato, dal presidente Sergio Mattarella, Cavaliere della Repubblica per meriti di ricerca e impegno contro il caporalato e lo sfruttamento. <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/per-motivi-di-giustizia" target="_blank"><strong><em>Per motivi di giustizia</em></strong></a>, <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/il-mio-nome-%C3%A8-balbir" target="_blank"><em><strong>Il mio nome è Balbir</strong></em></a> (scritto insieme a Balbir Singh) e <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/laboratorio-criminale" target="_blank"><strong><em>Laboratorio criminale</em></strong></a> (scritto con Roberto Lessio) sono i libri che ha pubblicato per People. Omizzolo sarà il relatore di rilievo di <em><strong>Noi siamo Friuli Venezia Giulia. Storie di uomini e caporali</strong></em> della “due giorni” organizzata da Libera – al Centro Balducci di Zugliano venerdì 24 e sabato 25 gennaio (<a href="https://www.centrobalducci.org/eventi-e-news/noi-siamo-friuli-venezia-giulia/" target="_blank">qui il programma completo</a>) – proprio per far luce su tale fenomeno e per dar conto delle ricerche e indagini che sta conducendo su questa tematica almeno da tre anni.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Viticoltura e edilizia</span></h4>
<p>«<em>Il caporalato anche in Friuli</em> – mi spiega Omizzolo – <em>riguarda lo sfruttamento nelle campagne, ma con una particolare connotazione. C’è infatti un’incidenza nel settore vitivinicolo. Non parliamo quindi di un’agricoltura povera o residuale, come in altre regioni, ma al contrario di un’agricoltura di alta qualità, ricca. E proprio in questo contesto, in specifici casi, ci sono lavoratori a cottimo, presi a giornata, pagati in nero e impiegati in condizioni durissime. Ma in Friuli questi fenomeni riguardano, ben più che altrove, anche l’edilizia e i servizi, dal badantato domestico a quello sanitario</em>». C’è poi tutto il complesso capitolo della cantieristica navale.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">La Rotta balcanica? Elemento caratterizzante</span></h4>
<p>Gli chiedo quindi quanto la “rotta balcanica” sia un elemento caratterizzante il caporalato in Friuli. «<em>Lo è tantissimo e non potrebbe essere altrimenti, è infatti una rotta che, letteralmente, abbraccia questo territorio, il Nordest. A giungere qui sono uomini e donne, ne ho conosciuti parecchi, che dopo un’esperienza fatta di torture e violenze, quando arrivano in territorio italiano, legittimamente cercano un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua e un po’ di serenità. La loro condizione però è di emarginazione, esclusione e di fortissima vulnerabilità, è chiaro che quindi sono facilmente sfruttabili, ricattabili. Soprattutto se manca l’accoglienza, se mancano le tutele, se manca una politica di integrazione. Ed è questo un fenomeno che si va allargando</em>». «<em>Ancora una volta dunque</em> – continua Omizzolo – <em>non è solo il problema del singolo imprenditore criminale che decide di sfruttare qualcuno, ma di riforme, riforme delle politiche di accoglienza e più in generale delle politiche sociali. Serve poi un impegno più ragionato delle Regioni. Da sociologo sono molto affezionato alla figura di Abdelmalek Sayad, sociologo e filosofo algerino. Ebbene lui parlava di “effetto specchio” delle migrazioni, nel senso che quando non riconosciamo diritti alle persone migranti a rimetterci è la nostra democrazia che si indebolisce inesorabilmente. Su questa partita noi ci giochiamo la faccia. Non è solo questione di diritti sindacali, ma di democrazia</em>».</p>
<p>E pensare che la morte di <a href="https://www.avvenire.it/attualita/pagine/satnam-singh-due-nuovi-arresti" target="_blank">Satnam Singh</a> – il bracciante indiano che nell’Agro Pontino è stato lasciato morire dal suo datore di lavoro, dopo un grave incidente – sembrava aver innescato, nella sua feroce disumanità, la possibilità di un&#8217;imminente una svolta. «<em>È stata una fiammata</em> – osserva con amarezza Omizzolo –. <em>All’indomani di quella tragedia abbiamo sentito che ci sarebbero stati più controlli, che fatti del genere non si sarebbero mai più dovuti verificare. La realtà delle cose è che nel frattempo ci sono stati decine di Satnam. L’intervento repressivo è fondamentale, ma manca la politica: non si è ancora prodotta una riforma delle regole, delle procedure formali e informali che in questo Paese producono le forme di sfruttamento</em>».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Il sistema delle quote (che non piace nemmeno a Rosolen)</span></h4>
<p>Proprio in questi giorni in Friuli Venezia Giulia si sta parlando di “quote”, l’assessora regionale al Lavoro, Alessia Rosolen, <a href="https://www.regione.fvg.it/rafvg/giunta/dettaglio.act;jsessionid=1C5A185FBBA9190B83871C5A52012D72?dir=/rafvg/cms/RAFVG/Giunta/Rosolen/comunicati/&amp;id=135665&amp;ass=C06&amp;WT.ti=Ricerca%20comunicati%20stampa" target="_blank">ha dichiarato che il fabbisogno di manodopera non comunitaria è di 1160 lavoratori. Soprattutto Rosolen ha evidenziato che bisogna andare oltre il sistema delle quote</a> messo in piedi dalla legge “Bossi-Fini” (datata 2002). Quanto quel sistema ha contribuito a favorire lo sfruttamento lavorativo? «<em>Moltissimo</em> – conferma il sociologo –. <em>Una delle mie esperienze più note è di aver seguito un trafficante di esseri umani in Asia. Attraverso quell’esperienza ho avuto modo di osservare come parecchie delle persone reclutate nei loro luoghi di residenza da quel trafficante – che per altro era in combutta con imprenditori criminali italiani – arrivavano poi in Italia non irregolarmente, ma inserite nel sistema delle quote. Parliamo di persone che erano vittime di tratta (perché pagavano migliaia di euro per arrivare in Italia, indebitando la famiglia e diventando dunque ricattabili), ma al contempo erano inserite nel sistema delle quote previsto dalla “legge Bossi-Fini”, legge che col tempo è diventata il grande “cavallo di Troia” attraverso il quale le persone, anche minori, vengono portate in Italia per lavorare come schiavi. E questo non lo dico solo io, ma anche sentenze, inchieste e altri studi. È chiaro che la “Bossi-Fini” ha ormai fatto il suo tempo e va riformata, per cambiarla però non bastiamo io e lei, ma serve la politica. Bene che l’assessora abbia detto che serve andare oltre, ora però servono i fatti</em>».</p>
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		<title>Riflettori accesi sul 41-bis grazie a Sisifo. Un&#8217;associazione che è una buona notizia</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 12:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quella relativa al 41-bis – il regime di «carcere duro» – è tra le questioni più dibattute rispetto al sistema penitenziario italiano (qui, per saperne di...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quella relativa al 41-bis – il regime di «carcere duro» – è tra le questioni più dibattute rispetto al sistema penitenziario italiano (<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/alta-sicurezza-e-41-bis/" target="_blank">qui, per saperne di più, il rapporto dell&#8217;associazione Antigone</a>). Questione che puntualmente polarizza l’opinione pubblica, come per il caso di <a href="https://www.wired.it/article/alfredo-cospito-anarchico-41-bis-condanne-strage/" target="_blank">Alfredo Cospito</a>, il primo anarchico a finire, nel maggio 2022, in regime di 41-bis. Ed è proprio sul 41-bis che l’associazione culturale <a href="https://www.sisifoassociazione.it/" target="_blank">Sisifo</a> ha deciso di accendere i riflettori con un convegno in programma giovedì 16 novembre alle 15 all’Università di Udine (in via Tomadini, 30/a). A intervenire saranno Tullio Padovani, già ordinario di Diritto penale alla Scuola Sant’Anna di Pisa, nonché accademico dei Lincei, e Fabio Fiorentin, magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Venezia. A moderare l’incontro sarà Enrico Amati, docente di Diritto penale dell’Università di Udine.</p>
<p>Costituitasi nel 2021, l’associazione <em>Sisifo</em> è composta da studenti e studentesse in prevalenza iscritti a Giurisprudenza, ma anche in altre facoltà. «Il nostro obiettivo – spiega la vicepresidente, <strong>Linda Iacuzzi</strong> (<em>nella fot</em>o) – è promuovere un diritto penale liberale e garantista. Siamo un gruppo di giovani, che guidati da motivazioni e percorsi diversi, desiderano agire in un campo in cui avvengono ogni giorno violazioni di diritti e soprusi, un luogo in cui non sempre la pratica e l’opinione comune seguono la Legge. Qui ogni scelta che si compie ha conseguenze significative sulla vita delle persone, serve dunque essere formati e informati. Serve maturare una consapevolezza che si tenga fuori da un dibattito polarizzato. Per questo tra le attività che organizziamo ci sono momenti formativi pensati non solo per noi, ma per tutta la cittadinanza. Si tratta di confronti aperti dove chi interviene offre opinioni e sguardi differenti sulle questioni che di volta in volta vengono affrontate».</p>
<p>Ventidue anni, studentessa di Giurisprudenza, Iacuzzi ha piglio sicuro e idee chiare: «Abbiamo scelto di parlare di 41-bis perché sin dalla sua introduzione ha destato numerose perplessità, visto il suo essere al confine della legittimità costituzionale. Numerosi sono stati i dibattiti che hanno riguardato questo regime, vuoi nel tentativo di legittimarlo, vuoi per metterne in luce le ombre. Eppure, ancor oggi è forma dell’esecuzione penale che per altro interessa molto da vicino anche la nostra regione, il carcere di Tolmezzo ospita infatti una sezione apposita. Siamo dunque a chiederci se debba continuare ad esistere o se sia venuto il momento di abbandonarlo o riformarlo profondamente anche alla luce di com’è cambiato il mondo delle mafie».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/linda.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2245" alt="linda" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/linda-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>«Il nostro intento – prosegue Iacuzzi – è divulgativo, cerchiamo cioè di rendere accessibili a tutti informazioni e nozioni spesso tecniche. Interveniamo anche nelle scuole superiori. Cerchiamo poi di accorciare le distanze tra carcere e città, perché troppo spesso le questioni che riguardano i detenuti sono ritenute dai più come estranee. Invece dovremmo avercele a cuore tutti, perché incidono sulla società in generale, anche in termini di sicurezza».</p>
<p>Per diversi di questi ragazzi l’impegno è in prima persona anche dentro il carcere, grazie all’associazione di volontariato penitenziario <a href="http://www.icaro.fvg.it/" target="_blank">Icaro</a>, di cui anche Linda fa parte. «È un’esperienza straordinaria – racconta –. L’anno scorso ho tenuto, insieme a un’altra volontaria, un corso di scrittura creativa. Confrontarsi con questi ragazzi che su per giù hanno la nostra età ha un impatto davvero forte. È duro constatare che le loro parole sono svuotate di speranza, fanno fatica anche solo a immaginare il futuro. Hanno fatto scelte sbagliate, certo, ma a pesare parecchio è il contesto sociale. Conoscendoli, parlando con loro scopri che non sono “persone cattive”. Anzi. Sono persone che meritano un’occasione, ma così com’è strutturato il sistema penitenziario, di occasioni ce ne sono davvero poche». Importantissimo poi il fare rete sul territorio con le diverse realtà. «È un caposaldo del nostro agire – conferma la vicepresidente di Sisifo –, siamo aperti a tutte le collaborazioni. Siamo grati all’Università che ci ha accompagnato sin dall’inizio del percorso e continua a sostenerci. Ci sono poi associazioni come Icaro e realtà come la Spes, la Scuola di Politica ed Etica sociale della Diocesi, con cui realizziamo iniziative comuni e che ci aiutano a crescere».</p>
<p>Un appello? «È rivolto a nuovi associati – risponde sorridendo Iacuzzi –, siamo una ventina di iscritti, ma il percorso di studi ha un termine e vorremmo che comunque l’associazione restasse un sodalizio di “studenti per gli studenti”, servono quindi nuove presenze fattive». Chi volesse contattare l’associazione può usare i profili social o scrivere a sisifoodv@gmail.com.</p>
<p>Dopo il convegno del 16 novembre è già in programma una nuova iniziativa che si terrà il 5 dicembre alle 16.30, in via Tomadini, 30. Si parlerà di «Educare punendo. La sofferenza inflitta può favorire il reinserimento?» insieme ad Angela Gianelli, giudice del Tribunale dei Minori di Trieste, e Katia Bolelli, pedagogista e psicologa, Direttrice della Fondazione RagazzinGioco.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/396178872_344390804911192_189797324042346319_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2246" alt="396178872_344390804911192_189797324042346319_n" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/396178872_344390804911192_189797324042346319_n.jpg" width="561" height="795" /></a></p>
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		<title>Francesca, Modou e il loro «Makamom»: Senegal, Friuli e Salento dentro un progetto</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 06:16:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Li guardi insieme e non puoi non sorridere. Sono solari, sono creativi e tra le mani stringono la felicità di chi ha avuto la fortuna di incontrarsi e riconoscersi, scegliendo poi di scommettere sul proprio futuro insieme. Lei è <strong>Francesca Carbone</strong>, udinese con origini salentine, 31 anni, antropologa di formazione, è operatrice dell’associazione <em>Get Up</em>. Nel passato recente ha lavorato per <em>Medici Senza Frontiere</em> in mezzo ai braccianti sfruttati della Basilicata e pure con <em>Terre des hommes</em> a Lampedusa, tra i migranti. Lui, invece, è <strong>Modou Beye</strong>, ha 26 anni ed è senegalese, sarto, ha fatto il mediatore culturale accogliendo gli artisti europei in visita nel suo Paese. Insieme, qui a Udine, sono <a href="https://www.facebook.com/makamom" target="_blank"><strong><em>Makamom</em></strong></a> un brand di abbigliamento e di accessori artigianali, realizzati con due materiali tipici del Senegal e del Salento: il tessuto wax e il legno d’ulivo. Dalle mani di Modou prendono forma abiti bellissimi, pensati e disegnati insieme a Francesca, dalle linee morbide e moderne, con colori e fantasie vivacissimi che ti fanno pensare all’Africa appena posi lo sguardo su di loro.</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">L’incontro in Senegal</span></h3>
<p>«<em>Ci siamo conosciuti nel gennaio del 2018 a St. Louis, la città di Modou, a una festa dell’Institut français</em> – racconta Francesca con un’allegria contagiosa –, <em>io ero in Senegal con un’ong torinese per fare un anno di servizio civile. Da lì abbiamo cominciato a frequentarci, anche perché entrambi eravamo impegnati con le associazioni di quartiere che in città si occupavano dei ragazzi di strada</em>». La loro storia corre veloce, a settembre, infatti si sposano. Di lì a poco, concluso il servizio civile di Francesca, rientrano in Italia. Vivono inizialmente in Basilicata dove lei lavora con Medici Senza Frontiere.</p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>La nascita del progetto</strong></span></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Pizzica.jpg"><img class="alignright  wp-image-1995" alt="Pizzica" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Pizzica-765x1024.jpg" width="381" height="509" /></a>Ma da dove nasce l’idea di dar vita a un progetto sartoriale? «<em>In qualche modo già in Senegal</em> – spiega Modou –, <em>io ho sempre saputo cucire, nella nostra tradizione, infatti, è importante imparare un mestiere, quindi la mia famiglia mi aveva mandato a bottega, sin da piccolo, da un sarto, inoltre avevo avuto modo di mettere a frutto questa abilità con un’ong spagnola. E poi, quando ho conosciuto Francesca, ho iniziato a confezionare abiti per lei</em>». In Basilicata però i lavori che Modou riesce a trovare sono sotto qualificati, è appena arrivato in Italia, e non è semplice farsi strada, soprattutto tra i pregiudizi. «<em>Abbiamo deciso insieme</em> – spiega Francesca – <em>che così non poteva andare bene, non aveva senso svalutarsi e accettare passivamente l’approccio culturale secondo cui un cittadino africano va sfruttato, così abbiamo deciso di rientrare in Friuli e inventarci qualcosa, io avevo nel cuore la bellezza dei tessuti wax che colorano i mercati del Senegal, ma anche il desiderio di accostarvi le mie radici salentine. Il primo oggetto che abbiamo realizzato, un medaglione, teneva insieme il legno d’ulivo e il tessuto wax: da lì è venuto poi tutto il resto</em>».</p>
<p>A Udine Modou frequenta un corso di sartoria all’Ires, vedono la luce i primi modelli che conquistano subito il pubblico, ai mercatini dell’artigianato il loro stand è sempre affollatissimo. Il pezzo forte è una gonellona ampia che va a ruba: «<em>Makamom</em> – spiega Francesca – <em>in lingua wolof vuol dire “mi appartiene”, a noi due appartengono i colori dell’Africa, ma anche le reciproche tradizioni, la gonnellona, ad esempio, nasce così ampia perché richiama gli abiti usati dalle donne nella danza salentina della “pizzica”, oltre ai colori e alle forme, a chi sceglie di acquistare i nostri abiti piace molto pure questa idea sottesa al nostro progetto, quella appunto dell’incontro</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Ancor più colorati con Irene</span></h3>
<p>E dall’incontro di Francesca e Modou non è nato solo Makamom, nove mesi fa, infatti, è arrivata anche la piccola Irene: «<em>Da quando c’è lei siamo ancora più colorati, non solo bianco e nero, ma anche un bel color marroncino</em>  – raccontano i due ridendo –, <em>è stata per noi una ventata non solo di immensa gioia, ma anche di enorme creatività, gran parte dei nostri modelli sono stati pensati durante la gravidanza che è stato per noi un momento magico</em>».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Sguardo lungo e sogni nel cassetto<br />
</span></strong></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/modou.jpg"><img class=" wp-image-1994 alignleft" alt="modou" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/modou.jpg" width="326" height="326" /></a></p>
<p>Intanto «Makamom» guarda lontano. «<em>Il nostro sogno nel cassetto</em> – spiegano i due –, <em>è quello di poter aprire uno spazio sartoriale in Senegal dove altri giovani possano formarsi e crescere, da protagonisti, mettendosi in gioco, non facendo solo gli aiutanti come spesso accade. Desideriamo inoltre trasmettere strumenti nuovi, ad esempio nel campo della comunicazione, perché oltre ad imparare un mestiere, i ragazzi abbiano i mezzi per stare efficacemente sul mercato. Insomma ci piacerebbe dare il  nostro contributo per una vera e propria emancipazione economica e sociale</em>». E già oggi una ricaduta positiva c’è, i tessuti di Makamom – rigorosamente originali – arrivano infatti direttamente da St Louis dove un amico di Modou, particolarmente capace nell’intuire i gusti degli europei, seleziona le stoffe che ogni tre mesi vengono inviate in Friuli, «<em>per lui</em> – osservano i due – <em>la sicurezza di quell’ordine trimestrale è davvero importante</em>».</p>
<p>Nel frattempo, con l’arrivo della primavera è sbocciata anche la nuova collezione di Makamom che si può ammirare a acquistare sulle pagine <a href="https://www.facebook.com/makamom" target="_blank">Facebook</a> e <a href="https://www.instagram.com/makamom/" target="_blank">Instagram</a> del progetto.</p>
<p>(<em>Pubblicato sull&#8217;edizione del 31 marzo 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</em>).</p>
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		<title>Al Balducci declinata in senso umano la &#8220;sicurezza&#8221;. Intervista con Tito Boeri</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Oct 2019 04:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Sicurezza. È la parola oggi sulla bocca di tutti, in primo luogo della politica. Ma con quale declinazione? E con quali effetti sulla società? Scavare nella...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sicurezza. È la parola oggi sulla bocca di tutti, in primo luogo della politica. Ma con quale declinazione? E con quali effetti sulla società? Scavare nella sua dimensione umana, guardare ad essa come a un «prendersi cura» dell’altro, perseguendo quella giustizia sociale che alimenta armonia e pace sociale – anziché rancore e sospetto – è stato l’impegno al cuore della “quattro giorni” dell’annuale convegno del Centro Balducci di Zugliano. Un appuntamento come sempre frequentatissimo, capace di coniugare locale e globale, ad esempio mettendo in dialogo sulla questione ambientale i ragazzi del Friday for future con attiviste provenienti da Afghanistan e Bolivia. E proprio nella mattinata dello sciopero globale per il clima &#8211; venerdì 27 settembre &#8211; si sono dati appuntamento al Balducci oltre 400 studenti che hanno ascoltato l’intervento dell’economista <strong>Tito Boeri</strong>, ex presidente dell’Inps (<em>nella foto insieme a Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro Balducci, photocredits Vincenzo Cesarano)</em>. Perché «sicurezza» deve voler dire anche (e necessariamente) guardare al lavoro dei giovani che è garanzia per il futuro della società tutta.<br />
<strong>Boeri, lei oggi ha incalzato i ragazzi dicendo loro «fatevi tante domande e non fermatevi alla prima risposta», sottolineando a più riprese l’importanza dell’istruzione tanto in termini occupazionali quanto in termini di libertà.</strong><br />
«Penso che l’istruzione, oggi più che mai, sia fondamentale per districarsi dal bombardamento di notizie cui siamo soggetti quotidianamente. Curiosità e istruzione è il binomio che ci deve accompagnare, anche navigando su internet, per capire come muoverci. In una società competitiva e veloce come la nostra poi è chiaro che i ragazzi devono pensare alla solidità della propria formazione».<br />
<strong>Parlando di lavoro, ha toccato il nervo scoperto di quello che lei ha chiamato «l’equivoco di quota cento».</strong><br />
«Si tende a descrivere il mercato del lavoro come se avesse un numero fisso di posti, proprio come un autobus pieno all’ora di punta, per cui per far salire le persone, altre devono scendere. Così non è, ci sono dei periodi in cui ci sono più posti di lavoro per tutti e altri in cui ce ne sono meno. Le imprese che stanno riducendo personale sono realtà che non possono assumere. Altre, al contrario stanno assumendo anche senza che ci sia del personale in uscita. Questa complessità non può essere affrontata con l’idea che mandando in pensione prima delle persone si crei sistematicamente un posto di lavoro per giovani. La realtà dimostra esattamente il contrario. Meglio sarebbe alleggerire il costo del lavoro».<br />
<strong>In che termini?</strong><br />
«Mandando le persone in pensione prima si aggrava il cuneo fiscale e quindi si rende più difficile per i giovani trovare un impiego. Del resto se noi guardiamo a quel che succede negli altri Paesi, ci rendiamo conto che quelli dove il tasso di disoccupazione giovanile è più alto sono proprio quelli dove si va in pensione prima, un dato che dimostra in maniera eloquente come la teoria del numero fisso dei posti di lavoro sia decisamente sbagliata e fuorviante».<br />
<strong>Questione immigrazione.</strong><br />
«L’immigrazione è senza ombra di dubbio una questione che va gestita, non subita come invece ha fatto l’Italia in tutti questi anni. Ma va depurata da pericolosi luoghi comuni, ad esempio per quel che riguarda il lavoro. Detto questo, bisogna poi capire che c’è un’altra dimensione della questione che noi non abbiamo minimamente affrontato: quella dell’emigrazione, ad oggi il problema più serio per il nostro Paese. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani altamente istruiti che vanno all’estero per cercare fortuna. Questo è un costo che non possiamo più permetterci».<br />
<strong>Ha richiamato i giovani a nutrire una «consapevolezza collettiva».</strong><br />
«Credo che la nostra generazione si sia posta questo problema troppo poco. Ci sono delle risorse comuni che vanno gestite insieme. Da esse, infatti, deriva il benessere di noi tutti, non possiamo continuare a scaricare il loro costo sugli altri, ignorando ad esempio i problemi dell’ambiente, del clima, ma più banalmente nemmeno quelli del verde pubblico. Il modo migliore per farcene carico è concepirsi come parte di una comunità che assume livelli diversi di responsabilità a seconda delle decisioni che prende. Nel caso dei ragazzi può essere la classe, la scuola o la comunità locale, fino alla dimensione nazionale, europea e globale. L’importante è rendersi conto che identificarsi in una di queste comunità non deve essere in conflitto con l’identificarsi anche nelle altre».</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;edizione del 2 ottobre 2019 del settimanale diocesano «La Vita Cattolica</p>
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		<title>Tre donne e una «manovella». Ed è subito poesia</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2019 06:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le guardi all’opera e d’un tratto non sono più tre, ma una sola meravigliosa realtà che sforna poesia. Si tratta di Sara Francovig, Chiara Dorigo e...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Le guardi all’opera e d’un tratto non sono più tre, ma una sola meravigliosa realtà che sforna poesia. Si tratta di <strong>Sara Francovig</strong>, <strong>Chiara Dorigo</strong> e <strong>Stefania Pittioni</strong>, tre donne diversissime – la prima è un’assistente sociale, la seconda si occupa di turismo e la terza insegna italiano ai cittadini stranieri – eppure, insieme, hanno dato vita a un progetto particolare: <a href="https://www.facebook.com/PoesieaManovella1/" target="_blank"><strong><em>«Poesia a manovella»</em></strong></a>.</p>
<p>Non un tradizionale «reading», ma la lettura itinerante e «personalizzata» di poesie e brani di prosa. Dopo un periodo di pausa – forzata, ma felice, visto che è stata motivata dalla nascita del primo figlio di Sara – tornano in scena nel loro paese di origine, Santa Maria la Longa, domenica 2 giugno alle 16 al foledor di casa Miani Calabrese Petrei, nella splendida cornice dell’iniziativa <a href="https://www.facebook.com/events/452382155531536/" target="_blank">«Rose, profumi e sapori in festa»</a>, la mostra-mercato dei fiori.</p>
<p>Ma andiamo con ordine e partiamo dalla misteriosa manovella. «Si tratta – spiega Chiara – di un oggetto che appartiene al passato del nostro Friuli: è un “brustulin”, l’aggeggio che le famiglie usavano per macinare il caffè e, in tempi di miseria, il suo sostituto, la cicoria. Invece oggi, nelle nostre mani e per il nostro pubblico, macina poesia». Già, perché chi si troverà a partecipare a un evento di «Poesie a manovella» assisterà a una piccola magia. «Per prima cosa – racconta Sara sorridendo –, va detto che siamo un po’ indiscrete e sottoporremo chi lo vorrà a una serie di domande; poi, dopo un colpo di manovella, tra i nostri libri, fogli e foglietti troveremo e leggeremo la poesia adatta». Provare per credere (chi scrive lo ha fatto): dopo qualche domanda le tre donne trovano nel loro armamentario poetico il testo perfetto che pare «cucito su misura» per chi ha dato il colpo di manovella.</p>
<p>In realtà, nessuna magia, alla base di questo piccolo prodigio ci sono solo (si fa per dire) una profonda conoscenza e un sincero amore per la letteratura, nonché un affiatamento incredibile. «Alla base di tutto – spiega Stefania – c’è una grande amicizia, alimentata da un affetto profondo, tra tre giovani ragazze, ormai donne, che si commuovono insieme e ridono tanto, il tutto in una fortunatissima combinazione di caratteri e alchimie che ci vedono davvero simili, ma diverse in personalità e colori: c’è chi è più poetica e profonda, chi più leggera e scanzonata e chi media tra le altre due». «Per noi – le fa eco Sara – è motivo di orgoglio essere, dopo cinque anni, ancora così amiche, così unite e divertite ogni volta che facciamo una “manovellata”».<br />
L’appuntamento è dunque per domenica 2 giugno alle 16 a Santa Maria la Longa. Inoltre, per restare sempre aggiornati sul calendario delle «manovellate» basterà mettere un «like» alla pagina Facebook dedicata: «Poesie a manovella».</p>
<p>Articolo pubblicato sul settimanale diocesano «La Vita Cattolica» edizione di mercoledì 29 maggio 2019.</p>
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		<title>«Repubblica luminosa»: l&#8217;utopia anarchica dei bambini</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2018 18:53:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa volta non è stato un colpo di fulmine. Prima di iniziare a leggere «Repubblica luminosa» di Andrés Barba (La nave di Teseo) l’ho preso in mano,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa volta non è stato un colpo di fulmine. Prima di iniziare a leggere<em> <a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/repubblica-luminosa/" target="_blank">«Repubblica luminosa»</a></em> di <a href="https://www.pordenonelegge.it/festival/edizione-2018/autori/3068-Andres-Barba" target="_blank">Andrés Barba</a> (<em>La nave di Teseo</em>) l’ho preso in mano, sfogliato e riposto nel suo scaffale almeno 4 o 5 volte. Sarà per quella sua copertina che proprio non rende giustizia a un libro che invece è davvero bello, inusuale e intelligente. Che merita di essere letto con attenzione. E, possibilmente, senza troppe pause di mezzo.</p>
<p>Ma veniamo alla storia. Siamo a San Cristobal, nella provincia sudamericana. La voce narrante &#8211; un funzionario statale, di cui non conosciamo il nome &#8211; ricostruisce i fatti accaduti 22 anni prima, quando la comparsa di 32 bambini sospende bruscamente il cammino della cittadina verso una modernità borghese e benestante. Sbarazzarsi della tirannia della trama è la prima cosa che Barba fa, svelandoci, sin dalla prima riga, che i 32 ragazzini moriranno. Da qui in poi la narrazione &#8211; asciutta e intensa &#8211; è tutta tesa a condurre il lettore in quella cittadina, ai margini di una selva tropicale sinistra («<em>un vero e proprio personaggio della storia</em>», ha spiegato lo scrittore madrileno a Pordenonelegge), dove, alla spicciolata e dal nulla, compaiono (e scompaiono) questi ragazzini. Poveri, sporchi, selvatici, non mendicano, non chiedono: semplicemente prendono, anche con la violenza. E poi, parlano una lingua incomprensibile, inventata, che solo una bambina della città sarà in grado di decifrare. Dunque una comunità infantile senza gerarchie, orizzontale, che disegna un’utopia anarchica, in aperto contrasto con la gerarchizzazione del mondo adulto, capace di seduzione anche nei confronti dei bambini della città.</p>
<p>Dialogando con noi giornalisti, a Pordenonelegge, l’autore ha spiegato di aver voluto scardinare la visione adulta dell’infanzia come paradiso perduto e gli stereotipi che la alimentano. Alcuni miei colleghi (quelli bravi) hanno detto a Barba che il riferimento è chiarissimo a <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_signore_delle_mosche" target="_blank">«Il signore delle mosche»</a></em> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/William_Golding" target="_blank">William Golding</a>. Barba ha sorriso e, con garbo, ha spiegato che a ispirarlo molto sono stati <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cuore_di_tenebra" target="_blank">«Cuore di tenebra»</a></em> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Conrad" target="_blank">Joseph Conrad</a> (che ha recentemente tradotto) e <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Children_of_Leningradsky" target="_blank">«<i>The Children of Leningradsky»</i></a>, documentario del 2004 di Andrzej Celiński e Hanna Polak sui bambini che vivono nel metrò di Mosca.</p>
<p>Comunque sia, il risultato è che il racconto di quella comunità mette a nudo l’inadeguatezza di un sistema e mostra la sconfortante capacità di autoassoluzione di una società che, di fronte a quello che non riesce a comprendere, sceglie di far propria una morale alternativa. Quei bambini sono diversi, inafferrabili, per loro la città sceglie quindi misure speciali, di fatto la sospensione dei diritti. Di quella società l’io narrante è uno, ma ci aiuta a cogliere i tanti sguardi che la compongono («<em>Come Habermas</em> &#8211; ha spiegato Barba &#8211; <em>ritengo che diverse prospettive servano a ricomporre una verità di quello che è successo, una verità condivisa, non moralistica</em>»). Non a caso a  pagina 99 leggiamo: «<em>Le narrazioni e le cronache sono come le carte geografiche. Da una parte, i colori dei continenti, vasti e ben definiti, cioè gli episodi collettivi che tutti ricordano, dall’altra le profondità oceaniche delle emozioni personali</em>». È proprio questo che cattura il lettore, la capacità di Barba di tenere insieme entrambi i piani.</p>
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<p>Andrés Barba (Madrid, 1975) è uno dei più importanti scrittori spagnoli della sua generazione. Romanziere, poeta e saggista, è stato finalista al Premio Herralde nel 2001 con il romanzo La sorella di Katia, diventato un film per la regia di Mijke de Jong. Ha pubblicato cinque romanzi, diversi libri di racconti, tre saggi e un libro di poesie, ricevendo i massimi premi spagnoli, tra cui il Premio Torrente Ballester e il Premio Anagrama de Ensayo. Ha tradotto autori come Herman Melville, Henry James, Joseph Conrad e Thomas De Quincey. La rivista “Granta” lo ha inserito tra i migliori narratori contemporanei di lingua spagnola. Repubblica luminosa ha vinto il Premio Herralde 2017 ed è in corso di pubblicazione in 18 paesi.</p>
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		<title>«Raccontare, documentare, informare»: i doveri semplici che ci ricorda Lirio Abbate</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Nov 2015 22:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«<em>Raccontare, documentare, informare, istruire, fare cultura. Sono le uniche armi che conosco contro la mafia</em>». È la strada che chi è in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata non si stanca di indicarci: unica soluzione, accanto al lavoro dei magistrati e forze dell&#8217;ordine, per scardinare un sistema che, in primo luogo, si sostanzia in una mentalità capace di radicarsi ed incancrenire i territori. Anche il nostro. E lo ha ripetuto oggi a Udine &#8211; a <a href="http://www.pordenonelegge.it/salastampa/399-La-domenica-di-librINsieme" target="_blank">Libri insieme</a>, intervistato da Domenico Pecile -, anche <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Lirio_Abbate" target="_blank">Lirio Abbate</a>, il cronista de l’Espresso che con la sua inchiesta <a href="http://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2012/12/12/news/a-roma-la-mala-si-fa-in-quattro-1.48981" target="_blank">«I quattro re di Roma»</a> ha portato a galla il sistema di «mafia capitale».</p>
<p style="text-align: justify;">«<em>Dimenticate Gomorra</em>» ha detto, perché la mafia ha cambiato pelle, fiorisce nell’indifferenza, vuole la pace sociale, non il sangue. Un esempio? «<em>”Cosa nostra” in Sicilia c’è, ed è viva e vegeta</em> -  ha proseguito il giornalista &#8211; <em>ma dal 1° gennaio 2014 fino ad oggi a Palermo ci sono stati solo due omicidi di mafia. È evidente che non vogliono sparare, smuovere le acque, perché senza sangue si fanno più affari»</em>. E ormai lo sappiamo: la tranquillità del nostro Friuli, terra di confine, a quattro passi dei Balcani, fa gola (tanta) alla criminalità organizzata le cui infiltrazioni qui da noi sono ormai una certezza.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi il viaggio in «mafia capitale», in cui «<em>di fronte agli affari, il “rosso” e il “nero” della politica non guardano agli ideali</em>». In un sistema di appalti senza gara, per affidamento diretto, perché c’è sempre «<em>un’emergenza</em>». E l’emergenza a deciderla non sono i politici, ma gli impiegati. Non a caso gli uomini di Carminati a Roma controllano le segreterie, sono negli uffici tecnici. Va bene. Ma un Sindaco, un assessore come fa a non sapere, a non vedere? I soldi. Ancora, come sempre: «<em>Andavano a colpo sicuro, sentono che sei uno che si fa piegare».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Di questo sa anche scherzare Abbate che, con intelligenza, strappa al pubblico più di qualche risata, anche se  parecchio amara. Ammiro quest’uomo che ha semplicemente fatto il suo mestiere (il più bello del mondo), investigando e raccontando. Ma lo ha fatto in un paese in cui il risultato è diventare eroi civili, dover girare con la scorta, e &#8211; spesso &#8211; rimanere soli con le proprie battaglie. Il pensiero corre a <a href="http://www.annapiuzzi.it/la-straordinaria-semplicita-di-chi-e-grande/" target="_blank">Nicola Gratteri, la stessa semplicità</a>, quella delle persone veramente grandi. Mi avvicino. D&#8217;istinto vorrei abbracciarlo, ma mi limito a farmi autografare il libro e lo ringrazio per il suo lavoro. Guardo la sala, prima era semivuota, ora si è riempita: arriva Daria Bignardi. Senza polemica, ma non è così che dovrebbe andare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/11/lirio-abbate-domenico-pecile.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1307" alt="lirio abbate domenico pecile" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/11/lirio-abbate-domenico-pecile.jpg" width="971" height="681" /></a></p>
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		<title>Quando la normalità è rivoluzionaria. Vi aspetto a San Daniele per incontrare Maria Carmela Lanzetta</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2015 06:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ho fatto il sindaco facendo rispettare le regole e la legalità, difendendo il territorio, il paesaggio e i beni archeologici. Insomma diciamo quello che dovrebbe essere...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«<em>Ho fatto il sindaco facendo rispettare le regole e la legalità, difendendo il territorio, il paesaggio e i beni archeologici. Insomma diciamo quello che dovrebbe essere la normalità dell’azione amministrativa. Se questa normalità scatena reazioni intimidatorie ciò significa che, in certi contesti, la normalità diventa rivoluzionaria</em>». Sono parole di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Carmela_Lanzetta" target="_blank">Maria Carmela Lanzetta</a>, già Sindaco di Monasterace e Ministro, <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2015/02/07/lanzetta-quando-la-normalita-e-rivoluzionaria/24589/" target="_blank">intervistata da Linkiesta</a>. Una donna delle istituzioni che ha rinunciato nel giro di tre giorni alla carica di ministro agli Affari regionali e a <a href="http://www.corriere.it/cronache/15_gennaio_28/lanzetta-non-va-giunta-calabria-io-quell-assessore-non-lavoro-da67f7f8-a6b8-11e4-93fc-9b9679dd4aa0.shtml" target="_blank">un posto nella Giunta regionale di Oliverio</a>. Perché? Per coerenza, in ossequio a quella normalità che ha assunto a regola di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questo e della sua esperienza di sindaco antimafia ne parleremo con lei domani, <strong>venerdì 6 novembre, alle 20.45 all’auditorium alla Fratta di San Daniele</strong>, nel primo dei quattro incontri del tradizionale appuntamento di autunno con la rassegna dell’Associazione per la Costituzione <a href="http://www.festivalcostituzione.it/wp-content/uploads/2015/10/locandina-2015-2016.jpg" target="_blank">Una vita spesa per la legalità</a>. A me il piacere di intervistarla, partirò da due libri che parlano di lei: <a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788858107010" target="_blank">L’Italia quaggiù. Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la ‘ndrangheta</a> di Goffredo Buccino e <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815257956" target="_blank">Coraggio</a> di Umberto Ambrosoli. A domani!</p>
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		<title>«Giro nella storia» oggi a Udine</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 04:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Giro nella storia»: un progetto interessante, tutto da conoscere. Ma soprattutto una chiave di lettura attraverso cui leggere (e vivere) in maniera diversa il centenario della...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.gironellastoria.com" target="_blank">«Giro nella storia»</a>: un progetto interessante, tutto da conoscere. Ma soprattutto una chiave di lettura attraverso cui leggere (e vivere) in maniera diversa il <a href="http://www.centenario1914-1918.it/it" target="_blank">centenario della Grande guerra</a>. Ad aver dato corpo (anzi, gambe!) a questa idea è stato Nicolò Girardi, triestino, classe 1984 (una laurea in Storia e un master alla London School of Journalism), che il 10 maggio 2014 è partito da Londra per percorrere a piedi la linea di fuoco del primo conflitto mondiale, per arrivare a Trieste il 9 luglio.</p>
<p>Se volete conoscere Nicolò, il suo viaggio e dunque il suo progetto, l&#8217;appuntamento è per stasera alle 18.30, a Udine, nei Giardini di Palazzo Morpurgo, quando presenterà il libro che raccoglie la sua esperienza, dialogando con l&#8217;assessore alla Cultura del Comune di Udine, Federico Pirone.</p>
<p>Per saperne di più qui c&#8217;è<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/07/intervista-nicolo-girardi.pdf" target="_blank"> la mia intervista con Nicolò</a>. Buona lettura!</p>
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