<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Anna Piuzzi &#187; Donne</title>
	<atom:link href="https://www.annapiuzzi.it/category/donne/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.annapiuzzi.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 26 Apr 2026 13:01:37 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.6</generator>
		<item>
		<title>Storie di detenzione femminile di ieri e di oggi</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/storie-di-detenzione-femminile-di-ieri-e-di-oggi/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/storie-di-detenzione-femminile-di-ieri-e-di-oggi/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 04:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Detenzione femminile]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2489</guid>
		<description><![CDATA[Al 31 marzo (lo certifica il Ministero della Giustizia), le donne detenute in Italia erano 2.804, il 4,3% dell’intera popolazione carceraria. 31 a Trieste. Numeri ridottissimi...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">
<div dir="auto">Al 31 marzo (<a href="https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14_1.page?contentId=SST1498108" target="_blank">lo certifica il Ministero della Giustizia</a>), <strong>le donne detenute in Italia erano 2.804</strong>, il 4,3% dell’intera popolazione carceraria. 31 a Trieste. Numeri ridottissimi che – per come è organizzato il sistema penitenziario – sono una condanna nella condanna: implicano infatti meno attività formative, meno istruzione, meno laboratori. In sostanza, meno diritti.</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Anche a Udine, nella casa circondariale di via Spalato, c’era una sezione femminile. Venne chiusa nei primi anni duemila. Che ne è stato? Lo sguardo lungo e l’ostinazione di <strong>Franco Corleone</strong>, oggi anche di <strong>Andrea Sandra</strong> (che si avvicendati nel ruolo di <em>Garante dei diritti delle persone private della libertà personale</em>), hanno fatto in modo che quegli spazi – non solo inutilizzati, ma letteralmente abbandonati – venissero ristrutturati e trasformati in luoghi di istruzione, incontro, possibilità. C’è una nuova biblioteca e ci sono nuove aule, presto anche un teatro che sarà di tutta la cittadinanza. Si rischiava però di perdere la memoria del passaggio delle donne. Anche a questo ha pensato Corleone, affidando a <strong>Ulderica Da Pozzo</strong> il compito di fermare e custodire quella memoria nei suoi scatti. Ne è uscita – voluta sempre dal Garante delle persone private della libertà – <em><a href="https://www.civicimuseiudine.it/it/mostre-eventi/43-il-castello/museo-della-fotografia/1739-ulderica-da-pozzo-i-giorni-strappati" target="_blank"><strong>I giorni strappati</strong></a> </em>una mostra commovente (di quelle proprio di Ulderica), <strong>visitabile fino al 31 maggio in castello a Udine</strong>, nel Museo Friulano della Fotografia.</div>
</div>
</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">A corredo della mostra c&#8217;è anche un catalogo che però non è un semplice catalogo. Lavorandoci, immaginandolo, è infatti cresciuto, diventando qualcos’altro. Alla presentazione, il 9 apirile, lo abbiamo chiamato “catalogo-libro”.</div>
<div>
<div dir="auto">A spingere verso questa direzione, è stato il desiderio di restituire parola a quella presenza fortissima che le fotografie di Ulderica trasmettono tanto chiaramente. Ci sono così tre scritti miei con cui abbiamo provato a dare voce alle donne che – alla fine degli anni Novanta – quelle celle di via Spalato le hanno abitate.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Due le strade che abbiamo scelto. La prima mi ha portato dentro le pagine del giornale che veniva realizzato nella sezione femminile: <em><strong>Vite sospese</strong></em>. Lo spazio di parola di Fatima, Vesna, Michela e delle altre è dunque autentico, reale. <strong>Liliana Lipone</strong> e <strong>Maria Grazia Visintainer</strong> – che da volontarie le accompagnavano e incontravano quotidianamente – hanno fatto il resto, mi hanno infatti aperto le loro case e hanno condiviso con me ricordi e racconti, testimoniando le condizioni di detenzione di allora.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">L’altra strada riguarda invece l’oggi. A metà febbraio, infatti, ho incontrato <strong>Nora</strong>, detenuta al Coroneo, la casa circondariale di Trieste. Con grande generosità Nora si è raccontata, parlandomi di sé, di chi è stata e di chi è diventata, dunque del passato, ma soprattutto del futuro. La sua voce – insieme a quella di Fabiana Martini che, con un progetto della Conferenza Basaglia, tiene laboratori di scrittura nella sezione femminile del Coroneo – tratteggia che cosa è oggi la detenzione femminile. Purtroppo, le criticità, le minori occasioni restano le stesse di trent’anni fa.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Infine, ben poco avrei potuto capire, collocare – e dunque scrivere – senza l’immersione totale, durata un paio di mesi, nel lavoro preziosissimo di <strong>Grazia Zuffa</strong> e <strong>Susanna Ronconi</strong>. Verso entrambe nutro un profondo debito di riconoscenza. Il “catalogo libro” per altro, in appendice, è arricchito anche da due loro testi. Dentro queste pagine troverete inoltre gli interventi della stessa Ulderica, di </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/storie-di-detenzione-femminile-di-ieri-e-di-oggi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>30 anni fa il genocidio di Srebrenica. La storia di Ferida, madre di Srebrenica</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 06:17:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2447</guid>
		<description><![CDATA[È una natura generosa quella che abita la Bosnia orientale, con le sue montagne dal profilo dolce, i boschi fitti e fiumi di rara bellezza. Non...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È una natura generosa quella che abita la Bosnia orientale, con le sue montagne dal profilo dolce, i boschi fitti e fiumi di rara bellezza. Non fa eccezione Srebrenica. Appena fuori dalla città lasciamo la strada principale, attraversiamo un ponticello e imbocchiamo un sentiero pieno di tornanti. Ci vogliono sette chilometri, nel verde più assoluto, per arrivare a un prato attorno a cui si affacciano tre case. Solo una è abitata. Ferida Jusić ci accoglie con un sorriso che le accende gli occhi e increspa le rughe che le solcano il viso. Ha 74 anni Ferida, è una donna minuta, magrissima. Soprattutto, è una delle “madri di Srebrenica”: le donne che l’11 luglio del 1995 videro i propri figli maschi inghiottiti dal buio dell’ultimo genocidio d’Europa, il genocidio di Srebrenica.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;">I giorni del luglio 1995</span></h5>
<p>«<em>Non c’è notte in cui io non pianga</em>» è la prima cosa che dice dopo averci fatto sedere attorno al grande tavolo, all’ombra di un bel pergolato: un angolo dell’orto che, prima della guerra, deve aver accolto momenti pieni di gioia. «<em>Avevamo una vita semplice, ma felice</em> – racconta la donna –. <em>Sono stata fortunata, mi sono sposata e ho avuto quattro figli, tre maschi e una femmina. Poi tutto è precipitato</em>». Nel luglio del 1995 – dopo tre anni di assedio di quella che l’Onu aveva dichiarato “area protetta” e in cui erano confluiti migliaia di sfollati – la città cadde in mano alle forze serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. La storia della famiglia di Ferida è la stessa di tante altre famiglie. Gli uomini disarmati provano a rifugiarsi nei boschi e raggiungere Tuzla che è invece controllata dai bosgnacchi (<i>bosniaci di fede musulmana</i>). Un tentativo di salvezza che verrà chiamato “<a href="https://www.balcanicaucaso.org/Transeuropa/Srebrenica-Marcia-della-Pace-2024" target="_blank">marcia della morte</a>”: gran parte di quegli uomini sarà infatti intercettata, fermata, trucidata. Le donne invece si dirigono verso Potočari, nella vecchia fabbrica di batterie dove ha sede il compound dei caschi blu dell’Onu. La convinzione di tutti è che le Nazioni Unite li proteggeranno. Accadrà il contrario, le Nazioni Unite lasceranno fare. Addirittura parte dei soldati del battaglione olandese (<a href="https://www.agi.it/estero/news/2025-07-07/srebrenica-responsabilita-olanda-32219335/" target="_blank">Dutchbat</a>) abuserà delle donne e gozzoviglierà insieme ai paramilitari serbi dell’unità degli Skorpioni. Arrivato a Srebrenica, Mladić convoca in un albergo due ufficiali olandesi, li intimidisce facendo sgozzare un maiale nel cortile. Ottiene tutto ciò che vuole: la consegna dei maschi, perfino la benzina per trasferirli. Quello che è stato messo in piedi è un meccanismo di morte razionale e meticoloso ideato e coordinato nelle settimane precedenti dal colonello <a href="https://www.icty.org/x/cases/beara/ind/en/bea-ii020326e.htm" target="_blank">Ljubiša Beara</a> (lo scrittore Ivica Đikić lo racconta in modo illuminante nel libro <em><a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/metodo-srebrenica-nuova-edizione/" target="_blank">Metodo Srebrenica</a></em>). I maschi dai 17 ai 70 anni vengono divisi dalle donne che – insieme a vecchi e bambini – sono caricate su autobus che le portano nei territori controllati dai bosgnacchi. Anche gli uomini vengono caricati su autobus, ma vengono smistati in luoghi diversi, anche molto distanti: a Kravica, Zvornik, Pilica e altri ancora. Qui nel giro di una manciata di giorni vengono tutti uccisi e poi seppelliti in fosse comuni. Le uccisioni accertate sono 8372.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">I morti di Ferida</span></strong></h5>
<p>«<em>Tra quanti provarono a raggiungere Tuzla</em> – racconta Ferida – <em>c’erano anche i miei tre figli, mio marito e i miei tre fratelli. Ricordo benissimo il momento in cui, arrivati al fiume, ci siamo separati: loro sono saliti nei boschi. Mia figlia, mia nuora incinta e io siamo andate Potočari. Degli uomini della mia famiglia si è salvato solo il più giovane dei miei figli. Gli altri sono stati tutti uccisi. Ci sono voluti anni perché fossero ritrovati e identificati i resti dei loro corpi. Ho potuto seppellire i figli, Dževad (23 anni) nel 2013 e Vahid (20) nel 2014. Mio marito non l’ho ancora ritrovato. Nel 2022 è stato rinvenuto un altro osso del corpo di Vahid, rivivere il dolore della sepoltura è stato perfino peggio della prima volta</em>». Le fosse comuni sono state più volte aperte e i corpi trasportati in luoghi diversi della Bosnia, dando vita a quelle che sono definite “fosse secondarie e terziarie”, un modo per occultare le prove dei crimini commessi e per amplificare a dismisura il dolore dei familiari. Ad oggi sono ancora un migliaio i corpi che attendono di essere identificati.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Al memoriale di Potočari</span></strong></h5>
<p>Venerdì 11 luglio, come ogni anno, si terrà la celebrazione per ricordare il massacro, cerimonia quest’anno ancora più sentita perché ricorre il trentennale. Nella distesa di migliaia di lapidi bianche del cimitero che è parte del memoriale di Potočari (nella vecchia fabbrica c’è l’emozionante museo della memoria) saranno seppellite le persone identificate nei mesi scorsi. Tra loro anche una donna, Fata Bektić, di 67 anni. Insieme a lei due ragazzi di 19 anni appena, Senajid Avdić e Hariz Mujić, e poi Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). Di queste persone verranno sepolte solo poche ossa.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Srebrenica oggi</strong></span></h5>
<p>E cos’è oggi di Srebrenica? I numeri parlano chiaro, è una città svuotata, basta un giro lungo le vie cittadine per rendersene conto, le tante serrande abbassate sono eloquenti. Secondo l’ultimo censimento affidabile, quello del 2013, risiederebbero nel distretto 11 mila persone, molte delle quali però vivono all’estero. Ci spiegano che ad abitare effettivamente qui sono neanche 5 mila persone. Nel 1991, all’epoca dell’ultimo censimento della Jugoslavia, erano 37 mila. Le famiglie bosgnacche hanno iniziato a ritornare nel 2002, nonostante tutte le difficoltà e spesso ritrovandosi le case occupate dai serbi. Anche Ferida è tornata in quell’anno. «<em>Vivere da sola in mezzo al bosco non è facile, lavoro l’orto e questo mi aiuta a non impazzire. Questo luogo</em> – ci spiega – <em>anche se isolato era pieno di vita, oggi sono rimasta solo io, ma non voglio lasciare questa casa dove abitano tutti i miei ricordi</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>La memoria</strong></span></h5>
<p>Anche la memoria è un percorso accidentato. Gli accordi di Dayton – che pochi mesi dopo il massacro di Srebrenica, nel 1995, misero fine alla guerra – cristallizzarono la situazione, avallando i risultati della pulizia etnica compiuta dai serbo-bosniaci, ideando un farraginoso sistema istituzionale fondato su due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (che comprende i territori a maggioranza bosgnacca e croata) e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Le velleità secessioniste del presidente di quest’ultima, lo <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Guerra-e-pace-di-Milorad-Dodik-236632" target="_blank">spregiudicato Milorad Dodik</a>, fanno sì che la situazione sia sempre sull’orlo della crisi. È in questo contesto che il genocidio di Srebrenica non viene quindi riconosciuto. Gli stessi luoghi dove avvenne la mattanza ne sono la riprova. A <strong>Kravica</strong> l’edificio usato per <a href="https://balkaninsight.com/2023/07/13/srebrenica-mothers-commemorate-1300-men-killed-in-mass-execution/" target="_blank">ammassare e poi uccidere 1.313 bosgnacchi</a> è stato ridipinto, sistemato e recintato, tornando a essere sede di una cooperativa agricola. Nemmeno una piccola targa ricorda quello che lì dentro è accaduto. A <strong>Pilica</strong>, la “casa della cultura” (nel cuore del paese, sulla strada principale), <a href="https://onms.nenasilje.org/2019/culture-centre-in-pilica-zvorniik/?lang=en" target="_blank">dove vennero ammazzate cinquecento persone</a>, molto più semplicemente viene lasciata cadere a pezzi. A inizio anno a un gruppo di documentaristi del Memoriale di Srebrenica voleva riprendere alcune immagini all’interno dell’edificio, ma è stato loro impedito di lavorare dalle autorità locali. L’ingresso è infatti interdetto a chiunque, soprattutto a quanti vogliano ricordare i propri cari. Noi riusciamo a entrarci, per pochi minuti, di nascosto, prima che arrivi la polizia. L’interno è spettrale. L’indomani la guida del Memoriale ci chiederà come abbiamo fatto ad entrare visto che la cittadinanza si allerta subito appena qualcuno si muove lì attorno. Anche qui, ovviamente, nemmeno una targa. Fuori però hanno pensato bene di realizzare un monumento per onorare i soldati serbo-bosniaci.</p>
<p>E a noi, oggi, cosa dice Srebrenica? «<em>Dalla Bosnia fino a oggi, fino a Gaza, il mondo è diventato un unico grande caos in cui l’aggressore e l’aggredito sono messi sullo stesso piano</em> – spiega con amarezza il giornalista <strong>Paolo Rumiz</strong> –. <em>Sono stanco di vedere guerre che si potrebbero evitare con il dialogo, ma purtroppo abbiamo perso la bellezza e la fatica delle parole giuste</em>». Gli fa eco l’attrice e documentarista <strong>Roberta Biagiarelli</strong> che, con Rumiz, ha realizzato il bellissimo podcast <a href="https://open.spotify.com/show/0e5QiHzTyCDO6I6eQJ7PsZ?si=2fb7d056d9214583" target="_blank">Srebrenica: il genocidio dimenticato</a> (ascoltatelo!). «<em>Oggi è chiaro</em> – spiega nel podcast – <em>che le guerre jugoslave non furono un rigurgito medievale, ma l’anticipazione del mondo attuale, sempre più diviso e più violento. Srebrenica, purtroppo parla al nostro presente</em>».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Anche questo incontro e la visita al memoriale di Potočari sono avvenuti nel contesto della missione di Ospiti in Arrivo, a inizio maggio, di cui ho scritto <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link</a>. E anche in questo caso un grandissimo grazie va Nihad Suljić, attivista, compagno di battaglie e amico.</p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_1/' title='Srebrenica_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_2/' title='Srebrenica_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida e Nihad" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_3/' title='Srebrenica_3'><img width="1600" height="773" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il cimitero accanto al memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_4/' title='Srebrenica_4'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_4.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il cimitero accanto al memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_5/' title='Srebrenica_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_6/' title='Srebrenica_6'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Le scarpe di quanti hanno perso la vita durante la &quot;marcia della morte&quot; - Memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_7/' title='Srebrenica_7'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_7.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_8/' title='Srebrenica_8'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_8.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>

<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>In Bosnia con Ospiti in Arrivo &#124; Seconda parte &#124; «Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 04:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti in arrivo]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2417</guid>
		<description><![CDATA[A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di Ospiti in Arrivo (a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda) con destinazione Tuzla....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>A inizio maggio sono stata in Bosnia, prendendo parte a una missione di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in Arrivo</a> (<i>a cui va, come sempre, la mia gratitudine più profonda</i>) con destinazione <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tuzla" target="_blank">Tuzla</a>. Da lì, l&#8217;attivista <strong>Nihad Suljić</strong> </em><i>ci ha accompagnati lungo la Drina, nel territorio in cui, nel 1992, iniziò la pulizia etnica. Questo stesso territorio è parte della geografia in cui si consuma il dramma delle persone che – in movimento lungo la rotta balcanica – muoiono a causa della violenta politica di militarizzazione dei confini. Insieme a Nihad (il cui impegno è preziosissimo) abbiamo visitato i cimiteri dove sono sepolti questi uomini e queste donne, annegati nella Drina, ma anche i luoghi del genocidio, i memoriali di cui è disseminata la Bosnia orientale, ascoltando le testimonianze delle persone impegnate nel fare memoria, ma anche (e non è un caso) nell’aiuto a quanti e quante percorrono la rotta balcanica. Ne è uscito un reportage in due parti: qui di seguito trovate la seconda parte (in fondo la galleria fotografica), <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link, invece, la seconda</a>.</i><em> </em></p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">«Sappiamo cosa significa fuggire dalla guerra»</span></strong></h3>
<p>«<em>Sappiamo bene, per averlo vissuto, cosa vuol dire dover abbandonare tutto perché c’è la guerra. E conosciamo altrettanto bene l’angoscia che ti abita quando non sai, anche dopo anni, che fine hanno fatto i tuoi cari</em>». Incontriamo <strong>Emina</strong> nel suo appartamento di Zvornik, nel nordest della Bosnia. Siamo alla fine di una giornata trascorsa di cimitero in cimitero per visitare i luoghi dove sono sepolte le persone migranti morte nel tentativo di attraversare la Drina (<a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">nella prima parte del reportage</a>). Anche Emina è tra quanti hanno scelto di mobilitarsi per le persone in movimento sulla rotta balcanica, persone che però preferisce chiamare «<em>i nostri fratelli siriani e afghani</em>». È uno sguardo magnetico il suo, gli occhi chiari – mentre ti parla – cercano i tuoi, senza tregua. E ride, ride parecchio, con una voce roca da fumatrice incallita. La sua casa affaccia proprio sulla Drina, dall’altra parte del fiume c’è la Serbia. «<em>Dal balcone ho iniziato ad accorgermi di questi ragazzi che attraversavano a nuoto. Vedevo anche le condizioni in cui arrivavano dopo mesi di viaggio, dopo le violenze della polizia, in Iran, in Turchia e poi in Europa. Come si fa a non provare ad aiutarli? Soprattutto se hai vissuto quello che abbiamo vissuto noi?</em>».</p>
<p><strong>È in questa regione della Bosnia che, nel 1992, inizia infatti la pulizia etnica</strong>. Il primo di aprile – indisturbate – le “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guardia_volontaria_serba" target="_blank">Tigri di Arkan</a>” (ufficialmente “Guardia volontaria serba”, gruppo paramilitare di volontari, ndr) entrano a <strong>Bijeljina</strong>. L’assalto dura tre giorni: è un massacro, cinquecento bosgnacchi (<em>bosniaci di fede musulmana, ndr</em>) vengono uccisi. Gli altri costretti alla fuga. <strong>In poco più di una settimana le truppe regolari e irregolari serbe occupano, oltre a Bijeljina, altre cittadine e borghi, tra cui anche Zvornik, Bratunac, Srebrenica, Žepa, Višegrad, Derventa e Foča</strong>: uccidono, stuprano, saccheggiano. Proprio a Zvornik per la prima volta si sente usare la parola “<em><strong>cist</strong></em>”, “<em><strong>pulito</strong></em>”: l’obiettivo è infatti ripulire dai “turchi” i territori “misti”, a maggioranza musulmana, una presenza che ostacola la continuità geografica ed etnica con la Serbia. Emina riuscì a scappare con la sua famiglia, trovando riparo a Tuzla. «<em>Fu un’odissea, fuggimmo nei boschi a piedi</em>». <strong>Le chiediamo quanti sono oggi i bosgnacchi a Zvornik. Ride con amarezza: «<em>Siamo un errore statistico</em>».</strong> Sono infatti pochissime le persone sopravvissute e sfollate che, all’indomani della guerra, scelsero di rientrare. Emina fu tra queste e al suo ritorno, nei primi anni duemila, trovò il proprio appartamento occupato. Ci vollero tempo e un buon avvocato per rientrarne in possesso. «<em>I miei figli vivono a Sarajevo</em> – racconta –<em>, mi ripetono di raggiungerli, ma io non me vado, anche se le vessazioni non mancano. Sono vecchia, non me ne curo. Cosa possono farmi ormai?</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Bosnia la situazione rimane tesa. Sul muro davanti casa di Emina sono apparse scritte che inneggiano a <a href="https://www.balcanicaucaso.org/Dossier/La-cattura-di-Ratko-Mladic" target="_blank">Ratko Mladić</a>, il generale che guidò il genocidio di Srebrenica di cui, l’11 luglio di quest’anno, ricorre il trentennale. Oltre ottomila uomini – dai quindici ai sessantacinque anni – vennero trucidati in una manciata di giorni. I corpi furono poi ammassati in fosse comuni. Fosse che vennero a più riprese riaperte e spostate per occultare il massacro e rendere difficile il ritovamento e il riconoscimento delle vittime. Ancora oggi c’è chi cerca i propri cari. L’ultima fossa comune, riconducibile ai massacri del luglio ‘95, è stata scoperta quattro anni fa a Kalinovik, a sessanta chilometri da Sarajevo. Si ritiene che altre non siano ancora state trovate. Fondamentale, per l’identificazione dei corpi, è stato l’utilizzo del dna. Nella città di Tuzla è infatti attiva da anni l’International Commission on Missing Persons che si dedica all’identificazione di chi è scomparso a Srebrenica. Negli anni è stata restituita l’identità di oltre settemila persone. È questo il sistema che gli attivisti vorrebbero fosse esteso anche ai migranti morti lungo la rotta balcanica.</p>
<p>«<em>Sono le stesse madri di Srebrenica a sollecitarlo</em> – racconta Nihad Suljic, attivista di Tuzla –, <em>donne che non di rado aiutano i migranti, anche accogliendoli: un silenzioso e ideale ponte di solidarietà con altre madri lontane dai propri figli</em>».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Post Scriptum.</strong> </span><em>Questo reportage è stato pubblicato sulle pagine del settimanale diocesano di Udine con inevitabili questione di spazio perché contenere tutto quello che ci è stato raccontato e trasmesso, quello che abbiamo vissuto nella nostra missione in Bosnia è impossibile. Ho dovuto quindi fare delle scelte, anche per questioni di efficacia. Ad esempio, ho scelto di limitarmi a raccontare Emina, invece, ad accoglierci, c&#8217;era anche Remzija, pure lei – insieme ad Emina – dà sostegno alle persone in movimento sulla rotta balcanica. Vederle ridere insieme è stata una boccata d&#8217;aria, un assaggio dell&#8217;ironia straordinaria dei bosniaci che sanno usare anche mentre ti raccontano storie drammatiche. Ho sempre pensato che questa luminosissima dote sia una loro peculiare forma di ostinata resistenza a tutto quello che di feroce la storia ha messo sul loro cammino. Ed è anche per questo che amo – alla follia – questo popolo e questa terra. E poi c&#8217;era un ragazzo bangladese, di cui, con dispiacere, scopro di non averne appuntato il nome. Della sua presenza lì si dovrebbe scrivere ampiamente: ci ha spiegato che a Zvornik non è arrivato per caso, ma chiamato da un&#8217;azienda, lui come altri parecchi lavoratori. E ha aggiunto: «Certo che l&#8217;Europa resta un grande sogno, ma ho deciso di restare qui in Bosnia. Guadagno indubbiamente meno, ma la mia dignità di persona non viene piegata dalla violenza di un continente che non ci vuole. In futuro chissà magari le cose cambieranno».</em></p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_1/' title='Zvornik_1'><img width="1206" height="543" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Emina (in verde) e Remzija (in rosa)" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_2/' title='Zvornik_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_3/' title='Zvornik_3'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Emina, Remzija, NIhad e il ragazzo bangladese" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_4/' title='Zvornik_4'><img width="2048" height="1536" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_4.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La missione di Ospiti in arrivo" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/zvornik_5/' title='Zvornik_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Zvornik_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="La Drina vista dall&#039;appartamento di Emina" /></a>

]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-seconda-parte-sappiamo-cosa-significa-fuggire-dalla-guerra/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Riflettori accesi sul 41-bis grazie a Sisifo. Un&#8217;associazione che è una buona notizia</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/sisifo-accende-i-riflettori-sul-41-bis/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/sisifo-accende-i-riflettori-sul-41-bis/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 12:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2243</guid>
		<description><![CDATA[Quella relativa al 41-bis – il regime di «carcere duro» – è tra le questioni più dibattute rispetto al sistema penitenziario italiano (qui, per saperne di...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quella relativa al 41-bis – il regime di «carcere duro» – è tra le questioni più dibattute rispetto al sistema penitenziario italiano (<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/alta-sicurezza-e-41-bis/" target="_blank">qui, per saperne di più, il rapporto dell&#8217;associazione Antigone</a>). Questione che puntualmente polarizza l’opinione pubblica, come per il caso di <a href="https://www.wired.it/article/alfredo-cospito-anarchico-41-bis-condanne-strage/" target="_blank">Alfredo Cospito</a>, il primo anarchico a finire, nel maggio 2022, in regime di 41-bis. Ed è proprio sul 41-bis che l’associazione culturale <a href="https://www.sisifoassociazione.it/" target="_blank">Sisifo</a> ha deciso di accendere i riflettori con un convegno in programma giovedì 16 novembre alle 15 all’Università di Udine (in via Tomadini, 30/a). A intervenire saranno Tullio Padovani, già ordinario di Diritto penale alla Scuola Sant’Anna di Pisa, nonché accademico dei Lincei, e Fabio Fiorentin, magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Venezia. A moderare l’incontro sarà Enrico Amati, docente di Diritto penale dell’Università di Udine.</p>
<p>Costituitasi nel 2021, l’associazione <em>Sisifo</em> è composta da studenti e studentesse in prevalenza iscritti a Giurisprudenza, ma anche in altre facoltà. «Il nostro obiettivo – spiega la vicepresidente, <strong>Linda Iacuzzi</strong> (<em>nella fot</em>o) – è promuovere un diritto penale liberale e garantista. Siamo un gruppo di giovani, che guidati da motivazioni e percorsi diversi, desiderano agire in un campo in cui avvengono ogni giorno violazioni di diritti e soprusi, un luogo in cui non sempre la pratica e l’opinione comune seguono la Legge. Qui ogni scelta che si compie ha conseguenze significative sulla vita delle persone, serve dunque essere formati e informati. Serve maturare una consapevolezza che si tenga fuori da un dibattito polarizzato. Per questo tra le attività che organizziamo ci sono momenti formativi pensati non solo per noi, ma per tutta la cittadinanza. Si tratta di confronti aperti dove chi interviene offre opinioni e sguardi differenti sulle questioni che di volta in volta vengono affrontate».</p>
<p>Ventidue anni, studentessa di Giurisprudenza, Iacuzzi ha piglio sicuro e idee chiare: «Abbiamo scelto di parlare di 41-bis perché sin dalla sua introduzione ha destato numerose perplessità, visto il suo essere al confine della legittimità costituzionale. Numerosi sono stati i dibattiti che hanno riguardato questo regime, vuoi nel tentativo di legittimarlo, vuoi per metterne in luce le ombre. Eppure, ancor oggi è forma dell’esecuzione penale che per altro interessa molto da vicino anche la nostra regione, il carcere di Tolmezzo ospita infatti una sezione apposita. Siamo dunque a chiederci se debba continuare ad esistere o se sia venuto il momento di abbandonarlo o riformarlo profondamente anche alla luce di com’è cambiato il mondo delle mafie».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/linda.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2245" alt="linda" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/linda-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>«Il nostro intento – prosegue Iacuzzi – è divulgativo, cerchiamo cioè di rendere accessibili a tutti informazioni e nozioni spesso tecniche. Interveniamo anche nelle scuole superiori. Cerchiamo poi di accorciare le distanze tra carcere e città, perché troppo spesso le questioni che riguardano i detenuti sono ritenute dai più come estranee. Invece dovremmo avercele a cuore tutti, perché incidono sulla società in generale, anche in termini di sicurezza».</p>
<p>Per diversi di questi ragazzi l’impegno è in prima persona anche dentro il carcere, grazie all’associazione di volontariato penitenziario <a href="http://www.icaro.fvg.it/" target="_blank">Icaro</a>, di cui anche Linda fa parte. «È un’esperienza straordinaria – racconta –. L’anno scorso ho tenuto, insieme a un’altra volontaria, un corso di scrittura creativa. Confrontarsi con questi ragazzi che su per giù hanno la nostra età ha un impatto davvero forte. È duro constatare che le loro parole sono svuotate di speranza, fanno fatica anche solo a immaginare il futuro. Hanno fatto scelte sbagliate, certo, ma a pesare parecchio è il contesto sociale. Conoscendoli, parlando con loro scopri che non sono “persone cattive”. Anzi. Sono persone che meritano un’occasione, ma così com’è strutturato il sistema penitenziario, di occasioni ce ne sono davvero poche». Importantissimo poi il fare rete sul territorio con le diverse realtà. «È un caposaldo del nostro agire – conferma la vicepresidente di Sisifo –, siamo aperti a tutte le collaborazioni. Siamo grati all’Università che ci ha accompagnato sin dall’inizio del percorso e continua a sostenerci. Ci sono poi associazioni come Icaro e realtà come la Spes, la Scuola di Politica ed Etica sociale della Diocesi, con cui realizziamo iniziative comuni e che ci aiutano a crescere».</p>
<p>Un appello? «È rivolto a nuovi associati – risponde sorridendo Iacuzzi –, siamo una ventina di iscritti, ma il percorso di studi ha un termine e vorremmo che comunque l’associazione restasse un sodalizio di “studenti per gli studenti”, servono quindi nuove presenze fattive». Chi volesse contattare l’associazione può usare i profili social o scrivere a sisifoodv@gmail.com.</p>
<p>Dopo il convegno del 16 novembre è già in programma una nuova iniziativa che si terrà il 5 dicembre alle 16.30, in via Tomadini, 30. Si parlerà di «Educare punendo. La sofferenza inflitta può favorire il reinserimento?» insieme ad Angela Gianelli, giudice del Tribunale dei Minori di Trieste, e Katia Bolelli, pedagogista e psicologa, Direttrice della Fondazione RagazzinGioco.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/396178872_344390804911192_189797324042346319_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2246" alt="396178872_344390804911192_189797324042346319_n" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/396178872_344390804911192_189797324042346319_n.jpg" width="561" height="795" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/sisifo-accende-i-riflettori-sul-41-bis/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>8 marzo &#124; Ucraina, l&#8217;odissea di donne e bambini</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/8-marzo-ucraina-lodissea-di-donne-e-bambini/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/8-marzo-ucraina-lodissea-di-donne-e-bambini/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Confine orientale]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[confine]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2113</guid>
		<description><![CDATA[8 marzo 2022. Il pensiero va alle donne ucraine, a quelle che ho incontrato una settimana fa, al valico di Fernetti. A quelle ancora in fuga...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><i>8 marzo 2022. Il pensiero va alle donne ucraine, a quelle che ho incontrato una settimana fa, al valico di Fernetti. A quelle ancora in fuga coi propri figli. A quelle che sono rimaste a combattere. Il pensiero va a loro che oggi rappresentano, nel dramma dell&#8217;attualità, tutte le donne che si trovano a vivere nei troppi teatri di guerra del mondo. Di seguito l&#8217;articolo con le storie che ho raccolto al confine tra Italia e Slovenia.</i></p>
<h2><span style="color: #ff6600;">A Fernetti l&#8217;odissea di donne e bambini</span></h2>
<p>Lunedì 28 febbraio. Quinto giorno di guerra. Sono le nove di sera e il valico di Fernetti – al confine tra Italia e Slovenia – è sferzato da un vento gelido. In un silenzio surreale, uno dopo l’altro, arrivano i pullman stipati di profughi dall’Ucraina. Sono quasi tutte donne con i loro bambini: mamme, nonne e sorelle che li hanno strappati alla follia della guerra. Di colpo sembra di essere tornati indietro di trent’anni esatti, ai conflitti feroci dei Balcani. Gli occhi attoniti che dai finestrini bucano il buio della notte sono gli stessi di allora, quelli di chi si è messo in salvo lasciandosi però alle spalle una vita intera: il proprio Paese, una casa e gli affetti più cari. Sgranati e dolenti – è bene ricordarlo – sono gli occhi che ci interrogano da ogni teatro di guerra.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Sugli autobus della salvezza</span></em></h4>
<p>Ci avviciniamo a uno dei pullman, l’autista – mentre la polizia di frontiera sta controllando i documenti e registrando gli ingressi – è sceso a fumare una sigaretta. Diretti a Pescara, sono partiti domenica all’alba da Chernivtsi, città in riva al fiume Prut, a 25 chilometri dal confine con la Romania. «Il viaggio è stato difficile – racconta mischiando italiano e inglese –, il Paese è nel caos, le donne e i bambini in fuga sono tantissimi. Appena saremo giunti a destinazione torneremo indietro a prendere altre persone in attesa. È una tragedia». Chiediamo se tra le donne a bordo ce n’è qualcuna che abbia voglia di raccontare. Scende Irma. È stremata, ma – in un italiano perfetto – cerca comunque con fatica le parole per dar forma alla propria odissea.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">La storia di Irma, la storia di tutte </span></em></h4>
<p>«Ho portato via da Kiev mia figlia con la sua bambina di appena tre mesi – racconta –, mai ci saremmo aspettati che si arrivasse a questo. Abbiamo lasciato tutto quello che avevamo costruito con sacrifici enormi, ma soprattutto abbiamo dovuto lasciare i nostri familiari».</p>
<p>«Mio marito – racconta con la voce rotta dall’emozione – lavora in Italia, ma per il Natale ortodosso era rientrato per alcune settimane di vacanza, quando ha visto la piega che stava prendendo la situazione è rimasto per combattere, esattamente come mio genero. Mia madre invece è troppo anziana e malata per affrontare un viaggio come questo. Si rende conto cosa vuol dire, da un giorno all’altro avere la vita spezzata e la famiglia divisa in due? Eppure non potevamo fare altro, se fossero fuggiti anche i nostri mariti, chi sarebbe rimasto a difendere il nostro Paese, la nostra terra? Avremmo voluto rimanere anche mia figlia ed io, come molte altre donne su questo autobus, ma abbiamo la responsabilità dei nostri bambini e bambine, hanno tutto il futuro davanti e il diritto di vivere in un luogo dove non cadono le bombe». Per ora quel luogo sarà Foggia, lì abita infatti la sorella di Irma che darà loro una prima accoglienza. Quasi tutte le persone con cui parliamo hanno questa prospettiva, ricongiungersi temporaneamente con familiari o conoscenti che vivono e lavorano in Italia. Nel raccontare Irma si ferma un istante, raccoglie forze, parole e prosegue: «Sono arrabbiata, che colpa abbiamo noi? Siamo un popolo che ne ha passate tante, che lavora sodo per vivere meglio e far crescere il proprio Paese, cosa vuole Putin da noi?».</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Donne e bambini </span></em></h4>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2114" alt="Fernetti_1" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg" width="819" height="614" /></a>Saliamo in corriera e ci si stringe il cuore. I bambini e le bambine sono davvero tanti, molti di loro hanno pochi mesi e sono aggrappati alle proprie mamme. La nipotina di Irma ha la febbre alta, si sta valutando se chiamare un’ambulanza o proseguire. Poco prima di noi è salita una volontaria dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) che ha distribuito beni di prima necessità, anche le caramelle che hanno acceso il sorriso dei bambini. Intanto, gli occhi azzurrissimi di Maria, sei anni, ci seguono curiosi, ci chiede chi siamo. Quando scopre che siamo giornaliste è un po’ delusa dal fatto che non lavoriamo per la televisione, ma ci prega lo stesso di dire che lei e i suoi fratelli vogliono al più presto tornare a casa. È notte fonda e alcune delle donne dormono, sono ferme qui a Fernetti per il controllo dei documenti ormai da due ore. Livia ha poco più di vent’anni e un bimbo di due che la stringe forte: «È spaventato – racconta –, ha sentito le bombe cadere vicino casa, ha visto un palazzo in fiamme, ora non fa che stringermi. Spero che un giorno possa dimenticare». Olga invece di anni ne ha quasi cinquanta, sorride ogni volta che guarda suo figlio: «Essere riuscita a portarlo in salvo – spiega – è una gioia immensa, a volte devo toccarlo per dirmi che è vero, che sta bene e non è stato nemmeno ferito. Poi penso a mio marito e a mio fratello che stanno difendendo la nostra città e allora non riesco a trattenere le lacrime». Stiamo per scendere, ma ci ferma ancora un istante: «Scrivete che vi siamo grati – aggiunge – abbiamo visto che siete scesi in piazza in tutta Italia, non avete idea di quanto ci abbia scaldato il cuore. Non lasciateci soli, continuate ad aiutarci».<br />
Intanto, proprio nella mattinata di lunedì, l’Alto commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha fatto sapere che sono già mezzo milione i profughi ucraini che sono fuggiti dalla guerra, un numero destinato a salire nei prossimi giorni: se non si troverà una soluzione di pace, si stima che a lasciare l’Ucraina potrebbero essere anche sei milioni di persone.</p>
<p><em>Pubblicato sul numero di mercoledì 2 marzo 2022 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica».</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2116" alt="fernetti_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3-1024x768.jpeg" width="826" height="619" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/8-marzo-ucraina-lodissea-di-donne-e-bambini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Da Dragogna a Gradisca, si continua a morire &#8220;di confine&#8221;</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/da-dragogna-a-gradisca-si-muore-di-confine/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/da-dragogna-a-gradisca-si-muore-di-confine/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 16:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Confine orientale]]></category>
		<category><![CDATA[cpr]]></category>
		<category><![CDATA[Croazia]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2086</guid>
		<description><![CDATA[È un tempo di Avvento, quello che stiamo attraversando, in cui è ben poca la luce che ci accompagna. A scandire i giorni – e nemmeno...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È un tempo di Avvento, quello che stiamo attraversando, in cui è ben poca la luce che ci accompagna. A scandire i giorni – e nemmeno ce ne accorgiamo – sono invece il dolore e la morte che si raggrumano densi tra le maglie strette del confine orientale, togliendo il respiro a quel che resta della nostra umanità. Giovedì scorso una bambina di 10 anni – 10 appena – è morta affogata tra le acque gelide del fiume Dragogna, lungo il confine istriano tra la Slovenia e la Croazia. Era una bimba curda che insieme alla sua famiglia stava inseguendo, lungo la “rotta balcanica”, il sogno di una vita migliore, fatta di diritti e di dignità, che confidava di trovare in Europa. E invece in Europa ha trovato solo porte chiuse e la morte che l’ha strappata alla vita mentre era aggrappata alle spalle della sua mamma che – insieme agli altri tre figli – tentava disperatamente di attraversare il fiume (<a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Slovenia/Morire-al-confine-214618" target="_blank">qui un articolo di Osservatorio Balcani</a>).</p>
<p>Che ne sarà di loro adesso, loro che sono sopravvissuti? Difficile dirlo, hanno fatto richiesta di asilo, ma potrebbero essere rispediti indietro, in Bosnia, lungo la “rotta balcanica”. O forse – come già per altro accaduto ad altre famiglie – potrebbero essere divisi: i minori affidati ai servizi sociali, la madre, invece, espulsa. È questa la quotidianità feroce e disumana del confine europeo. Basti pensare che neanche un mese fa – il 19 novembre – un bimbo siriano di poco più di un anno è morto di freddo nei boschi al confine tra Polonia e Bielorussia, ma ce ne siamo già dimenticati.</p>
<p>E non sono queste storie isolate. Anzi, tutt’altro: la rete transnazionale di attivisti che ogni giorno soccorre e denuncia l’indicibile, dà conto non solo della situazione terribile in cui versano migliaia di persone – e tra loro sono tantissimi i bambini –, ma anche delle efferate violazioni dei diritti umani compiute dalle polizie di confine, in particolare quella croata (ben equipaggiata dall’Unione Europea) che, prima di rispedire in Bosnia i migranti che hanno tentato di entrare in Europa, si premura di picchiarli e spogliarli di tutto. Trattamento riservato anche a uomini e donne afghani per i quali, solo ad agosto, provavamo tanta umana vicinanza, sentimento ormai inghiottito da altre urgenze.</p>
<p>Ma in questo tempo di Avvento si muore “di confine” non solo lungo la rotta, ma anche qui, in Friuli. Neanche una settimana fa un uomo di origine marocchina (ad oggi sappiamo solo che il suo nome inizia per R) si è ammazzato al Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Gradisca: quella stessa struttura in cui l’anno scorso sono morti Vakhtang Enukidze, georgiano, e Orgest Turia, albanese. Una notizia, quella del suicidio di R., accolta dalla più totale indifferenza e che la maggior parte dei media non ha nemmeno dato. Eppure questi luoghi di detenzione dovrebbero interrogarci dal momento che la cronaca ci dà conto della morte in contenzione – appena pochi giorni prima, al Cpr di Ponte Galeria (a Roma) – di <a href="https://www.meltingpot.org/2021/12/morte-wissem-abdel-latif-il-sistema-di-accoglienza-a-cura-in-italia/" target="_blank">Wissem Ben Abdellatif</a>, mentre al Cpr di Torino (travolto da un’inchiesta giudiziaria) sarebbero oltre 60 i tentativi di suicidio in appena due mesi. <a href="https://nofrontierefvg.noblogs.org" target="_blank">Domenica 19 dicembre alle 14.30 ci sarà un presidio fuori dal Cpr</a>.</p>
<p>Per fortuna però non c’è solo silenzio, mentre il giornale va in stampa, martedì 14 dicembre, a Trieste in piazza Libertà, ribattezzata «Piazza del Mondo» (dove i volontari di Linea d’Ombra ogni giorno prestano cure a chi giunge in città dalla “rotta balcanica”), prende vita «Il cammino della speranza». Si tratta di un’iniziativa promossa da una vasta rete di associazioni e movimenti: una staffetta in otto tappe – dal confine orientale di Pesek a quello occidentale di Oulx in Val di Susa – sulle orme delle persone migranti per affrontare il tema della “rotta balcanica” e iniziare a muoversi e non solo a commuoversi. Una traversata simbolica, che impegnerà, fino al 22 dicembre, una cinquantina di atleti e coprirà 800 chilometri. Sono loro a correre, ma la responsabilità di fare luce e dissipare il buio del tempo presente è nelle mani di ognuno e di ognuna di noi. <b><br />
</b></p>
<p>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine di mercoledì 15 dicembre 2021.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/da-dragogna-a-gradisca-si-muore-di-confine/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Afghanistan &#124; Nilofar e Malalai: «Salvateci la vita e i sogni»</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/afghanistan-nilofar-e-malalai-salvateci-la-vita-e-i-nostri-sogni/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/afghanistan-nilofar-e-malalai-salvateci-la-vita-e-i-nostri-sogni/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 03:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2055</guid>
		<description><![CDATA[«Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse far progredire il nostro Paese, senza il pensiero e la paura di doverci sposare per forza e dipendere da un uomo. E invece ora i nostri sogni sono diventati all’improvviso irrealizzabili. Viviamo un incubo, aiutateci: non dimenticatevi di noi e di tutte le altre donne afghane</em>». Hanno 14 anni <strong>Nilofar</strong> e <strong>Malalai</strong> (<em>i nomi sono di fantasia</em>) e le loro parole, i loro sguardi ti stringono il cuore togliendo il respiro. Gemelle, a quest’ora le due ragazze sarebbero dovuto essere in Italia, insieme alla loro famiglia, composta dalla mamma, una zia, un fratello adulto e altri sette bambini tra fratelli, sorelle e nipoti. Erano infatti stati tutti inseriti nelle liste italiane di evacuazione, ma a partire non ce l’hanno mai fatta: salvi per miracolo, si trovavano all’aeroporto di Kabul proprio nel momento dell’attentato kamikaze che il 26 agosto ha fatto oltre duecento morti, ponendo fine al ponte aereo per l’Italia. L’ostilità dei soldati americani ed inglesi prima, il caos seguito alla tragedia poi, hanno polverizzato in un istante la loro occasione di salvezza.</p>
<p>Le intervistiamo grazie a una videochiamata via Whatsapp: insieme a me c’è il fratello Ahmad, che vive e lavora in Friuli ormai da tempo. Anche lui, come molti, ha dovuto lasciare l’Afghanistan anni fa a causa delle continue minacce di morte talebane per aver collaborato con le forze Nato. Hanno occhi grandi e profondi queste due ragazze, occhi che tradiscono l’aver dovuto crescere in fretta e tutta l’amara tristezza per un futuro che sembrava possibile e che ora, invece, è sfumato. Raccontano che, dopo l’attentato all’aeroporto, sono scappate da Kabul per tornare nella loro provincia, da sempre controllata dai talebani: «<em>Viviamo nascoste – </em>spiegano<em> –, le ritorsioni contro coloro che erano nelle liste di evacuazione, ma non sono riusciti a partire, sono terribili. Soprattutto se si tratta di donne. I talebani stanno andando casa per casa, le notizie che arrivano sono tremende: picchiano, rapiscono e uccidono senza la benché minima pietà</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Sogni</span> <span style="color: #ff6600;">infranti</span></h3>
<p>Chiedo dei loro sogni. Nilofar, la più spigliata e loquace delle due, vuole fare la medica. Malalai invece – con un sorriso timido, ma pieno di luce – dice che ha sempre desiderato diventare giornalista. «<em>Non è mai stato facile crescere qui</em> – sottolineano –<em>, proprio perché i talebani sono ostili all’istruzione e alla cultura, nelle scuole ci sono sempre stati continui attentati, le ragazze vengono rapite, le insegnanti prese di mira, ma tutto questo non ci ha mai fermate: nonostante i rischi, abbiamo continuato ad andare a lezione, perché per noi è importantissimo. Ora però è tutto finito, vorremmo proseguire gli studi, ma anche potendo, non ci verrà mai concesso di lavorare</em>». «<em>Ci riempie di gioia</em> – aggiungono – <em>sapere che invece, in altre parti del mondo, come da voi in Italia, le donne possono vivere nella libertà e diventare quello che desiderano. Vi chiediamo allora di non dimenticarci, di non lasciarci sole, di continuare a parlare di noi, a interessarvi di quel che ci accade. Fate sentire la nostra voce, qui è peggio di quel che potete immaginare. Non lasciate che ci annullino, aiutateci ad essere qualcuno. Aiutateci ad usare le nostre capacità per le donne che saranno dopo di noi</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">«Salvate almeno i bambini»</span></h3>
<p>Fa capolino nel video la piccola <strong>Fauzia</strong>, nipote delle gemelle e figlia di Ahmed. Ha sette anni, un piglio deciso e lo sguardo vivace, le poniamo la più banale delle domande: «<em>Fauzia, ti piace studiare?</em>». «<em>Certo</em> – risponde –. <em>Ma</em> – rilancia – <em>non lo sapete che qui c’è la guerra e non mi lasceranno più andare a scuola?</em>». Intervengono anche la mamma e la nonna della piccola. Due donne forti, la prima ha 25 anni, la seconda 45. Ahmed mi racconta con orgoglio che sua madre ha tenuto testa più volte e senza paura ai talebani. Intanto, la più giovane delle due ci dice di aver perso le speranze di raggiungere l’Italia, ma aggiunge: «Vi imploro, fate venire da voi almeno i bambini, loro hanno tutta la vita davanti». «Cerchiamo di resistere – le fa eco la madre di Ahmed –, ma non so per quanto, manca tutto, acqua, cibo, medicine. Il bimbo più piccolo non mangia, è traumatizzato dai corpi straziati dei morti che ha visto in aeroporto dopo l’attentato. E non possiamo nemmeno andare da un medico. Trascorriamo i nostri giorni aspettando solo che vengano a sgozzarci».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Immobilità internazionale</span></strong></h3>
<p>In queste ore sono numerose le persone che si stanno mobilitando per questa ed altre famiglie: venerdì 3 settembre in piazza Matteotti a Udine, ad esempio, un centinaio le persone che hanno risposto all’appello a manifestare delle «<strong>Donne in nero</strong>». Ma le risposte che arrivano – soprattutto dai politici, anche del nostro territorio, con ruoli nazionali – sono laconiche e formali: «al momento non si può fare nulla», «vedremo», «faremo». E aggiungono: «<em>Ora l’obiettivo è la massima assistenza alla popolazione afghana, a partire dalla “seconda fase”, su cui tutta la comunità internazionale si dovrà impegnare</em>». Già, nel frattempo, nell’attesa della “seconda fase” c’è chi cerca – oltre ogni nostra immaginazione – di sopravvivere all’indicibile.<br />
Una buona notizia giunge mentre il giornale sta andando in stampa; nella sua informativa al Senato, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha dichiarato: «C’è rammarico e forte preoccupazione per chi non è riuscito a partire dall’Afghanistan e la Difesa offre piena disponibilità per eventuali ulteriori operazioni di evacuazione dal Paese».</p>
<p>Pubblicato sull’edizione dell’8 settembre 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/afghanistan-nilofar-e-malalai-salvateci-la-vita-e-i-nostri-sogni/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>25 aprile 2021 guardando a Ondina Peteani &#124; Intervista con Marta Cuscunà</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/25-aprile-2021-nel-segno-della-resistenza-con-ondina-peteani-intervista-con-marta-cuscuna/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/25-aprile-2021-nel-segno-della-resistenza-con-ondina-peteani-intervista-con-marta-cuscuna/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Apr 2021 08:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Regeni]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile 2021]]></category>
		<category><![CDATA[Marta Cuscunà]]></category>
		<category><![CDATA[Ondina Peteani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=2003</guid>
		<description><![CDATA[O​​ndina Peteani non visse la gioia della Liberazione. Quel 25 aprile lei si trovava «assieme a una babele di relitti umani a più di mille chilometri...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>O​​ndina Peteani non visse la gioia della Liberazione. Quel 25 aprile lei si trovava «<em>assieme a una babele di relitti umani a più di mille chilometri di distanza</em>». Era sopravvissuta ad Auschwitz, ma «<em>irrimediabilmente provata nel fisico e brutalizzata nella mente</em>». A raccontare la vita di questa straordinaria donna – che a 18 anni scelse di diventare staffetta partigiana, che venne catturata e poi internata come prigioniera politica, che sopravvisse all’orrore dei lager perché animata dalla Resistenza («<em>sinonimo del nostro irrefrenabile bisogno di Libertà</em>») – è l’attrice e autrice monfalconese <a href="https://www.martacuscuna.it" target="_blank"><strong>Marta Cuscunà</strong></a>, in uno spettacolo intenso ed emozionante: «<em><strong>È bello vivere liberi!</strong></em>» che è andato in scena venerdì 23 aprile alle 21 in streaming dal teatro Lavaroni di Artegna, nell’ambito della rassegna dell’Ert.</p>
<p>Ondina rientrò a Trieste nel luglio del 1945, impiegò tre mesi per percorrere 1300 chilometri. Divenne ostetrica e l’impegno politico e la passione civile furono la costante di tutta la sua vita, innervata da un profondo e radicale senso di solidarietà. Che cosa possono trasmetterci oggi, in un tempo inedito e tanto complesso, l’esperienza della Resistenza e la vita di Ondina? Lo abbiamo chiesto proprio a Marta Cuscunà.</p>
<p><strong>Cuscunà, quanto e come è attuale celebrare e vivere la Festa della Liberazione a 76 anni di distanza?</strong></p>
<p>«Rispondo con una scelta che ho fatto. Insieme all’Ert ho voluto che ad Artegna, in sala, ci sia la sagoma di Patrick Zaki perché in questo momento non c’è figura che renda più evidente il fatto che quello che è accaduto ad Ondina continua a succedere e dobbiamo farcene carico. Una vicenda, quella dello studente egiziano, che si ricollega a quella di Giulio Regeni rispetto alla quale non siamo ancora riusciti ad ottenere verità e giustizia. Nei giorni scorsi poi, il portale web dell’Anpi nazionale, nel quale è stato realizzato il memoriale digitale della Resistenza, ha subito un attacco hacker. Insomma, la violenza fascista ha forme diverse, ma esiste ancora».</p>
<p><strong>Ondina subì l’indicibile, ma non smise di “ricostruire” per tutta la sua vita, anche all’indomani del terremoto del 1976, per dirne una, mise in piedi la prima tendopoli, cosa ci dice per il tempo che stiamo vivendo?</strong></p>
<p>«Ci dice che dobbiamo mettere da parte le paure e trovare la strada per rinascere e ricostruire. A colpirmi della sua biografia è proprio il fatto che ha sempre agito per contrasto alle avversità. Ne è un esempio la sua scelta di diventare ostetrica, che derivò dall’essere uscita dai lager sterile: reagì a quella dolorosa privazione facendo nascere i figli degli altri, dedicandosi sempre alle prospettive di futuro. Lo fece, per altro, dentro una cornice di condivisione, di sorellanza, di solidarietà».</p>
<p><strong>Dedicarsi alle prospettive di futuro vuol dire anche dedicarsi ai giovani…</strong></p>
<p>«Esattamente, e lei lo fece. Organizzava i viaggi con i “giovani pionieri” e gruppi di lavoro in cui la sua principale attività era avviare il discorso politico con ragazzi e ragazze giovanissimi, proprio perché le rivoluzioni devono essere fatte da chi ha il futuro davanti. Anche in tale frangente dovremmo tenere il suo esempio come stella polare, soprattutto in un momento in cui, a partire dalla scuola, le giovani generazioni sono state messe da parte. In questa pandemia le necessità dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze non sono state e non sono una priorità».</p>
<p><strong>Continuiamo a parlare di giovani, prima della pandemia era iniziata una nuova fattiva stagione di impegno civile da parte loro nel segno della tutela dell’ambiente, e ora?</strong></p>
<p>«Nel mio ambito lavorativo, quello dello spettacolo, l’esplosione dell’autorganizzazione è stata evidentissima. Purtroppo nel momento in cui le istituzioni ti ignorano, l’unico modo che hai per prendere la parola è fare delle azioni significative, non è un caso che dopo oltre un anno di pandemia noi siamo arrivati ad occupare un teatro (<em>il Globe di Roma, ndr</em>) e a quel punto il ministro Franceschini è venuto a dialogare con noi. In qualche modo questa situazione ci costringe ad azioni, pacifiche, ma evidenti e scomode, per prenderci uno spazio e un ascolto che altrimenti non ci sarebbe dato. Mi auguro dunque che le giovani generazioni riescano a trovare la forza per prendersi uno spazio che noi adulti non abbiamo una gran voglia di concedere loro».</p>
<p><strong>Hai citato il suo lavoro, il settore dello spettacolo è tra i più piegati dalla pandemia. Ondina, prima di diventare staffetta, aveva fatto l’operaia nei cantieri navali di Monfalcone, fu anche lì che maturò una consapevolezza rispetto al tema dei diritti e della dignità, altro tema scottante in questo 25 aprile.</strong></p>
<p>«In Ondina c’era una radicata e profonda idea di giustizia sociale, desiderata e cercata per tutte e per tutti. Mi piace ricordare che uno degli slogan fondamentali di chi come me ha manifestato in questa pandemia è stato “non solo per noi, ma per tutt*”, dunque la consapevolezza che la precarietà sfrenata (che nel nostro settore veniva chiamata “atipicità”), in realtà non è altro che sfruttamento e assenza di diritti. Questa lotta quanto più è comune, quanto più va a intersecare i problemi che altri lavoratori hanno in altri settori, tanto più sarà efficace. Siamo consapevoli che non solo il mondo dello spettacolo, a livello lavorativo e contrattuale, deve essere riformato. Dunque in questo 25 aprile anche la parola insieme va riscoperta».</p>
<p><strong>Nelle tue riflessioni ricorre di frequente la parola “consapevolezza”, è forse il punto da cui partire in questo 25 aprile per percorre la strada che Ondina ci mostra?</strong></p>
<p>«Lei lo diceva chiaramente, anche perché uno degli stereotipi che venivano appiccicati ai partigiani e alle partigiane, era che – vista la loro giovanissima età – erano degli incoscienti. Ondina invece ribadiva “non eravamo incoscienti, eravamo entusiasti”: agivano in un contesto in cui la formazione politica era importantissima, proprio per maturare una consapevolezza che va continuamente rinnovata e radicata nel presente. Anche per questo mettiamo in scena lo spettacolo, pur sapendo che non è teatro, lo facciamo per dare un segno di resistenza, perché la storia di Ondina – oggi più che mai – merita di essere condivisa».</p>
<p>(«[…] <em>Noi giovani ci eravamo schierati. Avevamo deciso da che parte stare. E oltre a un ideale forte, quello che ci aveva aiutati, era essere straordinariamente felici. Un rigoglioso altruismo ci aveva uniti nella consapevolezza. Non era incoscienza, ma era entusiasmo. Un grande entusiasmo, perché eravamo profondamente convinti, tutti, uomini e donne, di combattere per un mondo migliore”, in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminil</a></em><a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">i», Forum editrice</a>, ndr).</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Anna Piuzzi</strong></p>
<p>(<em>Intervista pubblicata sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 21 aprile 2021)</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/25-aprile-2021-nel-segno-della-resistenza-con-ondina-peteani-intervista-con-marta-cuscuna/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nella voce di Ajla le tante donne in fuga dalle guerre dei Balcani</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/in-ajla-le-donne-in-fuga-dalle-guerre-dei-balcani/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/in-ajla-le-donne-in-fuga-dalle-guerre-dei-balcani/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Booklovers]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Libri alla radio]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia]]></category>
		<category><![CDATA[figli della guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Forum Editrice]]></category>
		<category><![CDATA[Guerre dei Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Silvia Bazzoli]]></category>
		<category><![CDATA[stupri etnici]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=1977</guid>
		<description><![CDATA[Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1981" alt="caserma pasubio 2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2-1024x682.jpg" width="352" height="233" /></a>Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere tregua solo quando abbiano trovato forma compiuta sulla pagina scritta. È successo a <strong>Maria Silvia Bazzoli</strong> – giornalista, documentarista e ora scrittrice – che allo scoppio delle guerre nell’ex-Jugoslavia seguì le vicende dei profughi e della loro accoglienza in Italia, soprattutto a Cervignano, nell’ex caserma Monte Pasubio (<em>le foto qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del <a href="https://www.facebook.com/ciocherimane" target="_blank">Ciò che rimane</a></em>). Sono innumerevoli le testimonianze che raccolse lì, tra le donne in fuga da un conflitto che – come altrove, del resto – aveva fatto del loro corpo un campo di battaglia, attraverso lo stupro etnico e violenze indicibili. Quella miriade di frammenti ora si ricompone in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/s-confini/la-voce-di-ajla" target="_blank">«La voce di Ajla»</a>, il romanzo d’esordio di Bazzoli, pubblicato dalla Forum editrice nella collana (s)confini (<a href="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" target="_blank">qui il podcast con l&#8217;intervista radiofonica a Maria Silvia Bazzoli per Radio Spazio</a>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1984" alt="pasubio 3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg" width="960" height="466" /></a></p>
<p>Le due protagoniste – Ajla e la figlia Alina – hanno “inseguito” l’autrice per anni, il lettore le incontra in una Parigi imbiancata dalla neve (elemento ricorrente nella narrazione), alle prese con la memoria: «Parigi ovattata sotto la neve assomiglia a un acquario dove galleggiano volti e immagini, e io… io mi ci trovo a nuotare disorientata, sopraffatta dai ricordi che non volevo» spiega Alina all’amica Hellen. Ajla si trova in ospedale, sprofondata in uno stato di catalessi, inspiegabile per i medici. Alina – ricamatrice, affermata fiber artist – è appena rientrata da New York per assistere la madre del cui passato non sa nulla, per lei dunque è giunto il tempo di riannodare i propri ricordi con la storia di Ajla.</p>
<p>Inizia così un dialogo che viene concesso e affidato, nella sua interezza, solo al lettore perché Ajla racconta, ma la sua voce è muta. Ad Alina dunque toccherà intuire, raccogliere indizi e scavare nel passato. Il suo è il destino che accomuna tantissimi giovani, i cosiddetti “figli della guerra” che – nei Balcani e in tutta Europa – hanno scelto di scoprire le proprie radici per quanto dolorose, ma indispensabili per ricomporre la propria identità.</p>
<p>È – quello di Alina – uno scavare che però restituisce molto anche a noi, perché, come società, abbiamo archiviato in fretta quella parentesi della storia europea che coinvolse così da vicino il nostro territorio. Un indagare che ci dà conto, per altro, della difficoltà che quelle donne affrontarono per ricostruire la propria vita: grazie ai ricordi di Alina scopriamo, infatti, che le due protagoniste vissero i primi anni a Parigi in strada, in estrema povertà. Ma è proprio quel guardare il mondo dal basso, dal marciapiede, che dona ad Alina la capacità di sentire nel profondo l’umanità di chi incontra.</p>
<p>Tutto questo ci viene consegnato da una scrittura ricca, dal passo poetico, che però non edulcora nulla, anzi, quando deve dire la violenza, si fa diretta, scarna ed essenziale.</p>
<p>«La voce di Ajla» è un libro importante, arrivato in libreria proprio nei giorni in cui ricorrono <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-venticinque-anni-dopo-gli-Accordi-di-Dayton-206686" target="_blank">i 25 anni dagli accordi di Dayton</a> – che sancirono una pace sempre in bilico e la definitiva divisione etnica della Bosnia –, a un quarto di secolo (celebrato a luglio) dall’eccidio di Srebrenica in cui, sotto gli occhi di un’Europa inebetita, furono ammazzate ottomila persone.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1988" alt="479" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg" width="850" height="479" /></a></p>
<p>A firmare la postfazione è poi un’autrice che meglio di altri ha analizzato le vicende dei Balcani, <strong>Nicole Janigro</strong>. Infine, più che indovinata l’evocativa immagine di copertina: uno scatto tratto dalla serie «Il sogno delle cose» di <strong>Ulderica Da Pozzo</strong>, anche lei capace come poche di tessere, per immagini, le storie delle donne.</p>
<p><em>Maria Silvia Bazzoli / La voce di Ajla / Forum / 192 pagine, 16, 50 euro</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/in-ajla-le-donne-in-fuga-dalle-guerre-dei-balcani/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
<enclosure url="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" length="31046635" type="audio/mpeg" />
		</item>
		<item>
		<title>Intervista &#124; 8 marzo con le «Resistenze femminili» di Marta Cuscunà</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/8-marzo-con-le-resistenze-femminili-di-marta-cuscuna-intervista/</link>
		<comments>https://www.annapiuzzi.it/8-marzo-con-le-resistenze-femminili-di-marta-cuscuna-intervista/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 06:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[Booklovers]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.annapiuzzi.it/?p=1911</guid>
		<description><![CDATA[È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1913" alt="forum" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum-217x300.jpg" width="217" height="300" /></a>È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà ed emancipazione che attraversa la storia e si rende visibile nella vita di donne forti e determinate. Quel filo, <a href="https://www.martacuscuna.it/" target="_blank">Marta Cuscunà</a>, lo cerca da sempre e lo tiene saldamente in mano. Non solo. Grazie alla sua straordinaria abilità narrativa ce lo porge con generosità: è la consapevolezza che solo una piena parità di diritti tra i generi farà progredire una società oggi così tanto in affanno. Alla vigilia dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, ci troviamo nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus. A isolarlo per primo in Italia, è stato un <a href="https://www.corriere.it/salute/20_febbraio_02/squadra-donne-che-ha-isolato-virus-notti-microscopio-poi-salti-gioia-06752d5c-460a-11ea-89f5-524fb04840d5.shtml" target="_blank">team di donne</a>, un’eccellenza del bel paese, eppure parecchia stampa nostrana si è permessa di chiamare quelle ricercatrici – titolate tanto quanto i colleghi uomini – <a href="https://www.corriere.it/scuola/universita/cards/coronavirus-non-chiamatele-signore-o-ragazze-sono-scienziate/tre-signore-meridionali_principale.shtml" target="_blank">«le ragazze dello Spallanzani»</a>. Che fare dunque? Cosa insegna la storia? Quale ruolo rivendicare (ancora) oggi? L’ho chiesto proprio all’autrice e performer di teatro visuale, Marta Cuscunà. È infatti fresco di stampa – pubblicato dalla <a href="https://forumeditrice.it/" target="_blank">Forum Editrice Universitaria Udinese</a> e sostenuto dalla Consigliera di Parità della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – il volume <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminili»</a> che raccoglie la trilogia dei suoi testi teatrali  su donne e uomini che, in tempi e luoghi diversi, hanno escogitato nuove forme di resistenza a una società sbilanciata al maschile («È bello vivere liberi!», «La semplicità ingannata» e «Sorry, boys»).</p>
<p><strong>Marta, il tuo lavoro tiene insieme storie di donne diversissime che, in tempi lontani tra loro, hanno giocato un ruolo importante nella rivendicazione di un’uguaglianza dei diritti, dalla staffetta partigiana Ondina Peteani alle Clarisse di Udine del Cinquecento. Cosa ci restituisce questo viaggio?</strong></p>
<p>«Innanzitutto la consapevolezza che i semi di questa rivolta delle donne per riuscire ad avere un ruolo nella società sono sparsi in diverse epoche, mentre nell’immaginario collettivo il femminismo e la rivendicazione dei diritti delle donne vengono fatti risalire quasi esclusivamente al ’68. È invece importante aver coscienza delle storie di tante donne che hanno coltivato questa utopia in epoche e contesti diversissimi».</p>
<p><strong>È un’utopia dunque?</strong></p>
<p>«Diciamo che è così che ce la rifilano, come un miraggio impossibile da raggiungere, invece le storie che ho incontrato sono vere e dunque possibili. Lasciano però l’amaro in bocca perché anche quelle lontanissime, penso proprio a “La semplicità ingannata” che approfondisce il tema della monacazione forzata e la presa di coscienza delle Clarisse di Udine, appunto nel Cinquecento, ci mostrano, purtroppo, analogie con la realtà contemporanea, a partire dagli squilibri che tuttora governano i rapporti tra uomini e donne».</p>
<p><strong>Eppure, proprio quelle suore Clarisse ci mostrano il grande beneficio che la società potrebbe trarre dalla parità, loro all’epoca trasformarono il  monastero in un centro di cultura.</strong></p>
<p>«Soprattutto non si accontentarono delle briciole che il sistema patriarcale concedeva loro con l’obiettivo di farle stare buone e mantenerle comunque dentro quel sistema che, ovviamente, le discriminava. È un insegnamento che ci deve mettere in guardia: ogni sistema concede briciole per accontentare chi rivendica qualcosa, ma le briciole non bastano per un cambiamento radicale del modello sociale. In questo tempo di crisi su ogni fronte – ambientale, economico e umanitario – abbiamo la dimostrazione che il modello patriarcale, che per secoli ci siamo portati dietro, è fallimentare e ha bisogno di essere cambiato».</p>
<p><strong>Non a caso anche in questi giorni di emergenza coronavirus i pregiudizi, derivanti da quel modello, non sono mancati…</strong></p>
<p>«Certo, la vicenda delle ricercatrici dello Spallanzani, ad esempio, sorprende perché siamo abituati ad avere degli eroi uomini. Qui, invece, sono donne e, per di più, non sono da sole, ma lavorano in team, sono comunità… ecco dunque che il sistema ha bisogno di parole rassicuranti e allora chiama quelle ricercatrici “ragazze”. Non dovremmo mai dimenticare, come continua a ripetere un’intellettuale come Michela Murgia, che le storie che ci raccontiamo costruiscono il mondo in cui viviamo e viceversa. Narrare storie diverse da quelle a cui siamo abituati può aiutarci a costruire un mondo nuovo».</p>
<p><strong>Quello che fai tu con la tua trilogia…</strong></p>
<p>«Sì, infatti nasce anche dal desiderio di narrare esempi positivi per riappropriarsi dell’idea di femminismo».</p>
<p><strong>E lo iscrivi in una dimensione comunitaria, Ondina Peteani, non fece la Resistenza per sé&#8230;</strong></p>
<p>«Addirittura si mise a disposizione di un Paese che pensava di poter fare a meno delle donne. Le storiche che si occupano del contributo che le donne diedero alla Resistenza, fanno emergere come a loro non fosse richiesto nulla: sarebbero potute restare a casa aspettando che la guerra e la dittatura si risolvessero. Parliamo di giovani donne, Ondina di anni ne aveva appena 17, che riuscirono a capire che il proprio contributo era fondamentale per cambiare il Paese e che la democrazia a cui aspiravano doveva prevedere un ruolo diverso per la donna. Conclusa la Resistenza però i loro stessi uomini le fecero tornare al “proprio posto”».</p>
<p><strong>E oggi – in mezzo a tutte queste crisi – c’è consapevolezza tra le giovani del ruolo da rivendicare?</strong></p>
<p>«Credo di sì, la trilogia va in scena da dieci anni, e mai come ora la mobilitazione giovanile, penso ai movimenti per il clima, ha avuto giovani donne come leader che, analogamente a Ondina, prendono la parola, si fanno carico di questa responsabilità. Non è un caso che proprio in questi giorni ci siano, da parte di chi le avversa, vergognosi attacchi che giocano proprio sul loro essere donne, umiliandone il corpo. È una storia che si ripete, è il prezzo del prendere parola in un mondo maschile. In questi dieci anni anche il movimento femminista è cambiato, è più globale, è diventato un’alleanza fortissima tra le donne. Credo che siamo arrivati a un punto di cui, un giorno, leggeremo sui libri di storia, un punto da cui non si torna più indietro».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Intervista pubblicata sull&#8217;edizione del 4 marzo 2020 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.annapiuzzi.it/8-marzo-con-le-resistenze-femminili-di-marta-cuscuna-intervista/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
