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	<title>Anna Piuzzi &#187; Diritti</title>
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		<title>Linda e il suo mese al fianco dei palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 12:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cisgiordania]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[«Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida». È un messaggio inatteso quello che...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Anna, ho una cosa da chiederti. Domani mattina sul prestino posso beccarti da qualche parte a Udine? Sarò molto rapida</em>». È un messaggio inatteso quello che il 21 luglio ricevo da Linda (<i>il nome è di fantasia</i>). Ci conosciamo da anni, ma – per dire – prima d’ora non abbiamo mai preso un caffè assieme. Attivista per i diritti delle persone in movimento sulla rotta balcanica, Linda è uno dei miei “agganci” quando ho bisogno di raccogliere informazioni sulle situazioni di crisi umanitaria in regione o sulla rotta. A volte mi ha anche portata con sé mentre andava a distribuire cibo o a prestare cure mediche ai migranti costretti a dormire all’addiaccio, fuori accoglienza. C’è però anche un’altra causa che la abita e che la muove, per cui si spende in prima persona: la causa del popolo palestinese. E infatti è per questo che mi ha chiesto di vederci.</p>
<p>Di fronte a un caffè mi racconta che è in partenza per i territori occupati della Cisgiordania, starà via un mese con un’organizzazione internazionale, l’<a href="https://palsolidarity.org/" target="_blank">International Solidarity Movement</a>. In quel mese farà “interposizione”: in buona sostanza proverà – in maniera del tutto pacifica – a ostacolare e rallentare le azioni dei coloni israeliani e dell’esercito miranti a occupare illegalmente nuovi territori palestinesi. Prima di partire però – su precisa indicazione dell’Ism – ha la necessità di costruire una rete di contatti di emergenza da attivare nel caso le succeda qualcosa: un arresto, un ferimento, un’espulsione. In quella rete serve anche una giornalista, è questa la cosa che Linda mi deve chiedere. Trascorrerò il mese successivo con il cellulare sempre acceso, anche di notte. Seguirò il suo “diario” quasi quotidiano su Telegram, mi preoccuperò quando, tra un messaggio e l’altro, il tempo sarà troppo. Soprattutto, proverò con lei rabbia profonda per l’ingiustizia che via via andrà documentando e ammirazione per la capacità di resistenza del popolo palestinese. In questo mese ci sarà un solo momento di allerta, per fortuna rientrato abbastanza in fretta. Linda è tornata a Udine da una decina di giorni.</p>
<p><strong>Linda, negli ultimi dieci anni ti sei spesa molto per le persone in movimento sulla rotta balcanica, non solo qui in Friuli, ma anche in Serbia, Bosnia e perfino a Ventimiglia. Questa volta hai concentrato il tuo impegno per la Palestina, cosa ha fatto scattare questa decisione?</strong></p>
<p>«La rotta balcanica e la Palestina sono due contesti molto diversi, ma accomunati dall’oppressione dell’uomo sull’uomo. Un’oppressione che lungo la rotta vede singole persone mettere in campo enormi capacità umane e personali, resistendo ai confini con i propri corpi. Quella del popolo palestinese è invece la lotta di comunità che hanno ancora un radicamento al territorio che permette di rispondere all’oppressione in maniera organizzata. Ho sentito il bisogno di andare in Palestina ovviamente per la situazione internazionale, ma anche per imparare nuovi metodi di resistenza, di speranza».</p>
<p><strong>Il tuo impegno in questo mese non è stato solo documentare l’oppressione di Israele sul popolo palestinese, hai anche messo in gioco il tuo corpo, facendo “interposizione”, e il tuo essere europea.</strong></p>
<p>«L’International Solidarity Movement è un’organizzazione internazionale a guida palestinese che fa perno sulle comunità locali, sono quindi i palestinesi stessi a dirci di cosa c’è bisogno. La presenza di noi “internazionali” ha come principale obiettivo quello di far valere il privilegio che deriva dall’avere un passaporto occidentale. La nostra è dunque una presenza solidale dentro le comunità che subiscono in misura maggiore gli attacchi dei coloni israeliani e dell’esercito. In sostanza si vive nelle comunità, nelle famiglie. E in accordo con le comunità e le famiglie, quando c’è un attacco, gli internazionali sono al fianco dei palestinesi nell’affronatre esercito e coloni in maniera pacifica e non violenta, nella speranza di riuscire a limitare la violenza che questi possono esercitare».</p>
<p><strong>Tu dove hai operato?</strong></p>
<p>«A nord della Valle del Giordano, in comunità molto organizzate. Il mio impegno è consistito nell’accompagnare pastori e agricoltori nelle loro attività quotidiane, vivere nelle loro case e nelle loro tende per provare a prevenire le incursioni, soprattutto notturne. Qui la repressione è fortissima, anche se altrove, penso a Masafer Yatta, la violenza è anche maggiore. Basti pensare che lì a fine luglio un colono ha ucciso a sangue freddo un attivista e maestro palestinese. Il colono è uscito di prigione ancor prima che Israele restituisse il corpo dell’attivista palestinese alla sua famiglia».</p>
<p><strong>Prova a darci un’idea di quel che accade.</strong></p>
<p>«Vivere in un contesto del genere fa cambiare tutto. Si comincia a stare attenti ad ogni rumore, soprattutto quello dei motori perché potrebbe trattarsi dell’arrivo dei coloni. Cambia il modo perfino di dormire, si resta vestiti e con le scarpe per essere pronti a reagire. Anche le relazioni cambiano, quella con l’esterno per esempio, prima di lasciare che i bambini giochino all’aperto si controlla che non ci sia nulla di strano. Succede che i coloni, anche ragazzini, arrivino con i quad e facciano finta di investire i bambini. C’è l’intimidazione, dunque i coloni che osservano gli animali al pascolo per far capire che prima o poi le pecore saranno loro, o le tubature dell’acqua per far immaginare un sabotaggio».</p>
<p><strong>Gesti che non restano minacce, ma si concretizzano.</strong></p>
<p>«Certo. Alle intimidazioni seguono atti di violenza fisica ben più cruda. Un ragazzo che ho conosciuto è stato accoltellato perché era accorso a difendere il fratello di 14 anni mentre subiva un attacco dai coloni. Solo un mese prima anche il padre era stato picchiato e derubato di 40 pecore. Poco prima del mio arrivo, nella stessa zona, nella notte i coloni ne avevano sgozzate 150. Parliamo di danni economici ingenti se pensiamo che il potere di acquisto dei palestinesi è bassissimo e una pecora costa tra 600 e 800 euro. Per non dire dello sradicamento di migliaia di ulivi, piante antichissime che testimoniano il radicamento del popolo palestinese in questi territori».</p>
<p><strong>C’è poi una violenza istituzionale, la Valle del Giordano è, secondo gli accordi di Oslo, in “zona C”, dunque sotto il controllo civile e militare di Israele. Controllo che per altro doveva essere temporaneo </strong>(<a href="https://irpimedia.irpi.eu/terrapromessa-israele-come-funziona-occupazione-in-cisgiordania-palestina/" target="_blank">qui per saperne di più</a>).</p>
<p>«Sì, è anche considerata area di interesse militare strategico, cosa che amplifica arbitrarietà e violenza. Non solo ci sono aree inaccessibili, ma le persone vengono spostate ad esempio con la scusa di esercitazioni. Qui per altro si “allenano” anche i soldati che compiono il massacro di Gaza. C’è poi il tema delle mine inesplose che restano sul terreno, nel mio mese in Cisgiordania ho vissuto anche in una famiglia il cui figlio, mentre portava le pecore al pascolo, è saltato su una di queste mine. Ovviamente nessun ristoro è stato concesso alla famiglia».</p>
<p><strong>Hai detto di essere partita per la Cisgiordania anche per imparare, ecco, che cosa porti con te dell’umanità e dell’esperienza del popolo palestinese?</strong></p>
<p>«Ho riscontrato una fortissima accettazione della realtà, qualcosa che permette di restare vivi e razionali all’interno di quella situazione. Al contempo un altrettanto forte senso di ribellione nei confronti dell’oppressione: a ogni violenza subita ho visto seguire un rapidissimo riorganizzarsi, non c’è spazio per l’avvilimento. E poi un’incredibile dimensione di cura».</p>
<p><strong>In che senso, nelle relazioni?</strong></p>
<p>«Resistenza e dignità portano a una certa durezza nell’atteggiamento, non potrebbe essere altrimenti. Poi però ho visto grande cura nelle relazioni. Sono mamma e nei momenti di sconforto mi trovo spesso in difficoltà a trasmettere serenità ai miei figli. Ecco, a fronte della durezza dovuta dall’oppressione, ho visto una grandissima dimensione di cura nei confronti dei bambini (che sono tantissimi), ma anche verso noi internazionali».</p>
<p><strong>C’è stato un momento di crisi più marcata e anche tu sei stata dentro la violenza dell’esercito, lo puoi raccontare?</strong></p>
<p>«Una sera, faceva già buio, abbiamo visto arrivare i quad. Il primo momento è stato di incertezza, non sapevamo se erano militari o coloni, i mezzi erano senza targhe. Abbiamo provato a interporci perché non entrassero, ma è stato inutile. Armati, hanno intimato agli uomini di mettersi in fila, le donne strappate dalla cucina sono state portate anch’esse nell’area comune senza nemmeno il tempo di indossare il velo. Hanno messo tutto a soqquadro e ci hanno detto che noi internazionali non potevamo restare lì. La stessa scena si è ripetuta la notte successiva, l’esercito è stato ancora più violento e ha minacciato la famiglia palestinese di ritorsioni se noi non fossimo andati via. Anche qui, una volta finita l’irruzione, la risposta è stata rapida, sono accorsi i vicini, i parenti della famiglia, altri attivisti internazionali e palestinesi, paramedici, il coordinamento di comunità. Tutti insieme hanno deciso che dovevamo restare. Per dieci giorni la presenza è stata massiva. Per fortuna l’esercito non è tornato».</p>
<p><strong>Che ricordo hai di quelle notti?</strong></p>
<p>«Di grande spavento, ma anche di grande bellezza nello stare insieme, nella consapevolezza che potevamo resistere. Notti anche di balli, di danza e di ritmo».</p>
<p><em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine il 17 settembre 2025.</em></p>
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		<title>Puniti dissenso e marginalità: i nodi del Decreto Sicurezza</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2025 05:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>

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		<description><![CDATA[Non ci gira troppo attorno l’avvocato Raffaele Conte. Quando gli chiediamo del Decreto Legge Sicurezza, il presidente della Camera Penale di Udine va, infatti, dritto dritto...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci gira troppo attorno l’avvocato <strong>Raffaele Conte</strong>. Quando gli chiediamo del Decreto Legge Sicurezza, il presidente della <a href="https://www.camerapenalefriulana.it/homepage" target="_blank">Camera Penale di Udine</a> va, infatti, dritto dritto al cuore della questione e spiega: «<em>È un prodotto securitario che soddisfa il marketing delle emozioni</em>».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Forma pericolosamente irrituale</span></strong></h5>
<p>Ma andiamo con ordine. Entrato in vigore sabato 12 aprile, il <a href="https://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2025/04/decreto-legge-48-2025-decreto-sicurezza.pdf" target="_blank">decreto legge</a> ha sollevato pesantissime critiche anche per l’irritualità del percorso scelto dal Governo Meloni. Il testo del decreto, infatti, riprende gran parte di un altro provvedimento che lo stesso Governo aveva già approvato a fine 2023: in quel caso però si trattava di un disegno di legge, e in quanto tale era stato trasmesso al Parlamento perché lo discutesse, senza scadenze e con ampie possibilità di modifica. Di fronte però alle numerose contestazioni, alle spaccature dentro la stessa maggioranza e allo stallo dell’iter, il Governo ha scelto la decretazione d’urgenza: di fatto ha sottratto il provvedimento al Parlamento e lo ha riscritto, con alcune leggere modifiche. Ora, il provvedimento tornerà di nuovo alle Camere, ma dovrà essere approvato entro sessanta giorni per la conversione in legge. E senza che i parlamentari possano cambiarlo se non per aspetti molto marginali.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Ambiti d’intervento diversissimi</span></strong></h5>
<p>A destare fortissime perplessità sono poi i contenuti. «<em>Siamo di fronte</em> – osserva l’avvocato Conte – <em>a un provvedimento che, in 39 articoli, tocca ben 20 ambiti diversi: si va dal contrasto al terrorismo alle truffe agli anziani, dalla normativa antimafia alle manifestazioni. Si tengono insomma insieme questioni diversissime. Su alcune disposizioni si può anche convenire, ma non può sfuggire che, ancora una volta, da una parte vengono introdotte nuove fattispecie di reato, dall’altra si inaspriscono le pene. Non è un caso che, da quando si è insediato il Governo Meloni, il numero delle persone detenute in Italia sia passato da circa 55mila a 62mila. Ma soprattutto, a mio modo di vedere, è davvero preoccupante il fatto che le condotte oggetto di criminalizzazione appaiono, nella quasi totalità dei casi, espressive di marginalità sociale o di forme di dissenso</em>».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Punire la marginalità</span></strong></h5>
<p>Tra le misure più contestate c’è l’introduzione della non obbligatorietà del rinvio della pena per donne incinte o che hanno figli con meno di un anno. Il decreto-legge prevede tuttavia che la detenzione debba avvenire obbligatoriamente negli Icam, gli Istituti a custodia attenuata per madri, cioè in quei particolari tipi di carcere pensati per attenuare l’esperienza della reclusione di bambini e bambine. «<em>È chiaro che in questo caso</em> – sottolinea Conte – <em>si vuole colpire le donne di etnia Rom</em>». Evidente dunque un intento discriminatorio. «<em>In tema di marginalità</em> – osserva ancora Conte – <em>si è intervenuti anche in tema di occupazione abusiva di immobili, sull’onda di casi eclatanti, ma isolati. È difficile comprendere il perché di norme ad hoc, dal momento che una normativa c’è già. Anche in questo caso si vuole dare risposta all’emotività dell’elettorato anziché rimuovere le cause di un disagio sociale</em>».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Proteste in carcere</span></strong></h5>
<p>E c’è poi la grande questione delle proteste in carcere, un luogo che – com’è ormai ben noto – soffre di affollamento cronico e condizioni di vita al limite della tollerabilità. In questo contesto è stato quindi introdotto il nuovo reato di rivolta in carcere, modificando il codice penale con l’aggiunta di un nuovo specifico articolo, il 415-bis. Con «rivolta» il decreto-legge si riferisce a quelli che definisce «atti di violenza o minaccia o di resistenza» agli ordini compiuti da tre o più persone riunite con questo intento. Il decreto-legge prevede che queste persone siano punite con la detenzione da uno a cinque anni, con pene più lunghe se la rivolta provoca lesioni personali, o morte, al personale penitenziario. «<em>Si può arrivare fino ai vent’anni</em> – commenta Conte – <em>indipendentemente dal fatto che si siano cagionati direttamente danni o lesioni, basta aver preso parte alle proteste. Anche in questo caso il problema sociale si risolve sul piano penale, il carcere si conferma come vera e propria “discarica sociale”. Le stesse norme si applicano anche ai Cpr, dove, se possibile, le condizioni sono ancora più disumane». Un punto molto contestato del decreto-legge riguarda il fatto che questo reato si riferisce anche a «condotte di resistenza passiva</em>», che a seguito di obiezioni del presidente della Repubblica il Governo ha definito in maniera più precisa (ma comunque ampiamente interpretabile) come atti che impediscono il compimento di azioni finalizzate alla gestione dell’ordine e della sicurezza all’interno delle carceri.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Contro il dissenso</span></strong></h5>
<p>E in tema di manifestazioni? «<em>Ci sono inasprimenti fortissimi</em> – osserva il Presidente della Camera Penale di Udine – <em>e sono costruiti in maniera mirata, puntano agli ecoattivisti, a chi manifesta contro le grandi opere. Più in generale vogliono agire da deterrente, vogliono dissuadere dal partecipare a manifestazioni facendo leva sul fatto che sia più conveniente restare a casa per non correre rischi nel caso ci possa essere qualche isolata “testa calda”</em>». Nel dettaglio il decreto legge inasprisce le pene per chi deturpi o imbratti beni mobili o immobili utilizzati da istituzioni pubbliche: si rischia il carcere da sei mesi a un anno e mezzo e la multa da mille a 3mila euro, con aumenti di pena in caso di recidiva. È poi prevista un’aggravante per quelli che vengono definiti «atti violenti» compiuti con l’obiettivo di impedire la realizzazione di un’infrastruttura, se questa è destinata «all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici»: è la parte del decreto che chi lo contesta definisce la “norma anti-No TAV”.<br />
Non basta, chi attua un blocco stradale, cioè impedisce la libera circolazione su strada, ad esempio col proprio corpo, se prima rischiava una multa che andava da mille a 4mila euro, ora incorre nella reclusione fino a un mese.<br />
E dunque, se un domani, in questo contesto si volesse manifestare, ad esempio contro la realizzazione di grandi opere sul Tagliamento? «<em>Temo che protestare potrebbe diventare difficile</em>» risponde Conte.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Norme a tutela degli agenti</strong></span></h5>
<p>Il decreto legge introduce poi nuove tutele legali per i membri di forze di polizia, vigili del fuoco, forze armate indagati o imputati per fatti connessi alle attività di servizio: è previsto che lo Stato potrà corrispondere fino a 10mila euro per le spese legali in ogni fase del procedimento penale in corso.<br />
C’è poi un articolo che specifica che le forze di polizia possono scegliere – non sono obbligate come richiesto da tempo da varie organizzazioni che si occupano di diritti – di indossare bodycam sulle divise. Cioè i dispositivi di videosorveglianza che servono a registrare l’operato degli agenti quando sono in servizio.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Avvocati in sciopero</span></strong></h5>
<p>Intanto, in dissenso con la normativa introdotta, la giunta dell’Unione delle camere penali italiane ha deliberato «l’astensione dalle udienze e da tutte le attività giudiziarie per i giorni 5, 6 e 7 maggio».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p>Articolo pubblicato sull&#8217;edizione del 30 aprile 2025 del settimanale diocesano di Udine (<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/05/VC3004_10.pdf" target="_blank">qui la pagina in pdf</a>).</p>
<p><a href="https://www.amnesty.it/la-rete-no-ddl-sicurezza-a-bruxelles/" target="_blank">Foto tratta da amnesty.it</a></p>
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		<title>Caporalato in FVG: il convegno di Libera e l&#8217;intervista con Marco Omizzolo</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 11:57:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>

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		<description><![CDATA[«Caporalato, sfruttamento lavorativo e tratta internazionale sono fenomeni che riguardano l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli. Detto questo, è poi però necessario fare un passo...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Caporalato, sfruttamento lavorativo e tratta internazionale sono fenomeni che riguardano l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli. Detto questo, è poi però necessario fare un passo avanti e avere consapevolezza del fatto che di regione in regione – a volte anche di provincia in provincia –, questi fenomeni assumono caratteristiche diverse: un conto è parlare di caporalato a Rosarno, un conto è parlare di ciò che accade sul territorio friulano</em>». Inizia da qui la mia chiacchierata con <strong>Marco Omizzolo</strong>, dal provare cioè a decostruire lo stereotipo (durissimo a morire) che il Friuli Venezia Giulia non è terra di sfruttamento lavorativo, né – tantomeno – di caporalato.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Chi è Marco Omizzolo</span></h4>
<p>Sociologo, Omizzolo è impegnato da anni nel denunciare lo sfruttamento dei lavoratori migranti, fenomeno che ha voluto studiare sul campo, addirittura lavorando come bracciante infiltrato in diverse aziende agricole dell’Agro Pontino, reclutato da caporali indiani. In India ha poi seguito un trafficante di esseri umani per indagare il sistema di tratta internazionale. Docente universitario e presidente di «Tempi Moderni», ha contribuito alla stesura della legge 199 sul caporalato e, nel 2016, a Latina, è stato animatore dello sciopero di oltre quattromila braccianti indiani contro caporali e padroni. Nel 2019 è stato nominato, dal presidente Sergio Mattarella, Cavaliere della Repubblica per meriti di ricerca e impegno contro il caporalato e lo sfruttamento. <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/per-motivi-di-giustizia" target="_blank"><strong><em>Per motivi di giustizia</em></strong></a>, <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/il-mio-nome-%C3%A8-balbir" target="_blank"><em><strong>Il mio nome è Balbir</strong></em></a> (scritto insieme a Balbir Singh) e <a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/laboratorio-criminale" target="_blank"><strong><em>Laboratorio criminale</em></strong></a> (scritto con Roberto Lessio) sono i libri che ha pubblicato per People. Omizzolo sarà il relatore di rilievo di <em><strong>Noi siamo Friuli Venezia Giulia. Storie di uomini e caporali</strong></em> della “due giorni” organizzata da Libera – al Centro Balducci di Zugliano venerdì 24 e sabato 25 gennaio (<a href="https://www.centrobalducci.org/eventi-e-news/noi-siamo-friuli-venezia-giulia/" target="_blank">qui il programma completo</a>) – proprio per far luce su tale fenomeno e per dar conto delle ricerche e indagini che sta conducendo su questa tematica almeno da tre anni.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Viticoltura e edilizia</span></h4>
<p>«<em>Il caporalato anche in Friuli</em> – mi spiega Omizzolo – <em>riguarda lo sfruttamento nelle campagne, ma con una particolare connotazione. C’è infatti un’incidenza nel settore vitivinicolo. Non parliamo quindi di un’agricoltura povera o residuale, come in altre regioni, ma al contrario di un’agricoltura di alta qualità, ricca. E proprio in questo contesto, in specifici casi, ci sono lavoratori a cottimo, presi a giornata, pagati in nero e impiegati in condizioni durissime. Ma in Friuli questi fenomeni riguardano, ben più che altrove, anche l’edilizia e i servizi, dal badantato domestico a quello sanitario</em>». C’è poi tutto il complesso capitolo della cantieristica navale.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">La Rotta balcanica? Elemento caratterizzante</span></h4>
<p>Gli chiedo quindi quanto la “rotta balcanica” sia un elemento caratterizzante il caporalato in Friuli. «<em>Lo è tantissimo e non potrebbe essere altrimenti, è infatti una rotta che, letteralmente, abbraccia questo territorio, il Nordest. A giungere qui sono uomini e donne, ne ho conosciuti parecchi, che dopo un’esperienza fatta di torture e violenze, quando arrivano in territorio italiano, legittimamente cercano un pezzo di pane, una bottiglia d’acqua e un po’ di serenità. La loro condizione però è di emarginazione, esclusione e di fortissima vulnerabilità, è chiaro che quindi sono facilmente sfruttabili, ricattabili. Soprattutto se manca l’accoglienza, se mancano le tutele, se manca una politica di integrazione. Ed è questo un fenomeno che si va allargando</em>». «<em>Ancora una volta dunque</em> – continua Omizzolo – <em>non è solo il problema del singolo imprenditore criminale che decide di sfruttare qualcuno, ma di riforme, riforme delle politiche di accoglienza e più in generale delle politiche sociali. Serve poi un impegno più ragionato delle Regioni. Da sociologo sono molto affezionato alla figura di Abdelmalek Sayad, sociologo e filosofo algerino. Ebbene lui parlava di “effetto specchio” delle migrazioni, nel senso che quando non riconosciamo diritti alle persone migranti a rimetterci è la nostra democrazia che si indebolisce inesorabilmente. Su questa partita noi ci giochiamo la faccia. Non è solo questione di diritti sindacali, ma di democrazia</em>».</p>
<p>E pensare che la morte di <a href="https://www.avvenire.it/attualita/pagine/satnam-singh-due-nuovi-arresti" target="_blank">Satnam Singh</a> – il bracciante indiano che nell’Agro Pontino è stato lasciato morire dal suo datore di lavoro, dopo un grave incidente – sembrava aver innescato, nella sua feroce disumanità, la possibilità di un&#8217;imminente una svolta. «<em>È stata una fiammata</em> – osserva con amarezza Omizzolo –. <em>All’indomani di quella tragedia abbiamo sentito che ci sarebbero stati più controlli, che fatti del genere non si sarebbero mai più dovuti verificare. La realtà delle cose è che nel frattempo ci sono stati decine di Satnam. L’intervento repressivo è fondamentale, ma manca la politica: non si è ancora prodotta una riforma delle regole, delle procedure formali e informali che in questo Paese producono le forme di sfruttamento</em>».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Il sistema delle quote (che non piace nemmeno a Rosolen)</span></h4>
<p>Proprio in questi giorni in Friuli Venezia Giulia si sta parlando di “quote”, l’assessora regionale al Lavoro, Alessia Rosolen, <a href="https://www.regione.fvg.it/rafvg/giunta/dettaglio.act;jsessionid=1C5A185FBBA9190B83871C5A52012D72?dir=/rafvg/cms/RAFVG/Giunta/Rosolen/comunicati/&amp;id=135665&amp;ass=C06&amp;WT.ti=Ricerca%20comunicati%20stampa" target="_blank">ha dichiarato che il fabbisogno di manodopera non comunitaria è di 1160 lavoratori. Soprattutto Rosolen ha evidenziato che bisogna andare oltre il sistema delle quote</a> messo in piedi dalla legge “Bossi-Fini” (datata 2002). Quanto quel sistema ha contribuito a favorire lo sfruttamento lavorativo? «<em>Moltissimo</em> – conferma il sociologo –. <em>Una delle mie esperienze più note è di aver seguito un trafficante di esseri umani in Asia. Attraverso quell’esperienza ho avuto modo di osservare come parecchie delle persone reclutate nei loro luoghi di residenza da quel trafficante – che per altro era in combutta con imprenditori criminali italiani – arrivavano poi in Italia non irregolarmente, ma inserite nel sistema delle quote. Parliamo di persone che erano vittime di tratta (perché pagavano migliaia di euro per arrivare in Italia, indebitando la famiglia e diventando dunque ricattabili), ma al contempo erano inserite nel sistema delle quote previsto dalla “legge Bossi-Fini”, legge che col tempo è diventata il grande “cavallo di Troia” attraverso il quale le persone, anche minori, vengono portate in Italia per lavorare come schiavi. E questo non lo dico solo io, ma anche sentenze, inchieste e altri studi. È chiaro che la “Bossi-Fini” ha ormai fatto il suo tempo e va riformata, per cambiarla però non bastiamo io e lei, ma serve la politica. Bene che l’assessora abbia detto che serve andare oltre, ora però servono i fatti</em>».</p>
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		<title>In carcere a Udine con mons. Lamba: «Siete persone, ben più degli errori fatti»</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 11:30:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Una cosa sono gli errori, i reati che avete commesso. Tutt’altra cosa siete voi: voi siete persone. Si tratta di due cose ben distinte, diverse. I...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Una cosa sono gli errori, i reati che avete commesso. Tutt’altra cosa siete voi: voi siete persone. Si tratta di due cose ben distinte, diverse. I reati non sono tutta la vostra persona, voi siete anche molto altro</em>». È mercoledì 8 maggio e nella cappella della casa circondariale di via Spalato a Udine, mons. Riccardo Lamba, nuovo arcivescovo di Udine, inizia così un dialogo intenso con una trentina di detenuti che – informati del suo arrivo – hanno chiesto e ottenuto di poterlo incontrare. Già, perché mons. Lamba ha desiderato che fosse il carcere uno dei luoghi da cui iniziare il suo cammino in Friuli. Ad accompagnarlo il cappellano, padre Lorenzo Durandetto, insieme al cappellano del carcere di Tolmezzo, padre Claudio Santangelo. «<em>Sono contento di essere qui</em> – spiega il presule –. <em>Sapete, la mia prima volta dentro un carcere è recente, risale all’estate scorsa quando ho visitato Rebibbia, a Roma, e per sei domeniche di fila vi ho celebrato la messa. È stato un momento forte, coinvolgente, per questo ho chiesto che uno dei primi incontri qui a Udine fosse con le persone che vivono l’esperienza della detenzione</em>». E mons. Lamba non li chiama mai né detenuti, né ristretti, ma – appunto – «<em>persone che vivono l’esperienza della detenzione</em>», illuminando, attraverso le parole, la loro umanità. Un invito a vivere «<em>questo tempo come un tempo di riflessione, un’occasione per uscirne migliori</em>», perché – spiega – «<em>la vita è fatta così, niente deve essere scartato, tutto quello che ci è successo può e deve essere messo a frutto</em>». «<em>Lo sforzo più grande </em>– aggiunge –<em> è provare a essere quotidianamente una comunità di persone, perché ogni giorno insieme a voi c’è anche il personale, gli educatori e gli agenti</em>».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">«Qui è come vivere sulla luna»</span></h4>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/05/v_spalato_3.jpeg"><img class="alignright  wp-image-2319" alt="v_spalato_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/05/v_spalato_3.jpeg" width="368" height="246" /></a>Il primo a rompere il ghiaccio e a prendere la parola è Ciro. «<em>Sapere che siamo stati tra i suoi primi pensieri è per noi un conforto, ci rasserena</em> – racconta con emozione –. <em>Sa, quando ero fuori se la chiesa era a destra io andavo a sinistra, ma qui grazie pure al lavoro di padre Lorenzo vivo anche la dimensione di fede. È un po’ come diceva prima lei, per quanto dolorosa dobbiamo cercare di tirare fuori il meglio da questa esperienza: bisogna partire da qui dentro per costruire il nostro futuro là fuori. Non è facile perché a essere rinchiusi qui sembra di stare sulla luna, ma vedere che ci sono persone che entrano qui per noi, come i volontari di Caritas e Icaro ci dà molta speranza</em>». In via Spalato infatti l’associazione Icaro è una realtà importantissima, come la Caritas che ha voluto garantire la presenza di un Centro di ascolto gestito da operatori e volontari formati ad hoc.</p>
<p>È poi la volta di Stefano, il suo volto – quando nel presentarlo padre Lorenzo rivela che si sta per sposare – si illumina in un sorriso. Anche lui ringrazia il vescovo, ma anche il cappellano, «<em>è importante</em> – spiega – <em>poter parlare con lui, confrontarci, spesso anche sfogarci</em>». Oltre alle ore di catechismo, le confessioni e la Santa Messa, la presenza di padre Lorenzo è infatti significativa in via Spalato, il cappellano è un punto di riferimento.</p>
<p>«<em>Tutti noi qui abbiamo il magone dentro</em> – gli fa eco un altro detenuto –, <em>siamo tagliati fuori da tutto e una visita a settimana o dieci minuti di telefonata non bastano a tenere in vita i rapporti, le relazioni. Tra noi si cerca di andare d’accordo anche se non sempre è facile, perché alcune giornate sono più complicate di altre. Qualcuno poi è più turbolento perché magari in passato ha abusato di sostanze stupefacenti</em>». La salute mentale resta infatti uno dei nodi più critici quando si parla di carcere. Secondo i dati recentemente forniti dall’ex Garante delle persone private della libertà, Franco Corleone, di persone tossicodipendenti in via Spalato ce ne sarebbero quarantotto. Nove i soggetti psichiatrici. Persone dunque che avrebbero la necessità di un accompagnamento mirato e personalizzato. Fortunatamente il Dipartimento di Salute mentale si è impegnato a dotare il carcere di via Spalato di uno psicologo a tempo pieno. Saranno inoltre raddoppiati, passando da due a quattro, i posti nella Rems di Udine, a Sant’Osvaldo, la Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (struttura ideata per superare gli ospedali giudiziari), i lavori dovrebbero partire a luglio. L’obiettivo dunque è quello di evitare che l’unico strumento per contenere il disagio mentale sia l’uso del tutto improprio dell’isolamento disciplinare.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">La complessità del mondo</span></strong></h5>
<p>E in via Spalato – a volerla guardare e vedere – è riflessa la complessità del tempo presente, con i suoi drammi e le sue tante crisi. A farsi avanti è infatti un ragazzo ucraino, Yevhen: «<em>A causa della guerra</em> – racconta – <em>ho perso metà della mia famiglia, vengo infatti dalla zona del Paese occupata dai russi, in questa cappella prego per chi è ancora vivo</em>». C’è poi un ragazzo che viene da Cuba, chiede al Vescovo di dedicare una preghiera per sua nonna: «<em>È il pilastro della mia vita</em> – spiega –, <em>mi ripete in continuazione di prendere in mano la Bibbia e di aver fede, è dovuta rientrare a Cuba dove la situazione è però disastrosa, ci sono molte proteste e una grande crisi</em>». C’è anche chi viene dall’Africa e racconta quasi sussurrando la sua solitudine.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;">«Questo luogo rieduca?»</span></h5>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/05/v_spalato_2.jpeg"><img class="alignright  wp-image-2318" alt="v_spalato_2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/05/v_spalato_2.jpeg" width="393" height="393" /></a>Poi, dal fondo della sala, un ragazzo fa una domanda: «<em>Crede che questo luogo rieduchi le persone, come vorrebbe la Costituzione?</em>». Mons. Lamba non si tira indietro: «<em>Mi rendo conto delle condizioni difficili in cui vivete</em> – spiega –, <em>ma anche il personale è in difficoltà, sotto organico. La cosa più importante è che la dignità di tutti e di ognuno sia garantita, questa è una richiesta fondamentale, non dovete aver paura di parlare. Ma serve anche un po’ di pazienza da parte vostra e la consapevolezza che tutti dobbiamo educarci a vicenda, crescere e migliorarci insieme</em>». Un altro detenuto si fa avanti: «<em>Sono entrato in carcere che mio figlio aveva un anno e mezzo, ora ne ha tre, mi sono perso le sue prime parole. Certo, ho sbagliato, ma adesso mi mancano sette mesi appena e mi è stata negata la possibilità di finire di scontare la pena fuori da qui</em>». «<em>Bisognerebbe pensare a strutture di housing sociale per chi all’esterno non ha una casa, un posto dove andare</em>» aggiunge un altro ragazzo che avrà vent’anni appena. Un altro ancora solleva la questione dell’anagrafe all’interno del carcere di cui si attende l’avvio ormai da troppo tempo. Tutte questioni su cui – anche con il <a href="https://www.annapiuzzi.it/carcere-di-udine-digiuno-a-staffetta-per-i-diritti-dei-detenuti/" target="_blank">recente digiuno a staffetta, conclusosi il 25 aprile</a> – una parte della società civile tiene i riflettori accesi da tempo.</p>
<p>Interviene così la direttrice della casa circondariale di via Spalato, Tiziana Paolini, calmando un po’ gli animi, ribadendo gli sforzi di tutto il personale ed evidenziando che proprio dal giorno dopo sarà attiva la nuova sezione semiliberi che alleggerirà le presenze di una dozzina di persone (<em>vale la pena ricordare che il carcere di Udine è tra i più sovraffollati d’Italia, con oltre 150 detenuti a fronte di una capienza di 86 posti, ndr</em>). Attivazione che per la verità sarebbe dovuta avvenire a gennaio, contestualmente all’inaugurazione, ma ritardata da lungaggini relative al collaudo. Tra le buone notizie anche l’arrivo di una nuova educatrice. Procedono inoltre spediti i lavori di riqualificazione. Presente all’incontro &#8211; oltre ad alcuni agenti e ad altro personale del carcere &#8211; anche il nuovo garante, l’avvocato Andrea Sandra, che, oltre a presentarsi, ha garantito il massimo impegno rispetto alle questioni aperte, a partire dall’anagrafe.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;">«Ci vediamo presto»</span></h5>
<p>«<em>Ci vedremo presto</em> – ha concluso mons. Lamba dopo aver impartito la benedizione –, <em>verrò di nuovo a trovarvi, ma spero che presto possiate anche voi essere liberi di venire a trovare me</em>».</p>
<p>Nella giornata di giovedì 9 maggio, l’Arcivescovo ha anche visitato il carcere di Tolmezzo.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/05/v_spalato_4.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2320" alt="v_spalato_4" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/05/v_spalato_4.jpeg" width="1024" height="762" /></a></p>
<p><em>Articolo pubblicato sull&#8217;edizione del 15 maggio 2024 del settimanale diocesano di Udine.</em></p>
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		<title>Carcere di Udine. Digiuno a staffetta per i diritti dei detenuti</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2024 06:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
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		<category><![CDATA[digiuno per la dignità]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Corleone]]></category>
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		<category><![CDATA[via spalato]]></category>

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		<description><![CDATA[Succede che attorno alla casa circondariale di Udine sia cresciuta una piccola, tenace comunità. Uomini e donne che non necessariamente fanno parte di realtà impegnate in...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Succede che attorno alla casa circondariale di Udine sia cresciuta una piccola, tenace comunità. Uomini e donne che non necessariamente fanno parte di realtà impegnate in questo frangente, ma semplici cittadini e cittadine che si sono presi a cuore i diritti dei detenuti. Merito del preziosissimo lavoro di sensibilizzazione che negli anni hanno fatto realtà come l&#8217;associazione <a href="http://www.icaro.fvg.it/" target="_blank">Icaro</a>. E così sono in tanti ad aver aderito al digiuno a staffetta che, fino al 25 aprile, terrà accesi i riflettori su via Spalato (<a href="https://www.comune.udine.it/it/garante-dei-diritti-delle-persone-private-della-liberta-personale-50568" target="_blank">qui il diario</a>).</p>
<p><strong>Ma qual è la situazione del carcere di Udine?</strong> L’ha efficacemente delineata un uomo straordinario come <a href="https://www.comune.udine.it/it/garante-dei-diritti-delle-persone-private-della-liberta-personale-50568/il-garante-116667" target="_blank">Franco Corleone</a>, instancabile garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Udine. Lo ha fatto in conferenza stampa proprio lunedì 11 marzo, non a caso nel centenario di Franco Basaglia.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>Sovraffollamento</strong></span></h4>
<p>La questione più nota è chiaramente quella del sovraffollamento. <strong>Con 149 detenuti su una capienza di 86, siamo infatti in cima alla triste classifica nazionale delle carceri col più alto tasso di sovraffollamento</strong>. Ma fermarsi a questo dato non basta, serve guardare alla composizione di questo microcosmo.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>La &#8220;difficile&#8221; composizione della popolazione carceraria</strong></span></h4>
<p>Delle 149 persone presenti in via Spalato – ha spiegato Corleone – circa metà sono straniere. Ben 50 sono in attesa di un primo giudizio, su questo fronte bisognerebbe creare le condizioni per applicare le innovazioni della riforma Cartabia che prevede un uso più ampio delle misure sostitutive, ma servono strumenti specifici come i braccialetti elettronici che però sembrano mancare (nonostante i parecchi soldi spesi). E ancora, <strong>53 persone devono scontare una pena inferiore ai tre anni</strong>. In <strong>37 sono dentro per la violazione dell’articolo 73 della legge sulla droga</strong>, in particolare per piccolo spaccio. <strong>Infine, 48 persone sono tossicodipendenti, 18 alcoldipendenti. E sono 9 i soggetti psichiatrici.</strong></p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>Luogo di detenzione sociale</strong></span></h4>
<p>Numeri che, al di là delle considerazioni sull’opportunità di depenalizzare alcuni reati, rendono del tutto evidente il fatto che – ha spiegato il garante – «<strong><em>la casa circondariale di via Spalato non è, come dovrebbe essere, l’extrema ratio, ma nei fatti un luogo di detenzione sociale, di assistenza (se così possiamo chiamarla) per l’emarginazione sociale</em></strong>». Si tratta infatti non solo di un’umanità composita, ma che ha anche bisogno, nella sua fragilità, di misure e interventi efficaci di reinserimento sociale, di accompagnamento verso un reingresso nella società.</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Quanti sono i detenuti verso il “fine pena”?</span></strong></h4>
<p>E proprio quello che attiene alle uscite più prossime è un altro dato importante, con ricadute che riguardano l’intera collettività: <strong>nel 2024 sono infatti 17 le persone che avranno finito di scontare la propria pena, 18 nel 2025 e 18 nel 2026</strong>. Che ne sarà di queste persone una volta “fuori”? «<em>Siamo riusciti</em> – ha fatto sapere Corleone – <em>ad ottenere risposta positiva da parte della direzione del carcere in merito alla costituzione di una task force per preparare chi è verso la fine della pena. Sia chiaro, la task force non ce lo siamo inventata noi, la prevede una circolare del Ministero della Giustizia sul trattamento dei dimittendi, vecchia di due anni, ma che a Udine non è stata applicata</em>».</p>
<p><a href="http://www.ristretti.it/commenti/2022/marzo/pdf4/circolare_dimittendi.pdf" target="_blank">Consiglio di leggerla questa circolare</a>, perché non solo definisce il <em>«momento che precede le dimissioni»</em> come <em>«delicato»</em>, ma sottolinea nella sua premessa che <em><strong>«l’idea del cambiamento, lo “spettro” della libertà con i suoi rischi e le sue possibilità, rendono la cura delle dimissioni un tassello fondamentale del percorso di inclusione sociale realizzato insieme e a favore del detenuto»</strong></em>. La circolare è poi disseminata di parole chiave: “attestazione della qualifica professionale conseguita nel corso della detenzione”, “colloqui aggiuntivi coi familiari”, “contatto con la comunità esterna” e via così. Tra le indicazioni c’è anche quella di <em>«assicurare, per quanto possibile, un’attività lavorativa, affinché i detenuti indigenti in via di liberazione vengano forniti di risorse anche minime, di cui poter disporre al momento delle dimissioni»</em> e si specifica: <strong><em>«Anche l’inserimento di detenuti in dimissione in attività di pubblica utilità apre loro una vasta gamma di opportunità per generare un circuito virtuoso»</em></strong>. Il Comune di Udine però – ha spiegato Corleone – ha interrotto la sottoscrizione di una convenzione in questo senso, per mancanza di fondi. Eppure si tratta una misura di “sicurezza sociale” (ben più efficace della “sicurezza” tout court, tanto in voga di questi tempi) importantissima. Ma – ha aggiunto il Garante – l’assessore Pirone si è fatto carico di questa questione. Altro nodo, che riguarda il Comune, è l’istituzione di un ufficio anagrafe dentro al carcere, anche qui si resta in attesa.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>Salute: sei questioni</strong></span></h4>
<p><strong>Un capitolo enorme riguarda poi la salute, in particolare quella mentale</strong>, come del resto si evince dai numeri di cui sopra. Anche qui, dire che Corleone è tenace è un eufemismo. Sei i temi che ha portato sul tavolo di un recente incontro con il direttore generale dell’Azienda sanitaria Friuli centrale, Denis Caporale, e il direttore del Dipartimento di Salute Mentale, Marco Bertoli. Eccoli in breve.</p>
<p>La richiesta di una copertura sanitaria sulle 24 ore, è stata ottenuta la <strong>presenza di personale sanitario fino alla mezzanotte</strong>. È inoltre in corso la valutazione della possibilità di coinvolgere i medici delle scuole di specializzazione. Si è parlato anche di un <strong>maggior accesso alle protesi odontoiatriche</strong>.</p>
<p><strong>L’ampliamento della Rems di Udine, a Sant’Osvaldo</strong>. Si va verso il raddoppio, passando da 2 a 4 posti, i lavori dovrebbero partire a luglio. Cosa sono le Rems? Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza che hanno sostituito gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) aboliti nel 2013 e chiusi definitivamente il 31 marzo 2015 (<a href="https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_14_3_1.page?contentId=GLO127349" target="_blank">qui per saperne di più</a>).</p>
<p><strong>Restando in tema di salute mentale, a breve sarà presente in carcere, a tempo pieno, uno psicologo</strong>. Questo risultato, insieme a quello dell’ampliamento della Rems, <strong>mira ad evitare che l’unico strumento per contenere il disagio mentale sia l’uso del tutto improprio dell’isolamento disciplinare</strong>, ma che invece si affronti nella maniera più corretta, non solo per i detenuti, ma anche per la collettività, garantendo così (sì, uso ancora una volta questa espressione) maggior sicurezza sociale. «<strong><em>I detenuti</em> </strong>– ha più volte evidenziato Corleone –<em><strong> hanno necessità di parola, per questo la presenza di uno psicologo (sarebbe meglio due) è fondamentale»</strong></em>. Non dimentichiamoci per altro che nelle carceri italiane il tasso di suicidi e di autolesionismo è altissimo.</p>
<p>C’è poi tutto il tema connesso alla <a href="https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/d/6639-la-corte-costituzionale-estende-l-applicabilita-della-detenzione-domiciliare--in-deroga--ai-casi-di" target="_blank">sentenza 99/2019 della Corte costituzionale</a> che ha esteso l&#8217;applicabilità della detenzione domiciliare “in deroga” ai casi di grave infermità psichica sopravvenuta durante la carcerazione, equiparando di fatto la «grave malattia di tipo psichiatrico» alle «gravi malattie di tipo fisico». Ma servono strutture che al momento non ci sono.</p>
<p><strong>Infine, è stato chiesto che le relazioni semestrali sulle condizioni igienico-sanitarie del carcere siano rese pubbliche.</strong></p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>Riqualificazione, lavori spediti</strong></span></h4>
<p>Intanto i lavori per la riqualificazione strutturale del carcere proseguono spediti. Tra pochi giorni le persone in regime di libertà entreranno a tutti gli effetti nella nuova sezione (<a href="https://www.annapiuzzi.it/carcere-di-udine-inaugura-la-nuova-sezione-semiliberi-e-inizia-un-cambio-di-passo/" target="_blank">ne avevo già parlato qui</a>). Il polo culturale ed educativo dovrebbe essere pronto nel giro di qualche mese. «<em>Sono questi</em> – ha concluso Corleone – <em>passaggi importantissimi perché il carcere sarà dotato di spazi per dar vita ad attività nuove capaci di incidere nella vita dei detenuti, valorizzando il lavoro importantissimo che fanno le realtà del volontariato, in primis Icaro e Caritas. Ma serve con urgenza anche pensare risposte concrete, soprattutto residenziali per la delicatissima fase dell’uscita, spesso le persone non hanno un posto dove andare ed essere immediatamente autonomi è complicato. Solo così potremo parlare davvero di reinserimento sociale e piena integrazione</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>100 anni di Basaglia. La sua rivoluzione da difendere</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 06:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute mentale]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione Arum]]></category>

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		<description><![CDATA[Undici marzo 2024. Cento anni oggi dalla nascita di Franco Basaglia, psichiatra visionario e uomo capace di dar vita alla rivoluzione che aprì i manicomi e...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Undici marzo 2024. Cento anni oggi dalla nascita di Franco Basaglia, psichiatra visionario e uomo capace di dar vita alla rivoluzione che aprì i manicomi e slegò i matti, restituendo loro diritto di cittadinanza. Di questo centenario, dei passi indietro e della necessità di difendere quella rivoluzione –l’ultima che abbia illuminato questo Paese – ho scritto grazie a voci preziose, incroci inattesi, ma non casuali che si sono presto trasformati in dialogo, relazione, scambio. Penso soprattutto a <strong>Maria Angela Bertoni</strong> e a<strong> Nadia Della Pietra</strong> che con pazienza, in questi mesi, mi hanno raccontato, spiegato, mostrato. Mi hanno insomma trasmesso un piccolo patrimonio di esperienze decantato in parole che certo non si esaurisce in questo spazio, ma che anzi ne alimenterà altri.</em></p>
<p><em>E poi sono profondamente grata a <strong>Vilma</strong> che mi ha affidato la sua storia di madre perché – mi ha detto – «può essere d’aiuto ad altri». Lei e il dottor <strong>Marco Bertoli</strong>, da due punti di osservazione diversi, spiegano bene perché i Centri di Salute mentale devono essere sul territorio, in una relazione di prossimità e continuità con i cittadini e le cittadine che ne usufruiscono, aperti sette giorni su sette e ventiquattrore su ventiquattro.</em></p>
<p><em>Di seguito i quattro articoli pubblicati sull&#8217;edizione del 6 marzo del settimanale diocesano di Udine.</em></p>
<p><em>Nella fotografia Franco Basaglia con i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, 1968-1969. (Gianni Berengo Gardin, Contrasto)</em></p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Ritornare a Basaglia per tutelare i diritti delle persone e garantire i servizi</span></h3>
<p>Sono trascorsi cento anni dalla nascita di Franco Basaglia. Quarantacinque dalla legge che porta il suo nome e che ha aperto i manicomi. Ricorrenze che chiedono – per affrontare il futuro – di fermarsi un istante e di volgere lo sguardo indietro, al percorso fatto. Soprattutto se il cammino è di quelli che hanno scardinato una visione di mondo e di società. Soprattutto se, ciclicamente, quella visione del mondo viene messa in discussione.</p>
<h5><em><strong>Pensiero attuale</strong></em></h5>
<p>«<em>Credo all’attualità del pensiero e della pratica di Basaglia</em> – evidenzia la psichiatra <strong>Giovanna Del Giudice</strong>, presidente della Conferenza per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia –. <em>Sono moltissimi i temi che si possono riprendere dal suo lavoro. In particolare in questi tempi bui che stiamo attraversando, segnati dall’impoverimento dei servizi e delle risorse, ritornare a Basaglia serve per impegnarci a tutelare i diritti delle persone, pensando alla forza dello stimolo che lui ha dato</em>».</p>
<h5><strong><em>Una rivoluzione tradita?</em></strong></h5>
<p>«<em>La celebrazione non si addice a Basaglia</em> – premette sorridendo <strong>Maria Angela Bertoni</strong>, psichiatra che è stata a lungo direttrice del Centro di Salute mentale di Udine, e che ora fa parte dell’associazione Arum, l’Associazione familiari, utenti e cittadini per la salute mentale di Udine –. <em>Questo centenario deve rappresentare l’occasione per avere uno sguardo più attento sulla realtà attuale, per questo come associazione abbiamo organizzato una rilettura diffusa dei suoi testi, in piccoli gruppi che stanno lavorando sul territorio per poi confluire in un incontro pubblico che si terrà a maggio. Tanto più a Udine che, bisogna ricordarlo, ha chiuso il suo manicomio solo nel 1996, con grande ritardo se pensiamo che la legge 180 è del 1978, questo perché la politica, ma non solo, penso anche ad altre realtà, in parte pure la Chiesa, non guardavano con grandissimo favore alla deistituzionalizzazione. È un dato che bisogna tenere in considerazione in un passaggio storico in cui quella legge va difesa, perché i rischi sono tanti, si stanno facendo purtroppo numerosi passi indietro</em>». Lo conferma <strong>Nadia Della Pietra</strong>, assistente sociale che per due anni ebbe la fortuna di lavorare insieme a Basaglia, a Trieste, anche lei attiva nell’associazione Arum. «<em>Arrivare a Udine</em> – racconta – <em>fu uno shock, venivo da una realtà che aveva rivoluzionato il concetto di cura e all’improvviso mi trovavo a lavorare al “reparto nove” del manicomio di Sant’Osvaldo, dov’erano rinchiuse le cosiddette “agitate”. Devo dire che poi si è lavorato molto, parecchi degli infermieri e dei medici si rimisero in gioco. C’era poi tanto spazio per la formazione, per far maturare un pensiero sulla salute mentale, in una dimensione tanto individuale quanto collettiva. Oggi purtroppo la situazione è complicata, assistiamo a un’aziendalizzazione della sanità, si sono fatti spazio, anche nel campo della salute mentale i “protocolli” che mettono in qualche modo da parte la visione di Basaglia che metteva al centro la persona</em>». «<em>La valorizzazione della soggettività</em> – sottolinea Bertoni – <em>valeva anche in ambito lavorativo, avevamo la grandissima possibilità di esprimere noi stessi. Oggi l’atto aziendale dell’Asufc va in direzione opposta</em>».</p>
<p>«<em>Non dimentichiamo poi che viviamo un momento delicato</em> – aggiunge ancora Bertoni – <em>il Covid ha lasciato un segno pesante nella domanda di salute mentale. Non solo. L’impoverimento delle famiglie aumenta il disagio perché, non necessariamente, ma spesso la povertà è terreno fertile per il disagio, si potenziano a vicenda. Così l’impoverimento delle risorse per la Sanità, in particolare per la Salute mentale, e un welfare che si fa meno generoso diventano un mix pericolosissimo. È poi preoccupante il depotenziamento dei Centri di Salute mentale sul territorio, in molti casi non più garantiti sulle 24 ore, che dovrebbero invece assicurare prossimità nella cura. Serve l’impegno di tutti per tenere i riflettori accesi ed evitare che la rivoluzione di Basaglia venga smantellata</em>».</p>
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<h5><em><span style="color: #ff6600;"><strong>Testimonianza di una mamma. </strong></span></em></h5>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>«I Centri di Salute mentale sono imprescindibili per le famiglie. Preoccupa il loro impoverimento»</strong></span></h3>
<p><em>«Scoprire che mio figlio soffriva di un problema di salute mentale è stato devastante</em>». La diagnosi – nove anni fa – arriva nella vita di Vilma come una doccia fredda, suo figlio ha poco più di vent’anni e all’improvviso il futuro si trasforma in un terreno minato: si sente sola, spaesata, non sa quali passi compiere. La sua storia, <strong>Vilma</strong>, ce la racconta a cuore aperto perché, ci dice, «<em>può essere di aiuto ad altri</em>». «<em>Qualche problema c’era già</em> – spiega –. <em>Col senno di poi è chiaro che si trattava delle prime avvisaglie di qualcosa di più grande, ma io non lo sapevo, soprattutto, non riuscivo a trovare una strada concreta per aiutare mio figlio. Ho provato in tanti modi, sempre senza risultati. Poi un medico ci ha indirizzati al Centro di Salute mentale di San Daniele, lì abbiamo subito trovato risposte e mio figlio ha acconsentito al ricovero. Pur nel dolore della situazione è stata un’esperienza positiva perché la dottoressa che lo ha preso in carico se ne è occupata negli anni come avrebbe fatto una madre, seguendo il suo percorso e accompagnando le sue crisi, trovando di volta in volta le soluzioni più adatte</em>». «<em>Per noi</em> – prosegue Vilma –<em> il Csm è stato un presidio prezioso, fondamentale. Ogni volta che abbiamo avuto bisogno di aiuto, che fosse telefonicamente o recandoci di persona, abbiamo sempre avuto risposta perché si trattava di personale che conosceva il caso di mio figlio e dunque sapeva muoversi di conseguenza, capaci di affrontare le diverse situazioni nel loro evolversi</em>».</p>
<p>«<em>Oggi di fronte all’impoverimento dei Centri di Salute mentale, in quanto a personale, ma anche rispetto agli orari di accesso, la nostra preoccupazione di familiari è davvero grande</em> – evidenzia la donna –. <em>Ci preoccupa moltissimo il futuro, quello prossimo, ma soprattutto quello che sarà “dopo di noi”: saranno garantite cure adeguate ai nostri figli? Con la continuità necessaria? Parliamo di persone che hanno bisogno di essere accompagnate da qualcuno che conosca la loro storia. Sono uomini e donne che hanno bisogno di dialogo, di aprirsi, servirebbero ad esempio più psicologi all’interno dei centri. Non c’è poi solo il momento della crisi, c’è anche l’evoluzione dello stare meglio che ha bisogno di un aiuto nel raggiungere dove possibile un’autonomia di vita, abitativa e lavorativa</em>». «<em>E poi</em> – aggiunge Vilma – <em>non vanno dimenticate le famiglie, anche loro hanno bisogno di ascolto per essere aiutate a comprendere. In questo frangente per me sono state fondamentali l’associazione di auto-mutuo aiuto dei familiari di San Daniele e l’associazione Arum, mi hanno letteralmente salvata. Confrontarsi con persone che stanno vivendo la tua stessa soluzione, che possono suggerirti soluzioni, ma anche solo ascoltarti è bellissimo, importante e utile. Una diagnosi di questo tipo, rispetto a un figlio non si accetta mai fino in fondo, ma non essere soli, sentirsi compresi, fa la differenza</em>».</p>
<p>«<em>Sono convinta</em> – conclude Vilma – c<em>he nella complessità di oggi, il pensiero di Basaglia sia più attuale che mai. Celebrare i suoi cento anni è importante, ma lo è ancora di più garantire i servizi, la prossimità delle cure, le opportunità di vita per chi ha un problema di salute mentale: questo deve essere un punto fermo, per tutti</em>».</p>
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<h5><em><strong><span style="color: #ff6600;">Marco Bertoli. Direttore del Dipartimento di Salute mentale</span></strong></em></h5>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">«La medicina territoriale si basa su prossimità, presenza e continuità. Per questo ai Centri di Salute mentale serve un’operatività sulle 24 ore»</span></strong></h3>
<p>I Centri di salute mentale sul territorio – operativi sulle 24 ore – sono imprescindibili nella loro importanza per la cura delle persone. A ribadirlo, in un momento in cui diverse di queste realtà sono in difficoltà per mancanza di risorse – è il direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asufc (l’Azienda sanitaria universitaria del Friuli centrale), <strong>Marco Bertoli</strong>. «<em>La Sanità</em> – spiega lo psichiatra – <em>è in difficoltà. Ma, a mio parere, se da una parte c’è bisogno di una centralizzazione, di un contenimento delle risorse degli ospedali, di una loro riorganizzazione, questo non può valere a livello del territorio, perché le necessità primarie del territorio, della medicina territoriale sono prossimità, presenza e continuità. Dovrebbe dunque essere operata un’azione diversificata sulle risorse, soprattutto professionali, rispetto alle quali scontiamo un grave errore di pianificazione. Tanto più tenendo conto di denatalità ed invecchiamento della popolazione</em>».</p>
<p><em>«Molti non vogliono capire l’importanza delle “24 ore”</em> – evidenzia ancora Bertoli – <em>che invece per i pazienti e i familiari è fondamentale. Parliamo cioè della possibilità dell’ospitalità notturna nei Csm a cui, per altro, corrisponde una decongestione dell’ospedale. Poter essere curati, affrontare una crisi, in una situazione più familiare e conosciuta per il paziente, con la stessa équipe di lavoro, è importantissimo. Non solo. L’apertura sulle 24 ore vuol dire anche che se il paziente o un familiare telefona, trova sempre qualcuno e questo per chi è in stato di agitazione o per chi vive un malessere è una sicurezza incalcolabile. A chi non vive questa fragilità può sembrare cosa da poco invece è un aspetto che fa la differenza in maniera profonda. Organizzazione che per altro permette una domiciliarizzazione degli interventi e delle terapie di grandissima valenza</em>».</p>
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<h5><span style="color: #ff6600;"><em><strong>Inchiesta di Altraeconomia e Convegno con Luca Rondi</strong></em></span></h5>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Psicofarmaci: uso e abuso in carcere</span></strong></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/01/carcere_via-spalato.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-2255" alt="carcere_via spalato" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/01/carcere_via-spalato-300x200.jpeg" width="300" height="200" /></a>«<em>Più che celebrare i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, come Dipartimento di Salute mentale, abbiamo pensato che fosse più significativo raccontare fatti, buone pratiche e affrontare questioni aperte</em>». Spiega così <strong>Marco Bertoli</strong>, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asufc (l’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale) la scelta di organizzare proprio lunedì 11 marzo, alle 17.30 in Sala Ajace, a Udine, l’incontro «Fine pillola mai» il cui titolo riprende l’inchiesta di «Altraeconomia» – firmata dal giornalista Luca Rondi – sull’abuso di psicofarmaci nelle carceri italiane, tra salute mentale e controllo della popolazione detenuta. Incontro che segue quello già tenutosi a San Daniele (incentrato su uno dei capisaldi del pensiero di Basaglia, la differenza fra Psichiatria e Salute mentale) e a cui ne seguiranno altri, in ognuna delle città in cui c’è un Centro di Salute mentale.<br />
«<em>Basaglia</em> – osserva Bertoli – <em>in manicomio trovò il disastro umano, fu colpito dalla bruttezza dei luoghi, dal fatto che le persone fossero ridotte e contenute entro un recinto. Disse che quella non era cura. Propose dunque una cura che fosse non solo attenzione alla sintomatologia, ma che andasse oltre diventando attenzione alla persona, ai suoi vissuti, ai contesti. Una cura che puntasse a un recupero della persona attraverso gli strumenti della vita: la casa, il lavoro, la socialità. Basaglia morì giovanissimo, ma c’è chi ha raccolto, dato concretezza alla sua eredità e che continua a farlo anche oggi, anche senza averlo conosciuto</em>».<br />
«<em>L’11 marzo</em> – prosegue Bertoli – <em>parleremo di carcere perché Basaglia avversava le istituzioni totali e il carcere è un’istituzione totale, l’intenzione è dunque quella di prestare un’attenzione particolare a questa realtà, anche grazie allo sguardo di Franco Corleone che come Garante dei Diritti dei Detenuti ha fatto e sta facendo moltissimo. Dal nostro punto di vista, come Dipartimento, c’è dunque un impegno forte in questo senso, un impegno innanzitutto a mantenere i riflettori accesi su un’istituzione come questa dove siamo presenti con un’équipe di lavoro composta da due medici, una psicologa e un educatore professionale e che considera il carcere come parte integrante del territorio</em>».<br />
L’inchiesta di cui si parlerà al convegno «Fine pillola mai» fa luce – dati alla mano – sull’uso e abuso di psicofarmaci in quindici carceri italiane, fra queste anche la casa circondariale di via Spalato a Udine. In particolare viene presa in considerazione la spesa pro-capite che risulta di gran lunga superiore rispetto all’esterno, per gli antipsicotici addirittura di 5 volte. A Udine – dove va detto che i dati seppur alti, sono in calo rispetto agli anni precedenti – si spendono in anti psicotici 19,1 euro pro-capite, all’esterno la spesa media è di 3,1 euro.<br />
Al convegno, oltre a Luca Rondi, interverranno Franco Corleone, gli psichiatri Calogero Anzallo e Stefano D’Offizi.</p>
<p><strong><em>Gli articoli di questa pagina sono stati pubblicati sull&#8217;edizione del settimanale diocesano di Udine del 6 marzo.</em></strong></p>
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		<title>Crisi del Canale di Suez. L&#8217;impatto pesante sulla vita dei marittimi visto da Porto Nogaro</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2024 05:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[canale di suez]]></category>
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		<description><![CDATA[Quella del canale di Suez – innescata a ottobre dagli attacchi da parte degli Houthi, il gruppo armato yemenita sostenuto dall’Iran – è una crisi sempre...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quella del canale di Suez – innescata a ottobre dagli <a href="https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2024/01/10/il-canale-di-suez-deserto-dopo-gli-attacchi-dei-ribelli-yemeniti" target="_blank">attacchi da parte degli Houthi</a>, il <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/houthi-chi-sono-e-cosa-vogliono-i-miliziani-dello-yemen-160261" target="_blank">gruppo armato yemenita sostenuto dall’Iran</a> – è una crisi sempre meno “lontana”. La destabilizzazione di una delle rotte commerciali più importanti al mondo, infatti, non può che avere ripercussioni significative anche in Friuli-Venezia Giulia. Economiche innanzitutto. Basti pensare che a Trieste il molo settimo, il terminal che attraverso il canale di Suez movimenta i container in arrivo dal Far East, ha visto a gennaio una contrazione pari a un quarto dei volumi. Diverse compagnie dunque hanno deciso di percorrere una rotta alternativa, circumnavigando l’Africa. Crescono di conseguenza i costi del trasporto (come delle merci trasportate) e l’impatto ambientale. Ma non è tutto. Si fa pesantissimo anche l’impatto – ben poco considerato – sulla vita dei marittimi.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;"> L’impatto sulle vite dei marittimi</span></strong></h5>
<p>A conoscere bene questa condizione è invece il <a href="https://www.caritasudine.it/cosa-facciamo/ascolto/centro-di-ascolto-per-marittimi-a-porto-nogaro/" target="_blank">Centro Caritas «Stella Maris»</a> che, a Porto Nogaro, offre ascolto e assistenza proprio ai marittimi. Persone che vivono esistenze invisibili e silenziose, trascorrendo mesi a bordo di una nave, lontano da casa, lontano dagli affetti. «<em>Sono tra i lavoratori più sfruttati e con meno diritti al mondo</em> – spiega la referente di Stella Maris, <strong>Monica Garzitto</strong> –. <em>Questo anche perché vivono una condizione di fortissimo isolamento. Quando la nave è al largo, infatti, anche le comunicazioni più semplici risultano complicate, se non impossibili. Ora, le vicende internazionali che riguardano il Mar Rosso rischiano di peggiorare ancora di più la loro condizione</em>». Da una parte infatti si allungano i tempi di percorrenza, dall’altra cresce la tensione a bordo per la paura di possibili attacchi. «<em>Tutto questo fa lievitare lo stress, rendendo più pericoloso il lavoro, con un conseguente rischio elevatissimo di incidenti sul lavoro</em> – spiega ancora Garzitto –. <em>Sulle navi infatti c’è un infortunio ogni tre giorni, un’incidenza pesante cui contribuiscono l’orario di lavoro (che nella maggioranza dei casi è anche superiore alle 72 ore settimanali), le pessime condizioni del sonno e l’elevato isolamento. Non è difficile immaginare come tutti questi elementi, nel contesto attuale, si stiano facendo anche più pesanti. Ce lo ha insegnato l’esperienza del Covid, periodo durante il quale, fra i marittimi, è addirittura aumentato il numero dei suicidi</em>». E pensare che senza di loro il sistema economico mondiale imploderebbe.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong> A San Giorgio di Nogaro</strong></span></h5>
<p><em>«Le preoccupazioni che ci stanno esprimendo le persone che si rivolgono al nostro Centro</em> – osserva l’operatrice Caritas – <em>si infittiscono di giorno in giorno. Se da una parte è vero che gli attacchi Houti, nelle intenzioni, sono diretti solo alle imbarcazioni di Israele e a quelle dei suoi principali alleati, è altrettanto vero che la tensione nell’area è generalizzata. Molte navi hanno addirittura disattivato il segnale radar per non essere localizzate, ma anche questo comporta dei rischi ulteriori perché rende comunque più complicata la navigazione</em>».</p>
<p>Complessivamente nel mondo i marittimi sono 1,89 milioni. In prevalenza quelli che arrivano a Porto Nogaro provengono da Azerbaijan, Georgia, Egitto, Turchia, Tunisia, Ucraina e Russia, ma anche dalla Siria, dal Bangladesh e dall’India. Ogni equipaggio è composto da quindici, venti persone. «<em>Pur in assenza di dati precisi</em> – sottolinea Garzitto –, <em>nelle ultime settimane il numero delle navi in rada è diminuito, in questo momento ce n’è una sola, quando invece solitamente ce ne sono dalle quattro alle sei. Pur essendo Porto Nogaro strategico per la lavorazione delle brame d’acciaio, la crisi di Suez si fa sentire eccome, anche qui</em>».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;"> L’attività del centro «Stella Maris»</span></strong></h5>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/03/visita.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-2275" alt="visita" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/03/visita-300x225.jpeg" width="300" height="225" /></a>In oltre 15 anni di attività il Centro di ascolto “Stella Maris” è diventato un punto di riferimento stabile per il territorio e ha sostenuto numerose iniziative di promozione e tutela del benessere della “gente di mare”. I volontari, una decina, coordinati dalla referente, riescono ogni anno a visitare oltre l’80% delle navi che attraccano presso la banchina “Margreth” di Porto Nogaro, cercando di offrire una risposta concreta ai bisogni dei marittimi. Al punto di accoglienza, sempre alla banchina, c’è la possibilità di trovare ascolto e assistenza giuridica, ma anche di aver a disposizione computer e tablet con connessione internet, nonché biciclette per poter raggiungere più facilmente il centro di San Giorgio di Nogaro. Non mancano poi l’assistenza religiosa e spirituale. Sono inoltre centinaia gli studenti e studentesse che ogni anno visitano questa realtà per comprendere meglio e più da vicino i temi della globalizzazione e del commercio mondiale (<em>nella foto a fianco, una visita al porto</em>). Strettissima la collaborazione con la Capitaneria di Porto e numerose altre realtà del territorio.</p>
<p><em>Articolo pubblicato sull’edizione del 27 febbraio 2024 del settimanale diocesano di Udine</em></p>
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		<title>Carcere di Udine. Inaugura la nuova &#8220;sezione semiliberi&#8221; e inizia un cambio di passo</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jan 2024 06:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone notizie]]></category>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[Franco Corleone]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2024 promette di essere l’anno che segnerà una svolta decisiva per la casa circondariale di Udine, una svolta dunque anche per la città tutta, essendo il carcere di via Spalato un suo tassello fondamentale. È infatti in programma per martedì 23 gennaio l’inaugurazione della “Sezione Semiliberi”, attesa concretizzazione di un progetto articolato – del valore di cinque milioni di euro – di riqualificazione del complesso carcerario. Concretizzazione che è solo la prima di una serie. Ne abbiamo parlato con il garante dei Diritti delle Persone private della Libertà personale del Comune di Udine, <a href="https://www.francocorleone.it/sito/info-2/" target="_blank">Franco Corleone</a>.</p>
<p><strong>Corleone, un traguardo importante quello del 23 gennaio.</strong></p>
<p>«Importante davvero perché questa inaugurazione rappresenta la prima realizzazione concreta e visibile di un progetto che evidentemente non era una proclamazione generica, di quelle che cadono nel vuoto, ma un’idea di ristrutturazione valida e fondata».</p>
<p><strong>Guardiamo alla vita delle persone detenute in regime di semilibertà, che cambiamento sarà per loro? </strong></p>
<p>«Senz’altro un cambiamento significativo. Parliamo infatti di persone che escono la mattina per andare al lavoro e che, fino ad oggi, facevano rientro in carcere, in una situazione molto infelice. È importante evidenziare che la concezione più avanzata di semilibertà prevede strutture che stanno al di fuori del carcere: è così in diverse città, in molte altre, invece, com’è stato finora a Udine, l’apposita sezione si trova dentro alla casa circondariale. Dunque dal 23 gennaio queste persone non dovranno più entrare formalmente in carcere, ma usufruiranno di alloggi confortevoli».</p>
<p><strong>Quali spazi sono stati impiegati? </strong></p>
<p>«È stato recuperato uno spazio abbandonato – nella palazzina storica, sopra la portineria – che decenni fa era impiegato come alloggio di servizio. È questo il filo conduttore di tutti gli interventi, basti pensare che lo stesso è accaduto per la cappella (per il cui recupero ha contribuito finanziariamente anche l’Arcivescovo) e la stanza per il Consiglio dei detenuti, luoghi che prima versavano in stato di abbandono e che, invece, ora sono meravigliosi».</p>
<p><strong>Questa è solo la prima di una serie di realizzazioni, quali i prossimi passi?</strong></p>
<p>«A Pasqua ci dovrebbe essere il taglio del nastro del polo culturale ed educativo nell’ex sezione femminile. Anche quello era uno spazio abbandonato dove ora, invece, ci sarà la possibilità di fare numerose attività culturali che immagino saranno gestite soprattutto dall’associazione “Icaro”, ma più in generale dal volontariato. E poi uno spazio per la scuola, per la biblioteca e anche per alcune lavorazioni».</p>
<p><strong>Anche i locali dove prima erano collocate biblioteca e aule avranno una nuova vita? </strong></p>
<p>«Sì, verranno demoliti, al loro posto sorgerà un teatro. Non solo. L’infermeria sarà spostata al pian terreno per favorirne la fruizione. Insomma i prossimi mesi saranno un grande cantiere che restituirà condizioni di vita migliori e la possibilità di attività molto diverse, con un beneficio per tutta la città. Abbiamo impiegato tre anni tra progettazione e lavori, ma sono stati ben spesi».</p>
<p><strong>Un patrimonio che esige responsabilità, quale ruolo dovrebbero giocare le istituzioni?</strong></p>
<p>«Tutta la ristrutturazione dovrebbe vedere l’interesse e l’impegno della Regione (soprattutto sul fronte della Sanità) e del Comune che dovrebbe occuparsi di tutte le questioni che, come Garante, ho posto sul tappeto a dicembre: dalla gestione dei rifiuti, con la raccolta differenziata e la realizzazione di un’isola ecologica, a una convenzione col carcere per i lavori socialmente utili per alcuni detenuti».</p>
<p><strong>Lei ha sollecitato anche l’apertura di uno “sportello cittadinanza”.</strong></p>
<p>«Per dare risposta alle troppe persone che non hanno documenti, dalla residenza alla patente, passando per il permesso di soggiorno: c’è bisogno di un punto di riferimento. Mi auguro che il Comune sblocchi l’impasse che c’è da troppo tempo per realizzare questa realtà». Torniamo ai detenuti in condizione di semilibertà, il fatto che non debbano più rientrare in carcere significa per loro anche avere uno sguardo diverso sul proprio futuro.</p>
<p><strong>Quanto è importante questo per un reinserimento? </strong></p>
<p>«Udine ha 10-12 persone in regime di semilibertà e – considerato il numero complessivo dei detenuti – non sono poche. Però si può fare di più, la magistrata di sorveglianza del Tribunale di Udine, Mariangela Cunial, sollecita un maggior numero di posti. Il problema è che servono spazi, il Comune, potrebbe mettere a disposizione un immobile a tale scopo. Potrebbero esserci insomma più persone a godere dei benefici della semilibertà, ma se mancano casa e lavoro, tutto resta bloccato. Insomma puntiamo a che questa nuova sezione porti altre strutture per la semilibertà, diffuse sul territorio».</p>
<p><strong>Lei ha avanzato in tal senso anche una precisa proposta di legge.</strong></p>
<p>«Sì, diciamo che segue la stessa linea. Ho proposto infatti l’apertura di “case di reinserimento sociale” per i detenuti che hanno un fine pena inferiore ai dodici mesi. Sarebbe una novità importante, anche se si collega in qualche modo alle “case mandamentali” che dal 1940 al 2000 sono state numerose in Italia, dedicate alle condanne del Pretore».</p>
<p><strong>In concreto in cosa consisterebbero? </strong></p>
<p>«Non si tratterebbe di luoghi gestiti dall’Amministrazione penitenziaria, ma dal sindaco. Immaginiamo strutture da 5-10 posti, piccoli numeri che favorirebbero il reinserimento nel tessuto sociale in una comunità anche piccola».</p>
<p><strong>Serve anche un maggior coinvolgimento della società civile?</strong></p>
<p>«Indubbiamente, ma va detto che c’è una presenza forte del volontariato e delle associazioni, come <a href="http://www.icaro.fvg.it" target="_blank">Icaro</a> e <a href="https://www.caritasudine.it" target="_blank">Caritas</a>, che danno un bell’impulso. Il problema è che va diffusa tale sensibilità e in questi anni abbiamo cercato di farlo, penso ad esempio al coinvolgimento dell’Università per il progetto architettonico di riqualificazione del carcere».</p>
<p><strong>L’Università a breve firmerà una nuova convenzione&#8230;</strong></p>
<p>«Sì, volta alla valorizzazione del patrimonio storico del carcere. Durante i lavori di restauro abbiamo infatti rinvenuto, nel sottotetto, gli elenchi delle presenze in via Spalato dagli anni Venti agli anni Cinquanta».</p>
<p><strong>&#8230;manca forse all’appello la componente “produttiva” della società?</strong></p>
<p>«Direi di sì. Anche qui però servono condizioni adeguate. Per le lavorazioni noi abbiamo avuto delle proposte di alcune cooperative, il problema ancora una volta sono gli spazi».</p>
<p><strong> Avete individuato già alcune possibili ipotesi?</strong></p>
<p>«Dietro il carcere c’è un’area che prima era del Comune e poi, per una permuta, è stata ceduta ai Carabinieri. Andrebbe “riconquistata”, lì infatti c’è una palazzina inutilizzata da dieci anni che sarebbe perfetta per realizzare laboratori per alcune lavorazioni».</p>
<p><strong>Una soluzione che darebbe risposte importanti in termini di reiserimento?</strong></p>
<p>«Sì, perché noi a Udine abbiamo soprattutto una detenzione di emarginazione che va recuperata attraverso cultura e lavoro. Servono energie e disponibilità, il mio auspicio è che tutte le realizzazioni di questo progetto di riqualificazione convincano sempre più componenti della società a mettersi in gioco».</p>
<p><em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 3 gennaio 2024.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Riflettori accesi sul 41-bis grazie a Sisifo. Un&#8217;associazione che è una buona notizia</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 12:34:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Quella relativa al 41-bis – il regime di «carcere duro» – è tra le questioni più dibattute rispetto al sistema penitenziario italiano (<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/alta-sicurezza-e-41-bis/" target="_blank">qui, per saperne di più, il rapporto dell&#8217;associazione Antigone</a>). Questione che puntualmente polarizza l’opinione pubblica, come per il caso di <a href="https://www.wired.it/article/alfredo-cospito-anarchico-41-bis-condanne-strage/" target="_blank">Alfredo Cospito</a>, il primo anarchico a finire, nel maggio 2022, in regime di 41-bis. Ed è proprio sul 41-bis che l’associazione culturale <a href="https://www.sisifoassociazione.it/" target="_blank">Sisifo</a> ha deciso di accendere i riflettori con un convegno in programma giovedì 16 novembre alle 15 all’Università di Udine (in via Tomadini, 30/a). A intervenire saranno Tullio Padovani, già ordinario di Diritto penale alla Scuola Sant’Anna di Pisa, nonché accademico dei Lincei, e Fabio Fiorentin, magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Venezia. A moderare l’incontro sarà Enrico Amati, docente di Diritto penale dell’Università di Udine.</p>
<p>Costituitasi nel 2021, l’associazione <em>Sisifo</em> è composta da studenti e studentesse in prevalenza iscritti a Giurisprudenza, ma anche in altre facoltà. «Il nostro obiettivo – spiega la vicepresidente, <strong>Linda Iacuzzi</strong> (<em>nella fot</em>o) – è promuovere un diritto penale liberale e garantista. Siamo un gruppo di giovani, che guidati da motivazioni e percorsi diversi, desiderano agire in un campo in cui avvengono ogni giorno violazioni di diritti e soprusi, un luogo in cui non sempre la pratica e l’opinione comune seguono la Legge. Qui ogni scelta che si compie ha conseguenze significative sulla vita delle persone, serve dunque essere formati e informati. Serve maturare una consapevolezza che si tenga fuori da un dibattito polarizzato. Per questo tra le attività che organizziamo ci sono momenti formativi pensati non solo per noi, ma per tutta la cittadinanza. Si tratta di confronti aperti dove chi interviene offre opinioni e sguardi differenti sulle questioni che di volta in volta vengono affrontate».</p>
<p>Ventidue anni, studentessa di Giurisprudenza, Iacuzzi ha piglio sicuro e idee chiare: «Abbiamo scelto di parlare di 41-bis perché sin dalla sua introduzione ha destato numerose perplessità, visto il suo essere al confine della legittimità costituzionale. Numerosi sono stati i dibattiti che hanno riguardato questo regime, vuoi nel tentativo di legittimarlo, vuoi per metterne in luce le ombre. Eppure, ancor oggi è forma dell’esecuzione penale che per altro interessa molto da vicino anche la nostra regione, il carcere di Tolmezzo ospita infatti una sezione apposita. Siamo dunque a chiederci se debba continuare ad esistere o se sia venuto il momento di abbandonarlo o riformarlo profondamente anche alla luce di com’è cambiato il mondo delle mafie».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/linda.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2245" alt="linda" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/linda-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>«Il nostro intento – prosegue Iacuzzi – è divulgativo, cerchiamo cioè di rendere accessibili a tutti informazioni e nozioni spesso tecniche. Interveniamo anche nelle scuole superiori. Cerchiamo poi di accorciare le distanze tra carcere e città, perché troppo spesso le questioni che riguardano i detenuti sono ritenute dai più come estranee. Invece dovremmo avercele a cuore tutti, perché incidono sulla società in generale, anche in termini di sicurezza».</p>
<p>Per diversi di questi ragazzi l’impegno è in prima persona anche dentro il carcere, grazie all’associazione di volontariato penitenziario <a href="http://www.icaro.fvg.it/" target="_blank">Icaro</a>, di cui anche Linda fa parte. «È un’esperienza straordinaria – racconta –. L’anno scorso ho tenuto, insieme a un’altra volontaria, un corso di scrittura creativa. Confrontarsi con questi ragazzi che su per giù hanno la nostra età ha un impatto davvero forte. È duro constatare che le loro parole sono svuotate di speranza, fanno fatica anche solo a immaginare il futuro. Hanno fatto scelte sbagliate, certo, ma a pesare parecchio è il contesto sociale. Conoscendoli, parlando con loro scopri che non sono “persone cattive”. Anzi. Sono persone che meritano un’occasione, ma così com’è strutturato il sistema penitenziario, di occasioni ce ne sono davvero poche». Importantissimo poi il fare rete sul territorio con le diverse realtà. «È un caposaldo del nostro agire – conferma la vicepresidente di Sisifo –, siamo aperti a tutte le collaborazioni. Siamo grati all’Università che ci ha accompagnato sin dall’inizio del percorso e continua a sostenerci. Ci sono poi associazioni come Icaro e realtà come la Spes, la Scuola di Politica ed Etica sociale della Diocesi, con cui realizziamo iniziative comuni e che ci aiutano a crescere».</p>
<p>Un appello? «È rivolto a nuovi associati – risponde sorridendo Iacuzzi –, siamo una ventina di iscritti, ma il percorso di studi ha un termine e vorremmo che comunque l’associazione restasse un sodalizio di “studenti per gli studenti”, servono quindi nuove presenze fattive». Chi volesse contattare l’associazione può usare i profili social o scrivere a sisifoodv@gmail.com.</p>
<p>Dopo il convegno del 16 novembre è già in programma una nuova iniziativa che si terrà il 5 dicembre alle 16.30, in via Tomadini, 30. Si parlerà di «Educare punendo. La sofferenza inflitta può favorire il reinserimento?» insieme ad Angela Gianelli, giudice del Tribunale dei Minori di Trieste, e Katia Bolelli, pedagogista e psicologa, Direttrice della Fondazione RagazzinGioco.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/396178872_344390804911192_189797324042346319_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2246" alt="396178872_344390804911192_189797324042346319_n" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/11/396178872_344390804911192_189797324042346319_n.jpg" width="561" height="795" /></a></p>
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		<title>Odissea di cinque giorni per accogliere due persone. L&#8217;ostinazione di Ospiti in arrivo</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una storia, questa, che inizia e finisce con una telefonata. In mezzo, cinque lunghissimi giorni, fatti di rabbia e di stanchezza, illuminati però dall’ostinazione tenace di chi ha fatto una scelta chiara, pulita, senza compromessi: stare dalla parte delle persone e dei diritti.</p>
<p>È venerdì 16 settembre e a Udine, da giorni, si parla di nuovo dell’ex caserma Cavarzerani. Il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di via Cividale è, infatti, più che pieno, ospita (si fa per dire) 900 migranti quando dovrebbe tenerne appena 300. Cose che succedono se la politica ha scelto di smantellare la rete virtuosa dell’accoglienza diffusa. A mezzogiorno la telefonata di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in arrivo</a>: da due notti, due migranti giunti dalla rotta balcanica dormono in strada, proprio fuori dalla Cavarzerani. Nessuno se ne cura. Possibile? Raggiungiamo l’ex caserma ed eccoli là, disorientati e stanchi. Sono bengalesi, hanno entrambi trent’anni e uno di loro ci racconta di essere un attivista sindacale in fuga perché minacciato di morte.</p>
<p>A prendere in mano la situazione sono le due volontarie di Ospiti in Arrivo, Paola Tracogna ed Ester Del Terra. Telefonano al numero appeso sul cancello della Cavarzerani. A parlare è Paola, si presenta, nome e cognome. Chiede spiegazioni. La risposta è laconica: «La Prefettura ci ha vietato di far entrare altre persone». E allora? Restano in strada? «Noi non possiamo fare niente, dovete contattare la Prefettura». Da lì in poi è un lunghissimo, disarmante rimpallo di telefonate: la Prefettura dice di chiamare in Questura dove puntualmente rimandano di nuovo alla Prefettura. Unica cosa certa è che alla Cavarzerani non si entra, ma nessuno offre soluzioni alternative. Paola insiste: «Devono essere identificati, hanno manifestato la volontà di richiedere protezione internazionale». Cade la linea. Allora andiamo di persona in Questura: «Tornate lunedì», la risposta. Le volontarie chiedono che venga almeno rilasciato un invito a comparire perché H. e G. possano avere in mano una parvenza di documento. Niente da fare. Ci mandano in Prefettura. Ma lì c’è solo il piantone.</p>
<p>«È come se fossimo tornati indietro di sette anni – ci dice Paola –, quando per la prima volta Udine si ritrovò con i migranti a dormire nel sottopasso della stazione. Sembra proprio che il tempo sia trascorso invano» (<a href="https://www.annapiuzzi.it/buon-2016-dal-sottopasso-della-stazione-di-udine-tra-i-profughi-e-i-volontari-di-ospiti-in-arrivo/" target="_blank">ne scrissi qui, sempre insieme a Ospiti in arrivo</a>). Intanto però H. e G. hanno bisogno di formalizzare la propria presenza, Paola allora chiama il 112. Interviene una volante, i Carabinieri della Sezione di Udine Est – con grandissima gentilezza – raccolgono i dati e consegnano un invito a comparire lunedì in Questura. Un posto per dormire però non c’è. Le volontarie danno ad H. e G. cibo, vestiti, due sacchi a pelo e una tenda.</p>
<p>Lunedì 19 settembre finalmente l’identificazione in Questura e la deposizione della richiesta di protezione internazionale. Ma ancora niente alloggio. H. e G. dormono nuovamente in strada. Finalmente però martedì 20 settembre arriva la telefonata in cui speravamo, gli uffici della Prefettura hanno trovato una sistemazione per i due migranti bengalesi. «È una gioia, certo – spiega Paola –, ma non possiamo non pensare a quanti non abbiamo intercettato e sono ancora in strada, a quanti stanno arrivando a Udine in queste ore e si sentiranno dire che non c’è posto».</p>
<p>«Che queste persone scappino da qualcosa o che inseguano una vita migliore, hanno vissuto anni in viaggio, hanno passato l’inferno della rotta balcanica con le sue torture e i suoi respingimenti, e non può essere questa l’accoglienza che trovano in Europa – spiegano da “Ospiti in Arrivo” in un post Facebook –. La nostra solidarietà va a chi è rimasto fuori dalla Cavarzerani, ma anche a chi è dentro a questa struttura in cui c’è un bagno ogni cinquanta persone, dove le brande fredde e umide sono ammassate una sopra l’altra, i posti letto sono ricavati in aree, anche all’aperto, in cui non erano previsti e in cui ora è addirittura difficile muoversi. Le nostre azioni, come sempre, sono rivolte verso il cambiamento di questo sistema disumano di gestione del fenomeno migratorio».</p>
<p>Intanto l’inverno è in arrivo e questa storia, ancora una volta, suona come un campanello di allarme per i mesi che ci attendono. E infatti il telefonino si illumina, è un messaggio di Paola: «Ci sono altri due ragazzi che dormono in strada da tre giorni».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, edizione di mercoledì 21 settembre 2022)</em></p>
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