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	<title>Anna Piuzzi &#187; Confine orientale</title>
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		<title>8 marzo &#124; Ucraina, l&#8217;odissea di donne e bambini</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>8 marzo 2022. Il pensiero va alle donne ucraine, a quelle che ho incontrato una settimana fa, al valico di Fernetti. A quelle ancora in fuga coi propri figli. A quelle che sono rimaste a combattere. Il pensiero va a loro che oggi rappresentano, nel dramma dell&#8217;attualità, tutte le donne che si trovano a vivere nei troppi teatri di guerra del mondo. Di seguito l&#8217;articolo con le storie che ho raccolto al confine tra Italia e Slovenia.</i></p>
<h2><span style="color: #ff6600;">A Fernetti l&#8217;odissea di donne e bambini</span></h2>
<p>Lunedì 28 febbraio. Quinto giorno di guerra. Sono le nove di sera e il valico di Fernetti – al confine tra Italia e Slovenia – è sferzato da un vento gelido. In un silenzio surreale, uno dopo l’altro, arrivano i pullman stipati di profughi dall’Ucraina. Sono quasi tutte donne con i loro bambini: mamme, nonne e sorelle che li hanno strappati alla follia della guerra. Di colpo sembra di essere tornati indietro di trent’anni esatti, ai conflitti feroci dei Balcani. Gli occhi attoniti che dai finestrini bucano il buio della notte sono gli stessi di allora, quelli di chi si è messo in salvo lasciandosi però alle spalle una vita intera: il proprio Paese, una casa e gli affetti più cari. Sgranati e dolenti – è bene ricordarlo – sono gli occhi che ci interrogano da ogni teatro di guerra.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Sugli autobus della salvezza</span></em></h4>
<p>Ci avviciniamo a uno dei pullman, l’autista – mentre la polizia di frontiera sta controllando i documenti e registrando gli ingressi – è sceso a fumare una sigaretta. Diretti a Pescara, sono partiti domenica all’alba da Chernivtsi, città in riva al fiume Prut, a 25 chilometri dal confine con la Romania. «Il viaggio è stato difficile – racconta mischiando italiano e inglese –, il Paese è nel caos, le donne e i bambini in fuga sono tantissimi. Appena saremo giunti a destinazione torneremo indietro a prendere altre persone in attesa. È una tragedia». Chiediamo se tra le donne a bordo ce n’è qualcuna che abbia voglia di raccontare. Scende Irma. È stremata, ma – in un italiano perfetto – cerca comunque con fatica le parole per dar forma alla propria odissea.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">La storia di Irma, la storia di tutte </span></em></h4>
<p>«Ho portato via da Kiev mia figlia con la sua bambina di appena tre mesi – racconta –, mai ci saremmo aspettati che si arrivasse a questo. Abbiamo lasciato tutto quello che avevamo costruito con sacrifici enormi, ma soprattutto abbiamo dovuto lasciare i nostri familiari».</p>
<p>«Mio marito – racconta con la voce rotta dall’emozione – lavora in Italia, ma per il Natale ortodosso era rientrato per alcune settimane di vacanza, quando ha visto la piega che stava prendendo la situazione è rimasto per combattere, esattamente come mio genero. Mia madre invece è troppo anziana e malata per affrontare un viaggio come questo. Si rende conto cosa vuol dire, da un giorno all’altro avere la vita spezzata e la famiglia divisa in due? Eppure non potevamo fare altro, se fossero fuggiti anche i nostri mariti, chi sarebbe rimasto a difendere il nostro Paese, la nostra terra? Avremmo voluto rimanere anche mia figlia ed io, come molte altre donne su questo autobus, ma abbiamo la responsabilità dei nostri bambini e bambine, hanno tutto il futuro davanti e il diritto di vivere in un luogo dove non cadono le bombe». Per ora quel luogo sarà Foggia, lì abita infatti la sorella di Irma che darà loro una prima accoglienza. Quasi tutte le persone con cui parliamo hanno questa prospettiva, ricongiungersi temporaneamente con familiari o conoscenti che vivono e lavorano in Italia. Nel raccontare Irma si ferma un istante, raccoglie forze, parole e prosegue: «Sono arrabbiata, che colpa abbiamo noi? Siamo un popolo che ne ha passate tante, che lavora sodo per vivere meglio e far crescere il proprio Paese, cosa vuole Putin da noi?».</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Donne e bambini </span></em></h4>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2114" alt="Fernetti_1" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg" width="819" height="614" /></a>Saliamo in corriera e ci si stringe il cuore. I bambini e le bambine sono davvero tanti, molti di loro hanno pochi mesi e sono aggrappati alle proprie mamme. La nipotina di Irma ha la febbre alta, si sta valutando se chiamare un’ambulanza o proseguire. Poco prima di noi è salita una volontaria dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) che ha distribuito beni di prima necessità, anche le caramelle che hanno acceso il sorriso dei bambini. Intanto, gli occhi azzurrissimi di Maria, sei anni, ci seguono curiosi, ci chiede chi siamo. Quando scopre che siamo giornaliste è un po’ delusa dal fatto che non lavoriamo per la televisione, ma ci prega lo stesso di dire che lei e i suoi fratelli vogliono al più presto tornare a casa. È notte fonda e alcune delle donne dormono, sono ferme qui a Fernetti per il controllo dei documenti ormai da due ore. Livia ha poco più di vent’anni e un bimbo di due che la stringe forte: «È spaventato – racconta –, ha sentito le bombe cadere vicino casa, ha visto un palazzo in fiamme, ora non fa che stringermi. Spero che un giorno possa dimenticare». Olga invece di anni ne ha quasi cinquanta, sorride ogni volta che guarda suo figlio: «Essere riuscita a portarlo in salvo – spiega – è una gioia immensa, a volte devo toccarlo per dirmi che è vero, che sta bene e non è stato nemmeno ferito. Poi penso a mio marito e a mio fratello che stanno difendendo la nostra città e allora non riesco a trattenere le lacrime». Stiamo per scendere, ma ci ferma ancora un istante: «Scrivete che vi siamo grati – aggiunge – abbiamo visto che siete scesi in piazza in tutta Italia, non avete idea di quanto ci abbia scaldato il cuore. Non lasciateci soli, continuate ad aiutarci».<br />
Intanto, proprio nella mattinata di lunedì, l’Alto commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha fatto sapere che sono già mezzo milione i profughi ucraini che sono fuggiti dalla guerra, un numero destinato a salire nei prossimi giorni: se non si troverà una soluzione di pace, si stima che a lasciare l’Ucraina potrebbero essere anche sei milioni di persone.</p>
<p><em>Pubblicato sul numero di mercoledì 2 marzo 2022 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica».</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2116" alt="fernetti_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3-1024x768.jpeg" width="826" height="619" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Da Dragogna a Gradisca, si continua a morire &#8220;di confine&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 16:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È un tempo di Avvento, quello che stiamo attraversando, in cui è ben poca la luce che ci accompagna. A scandire i giorni – e nemmeno ce ne accorgiamo – sono invece il dolore e la morte che si raggrumano densi tra le maglie strette del confine orientale, togliendo il respiro a quel che resta della nostra umanità. Giovedì scorso una bambina di 10 anni – 10 appena – è morta affogata tra le acque gelide del fiume Dragogna, lungo il confine istriano tra la Slovenia e la Croazia. Era una bimba curda che insieme alla sua famiglia stava inseguendo, lungo la “rotta balcanica”, il sogno di una vita migliore, fatta di diritti e di dignità, che confidava di trovare in Europa. E invece in Europa ha trovato solo porte chiuse e la morte che l’ha strappata alla vita mentre era aggrappata alle spalle della sua mamma che – insieme agli altri tre figli – tentava disperatamente di attraversare il fiume (<a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Slovenia/Morire-al-confine-214618" target="_blank">qui un articolo di Osservatorio Balcani</a>).</p>
<p>Che ne sarà di loro adesso, loro che sono sopravvissuti? Difficile dirlo, hanno fatto richiesta di asilo, ma potrebbero essere rispediti indietro, in Bosnia, lungo la “rotta balcanica”. O forse – come già per altro accaduto ad altre famiglie – potrebbero essere divisi: i minori affidati ai servizi sociali, la madre, invece, espulsa. È questa la quotidianità feroce e disumana del confine europeo. Basti pensare che neanche un mese fa – il 19 novembre – un bimbo siriano di poco più di un anno è morto di freddo nei boschi al confine tra Polonia e Bielorussia, ma ce ne siamo già dimenticati.</p>
<p>E non sono queste storie isolate. Anzi, tutt’altro: la rete transnazionale di attivisti che ogni giorno soccorre e denuncia l’indicibile, dà conto non solo della situazione terribile in cui versano migliaia di persone – e tra loro sono tantissimi i bambini –, ma anche delle efferate violazioni dei diritti umani compiute dalle polizie di confine, in particolare quella croata (ben equipaggiata dall’Unione Europea) che, prima di rispedire in Bosnia i migranti che hanno tentato di entrare in Europa, si premura di picchiarli e spogliarli di tutto. Trattamento riservato anche a uomini e donne afghani per i quali, solo ad agosto, provavamo tanta umana vicinanza, sentimento ormai inghiottito da altre urgenze.</p>
<p>Ma in questo tempo di Avvento si muore “di confine” non solo lungo la rotta, ma anche qui, in Friuli. Neanche una settimana fa un uomo di origine marocchina (ad oggi sappiamo solo che il suo nome inizia per R) si è ammazzato al Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Gradisca: quella stessa struttura in cui l’anno scorso sono morti Vakhtang Enukidze, georgiano, e Orgest Turia, albanese. Una notizia, quella del suicidio di R., accolta dalla più totale indifferenza e che la maggior parte dei media non ha nemmeno dato. Eppure questi luoghi di detenzione dovrebbero interrogarci dal momento che la cronaca ci dà conto della morte in contenzione – appena pochi giorni prima, al Cpr di Ponte Galeria (a Roma) – di <a href="https://www.meltingpot.org/2021/12/morte-wissem-abdel-latif-il-sistema-di-accoglienza-a-cura-in-italia/" target="_blank">Wissem Ben Abdellatif</a>, mentre al Cpr di Torino (travolto da un’inchiesta giudiziaria) sarebbero oltre 60 i tentativi di suicidio in appena due mesi. <a href="https://nofrontierefvg.noblogs.org" target="_blank">Domenica 19 dicembre alle 14.30 ci sarà un presidio fuori dal Cpr</a>.</p>
<p>Per fortuna però non c’è solo silenzio, mentre il giornale va in stampa, martedì 14 dicembre, a Trieste in piazza Libertà, ribattezzata «Piazza del Mondo» (dove i volontari di Linea d’Ombra ogni giorno prestano cure a chi giunge in città dalla “rotta balcanica”), prende vita «Il cammino della speranza». Si tratta di un’iniziativa promossa da una vasta rete di associazioni e movimenti: una staffetta in otto tappe – dal confine orientale di Pesek a quello occidentale di Oulx in Val di Susa – sulle orme delle persone migranti per affrontare il tema della “rotta balcanica” e iniziare a muoversi e non solo a commuoversi. Una traversata simbolica, che impegnerà, fino al 22 dicembre, una cinquantina di atleti e coprirà 800 chilometri. Sono loro a correre, ma la responsabilità di fare luce e dissipare il buio del tempo presente è nelle mani di ognuno e di ognuna di noi. <b><br />
</b></p>
<p>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine di mercoledì 15 dicembre 2021.</p>
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		<title>Da Topolò a Oslavia si torna a respirare</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 03:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Confine orientale]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel raccontare, la sua voce si illumina, sorridendo: «Sabato mattina sono subito andato a Drežnica. Ho fatto una bella camminata lungo l’Isonzo e poi mi sono...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6647.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1932" alt="IMG_6647" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6647-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>Nel raccontare, la sua voce si illumina, sorridendo: «Sabato mattina sono subito andato a Drežnica. Ho fatto una bella camminata lungo l’Isonzo e poi mi sono mangiato un burek a Caporetto. Insomma, ho compiuto tutti quei rituali che in questi mesi mi erano mancati davvero tantissimo, in luoghi che per me sono del cuore». Il sabato in questione è il 13 giugno di questo ben strano 2020 in cui mai avremmo pensato di dover di nuovo attendere con ansia la riapertura del confine tra Italia e Slovenia, rimasto chiuso per mesi durante il lockdown dovuto alla pandemia di Covid-19. Siamo a Topolò, nel cuore della Benecia, e a raccontare è uno dei suoi 21 abitanti,<strong> Moreno Miorelli </strong><em>(qui a destra)</em>, anima – insieme a Antonella Bukovaz e Donatella Ruttar – di quello straordinario laboratorio di frontiera che da anni è appunto il festival <a href="http://www.stazioneditopolo.it/24h-2020/index.html" target="_blank">«Stazione di Topolò/Postaja Topolove»</a>. «Iniziammo nel 1994 – ricorda Miorelli – con la camminata transfrontaliera “oltre la linea immaginaria”, fino a Livek. Allora bisognava comunicare preventivamente chi avrebbe partecipato e, al confine, la polizia controllava che le persone che lo stavano attraversando fossero tutte rigorosamente indicate nell’elenco. Parecchi anni dopo il confine è finalmente caduto e a lui ci siamo presto disabituati. Vederlo ri-materializzarsi all’improvviso è stato uno shock». Il valico più vicino a Topolò è quello di Polava e quando, l’11 marzo, fu chiuso in fretta e furia con pesanti massi, le immagini fecero immediatamente il giro del web destando grande impressione. «Devo dire – continua – che, almeno qui in paese e nei dintorni, la misura è stata accettata. Non è stata presa quasi fosse “uno schiaffo”, come, al contrario, si è letto sui social, si è compreso che l’emergenza sanitaria qui in Italia era pesante e la Slovenia aveva conseguentemente cercato di tutelare i propri cittadini. Certamente è stata un’esperienza che deve farci tenere bene a mente che nulla va dato per scontato, soprattutto conquiste fondamentali come la caduta del confine». Intanto, Covid-19 permettendo, la manifestazione estiva si farà, è stata solo fatta slittare dal mese di luglio ad agosto, si svolgerà infatti dal 28 agosto al 13 settembre. Un evento nel segno della resistenza culturale, prezioso e vitale per questo piccolo borgo che proprio grazie a «Stazione di Topolò» negli ultimi tempi ha attratto nuovi abitanti, tutti giovani, innamoratisi di questa realtà. «Grazie a loro – commenta ancora Miorelli – il lockdown, è stato più leggero. In poco tempo siamo passati da 14 a 21 abitanti, si tratta di cinque giovani e due bambini, a riprova che la cultura può essere la carta vincente di una “montagna povera” come quella delle Valli».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Mettere radici ad Azzida</span></strong></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6650.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1934" alt="IMG_6650" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6650-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>A una ventina di chilometri da Topolò, il silenzioso borgo d’Antro, nel Comune di Pulfero, si affaccia sul dolce fondovalle attraversato dal Natisone. Ha vissuto qui, a pochi passi dal confine, <strong>Letizia Banchig </strong><em>(qui a destra insieme al marito)</em>, fino a 19 anni, poi il trasferimento per gli studi cui sono seguite diverse esperienze anche all’estero, fino in Nepal. Di mezzo il matrimonio con <strong>Priel</strong>, israeliano, e la nascita dei loro due bimbi che oggi hanno 8 e 4 anni. E infine il ritorno, dopo 20 anni, nelle Valli del Natisone, precisamente ad Azzida, nel Comune di San Pietro del Natisone, un piccolo paese antico costruito sopra uno sperone che domina l’ingresso della Val Savogna e di San Leonardo.<br />
«È stata una decisione consapevole – racconta –, ho scelto di tornare da dove ero partita. Ho girato tanto. Mio marito e io abbiamo vissuto prima a Udine, poi a Cividale, ma restava dentro di noi una domanda forte: quali radici dare ai nostri figli? E allora, siccome riteniamo fondamentale l’identità linguistica e culturale, abbiamo scelto le Valli. Azzida in particolare perché i bambini potessero frequentare la scuola bilingue di San Pietro, la convivenza di italiano e sloveno è un tratto distintivo di questa terra che ha saputo cancellare un confine. Ho nel cuore il ricordo di quella notte del 2007 in cui le frontiere cessarono di esistere e andammo in Slovenia pieni di gioia e senza bisogno dei documenti. Fu una sensazione di profonda libertà che rivivo ogni volta che attraverso idealmente la frontiera con mio marito, so infatti che per lui non dover passare mille controlli, come succede invece in Israele, è una liberazione. È anche per questo che siamo venuti ad abitare qui. Quando abbiamo appreso la notizia della chiusura della frontiera, seppur contingente e dovuta a motivi sanitari, ci ha assalito un senso fortissimo di claustrofobia. Io ad esempio mi sono rifiutata di andare a vedere il confine. Guardavo il Monte Nero da lontano, aspettando con trepidazione la giornata di oggi».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>Collaborazione a Oslavia</strong></span></h3>
<p><strong></strong><br />
<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6648.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1933" alt="IMG_6648" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6648-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>E il confine corre giù, dalle asperità di questa zona di montagna, fino alla dolcezza delle colline del Collio. Scendiamo così ad Oslavia, frazione di Gorizia, per la precisione a Lenzuolo Bianco, località a ridosso del confine che deve il suo nome all’unica parete intonacata di bianco che, durante la Prima Guerra mondiale, restò in piedi nonostante i bombardamenti dal Monte Sabotino: da lontano, appunto, pareva un lenzuolo bianco. Qui nasce il vino – pregiatissimo – di Josko Gravner, fatto maturare nelle anfore di terracotta provenienti dal Caucaso. A raccontarci il ritorno alla normalità è sua figlia, <strong>Mateja Gravner </strong><em>(qui a destra)</em>. «L’idea che la frontiera di colpo fosse stata chiusa è stato shoccante – spiega –, perché ormai qui i confini ce li siamo tolti dalla testa. Va detto che li abbiamo sempre vissuti in modo abbastanza libero, dovevamo avere la “propusnica”, il “lasciapassare”, ma comunque li attraversavamo abbastanza agevolmente, conoscevamo gli orari, sapevamo come comportarci. Anche rispetto ai servizi, ne fruivamo da una parte o dall’altra in base a dove ritenevamo fossero migliori, ad esempio mia nipote frequentava le lezioni di danza “dall’altra parte”, quelle di musica a Gorizia. Doverci riconfrontare con qualcosa che avevamo archiviato è stato disorientante».<br />
Difficoltà nella difficoltà i vigneti Gravner si estendono sia in Italia che in Slovenia, a Brda. «Per noi – continua Mateja – il confine non è mai stato nominalmente chiuso, abbiamo avuto la massima collaborazione da parte della Slovenia che è stata pronta ed efficace nel rispondere alle nostre richieste, chiedendo in cambio da parte nostra la massima responsabilità. Insomma, pur nello smarrimento iniziale la situazione è stata affrontata insieme e per quello che era, una chiusura dettata dall’emergenza».<br />
«Insieme» è dunque ancora una volta la parola chiave. E ora la situazione qual è? «È vivo il desiderio di un ritorno alla normalità. “Di là” ci rimpiangono tanto e non è solo per una questione economica. Certo, portiamo una bella fetta di fatturato, ma nel tempo si sono create relazioni autentiche, ora che stiamo superando quella fase in cui la paura era la quotidianità, cominciano a mancarci le persone, sentiamo forte la distanza. Non è un caso che da quando, due settimane fa, è stata ripristinata la possibilità per gli sloveni di entrare in Italia, questi abbiano “invaso”, in senso positivo naturalmente, i locali di Gorizia e Cormons. Diciamo che c’è solo qualche piccola difficoltà con le regole che sono diverse, in Slovenia, ad esempio, la mascherina non si usa più, qui invece sì, ma son tutte piccole questioni risolvibili. L’importante è essersi riappropriati dell’impagabile libertà di abitare un territorio senza doversi fermare davanti un valico, è una conquista a cui non possiamo rinunciare e di cui non dobbiamo dimenticare il valore».<br />
<strong><em>Anna Piuzzi</em></strong></p>
<p><em>Nella foto in alto (tratta dal profilo Flickr di di Alessandra Del Gos) una veduta di Topolò.</em></p>
<p><em>Articolo pubblicato sul settimanale diocesano di udine «La Vita Cattolica» del 17 giugno 2020.</em></p>
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		<title>Quella nostra vita di confine</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 06:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Confine orientale]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Un fazzoletto di terra ai margini del Paese. Periferico, quasi dimenticato come spesso accade alle zone di confine. Eppure uno spazio dove, per decenni, si è...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un fazzoletto di terra ai margini del Paese. Periferico, quasi dimenticato come spesso accade alle zone di confine. Eppure uno spazio dove, per decenni, si è consumata la storia e dove la gente comune ha dovuto imparare ad abitarla. Una porzione di quel nostro confine orientale – tra Friuli/Italia e Jugoslavia/Slovenia – è oggi oggetto di un’importante ricerca volta ad indagare il mutamento della sua percezione. Si tratta di un territorio di 470 chilometri quadrati, comprendente 16 Comuni, dove risiedono tre comunità di lingua slovena, identificate dal termine Slavia Friulana e accomunate da vicende storiche comuni: la Val Resia/<em>Rezija</em>, le Valli del Torre/<em>Ter</em> e del Natisone/<i>Benečija</i>. <strong><em>«National Borders and Social Boundaries in Europe: the case of Friuli»</em></strong> è il titolo della ricerca che ha vinto un finanziamento del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica. Prestigiose le realtà partner: l’<a href="http://graduateinstitute.ch/fr/home.html" target="_blank"><em>Institut de Hautes Ètudes internationales et du Développement</em></a> di Ginevra, l’Università di Lubiana (Dipartimento di Etnologia e Antropologia culturale), l’Università degli Studi Udine (Dipartimento di Lingue e Letterature, Comunicazione, Formazione e Società) e la <em>Binghamton University State</em> di New York. Respiro internazionale dunque per il progetto che però ha un’anima tutta friulana. A idearlo, infatti, sono stati <a href="http://graduateinstitute.ch/directory/_/people/monsutti" target="_blank"><strong>Alessandro Monsutti</strong></a> – direttore del <em>Département d’anthropologie et de sociologie du développement</em> di Ginevra, nato in Svizzera da genitori friulani originari di borgo Aprato di Tarcento –, e  <a href="https://www.docufriul.com/untitled-c10fk" target="_blank"><strong>Stefano Morandini</strong></a>, antropologo visuale friulano e ricercatore sul campo per l’<em>Institut de Hautes études internationales et du développement</em>. Proprio Morandini ha iniziato – da gennaio 2017 – a raccogliere interviste e materiale documentale, l’indagine durerà tre anni, «La Vita Cattolica» lo ha intervistato per capire come sta andando il progetto.</p>
<p><b>Morandini, cosa vi ha spinto verso questa ricerca?</b></p>
<p>«Nel caso di Alessandro Monsutti, sicuramente le radici, di origini tarcentine ha respirato in famiglia la questione. Nel mio caso l’interesse è professionale, da 15 anni lavoro sulle comunità slovenofone. Ad accomunarci l’antropologia, in particolare quel filone di studi che si chiama “<em>border studies</em>” che si occupa della narrazione dei confini nel mondo, un qualcosa che ci sarà sempre».</p>
<p><b>La nostra è una zona di confine che come tutte è caratterizzata da una “marginalità” rispetto all’Italia, ma al tempo stesso è stata al centro della storia. </b></p>
<p>«Marginalità perché l’Italia finisce lì, innanzitutto questo ha innescato una forte “conservatività”, ci sono tre varietà linguistiche che, nonostante il fascismo e le politiche di italianizzazione sono sopravvissute. Oggi, come noto, c’è anche una scuola bilingue. Non solo. Si tratta di comunità molto vivaci dal punto di vista culturale, anche se la demografia non gioca certo a loro favore. Ci sono associazioni attivissime, soprattutto la musica è un veicolo importante della propria identità, non a caso sono numerosi i cori».</p>
<p><b>Politiche di italianizzazione che si sono innestate su una realtà complessa.</b></p>
<p>«Decisamente, il confine è una zona grigia. Questa è la prima volta che una ricerca si svolge in parte in <i>Benečija </i>e in parte in Slovenia, a cavallo del confine. Fino ad oggi ognuno si era limitato alla propria parte. La nostra logica di “scavalcare”  è legata alle pratiche di quello che si faceva quotidianamente finché la politica non si è messa di mezzo. Era normale avere amici e parenti &#8220;dall’altra parte&#8221;. Un esempio: da Drenchia si andava a seppellire i morti a Volče, una delle tante pratiche osmotiche legate al confine».</p>
<p><b>Nella vostra ricerca voi parlate di trasformazione del confine in frontiera.</b></p>
<p>«Quando parlo di politica intendo i nazionalismi. Il confine è quello che permette il contrabbando, è quello che consente di sposarsi, di andare a prendere la carne, di portare il caffè. La frontiera nasce da quello che è successo negli anni Cinquanta con Tito e la Jugoslavia da una parte e noi dall’altra: abbiamo cioè “fatto fronte”, il confine è diventato una frontiera che non si poteva varcare. Non dimentichiamo che in quegli anni si schieravano i carri armati in vere e proprie prove di forza».</p>
<p><b>Che cosa ha determinato per le popolazioni che abitavano quelle aree?</b></p>
<p>«Hanno dovuto convivere con una “temperatura sociale” costantemente alta. Un sentore reciproco che ha minato i rapporti tra paesani. C’era il controllo dell’esercito, ma, in maniera strisciante, anche quello silenzioso e clandestino di organizzazioni come “Gladio” che facevano attività di informazione sulle persone. C’era il timore dell’annessione alla Jugoslavia, questo alimentava il sospetto verso slavi e comunisti che, dunque, non erano considerati veramente italiani. Gli esempi sono innumerevoli: qui gli insegnanti non li mandava il Ministero dell’Istruzione, ma quello dell’Interno; le pratiche di nazionalizzazione poi erano quotidiane, i bambini che parlavano sloveno venivano multati».</p>
<p><b>L’impatto è stato anche economico.</b></p>
<p>«Certo. Le servitù militari sono state per i contadini un limite fortissimo. Non parliamo poi dell’industrializzazione mancata. A San Pietro si è tentato negli anni Ottanta di avviare delle fabbriche a capitale misto, italiano e jugoslavo, esperimenti che sono falliti in poco tempo. Tutto si è quindi spostato verso Manzano che ha fatto da attrattore per chi viveva nelle valli. Questo ha significato un progressivo spopolamento in un’area che aveva già vissuto il dramma dell’esportazione di manodopera in Belgio nelle miniere, in cambio del carbone».</p>
<p><b>Veniamo alla ricerca, in concreto come procedete?</b></p>
<p>«Essendo una ricerca di antropologia politica facciamo delle interviste qualitative, di cui mi occupo io, su due livelli: il primo riguarda chi ha avuto responsabilità amministrative, militari o ruoli all’interno dei partiti. Il secondo è quello delle persone comuni che hanno storie normali a cavallo del confine».</p>
<p><b>Ad esempio?</b></p>
<p>«Banalmente persone che si sono sposate, ma c’è anche chi è scappato stracciando i documenti. Ecco, raccolgo tutte queste storie che danno anche conto di una migrazione che dura da sempre. Poi siamo interessati a ogni genere di fonte visuale, quando entriamo nelle case, la prima cosa che chiediamo è se hanno filmati o foto, anche se, in quest’area, c’erano ovunque cartelli – anche fino a Nimis o Tarcento – che vietavano di girare video o anche solo fare uno schizzo del panorama. Si trattava di una zona Nato, uno scacchiere politico internazionale. Molti fatti non li conosciamo, il ruolo stesso della Jugoslavia ancora oggi non è definito».</p>
<p><b>Dove viene conservato questo materiale?</b></p>
<p>«Questo è un aspetto importante. In Svizzera c’è un dibattito sulla conservazione dei dati sensibili. Il materiale viene dunque caricato su un portale che però è accessibile solo e soltanto al Fondo nazionale svizzero e a chi svolge ricerca in questo ambito, dunque non divulgato. Non dimentichiamo che in alcuni casi si tratta di testimonianze drammatiche».</p>
<p><b>Le persone si raccontano volentieri?</b></p>
<p>«Rispetto ad altre zone del Friuli dove ho fatto ricerca, direi proprio di no. Esistono una paura e una diffidenza quasi naturali nei confronti di chi viene da fuori. È il risultato più drammatico di un “lavorio” che è stato fatto nei decenni. Molti sono restii, altri dicono soltanto alcune cose e c’è anche chi di parlare di confine non ne vuole proprio sapere. Paura e diffidenza sono state instillate ad arte e sono diventate un sentimento quotidiano che ancora oggi resiste».</p>
<p><strong>Alessandro Monsutti e Stefano Morandini interverranno – lunedì 20 agosto alle 21 ai Colonos di Villacaccia di Lestizza – alla serata <a href="https://colonos.it/avostanis/?layout=lavoro&amp;id_lavoro=357&amp;id_tipo_lavoro=2" target="_blank">«Provis viertis di culture furlane»</a> nell’ambito della rassegna culturale «Avostanis».</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>*articolo pubblicato sul numero 32 dell&#8217;8 agosto 2018 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» (<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/08/VC0808-028-D5.pdf" target="_blank">qui la pagina in pdf</a>).</em></p>
<p><em>**foto in evidenza, Collio sloveno, di <strong>Alessandro Coccolo</strong>.</em></p>
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