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	<title>Anna Piuzzi &#187; Booklovers</title>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Božidar Stanišić e le radici nel Paese che non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade al di fuori del bel paese. Figurarsi l’avere a cuore quanto quegli accadimenti lasciano, come un solco, nella vita degli altri. Ad aprile saranno 30 anni dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina e il 2022 si apre, per il Paese dei Balcani occidentali, con minacciose inquietudini che fanno scricchiolare la sua fragile struttura. Eppure la memoria di quella che per noi fu una “guerra in casa” l’abbiamo archiviata e, allo stesso tempo, abbiamo smesso di curarci di quanto, ancora, il senso di sradicamento abiti la vita delle migliaia di famiglie che lasciarono la Bosnia per trovare rifugio in Europa, tantissime anche in Friuli.</p>
<p>A mostrarcelo con lucidità e dolcezza – accompagnate dalla sua inconfondibile ironia – è, ancora una volta, <strong>Božidar Stanišić</strong>, da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, <a href="https://marottaecafiero.it/le-zanzare/286-la-cena-9788831379380.html" target="_blank">La cena</a> (Marotta&amp;Cafiero), il cui sottotitolo è decisamente eloquente: «Avanzi dell’ex-Jugoslavia». Classe 1956, nato a Visoko, Stanišić è stato docente di letteratura in un liceo di Maglaj (nel nord della Bosnia) fino al 1992, quando – rifiutando di schierarsi e opponendosi alla violenza del conflitto –, fuggì dalla guerra civile. Da allora vive in Friuli, a Zugliano. Con una scrittura pulita, diretta e incalzante, Stanišić porta i lettori nella vita di personaggi non solo efficaci, ma anche tratteggiati in maniera da farceli via via diventare familiari, grazie alla sua straordinaria arte di raccontare che affonda le radici nei classici della letteratura slava, da Ivo Andrić a Danilo Kiš, passando per Meša Selimović.</p>
<p>Le storie narrate sono quelle di gente che se ne va, senza ritorno, la cui esistenza è attraversata, da un giorno all’altro, da un confine che resterà per sempre, quello che segna la vita “di qua e di là”. Uomini e donne che nel ricostruire e ricominciare, trasmettono – senza volerlo – il proprio trauma anche ai figli. Non a caso in «La penna dell’uccello inquietudine», uno dei cinque racconti che compongono il libro, è Drenka, la figlia più piccola di una coppia di immigrati bosniaci, nata e cresciuta in Italia, a trovarsi spiazzata da una pioggia di domande: «<em>[…] fui sorpresa da un’idea: quale sarebbe stata la loro e la mia vita se non ci fosse stata la guerra in Bosnia? Da che cosa era nata quell’idea, da quale recesso dentro di me, e perché proprio quella notte? Perché ci sono domande che si addormentano in noi come i dormienti stregati di una vecchia fiaba?</em>».</p>
<p>Le cinque storie pur diverse tra loro, soprattutto ambientate in luoghi differenti (da Milano a Toronto), hanno tratti e vissuti che le accomunano, a partire dalle voci narranti che sono quelle dei figli impegnati a dar conto di genitori ancora legati alla terra di origine, che parlano il serbo-croato-bosniaco, vivono l’esperienza della diaspora, affannati a rincorrere una lingua che non padroneggiano del tutto e lavori precari non rispondenti certo a quelli che facevano nelle proprie vite precedenti, in un Paese, la Jugoslavia, che oggi non c’è più.</p>
<p>Cinque storie generose che emozionano e fanno riflettere, ma strappano anche più di qualche sorriso (divertentissimo il contesto del primo racconto «La cena»), perché, lo abbiamo già detto, l’ironia è cifra stilistica di Stanišić. Non da ultimo, si tratta di un libro la cui lettura è accompagnata da una veste grafica inusuale e davvero bella, in cui si alternano immagini, suggerimenti musicali di ascolto (seguiteli!) e pagine dal fondo nero e i caratteri bianchi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2097" alt="la_cena_int" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>Insomma, Stanišić ci offre l’occasione per scoprire una giovane casa editrice indipendente, la <a href="https://marottaecafiero.it/" target="_blank">Marotta&amp;Cafiero</a>. Realtà che pubblica libri completamente ecologici, ma sopratutto che ha base nel difficile quartiere di Scampia, a Napoli, e che è stata dedicata al cugino dei titolari, Antonio Landieri, vittima innocente di camorra: un ragazzo disabile di 25 anni ucciso per errore, proprio a Scampia, durante una faida tra clan. Il loro motto? «<em>Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Božidar Stanišić/ La cena / Marotta&amp;Cafiero / 242 pagine / 15 euro</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Recensione pubblicata sull&#8217;edizione del 4 gennaio 2022 del settimanale diocesano di Udine.</p>
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		<title>Nella voce di Ajla le tante donne in fuga dalle guerre dei Balcani</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1981" alt="caserma pasubio 2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2-1024x682.jpg" width="352" height="233" /></a>Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere tregua solo quando abbiano trovato forma compiuta sulla pagina scritta. È successo a <strong>Maria Silvia Bazzoli</strong> – giornalista, documentarista e ora scrittrice – che allo scoppio delle guerre nell’ex-Jugoslavia seguì le vicende dei profughi e della loro accoglienza in Italia, soprattutto a Cervignano, nell’ex caserma Monte Pasubio (<em>le foto qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del <a href="https://www.facebook.com/ciocherimane" target="_blank">Ciò che rimane</a></em>). Sono innumerevoli le testimonianze che raccolse lì, tra le donne in fuga da un conflitto che – come altrove, del resto – aveva fatto del loro corpo un campo di battaglia, attraverso lo stupro etnico e violenze indicibili. Quella miriade di frammenti ora si ricompone in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/s-confini/la-voce-di-ajla" target="_blank">«La voce di Ajla»</a>, il romanzo d’esordio di Bazzoli, pubblicato dalla Forum editrice nella collana (s)confini (<a href="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" target="_blank">qui il podcast con l&#8217;intervista radiofonica a Maria Silvia Bazzoli per Radio Spazio</a>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1984" alt="pasubio 3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg" width="960" height="466" /></a></p>
<p>Le due protagoniste – Ajla e la figlia Alina – hanno “inseguito” l’autrice per anni, il lettore le incontra in una Parigi imbiancata dalla neve (elemento ricorrente nella narrazione), alle prese con la memoria: «Parigi ovattata sotto la neve assomiglia a un acquario dove galleggiano volti e immagini, e io… io mi ci trovo a nuotare disorientata, sopraffatta dai ricordi che non volevo» spiega Alina all’amica Hellen. Ajla si trova in ospedale, sprofondata in uno stato di catalessi, inspiegabile per i medici. Alina – ricamatrice, affermata fiber artist – è appena rientrata da New York per assistere la madre del cui passato non sa nulla, per lei dunque è giunto il tempo di riannodare i propri ricordi con la storia di Ajla.</p>
<p>Inizia così un dialogo che viene concesso e affidato, nella sua interezza, solo al lettore perché Ajla racconta, ma la sua voce è muta. Ad Alina dunque toccherà intuire, raccogliere indizi e scavare nel passato. Il suo è il destino che accomuna tantissimi giovani, i cosiddetti “figli della guerra” che – nei Balcani e in tutta Europa – hanno scelto di scoprire le proprie radici per quanto dolorose, ma indispensabili per ricomporre la propria identità.</p>
<p>È – quello di Alina – uno scavare che però restituisce molto anche a noi, perché, come società, abbiamo archiviato in fretta quella parentesi della storia europea che coinvolse così da vicino il nostro territorio. Un indagare che ci dà conto, per altro, della difficoltà che quelle donne affrontarono per ricostruire la propria vita: grazie ai ricordi di Alina scopriamo, infatti, che le due protagoniste vissero i primi anni a Parigi in strada, in estrema povertà. Ma è proprio quel guardare il mondo dal basso, dal marciapiede, che dona ad Alina la capacità di sentire nel profondo l’umanità di chi incontra.</p>
<p>Tutto questo ci viene consegnato da una scrittura ricca, dal passo poetico, che però non edulcora nulla, anzi, quando deve dire la violenza, si fa diretta, scarna ed essenziale.</p>
<p>«La voce di Ajla» è un libro importante, arrivato in libreria proprio nei giorni in cui ricorrono <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-venticinque-anni-dopo-gli-Accordi-di-Dayton-206686" target="_blank">i 25 anni dagli accordi di Dayton</a> – che sancirono una pace sempre in bilico e la definitiva divisione etnica della Bosnia –, a un quarto di secolo (celebrato a luglio) dall’eccidio di Srebrenica in cui, sotto gli occhi di un’Europa inebetita, furono ammazzate ottomila persone.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1988" alt="479" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg" width="850" height="479" /></a></p>
<p>A firmare la postfazione è poi un’autrice che meglio di altri ha analizzato le vicende dei Balcani, <strong>Nicole Janigro</strong>. Infine, più che indovinata l’evocativa immagine di copertina: uno scatto tratto dalla serie «Il sogno delle cose» di <strong>Ulderica Da Pozzo</strong>, anche lei capace come poche di tessere, per immagini, le storie delle donne.</p>
<p><em>Maria Silvia Bazzoli / La voce di Ajla / Forum / 192 pagine, 16, 50 euro</em></p>
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		<title>L&#8217;amore ai tempi dei cambiamenti climatici di Josef Pánek</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2020 13:24:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Svegliarsi presto e avere tempo per sé. Scoprire (felice) che l’insonnia ha dato tregua. Alzarsi. Fare il caffè (parecchio), tornare a letto, allungare il braccio fino al comodino e afferrare il libro che la sera prima si era scelto con cura. E leggere senza dover tener d’occhio l’orologio, scoprendo così (fino alla sua ultima parola) un bel libro, strano e irrequieto.</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.kellereditore.it/prodotto/lamore-al-tempo-dei-cambiamenti-climatici-josef-panek/" target="_blank"><em><strong>L’amore ai tempi dei cambiamenti climatici</strong> </em></a>— del ceco <strong>Josef Pánek</strong> e pubblicato da <a href="kellereditore.it" target="_blank">Keller editore</a> — è, a dispetto del suo titolo da romanzetto, un libro denso di tracce e di storie. Tomáš, 43 anni, è un uomo spento e disincantato, ricercatore universitario che ha girato il mondo (o almeno così crede) e che ora si trova a Bangalore per una conferenza. La città gli toglie il respiro, letteralmente: è caotica, inquinata e inospitale. È, insomma, ostile in tutto, nonostante il sorriso — «<em>bianco e smagliante</em>» — degli indiani: «<em>vedi di abituartici, questo è il futuro</em>» gli suggerisce la donna (scienziata e sua pari) che incontra e che dà corpo all’amore del titolo, sebbene, all’inizio, Tomáš non riesca a lasciarsi attrarre da quella bellezza che, per i suoi geni, è troppo nera e troppo nascosta dal sari blu e arancio che indossa.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">C’è molto in appena 257 pagine: la Repubblica Ceca con l’erosione del comunismo e l’esplosione del consumismo, un’Europa che non c’è più e un’altra che non c’è ancora, la globalizzazione e il razzismo con il catalogo di cliché di cui si nutre. E ancora le migrazioni, vecchie e nuove. L’attesa, sulla soglia, di milioni di persone. Un confronto tra culture (dai dettagli fino ai massimi sistemi) durante una notte d&#8217;amore.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">A colpire è poi lo stile, incalzante (a tratti isterico come Bangalore) e ricorsivo con la ripetizione provocatoria di alcuni frammenti di frasi, sempre uguali. Ci vuole qualche pagina per prendere bene il ritmo della scrittura di Pánek che è anche bassista in un gruppo rock: la cosa migliore, per stargli dietro, è leggere il libro tutto d’un fiato.</div>
<div dir="auto"><em>L’amore al tempo dei cambiamenti climatici</em> ha vinto nel 2018 il prestigioso Magnesia Litera per la narrativa.</div>
</div>
<div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Josef Pánek | L&#8217;amore ai tempi dei cambiamenti climatici | Keller</div>
</div>
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		<title>Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2020 17:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ho vissuto tanto, qualcosa l’ho capita, qualcun’altra no. Per esempio ho capito che l’intelligenza è sopravvalutata, come la stupidità sottovalutata, che bene e male esistono veramente,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Ho vissuto tanto, qualcosa l’ho capita, qualcun’altra no. Per esempio ho capito che l’intelligenza è sopravvalutata, come la stupidità sottovalutata, che bene e male esistono veramente, che l’uomo può perdere tempo prezioso in mille modi stupidi, il più stupido di tutti è giudicare gli altri, perché è troppo facile, perché non serve né a noi né agli altri</em>».<br />
<a href="http://www.danielemencarelli.it" target="_blank">Daniele Mencarelli</a> / <a href="https://www.librimondadori.it/libri/tutto-chiede-salvezza-daniele-mencarelli/" target="_blank">Tutto chiede salvezza</a> / Mondadori</p>
<p>Me lo avevano mandato, insieme ad altri libri, poco prima della quarantena. Lo avevo messo da parte perché la copertina (che tutt’ora trovo poco azzeccata) mi aveva allontanato dalla sua lettura, in un periodo in cui di ansie esistenziali — personali e collettive — ne avevo già a sufficienza. Ora, invece, non che ad ansie vada meglio, ma complice il Premio Strega (Mencarelli è nella sestina finalista e <a href="https://premiostrega.it/PSG/vii-edizione-del-premio-strega-giovani/" target="_blank">ha vinto lo Strega Giovani</a>), l&#8217;ho tirato giù dallo scaffale in cui l&#8217;avevo relegato e l’ho letto tutto d’un fiato.</p>
<div>
<p>Mencarelli racconta la malattia mentale, in prima persona, attraverso sette giorni di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e lo fa con quel dono prezioso — tanto nella scrittura quanto nella vita — che è il saper tenere insieme la profondità delle cose a un passo leggero.</p>
<p>Sono pagine che di dolore ne hanno parecchio, dense di pugni nello stomaco, di vite che da un giorno all’altro esplodono e di altre che storte ci sono proprio nate. Sono pagine però scritte da chi non ha mai smesso di cercare la bellezza e che nemmeno si è stancato di mostrarla agli altri, nonostante tutta la fatica della sua vita. Ci si emoziona (tanto), ma si sorride pure e si impara molto mettendosi in ascolto di questi sei pazzi «<em>indifesi di fronte alla propria condizione, di esposti alle intemperie, di uomini nudi abbracciati alla vita</em>».</p>
<p>***E a me è cara questa frase di Mario: «<em>Chiedi aiuto quando serve. Ma lascia il tuo sguardo libero, non farti raccontare il mondo da nessuno</em>».</p>
</div>
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		<title>Intervista &#124; 8 marzo con le «Resistenze femminili» di Marta Cuscunà</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 06:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1913" alt="forum" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum-217x300.jpg" width="217" height="300" /></a>È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà ed emancipazione che attraversa la storia e si rende visibile nella vita di donne forti e determinate. Quel filo, <a href="https://www.martacuscuna.it/" target="_blank">Marta Cuscunà</a>, lo cerca da sempre e lo tiene saldamente in mano. Non solo. Grazie alla sua straordinaria abilità narrativa ce lo porge con generosità: è la consapevolezza che solo una piena parità di diritti tra i generi farà progredire una società oggi così tanto in affanno. Alla vigilia dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, ci troviamo nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus. A isolarlo per primo in Italia, è stato un <a href="https://www.corriere.it/salute/20_febbraio_02/squadra-donne-che-ha-isolato-virus-notti-microscopio-poi-salti-gioia-06752d5c-460a-11ea-89f5-524fb04840d5.shtml" target="_blank">team di donne</a>, un’eccellenza del bel paese, eppure parecchia stampa nostrana si è permessa di chiamare quelle ricercatrici – titolate tanto quanto i colleghi uomini – <a href="https://www.corriere.it/scuola/universita/cards/coronavirus-non-chiamatele-signore-o-ragazze-sono-scienziate/tre-signore-meridionali_principale.shtml" target="_blank">«le ragazze dello Spallanzani»</a>. Che fare dunque? Cosa insegna la storia? Quale ruolo rivendicare (ancora) oggi? L’ho chiesto proprio all’autrice e performer di teatro visuale, Marta Cuscunà. È infatti fresco di stampa – pubblicato dalla <a href="https://forumeditrice.it/" target="_blank">Forum Editrice Universitaria Udinese</a> e sostenuto dalla Consigliera di Parità della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – il volume <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminili»</a> che raccoglie la trilogia dei suoi testi teatrali  su donne e uomini che, in tempi e luoghi diversi, hanno escogitato nuove forme di resistenza a una società sbilanciata al maschile («È bello vivere liberi!», «La semplicità ingannata» e «Sorry, boys»).</p>
<p><strong>Marta, il tuo lavoro tiene insieme storie di donne diversissime che, in tempi lontani tra loro, hanno giocato un ruolo importante nella rivendicazione di un’uguaglianza dei diritti, dalla staffetta partigiana Ondina Peteani alle Clarisse di Udine del Cinquecento. Cosa ci restituisce questo viaggio?</strong></p>
<p>«Innanzitutto la consapevolezza che i semi di questa rivolta delle donne per riuscire ad avere un ruolo nella società sono sparsi in diverse epoche, mentre nell’immaginario collettivo il femminismo e la rivendicazione dei diritti delle donne vengono fatti risalire quasi esclusivamente al ’68. È invece importante aver coscienza delle storie di tante donne che hanno coltivato questa utopia in epoche e contesti diversissimi».</p>
<p><strong>È un’utopia dunque?</strong></p>
<p>«Diciamo che è così che ce la rifilano, come un miraggio impossibile da raggiungere, invece le storie che ho incontrato sono vere e dunque possibili. Lasciano però l’amaro in bocca perché anche quelle lontanissime, penso proprio a “La semplicità ingannata” che approfondisce il tema della monacazione forzata e la presa di coscienza delle Clarisse di Udine, appunto nel Cinquecento, ci mostrano, purtroppo, analogie con la realtà contemporanea, a partire dagli squilibri che tuttora governano i rapporti tra uomini e donne».</p>
<p><strong>Eppure, proprio quelle suore Clarisse ci mostrano il grande beneficio che la società potrebbe trarre dalla parità, loro all’epoca trasformarono il  monastero in un centro di cultura.</strong></p>
<p>«Soprattutto non si accontentarono delle briciole che il sistema patriarcale concedeva loro con l’obiettivo di farle stare buone e mantenerle comunque dentro quel sistema che, ovviamente, le discriminava. È un insegnamento che ci deve mettere in guardia: ogni sistema concede briciole per accontentare chi rivendica qualcosa, ma le briciole non bastano per un cambiamento radicale del modello sociale. In questo tempo di crisi su ogni fronte – ambientale, economico e umanitario – abbiamo la dimostrazione che il modello patriarcale, che per secoli ci siamo portati dietro, è fallimentare e ha bisogno di essere cambiato».</p>
<p><strong>Non a caso anche in questi giorni di emergenza coronavirus i pregiudizi, derivanti da quel modello, non sono mancati…</strong></p>
<p>«Certo, la vicenda delle ricercatrici dello Spallanzani, ad esempio, sorprende perché siamo abituati ad avere degli eroi uomini. Qui, invece, sono donne e, per di più, non sono da sole, ma lavorano in team, sono comunità… ecco dunque che il sistema ha bisogno di parole rassicuranti e allora chiama quelle ricercatrici “ragazze”. Non dovremmo mai dimenticare, come continua a ripetere un’intellettuale come Michela Murgia, che le storie che ci raccontiamo costruiscono il mondo in cui viviamo e viceversa. Narrare storie diverse da quelle a cui siamo abituati può aiutarci a costruire un mondo nuovo».</p>
<p><strong>Quello che fai tu con la tua trilogia…</strong></p>
<p>«Sì, infatti nasce anche dal desiderio di narrare esempi positivi per riappropriarsi dell’idea di femminismo».</p>
<p><strong>E lo iscrivi in una dimensione comunitaria, Ondina Peteani, non fece la Resistenza per sé&#8230;</strong></p>
<p>«Addirittura si mise a disposizione di un Paese che pensava di poter fare a meno delle donne. Le storiche che si occupano del contributo che le donne diedero alla Resistenza, fanno emergere come a loro non fosse richiesto nulla: sarebbero potute restare a casa aspettando che la guerra e la dittatura si risolvessero. Parliamo di giovani donne, Ondina di anni ne aveva appena 17, che riuscirono a capire che il proprio contributo era fondamentale per cambiare il Paese e che la democrazia a cui aspiravano doveva prevedere un ruolo diverso per la donna. Conclusa la Resistenza però i loro stessi uomini le fecero tornare al “proprio posto”».</p>
<p><strong>E oggi – in mezzo a tutte queste crisi – c’è consapevolezza tra le giovani del ruolo da rivendicare?</strong></p>
<p>«Credo di sì, la trilogia va in scena da dieci anni, e mai come ora la mobilitazione giovanile, penso ai movimenti per il clima, ha avuto giovani donne come leader che, analogamente a Ondina, prendono la parola, si fanno carico di questa responsabilità. Non è un caso che proprio in questi giorni ci siano, da parte di chi le avversa, vergognosi attacchi che giocano proprio sul loro essere donne, umiliandone il corpo. È una storia che si ripete, è il prezzo del prendere parola in un mondo maschile. In questi dieci anni anche il movimento femminista è cambiato, è più globale, è diventato un’alleanza fortissima tra le donne. Credo che siamo arrivati a un punto di cui, un giorno, leggeremo sui libri di storia, un punto da cui non si torna più indietro».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Intervista pubblicata sull&#8217;edizione del 4 marzo 2020 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il prezioso esordio letterario di Bronja Žakelj</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Oct 2019 14:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci dà ben poche alternative Bronja Žakelj. Semplicemente – con la sua scrittura avvolgente e una storia densa di vita – ci cattura, tenendoci inchiodati alla...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ci dà ben poche alternative <strong>Bronja Žakelj</strong>. Semplicemente – con la sua scrittura avvolgente e una storia densa di vita – ci cattura, tenendoci inchiodati alla lettura, proprio fino all’ultima parola che nelle pagine del suo libro è custodita per noi.<br />
Si legge, dunque, tutto d’un fiato «Il bianco si lava a novanta», l’ennesimo ottimo titolo che la Bottega Errante ha appena pubblicato nella collana «Estensioni», tradotto da Michele Obit. Arriva così in Italia l’esordio della scrittrice slovena che, in patria, è stato un autentico caso editoriale: dalla sua uscita, nel settembre 2018, è andato in ristampa cinque volte e ha vinto il «Premio Kresnik» 2019, il più importante riconoscimento letterario sloveno.<br />
La narrazione – interamente autobiografica – si dipana tra gli anni Settanta e Novanta. Sullo sfondo la Jugoslavia prima e la Slovenia poi. Un tuffo in un passato recente, ma che sembra lontanissimo: ci sono i jeans comprati a Ponterosso, le Filter 57, Vucko e le olimpiadi invernali di Sarajevo 84. E ci sono, naturalmente, Tito e poi la sua assenza.<br />
A raccontarci la vita nel quartiere Vojkova, a Lubiana, è una Bronja bambina che si rivolge a sua madre, Mita. Quella voce infantile, che all’inizio dà conto del mondo degli adulti, cresce di pagina in pagina e diventa – senza che quasi ce ne accorgiamo, grazie a una non banale padronanza di registri – la voce di una ragazza e infine di una donna, irrobustendosi via via della consapevolezza di sé. La storia che ci consegna è quella di una perdita che fa da spartiacque nella vita di una famiglia. Mita, infatti, muore: «Mi pare di sognare, perché fuori è un giorno come tutti gli altri. La gente va al negozio all’angolo e poi ne esce. Davanti alla scuola i ragazzi giocano a pallone, litigano. Nessuno sa che sei morta, nessuno sa che sono rimasta senza di te» dice Bronja incredula.<br />
E poi c’è la lotta feroce per sopravvivere al cancro, ma senza i riferimenti che ognuno in quella battaglia dovrebbe avere accanto. È molto il dolore addensato in questo romanzo, ma ci sono anche ironia e una speranza luminosa, un inno alla vita che ostinatamente lo attraversa. E poi c’è la bellezza dei legami, quelli antichi, come ad esempio con Dada, e quelli inattesi.<br />
Bronja Žakelj sarà a Gorizia il 31 ottobre nell’ambito della rassegna «Il libro delle 18.03», alla Formedil, in via del Montesanto 131/42.<br />
<strong><em>Bronja Žakelj, «Il bianco si lava a novanta», Bottega Errante Edizioni, 277 pagine, 17 euro.</em></strong></p>
<p>Pubblicato sull&#8217;edizione del 9 ottobre 2019 del settimanale «La Vita Cattolica»</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1818" alt="IL-BIANCO_COP-03" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/10/IL-BIANCO_COP-03-665x1024.jpg" width="635" height="977" /></a></p>
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		<title>Tre donne e una «manovella». Ed è subito poesia</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2019 06:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le guardi all’opera e d’un tratto non sono più tre, ma una sola meravigliosa realtà che sforna poesia. Si tratta di Sara Francovig, Chiara Dorigo e...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Le guardi all’opera e d’un tratto non sono più tre, ma una sola meravigliosa realtà che sforna poesia. Si tratta di <strong>Sara Francovig</strong>, <strong>Chiara Dorigo</strong> e <strong>Stefania Pittioni</strong>, tre donne diversissime – la prima è un’assistente sociale, la seconda si occupa di turismo e la terza insegna italiano ai cittadini stranieri – eppure, insieme, hanno dato vita a un progetto particolare: <a href="https://www.facebook.com/PoesieaManovella1/" target="_blank"><strong><em>«Poesia a manovella»</em></strong></a>.</p>
<p>Non un tradizionale «reading», ma la lettura itinerante e «personalizzata» di poesie e brani di prosa. Dopo un periodo di pausa – forzata, ma felice, visto che è stata motivata dalla nascita del primo figlio di Sara – tornano in scena nel loro paese di origine, Santa Maria la Longa, domenica 2 giugno alle 16 al foledor di casa Miani Calabrese Petrei, nella splendida cornice dell’iniziativa <a href="https://www.facebook.com/events/452382155531536/" target="_blank">«Rose, profumi e sapori in festa»</a>, la mostra-mercato dei fiori.</p>
<p>Ma andiamo con ordine e partiamo dalla misteriosa manovella. «Si tratta – spiega Chiara – di un oggetto che appartiene al passato del nostro Friuli: è un “brustulin”, l’aggeggio che le famiglie usavano per macinare il caffè e, in tempi di miseria, il suo sostituto, la cicoria. Invece oggi, nelle nostre mani e per il nostro pubblico, macina poesia». Già, perché chi si troverà a partecipare a un evento di «Poesie a manovella» assisterà a una piccola magia. «Per prima cosa – racconta Sara sorridendo –, va detto che siamo un po’ indiscrete e sottoporremo chi lo vorrà a una serie di domande; poi, dopo un colpo di manovella, tra i nostri libri, fogli e foglietti troveremo e leggeremo la poesia adatta». Provare per credere (chi scrive lo ha fatto): dopo qualche domanda le tre donne trovano nel loro armamentario poetico il testo perfetto che pare «cucito su misura» per chi ha dato il colpo di manovella.</p>
<p>In realtà, nessuna magia, alla base di questo piccolo prodigio ci sono solo (si fa per dire) una profonda conoscenza e un sincero amore per la letteratura, nonché un affiatamento incredibile. «Alla base di tutto – spiega Stefania – c’è una grande amicizia, alimentata da un affetto profondo, tra tre giovani ragazze, ormai donne, che si commuovono insieme e ridono tanto, il tutto in una fortunatissima combinazione di caratteri e alchimie che ci vedono davvero simili, ma diverse in personalità e colori: c’è chi è più poetica e profonda, chi più leggera e scanzonata e chi media tra le altre due». «Per noi – le fa eco Sara – è motivo di orgoglio essere, dopo cinque anni, ancora così amiche, così unite e divertite ogni volta che facciamo una “manovellata”».<br />
L’appuntamento è dunque per domenica 2 giugno alle 16 a Santa Maria la Longa. Inoltre, per restare sempre aggiornati sul calendario delle «manovellate» basterà mettere un «like» alla pagina Facebook dedicata: «Poesie a manovella».</p>
<p>Articolo pubblicato sul settimanale diocesano «La Vita Cattolica» edizione di mercoledì 29 maggio 2019.</p>
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		<title>Nel libro di Garlini l&#8217;amicizia con Cappello e il Friuli che non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Apr 2019 05:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si sorride. Ci si emoziona. Si entra in punta di piedi in un gruppo di giovani – visionari, infervorati e splendidamente intrepidi – che seppe respirare...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si sorride. Ci si emoziona. Si entra in punta di piedi in un gruppo di giovani – visionari, infervorati e splendidamente intrepidi – che seppe respirare e mettere in versi tutta la poesia di cui è capace una terra straordinaria, ma silenziosa come il Friuli. È questo ciò che attende il lettore che decida di avventurarsi tra le pagine de <a href="https://www.librimondadori.it/libri/il-canto-dellippopotamo-alberto-garlini/" target="_blank"><strong>«Il canto dell’ippopotamo»</strong></a> (Mondadori), l’ultimo romanzo di <strong>Alberto Garlini</strong> (<a href="https://drive.google.com/file/d/1DGSGXzNPtgWg83C80u3tciwQ9vnKppE0/view" target="_blank">qui il podcast dell&#8217;intervista a «Libri alla radio»</a>) che, grazie a una narrazione intessuta di frammenti di memoria, ci fa entrare nelle pieghe della sua amicizia con il poeta Pierluigi Cappello.<br />
È una scrittura intensa quella di Garlini, innervata della preziosa fatica di chi pesca a fondo dentro di sé sentimenti e ricordi, senza risparmiarsi, nemmeno quando in agguato c’è il dolore. E l’intensità ci agguanta anche quando ci viene dato conto di un episodio divertente, quell’ironia – statene pur certi – vi catturerà e vi troverete a ridere insieme a quella carovana di scrittori, attori e artisti vari che furono i «Cercaluna». E del primo incontro con Cappello, nell’amideria di Chiozza, Garlini scrive: «<em>Per farla breve, quando ho visto Pierluigi che lasciava planare i fogli nella luce e nei ghirigori di fumo, mi è stato chiaro che era il poeta più sensibile alla parola che avessi mai incontrato. Fin qui niente di sorprendente, perché di poeti ne avevo incontrati pochi, ma mi fu anche chiaro che era il poeta più sensibile verso la parola che avrei incontrato in tutta la mia vita. All’epoca, e forse anche oggi, nonostante l’enorme ottusità che mi caratterizza, mi bastava poco per capire se la pagina teneva, se le parole che ascoltavo formavano una voce. Nel suo caso la voce era talmente intensa che non serviva neppure seguire lo sviluppo logico della frase perché accoglievi le parole con una coscienza diversa da quella intellettuale, la sentivi attraverso il corpo</em>». Credo siano le parole che chiunque abbia hanno avuto la fortuna di ascoltare Cappello abbia sempre cercato (invano) per raccontare quell’esperienza.<br />
Da lì in poi c’è la storia di un’amicizia che è anche narrazione della formazione e della maturità letteraria dei due. Scopriamo così un Pierluigi Cappello che sta ancora cercando la propria forma, che aveva pubblicato pochissimo, ma che per tutti era già il Poeta. «Il canto dell’ippopotamo» è però anche un romanzo emozionante e bellissimo sulla forza straordinaria della poesia e – soprattutto – della poesia in Friuli. Perché sullo sfondo – non senza una punta di disincantata nostalgia – c’è il Friuli degli anni Novanta che nelle sue notti veniva attraversato da una linfa nuova, dall’arte della poesia vissuta nelle piazze dei piccoli paesi, attraverso la magia inebriante della festa e del teatro. Un libro, insomma, che è un dono a chi ama il Friuli, a chi ama la poesia, a chi ama la vita.</p>
<p>Recensione pubblicata su «La Vita Cattolica» del 10 aprile 2019</p>
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		<title>Nuova avventura alla radio per parlare di libri e di lettura</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Oct 2018 06:28:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Inizio oggi una nuova avventura. A cadenza quindicinale, il venerdì alle 11 e in replica alle 17.30, vi terrò compagnia sulle frequenze di <a href="http://www.radiospazio103.it/" target="_blank">Radio Spazio</a> con <a href="http://www.radiospazio103.it/2018/10/19/libri-alla-radio/" target="_blank">Libri alla radio</a>, la trasmissione sul Friuli che legge. Parleremo di libri con autori ed editori, ma cercherò anche di raccontarvi le tantissime esperienze di lettura che ci sono sul territorio e che – a mio avviso – fanno capire meglio perché siamo la regione che legge di più in Italia. Entreremo in biblioteche grandi e piccole, conosceremo più da vicino progetti, spesso innovativi, di associazioni ed amministrazioni comunali. Incontreremo volontari della lettura e, naturalmente, faremo incetta di consigli letterari.</p>
<p>In questa prima puntata ho intervistato uno degli scrittori friulani più interessanti degli ultimi anni, <a href="http://bee.bottegaerrante.it/main/scheda/71" target="_blank">Renzo Brollo</a> (<em>con me nella foto</em>), che – notizia di questi giorni – è nella cinquina dei finalisti del premio nazionale Moac, sabato 27 ottobre a Modica ci sarà la premiazione. Nella seconda parte invece – dopo aver ascoltato, dalla colonna sonora di <a href="https://www.mymovies.it/film/2007/intothewildnelleterreselvagge/" target="_blank">Into the wild</a>, Rise di Eddie Vedder (mi sembrava azzeccata dopo aver parlato a lungo di montagna con Renzo) –, la libraia Manuela Malisano della <a href="https://wmeister.com/" target="_blank">W. Meister &amp; co</a>., ci racconta l&#8217;iniziativa <a href="https://www.ioleggoperche.it/" target="_blank">#ioleggoperché</a> che dal 20 al 28 ottobre ci darà la possibilità di donare libri per le biblioteche scolastiche del nostro territorio. Infine qualche segnalazione di eventi letterari del fine settimana, da Leggimontagna al Triesteboofest. <a href="http://audio.radiospazio103.it/audio/Libriallaradio19102018.mp3" target="_blank">Qui potete ascoltare il podcast della trasmissione</a>.</p>
<p>Un grazie davvero di cuore ai colleghi Valentina e Christian che mi hanno supportata e sopportata in questo avvio di avventura.</p>
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		<title>«Repubblica luminosa»: l&#8217;utopia anarchica dei bambini</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2018 18:53:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa volta non è stato un colpo di fulmine. Prima di iniziare a leggere «Repubblica luminosa» di Andrés Barba (La nave di Teseo) l’ho preso in mano,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Questa volta non è stato un colpo di fulmine. Prima di iniziare a leggere<em> <a href="http://www.lanavediteseo.eu/item/repubblica-luminosa/" target="_blank">«Repubblica luminosa»</a></em> di <a href="https://www.pordenonelegge.it/festival/edizione-2018/autori/3068-Andres-Barba" target="_blank">Andrés Barba</a> (<em>La nave di Teseo</em>) l’ho preso in mano, sfogliato e riposto nel suo scaffale almeno 4 o 5 volte. Sarà per quella sua copertina che proprio non rende giustizia a un libro che invece è davvero bello, inusuale e intelligente. Che merita di essere letto con attenzione. E, possibilmente, senza troppe pause di mezzo.</p>
<p>Ma veniamo alla storia. Siamo a San Cristobal, nella provincia sudamericana. La voce narrante &#8211; un funzionario statale, di cui non conosciamo il nome &#8211; ricostruisce i fatti accaduti 22 anni prima, quando la comparsa di 32 bambini sospende bruscamente il cammino della cittadina verso una modernità borghese e benestante. Sbarazzarsi della tirannia della trama è la prima cosa che Barba fa, svelandoci, sin dalla prima riga, che i 32 ragazzini moriranno. Da qui in poi la narrazione &#8211; asciutta e intensa &#8211; è tutta tesa a condurre il lettore in quella cittadina, ai margini di una selva tropicale sinistra («<em>un vero e proprio personaggio della storia</em>», ha spiegato lo scrittore madrileno a Pordenonelegge), dove, alla spicciolata e dal nulla, compaiono (e scompaiono) questi ragazzini. Poveri, sporchi, selvatici, non mendicano, non chiedono: semplicemente prendono, anche con la violenza. E poi, parlano una lingua incomprensibile, inventata, che solo una bambina della città sarà in grado di decifrare. Dunque una comunità infantile senza gerarchie, orizzontale, che disegna un’utopia anarchica, in aperto contrasto con la gerarchizzazione del mondo adulto, capace di seduzione anche nei confronti dei bambini della città.</p>
<p>Dialogando con noi giornalisti, a Pordenonelegge, l’autore ha spiegato di aver voluto scardinare la visione adulta dell’infanzia come paradiso perduto e gli stereotipi che la alimentano. Alcuni miei colleghi (quelli bravi) hanno detto a Barba che il riferimento è chiarissimo a <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_signore_delle_mosche" target="_blank">«Il signore delle mosche»</a></em> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/William_Golding" target="_blank">William Golding</a>. Barba ha sorriso e, con garbo, ha spiegato che a ispirarlo molto sono stati <em><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cuore_di_tenebra" target="_blank">«Cuore di tenebra»</a></em> di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Conrad" target="_blank">Joseph Conrad</a> (che ha recentemente tradotto) e <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/The_Children_of_Leningradsky" target="_blank">«<i>The Children of Leningradsky»</i></a>, documentario del 2004 di Andrzej Celiński e Hanna Polak sui bambini che vivono nel metrò di Mosca.</p>
<p>Comunque sia, il risultato è che il racconto di quella comunità mette a nudo l’inadeguatezza di un sistema e mostra la sconfortante capacità di autoassoluzione di una società che, di fronte a quello che non riesce a comprendere, sceglie di far propria una morale alternativa. Quei bambini sono diversi, inafferrabili, per loro la città sceglie quindi misure speciali, di fatto la sospensione dei diritti. Di quella società l’io narrante è uno, ma ci aiuta a cogliere i tanti sguardi che la compongono («<em>Come Habermas</em> &#8211; ha spiegato Barba &#8211; <em>ritengo che diverse prospettive servano a ricomporre una verità di quello che è successo, una verità condivisa, non moralistica</em>»). Non a caso a  pagina 99 leggiamo: «<em>Le narrazioni e le cronache sono come le carte geografiche. Da una parte, i colori dei continenti, vasti e ben definiti, cioè gli episodi collettivi che tutti ricordano, dall’altra le profondità oceaniche delle emozioni personali</em>». È proprio questo che cattura il lettore, la capacità di Barba di tenere insieme entrambi i piani.</p>
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<p>Andrés Barba (Madrid, 1975) è uno dei più importanti scrittori spagnoli della sua generazione. Romanziere, poeta e saggista, è stato finalista al Premio Herralde nel 2001 con il romanzo La sorella di Katia, diventato un film per la regia di Mijke de Jong. Ha pubblicato cinque romanzi, diversi libri di racconti, tre saggi e un libro di poesie, ricevendo i massimi premi spagnoli, tra cui il Premio Torrente Ballester e il Premio Anagrama de Ensayo. Ha tradotto autori come Herman Melville, Henry James, Joseph Conrad e Thomas De Quincey. La rivista “Granta” lo ha inserito tra i migliori narratori contemporanei di lingua spagnola. Repubblica luminosa ha vinto il Premio Herralde 2017 ed è in corso di pubblicazione in 18 paesi.</p>
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