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	<title>Anna Piuzzi &#187; Articoli</title>
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		<title>A 30 anni dal crollo del Muro di Berlino. Intervista con Guido Crainz</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Nov 2019 04:02:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono in fondo agli occhi di ognuno le immagini potenti di quel 9 novembre 1989. Immagini che allora ci lasciarono increduli. La televisione portava nelle nostre...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono in fondo agli occhi di ognuno le immagini potenti di quel 9 novembre 1989. Immagini che allora ci lasciarono increduli. La televisione portava nelle n<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/crainz2.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1868" alt="crainz2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/crainz2-204x300.jpg" width="204" height="300" /></a>ostre case le urla festanti di una città in visibilio, insieme alla musica e alla gioia incontenibile di chi, dopo aver sofferto e resistito, afferrava finalmente con le proprie mani la libertà. Crollava il muro di Berlino e con esso la cortina di ferro, quella ferita aperta che aveva lacerato tanto a lungo il continente europeo. Ma oggi – a trent’anni da quella notte, al tempo dei sovranismi – riusciamo anche a rintracciare le aspettative di allora? Ne abbiamo parlato con lo storico udinese <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Crainz" target="_blank"><strong>Guido Crainz</strong></a>, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Teramo, autore di numerosi saggi, di prossima uscita una collettanea proprio su questo tema.<br />
<strong>Professor Crainz, che cosa ci consegna uno sguardo lungo 30 anni sulla caduta del muro di Berlino?</strong><br />
«C’è una cosa che non possiamo dimenticare. Insieme al muro crollarono dei regimi orribili. Per quanto possano non piacerci le attuali politiche di Paesi come Ungheria, Polonia o la Russia di Putin, è stata una grande liberazione».<br />
<strong>Sembra seguire un «ma», forse parecchi…</strong><br />
«Allora c’era un grande entusiasmo che durò a lungo. Ricordo il 2004 con l’allargamento dell’Europa, e poi il 2007 quando, in Friuli Venezia Giulia, all’insegna di Schengen, caddero, a Gorizia, gli ultimi muri. Quelle grandi speranze sono andate largamente deluse. Il clima dell’89 è condensato nella sciocchezza sostenuta dal politologo statunitense Fukuyama che parlò di “fine della storia”. Intendeva cioè la fine dei conflitti e il trionfo della democrazia liberale. Oggi la democrazia liberale è in discussione, e non solo nei paesi ex comunisti».<br />
<strong>Anche il Friuli VG deve fare i conti con quelle illusioni?</strong><br />
«Certo, forse anche di più. Quando l’89 arrivò nella nostra regione trovò un terreno molto ben arato, il muro, infatti, cadde quando l’Alpe Adria era già una significativa realtà di dialogo e di cultura tra Paesi diversi. Poi, poco dopo l’89, divenne un inferno proprio quel Paese che a molti era sembrato il “paradiso del socialismo&#8221;, la Yugoslavia. Era considerata la “Svizzera” dei Paesi dell’Est e invece si trasformò in un “Libano”. Non immaginavamo che la guerra potesse ripresentarsi in Europa con così tanta ferocia».<br />
<strong>Perché il sogno europeo ha subito così tante batoste?</strong><br />
«Il primo motivo me lo fece notare l’allora presidente della Regione, Adriano Biasutti, che intervenendo a un dibattito a Roma, espresse la preoccupazione che prevalesse una visione economica ed economicistica dell’unione, basata troppo sui vantaggi materiali che ne sarebbero derivati: gli imprenditori guardavano a nuovi mercati e l’Est sognava di assumere gli stili di consumo dell’Ovest. È stato possibile solo fino a un certo punto. E poi è mancata la cultura».<br />
<strong>Che cosa intende?</strong><br />
«Parto da un esempio friulano: il Mittelfest. È una straordinaria eccezione quando, invece, dovrebbe essere la normalità. È così che si fa l’Europa. All’indomani dell’unificazione tedesca, un grande intellettuale come Peter Schneider disse che si rischiava di avere una “cortina di ferro senza il comunismo” perché non vedeva fervore di dialogo fra intellettuali di Paesi che fino ad allora si erano combattuti come, invece, era accaduto dopo la Seconda Guerra Mondiale. A questo è corrisposto l’emergere dei sovranismi che altro non sono che i vecchi nazionalismi».<br />
<strong>Come hanno fatto a insinuarsi tra le pieghe del sogno europeo?</strong><br />
«Nel ’45 le macerie della guerra erano lì a dire che i nazionalismi andavano superati e costruita la pace. Nell’89 a Est crollarono regimi oppressivi che si ammantavano di internazionalismo e che aveva conculcato le tradizioni nazionali. Così, accanto alla giusta appartenenza nazionale, riemersero pure i nazionalismi esasperati. E noi stiamo facendo troppo poco per invertire quelle tendenze. In Polonia e in Ungheria i Kaczynski e gli Orban riscrivono i libri di storia sulla base di una rilettura vittimistica e vendicativa. Che Europa può nascerne? La mia idea è dunque che è mancata più la cultura che la politica. Eppure, già allora, nel ’90, c’era chi si allarmava. Bronislaw Geremek, braccio destro di Walesa, temeva nazionalismo, populismo e l’emergere del desiderio di governi forti».<br />
<strong>Voci rimaste inascoltate…</strong><br />
«Pensavamo che l’Europa fossimo noi. Uno scrittore ungherese del dissenso, György Konrád, diceva che l’Europa ha vissuto 30 anni con le spalle rivolte al Muro di Berlino. E Vaclav Havel, ammoniva sul fatto che le istituzioni europee erano state costruite sulla divisione dell’Europa e dunque per una vera unione andavano ripensate insieme. È mancato anche quello sforzo, le abbiamo semplicemente “esportate”».<br />
<strong>Da dove passa il riscatto del sogno europeo?</strong><br />
«Dalla cultura. In nessun Paese, ad esempio, si insegna storia europea, che abbia cioè un punto di vista europeo. Si deve partire dalla scuola dell’obbligo, non basta il programma Erasmus per una profonda comprensione reciproca».<br />
<strong>Il Friuli Venezia Giulia che ruolo può giocare?</strong><br />
«Un ruolo, come in passato, di laboratorio di dialogo, all’insegna della cultura e dell’apertura. Nel Novecento il nostro confine orientale è stato teatro di grandi tragedie. In qualche modo però si era iniziato un dialogo. In occasione dell’istituzione della giornata del ricordo, anche i media, il Messaggero Veneto e la Vita Cattolica, fecero moltissimo per dar voce a quell’impegno. C’era l’idea di voler capire anche le sofferenze degli altri, comprendere una storia in cui non si è stati solo vittime o solo carnefici, in momenti diversi tutti siamo stati entrambe le cose».<br />
<strong>Oggi non siamo più quel laboratorio?</strong><br />
«Purtroppo no. Quel dialogo culminò nel 2010 con il “Concerto dell’Amicizia” che vide insieme i presidenti di Slovenia, Croazia e Italia. Da allora siamo tornati pericolosamente indietro. Quando sento che il presidente, italiano, del Parlamento europeo grida “Viva Zara italiana” mi vengono i brividi. Provo lo stesso quando studiosi come Raoul Pupo – recentemente insignito, più che meritatamente, del “Premio Friuli Storia” e che pubblica libri sull’esodo dal 1986 – sono accusati di negazionismo da parte della Regione. È grave che chi ha lavorato per l’apertura e contro la rimozione, oggi, di fatto, venga messo all’indice».<br />
<strong>A far vacillare l’Europa c’è anche il tema delle migrazioni. Il Muro di Berlino serviva a trattenere i propri cittadini, oggi si costruiscono muri per impedire ad altri di entrare.</strong><br />
«Le chiusure si combattono capendo due problemi. Da una parte i flussi vanno regolati con democrazia. Dall’altra non ci deve sfuggire che proprio nei Paesi dove ci sono pochi immigrati c’è una paura ingigantita del fenomeno. Questo perché quei Paesi – come Polonia e Ungheria – si sono svuotati dei propri giovani, emigrati altrove. È chiaro che qui, anche un solo migrante genera preoccupazione. Credo dunque che serva una regolazione delle economie interne all’Unione europea che cerchi di attenuare questi scompensi».</p>
<p>Intervista pubblicata sul numero 44 del settimanale diocesano «La Vita Cattolica»</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L’abbandono forzato di Praforte. La Guerra fredda sulla nostra pelle</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Nov 2019 04:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una giornata piovosa. Saliamo dall’abitato di Castelnovo, sulla pedemontana pordenonese, verso la cima del monte Ciaurlec. Man mano che si avanza la vegetazione si infittisce, tanto che ci sembra di imboccare uno strettissimo e lungo tunnel verde da cui sbuchiamo solo una volta giunti in cima. Sullo spiazzo che si apre davanti a noi, lo spettacolo è desolante. Silenziosa e fatiscente c’è la carcassa di quella che potrebbe sembrare la piccola tribuna coperta di uno stadio. E invece questa costruzione negli anni Sessanta fungeva da osservatorio sulle manovre del poligono militare che occupava tutta quest’area. A sedersi su questi spalti fu pure il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat: «Salì in elicottero e scese su una jeep», ricordano ancora oggi gli abitanti.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff9900;">Sul Ciaurlec il poligono militare</span></strong></h5>
<p>Sono qui insieme all’antropologo visuale <em>Stefano Morandini</em> : qualche giorno fa, infatti, gli avevo chiesto di portarmi in un luogo significativo del nostro territorio che raccontasse bene che cosa abbia voluto dire per il Friuli Venezia Giulia essere – durante la Guerra Fredda – confine dell’Occidente. Insieme ad Alessandro Monsutti, infatti, Morandini sta conducendo lo studio triennale <strong><em>«National Borders and Social Boundaries in Europe: the case of Friuli»</em></strong> finanziato del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (<a href="https://www.annapiuzzi.it/quella-nostra-vita-di-confine/" target="_blank">a questo l&#8217;intervista a Morandini per saperne di più sul progetto</a>). «Siamo su quella che veniva identificata come “terza linea difensiva” – spiega –, in caso di invasione da parte dei Paesi del Patto di Varsavia, qui ci sarebbe stata la parte più consistente della difesa». Prima e seconda linea si trovavano nelle Valli del Natisone, a Purgessimo, e nella Valle del Torre. Territori di fatto ritenuti “sacrificabili”: «Da quell’area – continua Morandini –, soprattutto in caso di attacco con armi chimiche o nucleari, i militari posti a guardia dei bunker avrebbero avuto appena il tempo di avvisare dell’avvenuta invasione».<br />
Oltre all’osservatorio qui c’era una postazione radio. E pure un bar, tanto che è ancora ben visibile il bancone decorato con un mosaico raffigurante lo stemma di un battaglione. Siamo in una zona naturalistica di pregio, un Sic, sito di interesse comunitario. Dove avvenivano i lanci veri e propri, però, l’area è interdetta e attende di essere bonificata.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff9900;">La perizia e il destino di Praforte</span></strong></h5>
<p>Tuttavia la storia che Morandini vuole raccontarmi ha le radici altrove, più giù, nel paesino di Praforte, oggi disabitato. Torniamo dunque sui nostri passi e mentre scendiamo, non di molto, racconta: «Negli anni Sessanta l’attività militare qui si fece particolarmente intensa. Così, da un giorno all’altro, spuntò una perizia geologica secondo cui proprio l’area dove sorgeva il piccolo abitato sarebbe stata a rischio frana. Perizia che sarebbe poi risultata costruita ad arte. Venne così deciso il trasloco forzato degli abitanti, vennero messe a disposizione nuove case, costruite in linea e in piano». Insomma la questione è che qui – semplicemente – si voleva mano libera. Le autorità però non avevano messo in conto l’ostinata resistenza della popolazione. Famiglie che avevano trascorso qui la loro vita «in un rapporto simbiotico con il territorio», sottolinea l’antropologo. In gran parte si trattava di contadini e scalpellini che non avevano nessuna intenzione di abbandonare le loro case. «Alla fine – prosegue Morandini –, seppur con grande riluttanza, le famiglie, una alla volta, lasciarono Praforte. Nel piccolo cimitero l’ultima tomba è datata 1963. Rimase un ultimo “irriducibile”, <strong>Pietro Bortolussi</strong>. Non voleva saperne di andarsene. Dovettero intervenire i carabinieri che lo trascinarono via a forza, si era barricato in camera». Bortolussi, in realtà, Praforte non lo ha mai lasciato davvero, tornando qui ogni giorno incurante dei divieti. E non solo lui.</p>
<p>Imbocchiamo la stradina che porta al paese. Le case abbarbicate – tutte realizzate in pietra locale, caratterizzata da tre diverse colorazioni – raccontano meglio di mille parole l’abbandono. La vegetazione si è fatta spazio. I ballatoi di legno cadono a pezzi. Le porte delle case si aprono su stanze piene di calcinacci dove gli “spolert”, ormai male in arnese, sembrano personaggi attoniti, rimasti a bocca aperta, ancora increduli di fronte alla solitudine. A darci il benvenuto sono due grosse oche e dei tacchini. Dopo qualche istante, da un fabbricato in legno si affacciano <strong>Claudia</strong>, <strong>Marino</strong> e <strong>Giorgio</strong>. Tre dei sei figli di «Pieri». Ci portano nella vecchia latteria dove il padre ha allestito una sorta di luogo della memoria: alle pareti sono appese foto e articoli dell’epoca che davano conto della resistenza di allora.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff9900;">Pieri l’irriducibile</span></strong></h5>
<p>Il primo a raccontare è Marino. «Ho vissuto qui fino a 12 anni. Ci dicevano che sarebbe franato tutto, invece non è franato nulla. Il ricordo di quando ci portarono via è bruttissimo, noi stavamo bene qua. È per questo che torno appena posso, praticamente ogni giorno». «Le case – gli fa eco Claudia – non sono andate giù nemmeno col terremoto». Ci mostrano le fotografie di donne e uomini spaventati che se ne vanno, trasportando le proprie cose sui carretti di legno. «Per nostro padre – continua Claudia – è stata un’autentica tragedia, era nato, cresciuto e sposato qui. Noi fratelli ci ritroviamo spesso quassù. Guardo tutto con gli occhi di allora. I miei figli e i miei nipoti sono stati battezzati qui». Marino intanto sta risistemando la loro casa, ora che si sa che la perizia era “costruita” è stata concessa la possibilità di realizzare almeno dei ricoveri.<br />
«Realtà come questa – mi spiega Morandini –, sono autentiche isole di resistenza, costituite da persone che continuano, con ostinazione, a fare manutenzione della memoria». Lasciamo Praforte custode del segno che la “grande storia” ha lasciato sulla vita delle persone e del nostro Friuli.</p>
<p><em>Pubblicato sul numero 44 del settimanale diocesano di Udine «La vita Cattolica»</em></p>

<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_1/' title='praforte_1'><img width="1974" height="1482" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_1.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La sbarra all&#039;ingresso dell&#039;area militare" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_2/' title='praforte_2'><img width="2016" height="1512" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_2.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="L&#039;osservatorio del poligono militare" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_3/' title='praforte_3'><img width="1814" height="1360" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_3.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Il bar dell&#039;osservatorio." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_5/' title='praforte_5'><img width="2016" height="1512" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_5.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Stefano Morandini." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_6/' title='praforte_6'><img width="2016" height="1512" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_6.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Claudia e Marino Bortolussi mostrano vecchi articoli di giornale." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_7/' title='praforte_7'><img width="1640" height="1294" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_7.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Claudia e Marino Bortolussi" /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_8/' title='praforte_8'><img width="2016" height="1512" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_8.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Una delle case abbandonate di Praforte." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_9/' title='praforte_9'><img width="1124" height="1486" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_9.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Una delle case abbandonate di Praforte." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_10/' title='praforte_10'><img width="1494" height="1120" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_10.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Una delle case abbandonate di Praforte." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_11/' title='praforte_11'><img width="1826" height="1370" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_11.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="L&#039;interno di una delle case abbandonate di Praforte." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_12/' title='praforte_12'><img width="2016" height="1512" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_12.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="L&#039;interno di una delle case abbandonate di Praforte." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_13/' title='praforte_13'><img width="1488" height="1982" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_13.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Il ballatoio." /></a>
<a class="thumbnail" href='https://www.annapiuzzi.it/labbandono-forzato-di-praforte-la-guerra-fredda-sulla-nostra-pelle/praforte_14/' title='praforte_14'><img width="1512" height="2016" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/praforte_14.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Marino Bortolussi mostra la chiave della vecchia casa di famiglia." /></a>

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		<title>«Non chiediamo un futuro facile, ma che sia possibile sì»</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Feb 2018 14:27:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Distanza. Disaffezione. Disinteresse. Sono parecchie – ma tutte declinazione di uno stesso sentimento – le etichette usate in questo tempo di frenesia elettorale per descrivere il rapporto tra i giovani e la politica. Ma noi quel rapporto avevamo voglia che ci venisse raccontato, spiegato da chi domenica 4 marzo si troverà per la prima volta tra le mani una scheda elettorale. E non solo a parole, ma anche attraverso sguardi e gesti. Così abbiamo chiesto ad alcuni ragazzi di sedersi attorno a un tavolo e di aiutarci a guardare la politica con i loro occhi, a decifrare una distanza, a leggere la speranza che ancora c’è.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/giovanni_conoscenti.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1576" alt="giovanni_conoscenti" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/giovanni_conoscenti-e1518704252197-285x300.jpg" width="285" height="300" /></a></strong><strong>Giovanni Conoscenti</strong> (<em>nella foto qui a fianco</em>) è – si fa per dire – il più vecchio degli interpellati. Classe 1996, è studente di Ingegneria Meccanica all’Università di Udine e rappresentante degli studenti. «In realtà – precisa con il suo sorriso timido e lo sguardo vivace – ho già votato una volta: alle elezioni europee». Chiediamo a lui, come agli altri, se le statistiche che parlano di un crescente astensionismo tra i giovani rispecchiano la realtà. «I dati non mi stupiscono, e non mi stupisce che i giovani non si sentano rappresentati dai partiti e dalla classe politica in generale. Credo però che la voglia di saperne di più ci sia, personalmente ho sempre cercato di suscitare nei miei amici il desiderio di interessarsi, sono dell’idea che poi si scopre che la partecipazione è qualcosa di bello e a cui tutti siamo chiamati». E una volta suscitato il desiderio, i risultati arrivano? « In università, non lo nego, ho fatto difficoltà, ma è anche vero che sono nate belle esperienze. Ad esempio la lista di cui faccio parte (alle elezioni dei rappresentati degli studenti, ndr), a Udine non era presente, ma grazie alla collaborazione di un gruppo di amici siamo riusciti a portarla nella nostra università. Ci siamo messi a lavorare coinvolgendo altri studenti, di Ingegneria e di Facoltà diverse. Questo, nel nostro piccolo, è occuparsi di politica. Quando però si sposta il discorso ad un livello superiore, alla politica regionale e nazionale, la questione è più complicata, ma comunque ne parliamo perché la paura per il futuro c’è e desideriamo capire che cosa può riservarci. Non solo, le nostre discussioni riguardano i temi caldi su cui ci confrontiamo animatamente, ad esempio, sulla questione dell’immigrazione».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/beatrice_boccali.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1575" alt="beatrice_boccali" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/beatrice_boccali-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>A fargli eco è <strong>Beatrice Boccali</strong> (<em>nella foto qui a fianco</em>), classe 1999 di Magnano in Riviera, studentessa del Liceo artistico Sello e rappresentante di «Our Voice», movimento culturale che si occupa di legalità. Per lei sarà la prima volta dentro la cabina elettorale, «sono emozionatissima» ci confida e prosegue: «Ho notato che i miei coetanei un generale interesse verso la politica ce l’hanno e vorrebbero votare al meglio, fare la loro parte. Purtroppo però, allo stesso tempo, non sono preparati. Da soli è difficile orientarsi, l’informazione disponibile è tanta, ma non sempre affidabile. In famiglia e in ambito scolastico se ne parla poco, quindi i ragazzi arrivano al voto spaesati: vogliono dire la loro, dare il proprio contributo, ma non hanno tutti gli strumenti». Come fare allora? «Bisogna riuscire a farsi strada in maniera sensata fra gli articoli di attualità e l’Istituzione scolastica dovrebbe fornire almeno delle basi, ad esempio di diritto, nella mia scuola è una materia che non si studia, ma qualche accenno sarebbe fondamentale per essere cittadini consapevoli».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/marta_iacuzzi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1579" alt="marta_iacuzzi" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/marta_iacuzzi-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>Della stessa idea <strong>Marta Iacuzzi </strong><em>(nella foto qui a fianco)</em>, di Torreano di Cividale, studentessa del Liceo Paolo Diacono, anche lei neo-diciottenne: «Siamo poco informati, a scuola non si fa Educazione civica, e invece servirebbe. Il rischio è quello di farsi condizionare dalla massa, o magari di seguire chi alza di più la voce. Io andrò a votare, ma scegliere è complicato: da una parte ci sono i partiti più storici che promettono da sempre e mantengono poco, dall’altra quelli nuovi, ma saranno capaci? Credo che quello che ci vorrebbe davvero è un ricambio generazionale. Certo, l’esperienza è indispensabile, ma, accanto a questa, ci vogliono anche idee e energie nuove. Tra compagni di classe, anche se non con tutti, ci confrontiamo su politica ed elezioni, ma ripeto come si fa a scegliere tra tutti quei partiti?».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/david_galimi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1577" alt="david_galimi" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/david_galimi-e1518704429509-224x300.jpg" width="224" height="300" /></a>A confermare questa difficoltà è <strong>David Galimi</strong> (<em>nella foto qui a fianco</em>), udinese classe 2000, studente del Liceo Scientifico Marinelli: «Confesso che il 4 marzo mi troverei in difficoltà nello scegliere chi votare, eppure mi informo e mi interesso moltissimo di politica. Al momento però il mio pensiero non è rappresentato da alcun partito, è un “assemblaggio” di quel che prendo da una parte e dall’altra, il buono delle diverse proposte». David non voterà per il rinnovo di Camera e Senato, compirà infatti i fatidici 18 solo ad aprile: «Chi come me – spiega – ha un certo impegno civile, vuole sentirsi parte, votando, di un progetto di futuro per la propria nazione. Da diversi anni mi informo, cerco di capire quello che accade attorno a me, mi dispiace veramente non poter votare, è una sfortuna pazzesca. Comunque convengo anche io che la disinformazione tra i giovani è tanta, invece bisogna sempre approfondire, andare tra le righe di quello che ascoltiamo alla televisione. È faticoso, ma necessario». «Quando un giovane accende la tv – prosegue – le possibilità sono due: o non capisce nulla, e continua a restare disinformato (pensa che molti miei coetanei non sanno nemmeno chi è Gentiloni); oppure rileva una grandissima ipocrisia, i ragazzi della mia età non sono più bambini e riescono dunque riconoscerla, ed è questa che li allontana. Bisogna stare attenti e non farsi ingannare dalla retorica, continuiamo a sentire che la politica agisce per il bene di tutti, sono belle parole, noi ragazzi però abbiamo bisogni di fatti».</p>
<p>Ma che cosa allora i giovani si aspettano dalla politica con una campagna elettorale che parla pochissimo di loro? «Nemmeno io so bene cosa voglio dalla politica – racconta Giovanni –. Nel mio piccolo, come rappresentante del corso o del dipartimento, è più facile perché è la mia realtà: vedi dov’è il bisogno e agisci di conseguenza. A un livello più alto, la questione è più complicata, penso ad esempio al tema dell’immigrazione dove non c’è una risposta obiettiva che può mostrare a entrambe le parti del dibattito una strada percorribile. Quanto a politica economica, noi giovani non chiediamo un futuro facile, una strada spianata, ma che qualcuno ci insegni a lavorare e ci faccia da maestro per il nostro futuro, questo sì. Sono stato fortunato, lavoro dalle superiori mentre studio, è difficile entrare nel mondo del lavoro, ma non è impossibile. C’è difficoltà ad assumere e questo rende molti ragazzi scettici così in tanti dicono “non si trova lavoro”, è qui che la politica deve aiutare e sostenere, dando occasioni per mettersi in gioco». «Sono perfettamente d’accordo con Giovanni – evidenzia Beatrice –. Effettivamente i giovani sentono questa politica lontana. In realtà però è qualcosa che ci interessa, si parla del nostro futuro, quello che vorremo per noi, quello che vorremmo ci fosse offerto. Non so bene cosa vogliono i giovani. So però che purtroppo in Italia i giovani non sono la priorità per il mondo politico, basta pensare alla scuola: i fondi stanno progressivamente diminuendo, in Europa siamo al terzultimo posto. Così si va a minare il nostro futuro perché senza una giusta preparazione risulta difficile entrare nella società e anche interessarsi al contesto politico. E poi il tema del lavoro. Non chiediamo molto, solo un po’ di attenzione».</p>
<p>Di non essere la priorità per la politica è anche la sensazione di Marta che aggiunge: «Nel mio caso la questione lavoro è un po’ più semplice, ho infatti intenzione di impegnarmi per il futuro dell’azienda di famiglia, ma è la preoccupazione che assilla tutti. Ciò detto a dover essere riformata – e non a suon di tagli – è la scuola che ci deve preparare di più e meglio per essere competitivi in un mondo in continuo cambiamento». E sulla scuola punta anche Galimi: «Vorrei che ci fosse un impegno serio per l’università. La proposta di Grasso, di abolire le tasse, è quella che può interesse ai giovani, ma come per la proposta di abolizione della legge Fornero – che riguarda l’esatto opposto della società, dal punto di vista generazionale – bisogna poi capire se è sostenibile economicamente. Se avessi la bacchetta magica vorrei che si creassero dei percorsi dopo la scuola, di inserimento lavorativo. Ci sono tantissimi ragazzi brillanti, che non ce la fanno, vuoi perché non hanno le disponibilità o per difficoltà. Non a caso moltissimi giovani vanno a lavorare all’estero, perdiamo così i migliori talenti del nostro Paese. Certo, in questi giorni di campagna elettorale sono numerosi i politici che ripetono che bisogna far rientrare i nostri giovani espatriati, ma voglio vedere una progettualità concreta. Spero di non arrivare a 50 anni e sentire ancora che non si sono trovate soluzioni efficaci».<br />
L’ultima parola la lasciamo a Beatrice: «Non è vero, come sento ripetere da più parti, che non c’è speranza per questo Paese, anche attraverso questo voto possiamo far sentire la nostra voce e costruire insieme la nazione che immaginiamo».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2018/02/LVC_giovani.pdf" target="_blank">Qui il pdf dello speciale pubblicato su «La Vita Cattolica» del 7 febbraio 2018</a>.</p>
<p>La foto in testa alla pagina è tratta da T-Mag (<a href="http://www.t-mag.it/2014/02/25/i-giovani-la-politica-e-il-lavoro/" target="_blank">qui</a>).</p>
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		<title>Ago e filo per ricucire la vita</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Nov 2017 12:44:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Buone notizie]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno spazio dove quotidianamente si incrociano storie e sfide. Le storie, quelle di vite segnate dalla fragilità. Le sfide, quelle della ripartenza, della scommessa sul futuro...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Uno spazio dove quotidianamente si incrociano storie e sfide. Le storie, quelle di vite segnate dalla fragilità. Le sfide, quelle della ripartenza, della scommessa sul futuro e su se stessi. Questo spazio è la <a href="https://www.facebook.com/SartoriaNascente/" target="_blank"><em>Sartoria nascente</em></a> – realtà nata a Udine nel 2010 dalla collaborazione tra Caritas diocesana e Cooperativa Nascente – che, <strong>domenica 12 novembre, dalle 10 alle 16</strong>, aprirà le sue porte con l’iniziativa <a href="https://www.facebook.com/events/1312976778830950/" target="_blank"><em>Per filo e per segno</em></a>, un mercatino natalizio in collaborazione con altre realtà del territorio per offrire al pubblico vestiti, gioielli, ceramiche artistiche, manufatti di carta, piante e molto altro ancora.</p>
<p>«<em>Questa sartoria – </em>spiegano le coordinatrici,<strong> Eleonora Piolanti</strong> e <strong>Anna Zuliani</strong><em> – è un piccolo laboratorio sorto con l’obiettivo di riqualificare il mondo del lavoro femminile. Spesso, infatti, alle donne in situazioni di fragilità si offrono lavori poco qualificati, ad esempio nel settore delle pulizie. Il nostro scopo dunque è quello di insegnare un mestiere, dare una nuova opportunità a chi sta cercando di rimettersi in piedi</em>». Così negli spazi di via Marangoni 99, si eseguono riparazioni, rimessa a modello di abiti passati un po’ di moda, e sartoria su misura. Si lavora poi moltissimo anche sull’<em>upcycling</em>.</p>
<p>«<em>Da quando abbiamo aperto, in molti hanno preso l’abitudine, le tappezzerie ad esempio, di donarci rimanenze di tessuti. Poi qui accanto c’era il punto di raccolta di abiti usati (che riaprirà a breve, ndr). Tutto materiale che noi utilizziamo con creatività per realizzare artigianato di qualità attraverso il riuso. Non lo chiamiamo recycling, ma upcyclig proprio perché c’è un processo di valorizzazione. È una realtà poco diffusa qui da noi, ma in città come Berlino è davvero molto in voga e coinvolge designers emergenti</em>». Un’attenzione dunque allo scarto e un forte impegno sul fronte di stili di vita all’insegna della sostenibilità ambientale.</p>
<p>Ma chi sono le persone che ogni giorno si mettono in gioco alla Sartoria Nascente? «<em>Riusciamo ad accogliere 2 o 3 persone in «borsa lavoro»</em> – spiegano le coordinatrici –, <em>lavoriamo in equipe con i Servizi sociali, con il Sert e con la Caritas diocesana. Le donne che arrivano qui – e che restano con noi per un periodo medio-lungo, dai sei mesi ai due anni – vivono una condizione di fragilità dovuta a ragioni diverse. Cerchiamo, come detto, di insegnare loro un mestiere. Siamo sincere, qui non si recuperano chissà quali abilità nascoste, il lavoro che facciamo porta però al fiorire di frutti preziosi, primo fra tutti il crescere dell’autostima. Per queste donne vedere che quello che imparano, quello che fanno con sempre più autonomia, è spendibile ed è riconosciuto dagli altri, dà loro grandissima soddisfazione e, soprattutto, regala la forza di proseguire con più fiducia nella propria vita»</em>.</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Non sempre solo donne</span></strong></h4>
<p>Da via Marangoni però non sono passate solo donne. «<em>Già</em> – sorride Eleonora Piolanti – <em>qui da noi ha trascorso un po’ di tempo anche Ramzan, un ragazzo pachistano che oggi lavora proprio in una realtà tessile. È una storia che mi piace raccontare perché ha un significato importante a livello di scambio culturale. Ramzan, che nel suo Paese già aveva lavorato nel nostro settore, ha imparato l’italiano qui con </em><em>noi. L’aspetto interessante è che si è dovuto confrontare con un mondo tutto al femminile, misurandosi – cosa non diffusa in Pakistan – con il fatto che anche le donne possono gestire con autorevolezza un’attività e coordinare degli uomini. Può sembrare un fatto di poco conto, ma ci piace pensare che questo nostro laboratorio che lui con intelligenza ha saputo capire e accogliere, è stata un po’ la porta di ingresso in Occidente. Per noi la possibilità di crescere ancora e di confrontarci con una nuova esperienza</em>».</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Artigianato al mercatino</span></strong></h4>
<p>Il mercatino di Natale <em>Per filo e per segno</em> si terrà dunque domenica 12 novembre, dalle 10 alle 16, in via Marangoni, 99 a Udine. Oltre ai prodotti artigianali della Sartoria Nascente ci saranno le piante della Cooperativa «Il Melograno», le creazioni in cartonato della Cooperativa sociale Arte e Libro, quadri e cartoline del Collettivo Illustratori, le ceramiche artistiche della Cooperativa Co. S. Mo., gli arredi rigenerati della Cooperativa sociale Duemilauno e i prodotti del commercio equosolidale della Bottega del Mondo. Spazio anche per il palato: Cooperativa Duemilauno e Arci Udine propongono pizze e succo di mela a chilometro zero.</p>
<p>Pubblicato su <em>«la Vita cattolica»</em> n° 44 dell&#8217;8 novembre 2017 <a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2017/11/44-08.11.17.pdf" target="_blank">qui la pagina in pdf</a>.</p>
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		<title>Majano, Traversetolo, San Zenone. Le radici intrecciate</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2015 15:34:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[6 maggio 1976]]></category>
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		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[San Zenone degli Ezzelini]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi sono arrivate le bellissime parole di Clemente Pedrona (qui). Domani, ne sono certa, come ogni anno, intorno alle 21 suonerà il telefono e la voce...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi sono arrivate le bellissime parole di Clemente Pedrona (<a href="http://www.majano159.it/2015/05/alla-vigilia-del-39°-anniversario-del-terremoto-giungono-preziose-a-«majano-ce-1-5-9»-le-parole-di-clemente-pedrona/" target="_blank">qui</a>). Domani, ne sono certa, come ogni anno, intorno alle 21 suonerà il telefono e la voce amica di Mario Carron, da San Zenone degli Ezzelini, dirà: «<em>Mandi Friûl</em>». Amicizie nate nei giorni drammatici del maggio 1976, ma che la prova del tempo non ha potuto consumare perché hanno radici che affondano nella bellezza della condivisione.</p>
<p>Una settimana fa il mio direttore mi ha chiesto di scrivere un pezzo sull&#8217;esperienza del gemellaggio. Eccolo qui. È il mio modo di celebrare quel 6 maggio 1976, in cui io non c&#8217;ero, ma che ha determinato così tanto di ciò che sono.</p>
<p>«<em>Succede che, imprevedibile, la vita d&#8217;un tratto faccia intrecciare le radici di comunità geograficamente lontane. Accadde nel 1976, quando, all&#8217;indomani del terremoto, la solidarietà di tanti &#8211; e da ogni angolo del mondo &#8211; cominciò ad arrivare generosa in Friuli. Non ci volle molto perché quella solidarietà maturasse, diventando amicizia e dando vita, in molti casi, a gemellaggi e relazioni preziose che hanno resistito alla prova del tempo. Così per la mia Majano &#8211; con i suoi 131 morti e una devastazione imponente &#8211; gemellata con i Comuni di San Zenone degli Ezzelini, in provincia di Treviso e di Traversetolo, Parma. La storia è quella silenziosa, ma straordinaria, di mani operose che, appresa la notizia della tragedia, seppero cosa fare e si misero a servizio delle nostre comunità. Da Traversetolo il mattino del 7 maggio 1976 sulla prima ambulanza &#8211; una vecchia Fiat 238 &#8211; della locale sezione della Croce Azzurra, partì un gruppo di volontari guidato da Armando Prada e Maristella Fabbrici (che sarebbe poi diventata sua moglie). Da San Zenone fu lo stesso, Tony Piotto e Mario Carron, sindaco e vicesindaco, non persero tempo: arrivarono nella frazione di San Tomaso con gli alpini. Fu l&#8217;inizio di due legami speciali che restarono vivi anche quando le case furono ricostruite e la vita riprese il suo corso. Agli alpini del Coro Monte Grappa &#8211; che oltre agli aiuti e al loro infaticabile lavoro, portarono la musica dei momenti di festa &#8211; è intitolata la piazzetta di San Tomaso, che si apre proprio alla fine di via San Zenone degli Ezzelini. Nel 2000 quell&#8217;amicizia venne ufficialmente suggellata nel gemellaggio. Ha invece appena compiuto 30 anni, nel 2014, il gemellaggio con Traversetolo. Volendo ricordare un anno particolare di questo trentennio è sicuramente il 1989, per due motivi. In aprile venne inaugurata la nuova sede degli Alpini di Traversetolo, un prefabbricato usato nel post terremoto, donato dal Comune di Majano. Un pezzo dunque della nostra storia, un segno di profonda gratitudine. Ma il 1989 è anche l&#8217;anno in cui Armando Prada istituì una tradizione che vive ancora oggi: il taglio di una forma di parmigiano in occasione dell&#8217;inaugurazione del Festival di Majano. Quell&#8217;uomo straordinario &#8211; dal sorriso aperto e di una generosità unica &#8211; è scomparso prematuramente, 2006. Ma di lui rimane l&#8217;esempio di «maestro di vita» e, a sua memoria, è stato istituito un premio, a Majano e a Traversetolo, per insignire chi si è distinto nel campo dell&#8217;impegno civile. </em></p>
<p><em></em><em>E ci sono poi pagine scritte insieme. Nel 2012 quando un terremoto colpì l&#8217;Emilia Romagna, lasciando indenne Traversetolo, i tre comuni si unirono per sostenere Sant&#8217;Agostino di Romagna nella ricostruzione della sua scuola elementare. </em></p>
<p><em>Oggi, a 39 anni dal sisma, ci si interroga spesso su come fare a trasmettere alle generazioni che non li hanno vissuti il ricordo fattivo di ciò che fu l&#8217;«orcolat» e di cosa significò, per un popolo intero, il miracolo della ricostruzione. La risposta, almeno in parte, è lì. Tra quelle radici intrecciate che meritano di essere alimentate. Sono nata dopo il &#8217;76. Non ho mai provato la paura del terremoto, la precarietà di una tenda o di un prefabbricato. Ma sono cresciuta respirando un sentimento di profonda gratitudine verso chi ci ha teso la mano e nella bellezza di un&#8217;amicizia tra comunità, sincera, nata tra le macerie. Così sorrido al pensiero che da qualche settimana la seconda figlia di Armando Prada, Serena, vive a Majano perché durante le tante trasferte della Pro Majano (anima del gemellaggio) a Traversetolo ha conosciuto Enrico, majanese doc, e hanno deciso di mettere radici insieme in Friuli. A settembre si sposeranno. È così che il gemellaggio e il ricordo devono continuare: attraverso le persone, attraverso la vita»</em>.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/05/LVC.2015.4.29.pdf" target="_blank">Qui la pagina pdf</a>.</p>
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