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	<title>Anna Piuzzi &#187; Afghanistan</title>
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		<title>Nel limbo, in attesa davanti alla Questura di Udine</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 07:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>In maniera endemica, nelle Questure di tutta Italia, la gestione – nei tempi e nelle modalità – della formalizzazione delle domande di protezione internazionale svuota il diritto di asilo e relega pericolosamente ai margini dei margini persone che vengono costrette a vivere in strada, senza dimora. L&#8217;impossibilità di accedere ai più elementari servizi (in primis quelli che riguardano la salute), vivere in un eterno limbo, invisibilizzati, è qualcosa che non ricade solo sulle vite di queste persone, ma ha a che fare con la dimensione collettiva della città, del suo benessere, del benessere di tutte e tutti.</p>
<p>Rispetto a queste prassi, non fa eccezione la Questura di Udine. Lo testimonia la quotidiana presenza di persone che ogni mattina aspettano in viale Venezia nell&#8217;attesa di essere chiamate secondo modalità che ricordano l&#8217;estrazione della lotteria. Il 3 giugno ci sono andata anche io, ne è uscito un servizio che pubblico anche qui. Domani – <strong>giovedì 18 giugno – alle 11 al Centro Balducci</strong>, <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in arrivo</a> renderà pubblici i dati del <strong>monitaraggio che i volontari e le volontarie dell&#8217;associazione hanno effettuato, proprio davanti alla Questura, da gennaio ad oggi, ascoltando 547 persone e raccogliendo le loro testimonianze</strong>. Il report sarà poi trasmesso alla stessa Questura e alle organizzazioni internazionali Unhcr ed Euaa.</p>
<p>Intanto ecco il pezzo.</p>
<h3><em><span style="color: #ff6600;">Nel limbo, in attesa davanti alla Questura</span></em></h3>
<p><strong>Ahmad</strong> (il nome, come gli altri in questo articolo, è di fantasia) ha 26 anni e viene dall’Afghanistan. Da 28 giorni – ogni giorno – si presenta davanti alla Questura di Udine, in viale Venezia. Vuole segnalare la propria presenza sul territorio italiano e fare richiesta di protezione internazionale. È un suo diritto. Eppure, da 28 giorni non riesce ad esercitarlo. <strong>Farid</strong> di anni ne ha 20, anche lui è afghano, anche lui desidera essere riconosciuto innanzitutto come persona dallo Stato italiano, far sapere che c’è, che è qui. Ma niente, nemmeno lui ci è riuscito. Dal 14 maggio ci prova quotidianamente.</p>
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<div dir="ltr">Sono da poco passate le otto di mercoledì 3 giugno e piove. Stamattina in coda ci siamo messi anche noi, insieme ad <strong>Ahmad</strong> e a <strong>Farid</strong>, insieme – ammassate al limitare del marciapiede di fronte all’ingresso della Questura, guardate a vista dai poliziotti – a una settantina di altre persone che sono nella loro stessa situazione. Dopo la diffidenza iniziale, sono in molti a voler raccontare almeno un pezzetto della propria storia. Ad <strong>Ali</strong> la settimana scorsa è morta la mamma, l’hanno ammazzata i talebani, a Kabul. Ci mostra le foto del funerale, «provo un dolore immenso» dice con un filo di voce. Faisal, invece, ci fa vedere un video in cui è buio, in un parco, e si vede piovere a dirotto: è la veduta dal riparo in cui ha dormito la notte precedente. Già, perché l’ulteriore risvolto drammatico del non poter fare domanda di asilo è il fatto di restare fuori dal sistema di accoglienza, vivere senza dimora. Anche <strong>Umar</strong> vive così, in un edificio abbandonato della città, da quasi due mesi: «<em>Non ce la faccio più</em> – dice senza rabbia, ma con evidente disperazione –, <em>ho paura di impazzire</em>».</div>
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<div dir="ltr">«<em>In maniera sempre più strutturale le questure di tutta Italia ostacolano le persone migranti nel loro diritto a fare domanda di protezione internazionale</em> – ci spiega <strong>Laura</strong>, volontaria dell’associazione <em><strong>“Ospiti in arrivo”</strong></em> –. <em>In solidarietà a un’umanità in cammino, a partire da gennaio abbiamo cominciato a monitorare le pratiche dell’Ufficio immigrazione della Questura di Udine, davanti al quale le persone sono costrette a restare per settimane in attesa del riconoscimento della loro esistenza». E infatti Laura sta raccogliendo le presenze, i dati, da quanti giorni le persone sono qui, da dove arrivano. «Come vedete – ci fa osservare – non c’è una fila vera e propria, ma un marasma di persone, ognuna attende di sapere se sarà tra i cinque o sei che avranno un appuntamento</em>». Come spiegato a fine aprile nel corso di un’assemblea pubblica dell’associazione, le prassi sono cambiate nel tempo. Prima le persone venivano fatte entrate in Questura, poi si è cominciato a chiedere copia del documento sulla quale veniva appuntata una data – a due o tre mesi di distanza – in cui la persona in questione avrebbe avuto la possibilità del primo accesso. «<em>Parliamo di due o tre mesi di limbo – spiega ancora la volontaria – perché fino a quella data, nei fatti, quella persona non esiste</em>». Una pratica questa definita da <strong>Gianfranco Schiavone</strong> dell’Asgi, l’<a href="https://www.asgi.it/" target="_blank">Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione</a>, come «illecita». «<em>Attraverso alcuni avvocati che ci supportano l’abbiamo segnalata</em> – racconta ancora Laura –. <em>Per le otto persone con cui eravamo in contatto la situazione si è sbloccata, ma la conseguenza è stata che la Questura ha nuovamente cambiato modalità di accesso: si continua a richiedere copia del passaporto (nemmeno questo dovrebbe succedere), ma l’appuntamento è dato in maniera informale. In questo modo le persone migranti non hanno alcunché in mano, non resta traccia di queste pratiche</em>». «<em>Vivere in questa condizione è terribile</em> – spiega ancora la volontaria –, <em>significa non avere alcun tipo di prospettiva, significa accedere solo alle cure emergenziali in Pronto Soccorso, significa ammalarsi, significa vedere la propria salute mentale compromessa. Per la città vuol dire inoltre avere un numero consistente di persone che dormono in strada</em>».</div>
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<div dir="ltr">Intanto proprio a partire da un lavoro di monitoraggio, documentazione e denuncia, a <strong>Venezia</strong> e <strong>Vicenza</strong> i ricorsi collettivi presentati a marzo 2025 – proprio da Asgi insieme a una rete di altre associazioni –, sono stati <a href="https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/asilo-impossibile-il-tar-veneto-condanna-la-strutturale-inaccessibilita-al-diritto-di-asilo-nelle-questure-di-vicenza-e-venezia/" target="_blank">accolti dal Tar</a>. «<em>È una pronuncia importantissima</em> – ha spiegato nel corso dell’assemblea di Ospiti in Arrivo, l’avvocato Asgi <strong>Francesco Mason</strong> –, <em>anche perché è la prima class action presentata solo da associazioni e non anche da singole persone straniere. La condanna poi è netta e declinata in un’ottica di: riduzione progressiva dei tempi; smaltimento dell’arretrato, e ripristino di “una gestione efficiente del procedimento di presentazione delle domande, facilitando l’accesso degli interessati agli uffici della Questura e garantendo la tempestiva raccolta delle manifestazioni di volontà di richiedere la protezione internazionale”, nel termine assegnato di novanta giorni dalla pubblicazione della sentenza</em>».<br />
«<em>Queste pronunce aprono un varco</em> – si legge in una nota dell’Asgi –, <em>anche e soprattutto in termini di replicabilità, nell’oblio che negli anni ha generato la “mala gestio” dei procedimenti di asilo in tutto il territorio italiano cui, purtroppo, sembrava quasi essersi abituati, al punto che le richieste di efficientamento parevano esorbitanti pretese senza possibilità di riscontro. Alla negazione dei diritti non ci si può abituare: “Nei tempi bui si canterà? Sì, ancora si canterà”</em>».</div>
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<div dir="ltr">L&#8217;articolo è stato pubblicato sull&#8217;edizione del 10 giugno 2026 del settimanale diocesano &#8220;La Vita Cattolica&#8221;</div>
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		<title>Afghanistan &#124; Nilofar e Malalai: «Salvateci la vita e i sogni»</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 03:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[«Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse far progredire il nostro Paese, senza il pensiero e la paura di doverci sposare per forza e dipendere da un uomo. E invece ora i nostri sogni sono diventati all’improvviso irrealizzabili. Viviamo un incubo, aiutateci: non dimenticatevi di noi e di tutte le altre donne afghane</em>». Hanno 14 anni <strong>Nilofar</strong> e <strong>Malalai</strong> (<em>i nomi sono di fantasia</em>) e le loro parole, i loro sguardi ti stringono il cuore togliendo il respiro. Gemelle, a quest’ora le due ragazze sarebbero dovuto essere in Italia, insieme alla loro famiglia, composta dalla mamma, una zia, un fratello adulto e altri sette bambini tra fratelli, sorelle e nipoti. Erano infatti stati tutti inseriti nelle liste italiane di evacuazione, ma a partire non ce l’hanno mai fatta: salvi per miracolo, si trovavano all’aeroporto di Kabul proprio nel momento dell’attentato kamikaze che il 26 agosto ha fatto oltre duecento morti, ponendo fine al ponte aereo per l’Italia. L’ostilità dei soldati americani ed inglesi prima, il caos seguito alla tragedia poi, hanno polverizzato in un istante la loro occasione di salvezza.</p>
<p>Le intervistiamo grazie a una videochiamata via Whatsapp: insieme a me c’è il fratello Ahmad, che vive e lavora in Friuli ormai da tempo. Anche lui, come molti, ha dovuto lasciare l’Afghanistan anni fa a causa delle continue minacce di morte talebane per aver collaborato con le forze Nato. Hanno occhi grandi e profondi queste due ragazze, occhi che tradiscono l’aver dovuto crescere in fretta e tutta l’amara tristezza per un futuro che sembrava possibile e che ora, invece, è sfumato. Raccontano che, dopo l’attentato all’aeroporto, sono scappate da Kabul per tornare nella loro provincia, da sempre controllata dai talebani: «<em>Viviamo nascoste – </em>spiegano<em> –, le ritorsioni contro coloro che erano nelle liste di evacuazione, ma non sono riusciti a partire, sono terribili. Soprattutto se si tratta di donne. I talebani stanno andando casa per casa, le notizie che arrivano sono tremende: picchiano, rapiscono e uccidono senza la benché minima pietà</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Sogni</span> <span style="color: #ff6600;">infranti</span></h3>
<p>Chiedo dei loro sogni. Nilofar, la più spigliata e loquace delle due, vuole fare la medica. Malalai invece – con un sorriso timido, ma pieno di luce – dice che ha sempre desiderato diventare giornalista. «<em>Non è mai stato facile crescere qui</em> – sottolineano –<em>, proprio perché i talebani sono ostili all’istruzione e alla cultura, nelle scuole ci sono sempre stati continui attentati, le ragazze vengono rapite, le insegnanti prese di mira, ma tutto questo non ci ha mai fermate: nonostante i rischi, abbiamo continuato ad andare a lezione, perché per noi è importantissimo. Ora però è tutto finito, vorremmo proseguire gli studi, ma anche potendo, non ci verrà mai concesso di lavorare</em>». «<em>Ci riempie di gioia</em> – aggiungono – <em>sapere che invece, in altre parti del mondo, come da voi in Italia, le donne possono vivere nella libertà e diventare quello che desiderano. Vi chiediamo allora di non dimenticarci, di non lasciarci sole, di continuare a parlare di noi, a interessarvi di quel che ci accade. Fate sentire la nostra voce, qui è peggio di quel che potete immaginare. Non lasciate che ci annullino, aiutateci ad essere qualcuno. Aiutateci ad usare le nostre capacità per le donne che saranno dopo di noi</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">«Salvate almeno i bambini»</span></h3>
<p>Fa capolino nel video la piccola <strong>Fauzia</strong>, nipote delle gemelle e figlia di Ahmed. Ha sette anni, un piglio deciso e lo sguardo vivace, le poniamo la più banale delle domande: «<em>Fauzia, ti piace studiare?</em>». «<em>Certo</em> – risponde –. <em>Ma</em> – rilancia – <em>non lo sapete che qui c’è la guerra e non mi lasceranno più andare a scuola?</em>». Intervengono anche la mamma e la nonna della piccola. Due donne forti, la prima ha 25 anni, la seconda 45. Ahmed mi racconta con orgoglio che sua madre ha tenuto testa più volte e senza paura ai talebani. Intanto, la più giovane delle due ci dice di aver perso le speranze di raggiungere l’Italia, ma aggiunge: «Vi imploro, fate venire da voi almeno i bambini, loro hanno tutta la vita davanti». «Cerchiamo di resistere – le fa eco la madre di Ahmed –, ma non so per quanto, manca tutto, acqua, cibo, medicine. Il bimbo più piccolo non mangia, è traumatizzato dai corpi straziati dei morti che ha visto in aeroporto dopo l’attentato. E non possiamo nemmeno andare da un medico. Trascorriamo i nostri giorni aspettando solo che vengano a sgozzarci».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Immobilità internazionale</span></strong></h3>
<p>In queste ore sono numerose le persone che si stanno mobilitando per questa ed altre famiglie: venerdì 3 settembre in piazza Matteotti a Udine, ad esempio, un centinaio le persone che hanno risposto all’appello a manifestare delle «<strong>Donne in nero</strong>». Ma le risposte che arrivano – soprattutto dai politici, anche del nostro territorio, con ruoli nazionali – sono laconiche e formali: «al momento non si può fare nulla», «vedremo», «faremo». E aggiungono: «<em>Ora l’obiettivo è la massima assistenza alla popolazione afghana, a partire dalla “seconda fase”, su cui tutta la comunità internazionale si dovrà impegnare</em>». Già, nel frattempo, nell’attesa della “seconda fase” c’è chi cerca – oltre ogni nostra immaginazione – di sopravvivere all’indicibile.<br />
Una buona notizia giunge mentre il giornale sta andando in stampa; nella sua informativa al Senato, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha dichiarato: «C’è rammarico e forte preoccupazione per chi non è riuscito a partire dall’Afghanistan e la Difesa offre piena disponibilità per eventuali ulteriori operazioni di evacuazione dal Paese».</p>
<p>Pubblicato sull’edizione dell’8 settembre 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
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		<title>L&#8217;Afghanistan che è qui. Nella piazza del mondo con Linea d&#8217;ombra</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 05:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Afghanistan ci interroga. Ma non da oggi. E soprattutto, non da lontano. Stando all’Istat, infatti, sono 1113 gli afghani accolti in Friuli Venezia Giulia, ma chi ogni...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’Afghanistan ci interroga. Ma non da oggi. E soprattutto, non da lontano.</p>
<p>Stando all’Istat, infatti, <a href="https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2021/08/fvg-accoglienza-afghani-fvg-primato-italiano-690a2ae7-1e4d-4116-8368-cb58260a2033.html" target="_blank">sono 1113 gli afghani accolti in Friuli Venezia Giulia</a>, ma chi ogni giorno si occupa di migrazioni sa bene che i numeri di coloro che attraversano il territorio regionale per raggiungere Francia, Germania e il Nord Europa sono ben più alti. Persone in fuga da un Paese in cui – nonostante le promesse di futuro – la vita si è fatta insostenibile.</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Nella &#8220;piazza del mondo&#8221;</span></strong></h4>
<p>È giovedì 19 agosto, sono le cinque del pomeriggio e come ogni giorno dalla fine del 2019, a Trieste – davanti alla stazione ferroviaria –  scendono in piazza Libertà Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi e il loro carrettino verde.</p>
<p>Niente di nuovo. È ormai storia risaputa, curano i piedi di uomini e donne che arrivano dalla “rotta balcanica”. Eppure guardare quei gesti è sempre come la prima volta: si viene travolti da un senso profondo di gratitudine perché quelle mani non curano soltanto i migranti, curano anche noi, restituendoci l’umanità che come società abbiamo smarrito. E infatti la loro associazione – <a href="https://www.lineadombra.org" target="_blank">Linea d’ombra</a> – riempie un vuoto di prima accoglienza che in una terra come la nostra non dovrebbe essere tollerato, ma ammettere che serve una struttura per i migranti in transito rimane un tabù.</p>
<p>Lorena e io ci siamo sentite il giorno prima. Sono qui per guardare, ascoltare e raccontare, ma mi avverte subito: non ha molto tempo da dedicarmi, è alle ferite dei ragazzi che deve pensare. E io non chiedo altro, è questo che sono venuta a documentare. Tutto di lei trasmette l’appassionata e radicale ostinazione che la attraversa: gli occhi magnetici che ti osservano guardandoti e vedendoti davvero, la calma risoluta di ogni suo gesto e di ogni sua parola.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Afghani in transito</span></h4>
<p><img class=" wp-image-2032 alignnone" style="caret-color: #000000; color: #000000;" alt="LDO_TS_5" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_5.jpeg" width="1024" height="683" /></p>
<p>I ragazzi che la aspettano (una decina) sono tutti afghani. Hanno sui 18-19 anni e sono partiti dal loro Paese almeno due anni fa, uno di loro, addirittura cinque. Tutti hanno provato il <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-migliaia-in-condizioni-disumane-a-4-passi-da-noi/" target="_blank">“game”</a> una decina di volte. Un ragazzo originario di Kunduz racconta di essere stato respinto anche a Trieste: realizzo di avere davanti a me – con un volto, un nome e una storia – una delle 1300 persone che hanno subito la pratica illegale delle cosiddette <a href="https://www.asgi.it/notizie/riammissioni-informali-e-violazione-del-diritto-di-asilo/" target="_blank">“riammissioni informali”</a> dall&#8217;Italia alla Slovenia di cui tante volte ho scritto.</p>
<p>Sono sfiniti, affamati, feriti, per quindici giorni hanno camminato – dalla Bosnia a Trieste – nei boschi, accompagnati dalla costante paura di essere fermati. Nei loro occhi non c’è solo la fatica, ci sono incredulità e felicità per avercela fatta ad entrare in Europa. C’è la preoccupazione – raccontano – per le notizie che arrivano dal loro Paese, l’angoscia per le proprie famiglie è grande. Ora però si affidano a Lorena, alla sua premura, alle sue cure. E lei mentre disinfetta, massaggia, lenisce, li guarda negli occhi e chiede ad ognuno qual è la sua storia.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_2.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2028" alt="LDO_TS_2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_2.jpeg" width="1024" height="683" /></a></p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>Attorno a Linea d&#8217;ombra</strong></span></h4>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_4a.jpeg"><img class="alignnone  wp-image-2031" alt="LDO_TS_4a" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_4a.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Intanto attorno a loro si muove un mondo operoso. C’è <strong>Nomi</strong>, pakistano, arrivato in Italia nel 2016, che dà una mano facendo da ponte linguistico e culturale. C’è <strong>Ismail</strong>, pakistano pure lui, che fornisce informazioni legali e pratiche nell’ambito di un progetto della chiesa valdese, spiega come si arriva a Ventimiglia e a chi possono chiedere aiuto: «<em>Gran parte degli afghani che passano di qua</em> – mi spiega – <em>sono diretti in Francia o in Nord Europa, questi ragazzi non fanno eccezione, solo uno di loro vuole raggiungere Milano dove ha un amico che lo può ospitare</em>». Arriva poi <strong>Erika</strong> insieme ad altre due donne, dal magazzino hanno portato degli zaini, dentro ad ognuno ci sono scarpe nuove per sostituire quelle logore dei ragazzi, una maglietta e altri beni di prima necessità. C’è poi chi vuole documentare e denunciare la drammatica situazione dei migranti e far conoscere il prezioso lavoro di Linea d’ombra, come <strong>Elisa</strong>: è originaria di Mestre, ma vive e lavora a Valencia, sta trascorrendo qui, a Trieste, le vacanze con uno scopo ben preciso, ogni giorno con la sua Leica scatta fotografie e raccoglie storie nella “piazza del mondo”. Più in là un gruppetto di persone chiede e osserva, vogliono capire come poter dare un aiuto concreto: sorrido, il mondo è piccolo, tra loro c’è anche la scrittrice gemonese <strong>Mila Brollo</strong>.</p>
<div id="attachment_2039" class="wp-caption alignnone" style="width: 1034px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_12.jpeg"><img class=" wp-image-2039" alt="LDO_TS_12" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_12.jpeg" width="1024" height="683" /></a><p class="wp-caption-text">Ismail (a destra) insieme a uno dei ragazzi afghani appena arrivati</p></div>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">L&#8217;Afghanistan che è qui </span></strong></h4>
<p>Parlo con Lorena e Gian Andrea, di quello che sta accadendo in Afghanistan: «<em>Leggiamo ovunque disponibilità ad accogliere</em> – mi dicono –, <em>porte che si aprono, dichiarazioni a salvare chi ha collaborato. E tutti quelli che non hanno collaborato? Possono morire? E chi vive nei campi profughi della Bosnia, a Bihać e a Velika Kladuša, o chi tenta il “game” e viene rispedito indietro con violenza inaudita dalla polizia croata o respinto dall’Italia stessa? L’Afghanistan é qui alle nostre porte di casa, ma i confini di terra sono ferocemente protetti dai milioni di euro che l’Europa ha speso in “sicurezza” con droni, cani d’assalto, termo rilevatori, filo spinato. L’Afghanistan non è solo là, é qui, ma i confini restano blindati</em>».</p>
<p>Lorena prosegue raccontandomi di due madri afghane che ha incontrato il 30 luglio proprio nei campi profughi di Bosnia (<a href="https://www.lineadombra.org/2021/08/11/21-viaggio-bosnia/" target="_blank">qui il resoconto della missione</a>): «<em>Erano disperate, durante l’ultimo “game”, a marzo, i loro bambini sono stati presi dalla polizia croata e portati in una struttura per minori stranieri non accompagnati. Le madri e i padri catturati, spogliati di ogni bene, separati dai figli, ricacciati in Bosnia. Questa é l’Europa delle missioni umanitarie in Afghanistan</em>».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>I numeri dell&#8217;Ispi e la nota del Garante</strong></span></h4>
<p>A evidenziare – numeri alla mano – le contraddizioni delle dichiarazioni d’intenti non sono solo attivisti e associazioni, nei giorni scorsi, ad esempio, lo aveva fatto anche Matteo Villa dell’Ispi osservando come negli ultimi 12 anni, l&#8217;Europa ha negato asilo a 290 mila afghani: 46 mila avevano meno di 14 anni, tra cui 21 mila bambine; 25 mila avevano tra i 14 e i 17 anni (tra cui 4 mila ragazze) e 30 mila erano donne adulte. Tre quarti di loro sono ancora in Europa (<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-leuropa-al-varco-31382" target="_blank">qui lo speciale &#8220;Afghanistan: l&#8217;Europa al varco&#8221;</a>).</p>
<p>Intanto il <strong>Garante nazionale delle persone private della libertà personale</strong> invita le autorità italiane a «<em>interrompere a tempo indeterminato e immediatamente qualsiasi allontanamento di persone, anche indiretto, verso l’Afghanistan</em>»  In base ai dati raccolti dal Garante – si legge nella nota (<a href="https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/it/dettaglio_contenuto.page?contentId=CNG11904&amp;modelId=10021" target="_blank">qui integrale</a>) –, tra il primo gennaio e il 30 aprile 2021, non si registrano rimpatri forzati di cittadini afghani dall&#8217;Italia, mentre sono quattro le persone respinte in frontiera verso l’Afghanistan e sei, tra cui tre donne, quelle riammesse in Slovenia. Sei sono transitati da Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Più allarmanti i dati del 2020: è stato realizzato il rimpatrio forzato di un cittadino afghano, sette persone sono state respinte in frontiera verso l’Afghanistan e 327, tra cui quattro 4 donne, sono state riammesse in Slovenia. Cinque sono transitati per Cpr. «<em>È necessario un ripensamento urgente dell’attività di controllo delle frontiere nei confronti dei cittadini afghani e una riorganizzazione complessiva delle politiche di accoglienza anche a livello europeo specie per quanto riguarda la cosiddetta rotta balcanica</em>».</p>
<p>Chi volesse aiutare Linea d’ombra <a href="https://www.lineadombra.org/#sostienici" target="_blank">trova qui tutte le informazioni</a>.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_16.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2044" alt="LDO_TS_16" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_16.jpeg" width="1024" height="683" /></a></p>
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