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	<title>Anna Piuzzi &#187; Accoglienza</title>
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		<title>Quel che resta di un giorno. Il 13 ottobre 1973 e la rotta balcanica</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 12:26:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Cortina di Ferro]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[Venticinque “giornate particolari”: «Venticinque date collegate a eventi del Novecento che hanno segnato la storia del territorio sul piano politico, sociale, del lavoro, dei diritti. Date...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Venticinque “giornate particolari”: «<em>Venticinque date collegate a eventi del Novecento che hanno segnato la storia del territorio sul piano politico, sociale, del lavoro, dei diritti. Date che si collegano a momenti di svolta, in cui l’azione individuale e collettiva ha portato a cambiamenti che hanno poi avuto ricadute di medio-lungo periodo, rappresentando solo una fase specifica di processi più ampi, che si sviluppano nel corso di settimane, o mesi</em>». Scrive così <strong>Alessandro Cattunar</strong> nell&#8217;introduzione (<a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/wp-content/uploads/2025/11/CATTUNAR-Calendario_estratto.pdf" target="_blank">che potete leggere qui</a>) a <a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/quel-che-resta-di-un-giorno/" target="_blank"><em><strong>Quel che resta di un giorno</strong></em></a>, volume di cui è curatore, pubblicato da <a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/" target="_blank">Bottega Errante Edizioni</a>.</p>
<p>Prende forma così un ideale “calendario civile” del Friuli Venezia Giulia, fatto di giorni che restano, giorni che ci accomunano, giorni in cui riconoscersi, giorni in cui siamo cambiati. Tra queste venticinque (<a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/wp-content/uploads/2025/11/CATTUNAR-Calendario_indice.pdf" target="_blank">qui potete scorrere l’indice</a>) ce n’è anche una scritta da me e riguarda (naturalmente) il migrare, la rotta balcanica e il cambio di passo di una regione che non è più (o non è solo) terra di emigrazione, ma anche di immigrazione. La data in questione è il <strong>13 ottobre 1973</strong>. Durante la notte cinque giovani africani, provenienti dal Mali, sono partiti da Hrpelje, in Jugoslavia (oggi in Slovenia) e hanno attraversato la Val Rosandra. Sono <em>Seydou Dembele, Mamadou Niakhate, Bakary Traore, Lassana Baradji e Tidia Dafanga</em> hanno tra i 19 e i 27 anni e sono sprovvisti dei documenti necessari per entrare in Italia: è per questo che il confine lo attraversano illegalmente. Tre di loro, alle prime luci dell’alba, vengono trovati – a Boršt (Sant’Antonio in Bosco), frazione di San Dorligo della Valle – morti di freddo e di confine. Ancora oggi sono sepolti nel cimitero del paese, accanto al monumento dei partigiani uccisi durante la resistenza. È forse questo il primo momento in cui si guarda a un fenomeno nuovo che – dal continente africano e dall’Est (che sta ancora dietro alla cortina di ferro) – vede arrivare, da un altrove che si conosce poco, uomini e donne che sognano un futuro dentro la Comunità europea che in quegli anni si sta costruendo. Muoviamo da qui, passando per le guerre jugoslave per arrivare dino ai giorni nostri: alla rotta balcanica e alla “fortezza europa”.</p>
<p>Gli altri contributi che trovate nel volime sono di Gian Luigi Bettoli, Enrico Bullian , Marco Carlone , Alessandro Cattunar, Štefan Čok, Anna Di Gianantonio, Monica Emmanuelli , Angelo Floramo, Javier Grossutti, Franco Perazza , Anna Maria Sanfilippo, Toni Sirena, Marco Stolfo, Fabio Todero, Roberto Todero.</p>
<p>Se lo vorrete, buona lettura.</p>
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		<title>Udine. In Questura per le persone migranti la fila inizia prima dell&#8217;alba</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Sep 2023 03:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Udine. È un martedì di inizio settembre, prima dell’alba. Sono le 5 e le auto che incrociamo si contano sulle dita di una mano, la città...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Udine. È un martedì di inizio settembre, prima dell’alba. Sono le 5 e le auto che incrociamo si contano sulle dita di una mano, la città dorme ancora. In viale Venezia, invece, davanti al palazzo della Questura inizia a formarsi una coda di uomini e di donne che attendono l’apertura degli uffici. Sono persone migranti che devono sbrigare adempimenti inerenti il rilascio o il rinnovo dei loro documenti di soggiorno, essenziali per il proprio lavoro, la propria vita e quella delle loro famiglie. Il primo della fila è qui dalle 4. Ci spiega che non può permettersi di chiedere troppe ore di permesso al lavoro e quindi ha preferito presentarsi con largo anticipo. Olga – invece – è arrivata alle 4.40. È la quinta.</p>
<p>Corre l’anno 2023, la Pubblica amministrazione spinge sulla digitalizzazione dei servizi, eppure accade che a Udine –  a differenza di altre città –, in Questura, per tutta una serie di pratiche che riguardano i titoli di soggiorno, non sia possibile nemmeno prenotare on line (o in altro modo) un appuntamento. «Sono in Italia da vent’anni e ho imparato sulla mia pelle che la burocrazia è estenuante, in modo particolare per le persone migranti che chiaramente hanno anche delle difficoltà legate alla lingua – ci racconta proprio Olga, ucraina –. A questo si aggiungono degli ostacoli assurdi, come l’impossibilità di prenotare un appuntamento. Così si deve arrivare all’alba per mettersi in coda, spesso bisogna pure tornare perché agli sportelli viene evaso un numero limitato di pratiche. La gente peraltro mal sopporta il nostro sostare sul marciapiede e non di rado succede che ci urlino contro frasi spiacevoli. È una situazione frustrante, immaginate come possiamo sentirci». «Al pensiero che stamattina sarei dovuta venire in Questura non ho nemmeno dormito – ci confida una signora moldava, anche lei da tempo in Italia –. Ho controllato e ricontrollato le carte necessarie, ma non puoi mai essere sicuro che vada tutto bene, le indicazioni non sono mai chiare, arrivi qui e scopri all’ultimo che ti manca un certificato o chissà quale documento».</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_2.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2222" alt="udine_questura_2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_2.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Tina (<i>il nome è di fantasia, ndr</i>) viene dallo Zambia, da due anni è alle prese con un intoppo burocratico: «Durante la pandemia, in quel caos generale – racconta – ho fatto un errore nelle pratiche per i documenti. È stato un inferno, ne esco ora dopo due anni e solo perché mi sono fatta aiutare. Le informazioni ci vengono date col contagocce e ogni volta devi fare la fila. Basterebbe innanzitutto avere un vademecum chiaro su cosa fare, quali documenti presentare e poi servirebbe poter prenotare un appuntamento on line. Lavoro e ho due bimbi piccoli, non solo devo prendere delle ore di permesso, ma devo anche organizzarmi perché qualcuno stia con loro, oggi sono uscita di casa prima delle cinque e mio marito vive per lavoro in un’altra città, non posso certo lasciarli soli in casa». Mentre parliamo si avvicina Vera, è albanese. «Oggi non devo fare la fila – spiega –, devo solo ritirare il permesso di soggiorno, in questo caso ci danno un appuntamento via sms. Ma ho fatto la fila un’infinità di volte». Ride e aggiunge: «Il mio documento arriva dopo mesi, devo praticamente già rifarlo. Mi sono laureata qui a Udine, ora quindi ho convertito il permesso di soggiorno per studio in permesso per lavoro. Per me le cose sono un po’ più facili perché sono bianca e parlo bene italiano, ma per altri è una corsa a ostacoli».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_3.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2223" alt="udine_questura_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_3.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Intanto si sono fatte le 7.30. A spanne ci sarà un’ottantina di persone, giovani, meno giovani. Uomini e donne. Mamme coi figli in carrozzina. Nonne coi nipoti per mano. Due poliziotti fanno mettere in fila le persone in base allo sportello a cui devono rivolgersi e distribuiscono ad ognuno un numero progressivo, da 1 a 30. «Ora possiamo andare a prenderci un caffè» ci dice Olga sorridendo. Come noi fanno in tanti, ma alle 8.30 sono di nuovo tutti qui, pronti all’apertura degli sportelli. Qualcuno dal colloquio esce affranto, dovrà tornare per integrare la domanda con un ulteriore documento. Una signora dell’Est viene fatta passare avanti: è anziana e si muove col deambulatore. Stamattina le è stato detto di fare la fila, ha atteso come tutti, ma ora accusa tutta la fatica, si sta sentendo male.</p>
<p>«Siamo i primi a non amare questa situazione – ci dice un agente che fa anche parte del Siulp, il Sindacato unitario dei lavoratori di Polizia –, più volte abbiamo fatto presente, segnalandolo anche alla stampa locale, l’opportunità di istituire un sistema che renda possibile la prenotazione degli appuntamenti. Tali file sono un problema in primo luogo per chi le deve fare, ma anche per i cittadini, questo tratto del marciapiede è sempre affollato rendendo difficile il passaggio. Inoltre per garantire il servizio, e comunque l’ordine, molti di noi vengono dirottati qui da altre mansioni».</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_4.jpeg"><img class="alignright size-full wp-image-2224" alt="udine_questura_4" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/udine_questura_4.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>E proprio un gruppo di cittadini, lunedì 18 settembre ha preso carta e penna per rivolgersi al Prefetto, al Questore e al Sindaco rispetto a questa situazione. «Non c’è una pensilina che protegga dal sole e dalla pioggia, non una sala d’attesa sufficientemente capiente ed attrezzata che permetta di sedersi ad attendere il turno, non un numero di operatori sufficiente a semplificare i percorsi e ad accogliere le domande – scrivono Silvana Cremaschi, Renzo Travanut, Marco Feleppa, Anna Brusatin, Mariella Lavaroni e Marysilva Remonato –. Riteniamo che questa organizzazione sia indegna e lesiva della dignità delle persone». Da qui la richiesta di un incontro per individuare soluzioni alternative, ma anche per «affrontare altre tematiche connesse all’accoglienza delle persone, alla certificazione di nascita per i figli di genitori irregolari, alle pratiche relative al commiato e alla sepoltura di persone appartenenti a diverse culture e religioni, alle modalità della accoglienza di migranti adulti e minori».</p>
<p>(<em>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine di mercoledì 20 settembre 2023</em>)</p>
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		<title>Sbarchi, rotte e &#8220;invasione&#8221;. Qualche numero per fare ordine</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Sep 2023 11:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Amo le parole. E più di tutto mi piace usarle per raccontare le migrazioni a partire dalle storie, dai volti e dai nomi delle persone. Ma...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Amo le parole. E più di tutto mi piace usarle per raccontare le migrazioni a partire dalle storie, dai volti e dai nomi delle persone. Ma amo molto anche i numeri perché – nell’accompagnare le parole e le storie – mettono ordine e aiutano a orientarsi.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"></div>
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<div dir="auto">E allora, dal 1° gennaio 2023 a oggi, 15 settembre, ci sono stati 127.207 “sbarchi”.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Pochi? Tanti? Dipende.</div>
<div dir="auto"></div>
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<div>
<div dir="auto">Rispetto allo stesso periodo del 2022 – quando erano stati 66.162 – sono il doppio. Ma se allunghiamo lo sguardo al 2016 le cose cambiano: di sbarchi, al 30 settembre di quell&#8217;anno, se ne registrarono 132.043.</div>
<div dir="auto">Non lo dico io, non lo dicono le Ong, lo dice il Ministero dell’Interno che pubblica quotidianamente questi dati sul suo sito (<a href="https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/dati-e-statistiche/sbarchi-e-accoglienza-dei-migranti-tutti-i-dati" target="_blank">qui</a>, l’ultimo aggiornamento pochi minuti fa).</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">E sulla rotta dei Balcani occidentali?</div>
<div dir="auto">Nel periodo che va da gennaio ad agosto del 2023 c’è stato un calo del 19% dei cosiddetti “attraversamenti illegali”: sono stati 70.550.</div>
<div dir="auto">Anche questo non lo dico io, non lo dicono le ong, ma lo dice Frontex, nel suo bollettino mensile, fresco di pubblicazione (<a href="https://frontex.europa.eu/what-we-do/monitoring-and-risk-analysis/migratory-map/" target="_blank">qui</a>). E sempre Frontex ci ricorda – con un grafico chiarissimo – che su quella stessa rotta gli attraversamenti nel 2016 furono 130.325. L’anno prima addirittura 764.033.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Tutti numeri dunque che aiutano a valutare l’opportunità di parole ed espressioni che sono state impiegate in questi giorni, da “invasione” a “dichiarazione di guerra”.</div>
<div dir="auto"></div>
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<div>
<div dir="auto">Il continuo variare dei numeri sulle diverse rotte indica poi – oltre all’evidente peso che hanno le crisi geopolitiche – un fatto che è ben chiaro a chi abbia ascoltato almeno una volta i racconti delle persone in movimento: indietro non si torna mai, se un confine è stato “sigillato” chi ha scommesso tutto su una nuova vita in Europa, cercherà un’altra strada per arrivarci.</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Gli stessi numeri pongono però anche parecchie domande. Una su tutte è quella che gira attorno al perché siamo sempre tanto impreparati di fronte ad arrivi che non sono così tanto fuori scala rispetto agli anni precedenti.</div>
<div dir="auto"></div>
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<div>
<div dir="auto">A suggerire qualche risposta è il progressivo smantellamento del sistema di accoglienza messo in atto dal 2018 ad oggi (al riguardo consiglio questo articolo di Duccio Facchini su <a href="https://bit.ly/44WuzLv" target="_blank">Altreconomia</a>).</div>
<div dir="auto"></div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Fatto sta che se nell’immaginare il futuro si è privi di coraggio e di visione (come lo siamo da ben prima del 2018), non si può che restare schiacciati in un eterno e convulso presente, fatto di emergenze e il cui unico orizzonte è il consenso o la prossima tornata elettorale.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Nella foto, migranti sulla &#8220;rotta balcanica&#8221;, a Bihac, 2018.</div>
</div>
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		<title>Diventare tutori di minori stranieri non accompagnati, un modo per non dimenticare Ledjan</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2023 16:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Minori stranieri non accompagnati]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ledjan Imeraj è un nome che non può essere dimenticato. La sua morte – a soli 17 anni, avvenuta il 30 dicembre nel rogo della struttura...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.udinetoday.it/cronaca/morto-ledjan-imeraj.html">Ledjan Imeraj</a> è un nome che non può essere dimenticato. La sua morte – a soli 17 anni, avvenuta il 30 dicembre nel rogo della struttura dov’era ospitato a Pasian di Prato – deve interrogare nel profondo. Ledjan Imeraj, con la sua storia interrotta, è il nome che può aiutarci a vedere i tanti minori stranieri non accompagnati che sognano un futuro nelle nostre comunità, ma che vengono perlopiù relegati in un pericoloso cono d’ombra. Accertare dunque cause e responsabilità di una morte così atroce e insensata è prioritario, ma al contempo – perché non sia una morte del tutto vana – è altrettanto importante chiedersi come questi ragazzi possano essere sostenuti. C’è, ad esempio, una figura importantissima (introdotta dal legislatore nel 2017), il <a href="https://www.garanteinfanzia.org/come-diventare-tutore-volontario-0" target="_blank">tutore volontario di minori stranieri non accompagnati</a>, che può davvero fare la differenza, ma che in Friuli Venezia Giulia non è molto diffusa. Ne abbiamo parlato con <strong>Lucio Prodam</strong>, giudice onorario del Tribunale dei Minori di Trieste.<br />
<strong>Giudice Prodam, partiamo dai numeri, di quanti ragazzi parliamo?</strong><br />
«Nel 2022 abbiamo aperto 1576 fascicoli relativi ad altrettanti minori stranieri non accompagnati giunti in regione prevalentemente dalla cosiddetta rotta balcanica. Va precisato che 280 di questi sono di nazionalità ucraina, ma nel loro caso la questione è diversa, qui in Italia hanno parenti a cui sono stati affidati. Gli arrivi sono in aumento, dall’Afghanistan ad esempio, a causa della situazione terribile in cui versa il Paese, ma anche da Bangladesh e Pakistan, qui a spingere le persone è la crisi climatica. Tutti contesti dove le famiglie decidono che almeno un componente, nonostante i rischi del viaggio, debba avere l’occasione per salvarsi e magari contribuire dall’estero ad aiutare l’intero nucleo».<br />
<strong>Non tutti però si fermano qui…</strong><br />
«No, sono numerosi i ragazzi che dopo qualche giorno nelle comunità di accoglienza fanno perdere le proprie tracce, tentano infatti di raggiungere il Nord Europa, la Germania ad esempio. I numeri sono comunque consistenti perché chiaramente si sommano a quelli di chi si è fermato negli anni precedenti e non è ancora maggiorenne, non a caso chi arriva in Friuli viene anche destinato in Veneto ed Emilia Romagna (<em>i dati del Ministero dell’Interno dicono che al 30 novembre erano accolti in regione 973 minori stranieri non accompagnati, ndr</em>)».<br />
<strong>La legge prevede che vengano affiancati da un tutore volontario, di che ruolo si tratta?</strong><br />
«Di un ruolo decisivo, sono cittadini e cittadine che dopo un’apposita formazione danno la disponibilità ad assumere la tutela di uno o più (nel massimo di tre) minori stranieri non accompagnati. Si assicurano che siano garantiti i loro diritti, seguono il loro percorso di formazione e integrazione, vigilano sulle condizioni dell’accoglienza».<br />
<strong>In Friuli però sono pochi…</strong><br />
«Direi pochissimi se consideriamo che la nostra regione è tra quelle che hanno il numero più alto di minori stranieri non accompagnati. Attualmente iscritti nell’apposito elenco sono 93, ma di “operativi” sono appena 67. Sul territorio di Udine, dove ci sarebbe più bisogno, sono solo 12. Nel 2022 i minori stranieri non accompagnati con tutore sono stati solo 463, dunque parliamo del 30% scarso sul totale».<br />
<strong>Deve quindi fare delle scelte, sulla base di cosa?</strong><br />
«Premetto che alcuni tutori seguono ben oltre i tre minori previsti dalla legge. Ciò detto do la priorità ai più piccoli e a coloro che presentano la domanda di asilo, è importante infatti che questi ultimi abbiano qualcuno che li segue nell’iter burocratico, anche solo per sentire che c’è un adulto “dalla loro parte” quando vanno in commissione a raccontare la propria storia. Sono ragazzi che spesso hanno vissuto l’indicibile, subendo violenze durante i lunghi mesi di viaggio. Sono soli, senza le loro famiglie».<br />
<strong>E noi, che cosa ci perdiamo? Come singoli e come collettività?</strong><br />
«Dal punto di vista individuale un’esperienza arricchente, come società la possibilità di favorire l’integrazione di ragazzi che stanno costruendo il proprio futuro e che saranno i cittadini del domani dentro comunità che invecchiano e si assottigliano».<br />
<strong>La cronaca ci porta notizie dolorose, la morte di Ledjan Imeraj e condizioni non sempre ottimali, anche su questo fronte è utile la presenza dei tutori?</strong><br />
«Certamente, è fondamentale, entrando nelle strutture possono controllare la situazione. Incontrando il ragazzo capiscono se c’è qualcosa che non va. Ci tengo però a dire che in Friuli, al netto di questi terribili fatti, l’accoglienza è buona, si cura la formazione linguistica e si favoriscono percorsi scolastici che possono portare a un’occupazione».<br />
<strong>Responsabilità significative quelle dei Tutori, ma va detto che non sono lasciati da soli, anzi!</strong><br />
«Esattamente, non solo si sono formate associazioni di tutori che condividono la propria esperienza, ma ci sono progetti specifici come “Never Alone” promosso dall’Istituto don Calabria e una fitta rete di partner, tra cui anche la Caritas diocesana di Udine, che supportano costantemente i tutori».<br />
<strong>Dicevamo della formazione…</strong><br />
«A febbraio partirà un nuovo corso on line della durata di una settimana, un’occasione preziosa per provare a mettersi in gioco e contribuire al futuro di questi ragazzi, ma anche dell’intera società».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p>È in programma per giovedì  26 gennaio dalle 17 alle 18 l’incontro on line organizzato dal Garante regionale per i diritti della persona per far conoscere la figura e il ruolo del tutore volontario di minori stranieri non accompagnati. Interverranno il garante, Paolo Pittaro, il giudice onorario del Tribunale per i minorenni, Lucio Prodam, la referente dell’associazione Avvocato di strada, Jessica Beele, oltre ad alcuni tutori che porteranno la propria testimonianza. Tutte le informazioni sul sito del Consiglio regionale del FVG, alla sezione “Garante dei diritti della persona”.</p>
<p>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, edizione di mercoledì 11 gennaio</p>
<p><a href="https://www.cir-onlus.org/2020/04/21/minori-stranieri-non-accompagnati-lapproccio-tra-pari-la-chiave-per-il-supporto-ai-tutori-volontari/" target="_blank">Foto tratta dal sito del Cir</a></p>
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		<title>Odissea di cinque giorni per accogliere due persone. L&#8217;ostinazione di Ospiti in arrivo</title>
		<link>https://www.annapiuzzi.it/odissea-di-cinque-giorni-per-accogliere-due-persone-lostinazione-di-ospiti-in-arrivo/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 11:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti in arrivo]]></category>
		<category><![CDATA[Rotta Balcanica]]></category>
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		<category><![CDATA[ex caserma cavarzerani]]></category>
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		<description><![CDATA[È una storia, questa, che inizia e finisce con una telefonata. In mezzo, cinque lunghissimi giorni, fatti di rabbia e di stanchezza, illuminati però dall’ostinazione tenace...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È una storia, questa, che inizia e finisce con una telefonata. In mezzo, cinque lunghissimi giorni, fatti di rabbia e di stanchezza, illuminati però dall’ostinazione tenace di chi ha fatto una scelta chiara, pulita, senza compromessi: stare dalla parte delle persone e dei diritti.</p>
<p>È venerdì 16 settembre e a Udine, da giorni, si parla di nuovo dell’ex caserma Cavarzerani. Il Cas (Centro di accoglienza straordinaria) di via Cividale è, infatti, più che pieno, ospita (si fa per dire) 900 migranti quando dovrebbe tenerne appena 300. Cose che succedono se la politica ha scelto di smantellare la rete virtuosa dell’accoglienza diffusa. A mezzogiorno la telefonata di <a href="https://www.facebook.com/ospitinarrivo" target="_blank">Ospiti in arrivo</a>: da due notti, due migranti giunti dalla rotta balcanica dormono in strada, proprio fuori dalla Cavarzerani. Nessuno se ne cura. Possibile? Raggiungiamo l’ex caserma ed eccoli là, disorientati e stanchi. Sono bengalesi, hanno entrambi trent’anni e uno di loro ci racconta di essere un attivista sindacale in fuga perché minacciato di morte.</p>
<p>A prendere in mano la situazione sono le due volontarie di Ospiti in Arrivo, Paola Tracogna ed Ester Del Terra. Telefonano al numero appeso sul cancello della Cavarzerani. A parlare è Paola, si presenta, nome e cognome. Chiede spiegazioni. La risposta è laconica: «La Prefettura ci ha vietato di far entrare altre persone». E allora? Restano in strada? «Noi non possiamo fare niente, dovete contattare la Prefettura». Da lì in poi è un lunghissimo, disarmante rimpallo di telefonate: la Prefettura dice di chiamare in Questura dove puntualmente rimandano di nuovo alla Prefettura. Unica cosa certa è che alla Cavarzerani non si entra, ma nessuno offre soluzioni alternative. Paola insiste: «Devono essere identificati, hanno manifestato la volontà di richiedere protezione internazionale». Cade la linea. Allora andiamo di persona in Questura: «Tornate lunedì», la risposta. Le volontarie chiedono che venga almeno rilasciato un invito a comparire perché H. e G. possano avere in mano una parvenza di documento. Niente da fare. Ci mandano in Prefettura. Ma lì c’è solo il piantone.</p>
<p>«È come se fossimo tornati indietro di sette anni – ci dice Paola –, quando per la prima volta Udine si ritrovò con i migranti a dormire nel sottopasso della stazione. Sembra proprio che il tempo sia trascorso invano» (<a href="https://www.annapiuzzi.it/buon-2016-dal-sottopasso-della-stazione-di-udine-tra-i-profughi-e-i-volontari-di-ospiti-in-arrivo/" target="_blank">ne scrissi qui, sempre insieme a Ospiti in arrivo</a>). Intanto però H. e G. hanno bisogno di formalizzare la propria presenza, Paola allora chiama il 112. Interviene una volante, i Carabinieri della Sezione di Udine Est – con grandissima gentilezza – raccolgono i dati e consegnano un invito a comparire lunedì in Questura. Un posto per dormire però non c’è. Le volontarie danno ad H. e G. cibo, vestiti, due sacchi a pelo e una tenda.</p>
<p>Lunedì 19 settembre finalmente l’identificazione in Questura e la deposizione della richiesta di protezione internazionale. Ma ancora niente alloggio. H. e G. dormono nuovamente in strada. Finalmente però martedì 20 settembre arriva la telefonata in cui speravamo, gli uffici della Prefettura hanno trovato una sistemazione per i due migranti bengalesi. «È una gioia, certo – spiega Paola –, ma non possiamo non pensare a quanti non abbiamo intercettato e sono ancora in strada, a quanti stanno arrivando a Udine in queste ore e si sentiranno dire che non c’è posto».</p>
<p>«Che queste persone scappino da qualcosa o che inseguano una vita migliore, hanno vissuto anni in viaggio, hanno passato l’inferno della rotta balcanica con le sue torture e i suoi respingimenti, e non può essere questa l’accoglienza che trovano in Europa – spiegano da “Ospiti in Arrivo” in un post Facebook –. La nostra solidarietà va a chi è rimasto fuori dalla Cavarzerani, ma anche a chi è dentro a questa struttura in cui c’è un bagno ogni cinquanta persone, dove le brande fredde e umide sono ammassate una sopra l’altra, i posti letto sono ricavati in aree, anche all’aperto, in cui non erano previsti e in cui ora è addirittura difficile muoversi. Le nostre azioni, come sempre, sono rivolte verso il cambiamento di questo sistema disumano di gestione del fenomeno migratorio».</p>
<p>Intanto l’inverno è in arrivo e questa storia, ancora una volta, suona come un campanello di allarme per i mesi che ci attendono. E infatti il telefonino si illumina, è un messaggio di Paola: «Ci sono altri due ragazzi che dormono in strada da tre giorni».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, edizione di mercoledì 21 settembre 2022)</em></p>
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		<title>8 marzo &#124; Ucraina, l&#8217;odissea di donne e bambini</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>8 marzo 2022. Il pensiero va alle donne ucraine, a quelle che ho incontrato una settimana fa, al valico di Fernetti. A quelle ancora in fuga coi propri figli. A quelle che sono rimaste a combattere. Il pensiero va a loro che oggi rappresentano, nel dramma dell&#8217;attualità, tutte le donne che si trovano a vivere nei troppi teatri di guerra del mondo. Di seguito l&#8217;articolo con le storie che ho raccolto al confine tra Italia e Slovenia.</i></p>
<h2><span style="color: #ff6600;">A Fernetti l&#8217;odissea di donne e bambini</span></h2>
<p>Lunedì 28 febbraio. Quinto giorno di guerra. Sono le nove di sera e il valico di Fernetti – al confine tra Italia e Slovenia – è sferzato da un vento gelido. In un silenzio surreale, uno dopo l’altro, arrivano i pullman stipati di profughi dall’Ucraina. Sono quasi tutte donne con i loro bambini: mamme, nonne e sorelle che li hanno strappati alla follia della guerra. Di colpo sembra di essere tornati indietro di trent’anni esatti, ai conflitti feroci dei Balcani. Gli occhi attoniti che dai finestrini bucano il buio della notte sono gli stessi di allora, quelli di chi si è messo in salvo lasciandosi però alle spalle una vita intera: il proprio Paese, una casa e gli affetti più cari. Sgranati e dolenti – è bene ricordarlo – sono gli occhi che ci interrogano da ogni teatro di guerra.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Sugli autobus della salvezza</span></em></h4>
<p>Ci avviciniamo a uno dei pullman, l’autista – mentre la polizia di frontiera sta controllando i documenti e registrando gli ingressi – è sceso a fumare una sigaretta. Diretti a Pescara, sono partiti domenica all’alba da Chernivtsi, città in riva al fiume Prut, a 25 chilometri dal confine con la Romania. «Il viaggio è stato difficile – racconta mischiando italiano e inglese –, il Paese è nel caos, le donne e i bambini in fuga sono tantissimi. Appena saremo giunti a destinazione torneremo indietro a prendere altre persone in attesa. È una tragedia». Chiediamo se tra le donne a bordo ce n’è qualcuna che abbia voglia di raccontare. Scende Irma. È stremata, ma – in un italiano perfetto – cerca comunque con fatica le parole per dar forma alla propria odissea.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">La storia di Irma, la storia di tutte </span></em></h4>
<p>«Ho portato via da Kiev mia figlia con la sua bambina di appena tre mesi – racconta –, mai ci saremmo aspettati che si arrivasse a questo. Abbiamo lasciato tutto quello che avevamo costruito con sacrifici enormi, ma soprattutto abbiamo dovuto lasciare i nostri familiari».</p>
<p>«Mio marito – racconta con la voce rotta dall’emozione – lavora in Italia, ma per il Natale ortodosso era rientrato per alcune settimane di vacanza, quando ha visto la piega che stava prendendo la situazione è rimasto per combattere, esattamente come mio genero. Mia madre invece è troppo anziana e malata per affrontare un viaggio come questo. Si rende conto cosa vuol dire, da un giorno all’altro avere la vita spezzata e la famiglia divisa in due? Eppure non potevamo fare altro, se fossero fuggiti anche i nostri mariti, chi sarebbe rimasto a difendere il nostro Paese, la nostra terra? Avremmo voluto rimanere anche mia figlia ed io, come molte altre donne su questo autobus, ma abbiamo la responsabilità dei nostri bambini e bambine, hanno tutto il futuro davanti e il diritto di vivere in un luogo dove non cadono le bombe». Per ora quel luogo sarà Foggia, lì abita infatti la sorella di Irma che darà loro una prima accoglienza. Quasi tutte le persone con cui parliamo hanno questa prospettiva, ricongiungersi temporaneamente con familiari o conoscenti che vivono e lavorano in Italia. Nel raccontare Irma si ferma un istante, raccoglie forze, parole e prosegue: «Sono arrabbiata, che colpa abbiamo noi? Siamo un popolo che ne ha passate tante, che lavora sodo per vivere meglio e far crescere il proprio Paese, cosa vuole Putin da noi?».</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Donne e bambini </span></em></h4>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2114" alt="Fernetti_1" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg" width="819" height="614" /></a>Saliamo in corriera e ci si stringe il cuore. I bambini e le bambine sono davvero tanti, molti di loro hanno pochi mesi e sono aggrappati alle proprie mamme. La nipotina di Irma ha la febbre alta, si sta valutando se chiamare un’ambulanza o proseguire. Poco prima di noi è salita una volontaria dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) che ha distribuito beni di prima necessità, anche le caramelle che hanno acceso il sorriso dei bambini. Intanto, gli occhi azzurrissimi di Maria, sei anni, ci seguono curiosi, ci chiede chi siamo. Quando scopre che siamo giornaliste è un po’ delusa dal fatto che non lavoriamo per la televisione, ma ci prega lo stesso di dire che lei e i suoi fratelli vogliono al più presto tornare a casa. È notte fonda e alcune delle donne dormono, sono ferme qui a Fernetti per il controllo dei documenti ormai da due ore. Livia ha poco più di vent’anni e un bimbo di due che la stringe forte: «È spaventato – racconta –, ha sentito le bombe cadere vicino casa, ha visto un palazzo in fiamme, ora non fa che stringermi. Spero che un giorno possa dimenticare». Olga invece di anni ne ha quasi cinquanta, sorride ogni volta che guarda suo figlio: «Essere riuscita a portarlo in salvo – spiega – è una gioia immensa, a volte devo toccarlo per dirmi che è vero, che sta bene e non è stato nemmeno ferito. Poi penso a mio marito e a mio fratello che stanno difendendo la nostra città e allora non riesco a trattenere le lacrime». Stiamo per scendere, ma ci ferma ancora un istante: «Scrivete che vi siamo grati – aggiunge – abbiamo visto che siete scesi in piazza in tutta Italia, non avete idea di quanto ci abbia scaldato il cuore. Non lasciateci soli, continuate ad aiutarci».<br />
Intanto, proprio nella mattinata di lunedì, l’Alto commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha fatto sapere che sono già mezzo milione i profughi ucraini che sono fuggiti dalla guerra, un numero destinato a salire nei prossimi giorni: se non si troverà una soluzione di pace, si stima che a lasciare l’Ucraina potrebbero essere anche sei milioni di persone.</p>
<p><em>Pubblicato sul numero di mercoledì 2 marzo 2022 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica».</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2116" alt="fernetti_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3-1024x768.jpeg" width="826" height="619" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Božidar Stanišić e le radici nel Paese che non c&#8217;è più</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade al di fuori del bel paese. Figurarsi l’avere a cuore quanto quegli accadimenti lasciano, come un solco, nella vita degli altri. Ad aprile saranno 30 anni dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina e il 2022 si apre, per il Paese dei Balcani occidentali, con minacciose inquietudini che fanno scricchiolare la sua fragile struttura. Eppure la memoria di quella che per noi fu una “guerra in casa” l’abbiamo archiviata e, allo stesso tempo, abbiamo smesso di curarci di quanto, ancora, il senso di sradicamento abiti la vita delle migliaia di famiglie che lasciarono la Bosnia per trovare rifugio in Europa, tantissime anche in Friuli.</p>
<p>A mostrarcelo con lucidità e dolcezza – accompagnate dalla sua inconfondibile ironia – è, ancora una volta, <strong>Božidar Stanišić</strong>, da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, <a href="https://marottaecafiero.it/le-zanzare/286-la-cena-9788831379380.html" target="_blank">La cena</a> (Marotta&amp;Cafiero), il cui sottotitolo è decisamente eloquente: «Avanzi dell’ex-Jugoslavia». Classe 1956, nato a Visoko, Stanišić è stato docente di letteratura in un liceo di Maglaj (nel nord della Bosnia) fino al 1992, quando – rifiutando di schierarsi e opponendosi alla violenza del conflitto –, fuggì dalla guerra civile. Da allora vive in Friuli, a Zugliano. Con una scrittura pulita, diretta e incalzante, Stanišić porta i lettori nella vita di personaggi non solo efficaci, ma anche tratteggiati in maniera da farceli via via diventare familiari, grazie alla sua straordinaria arte di raccontare che affonda le radici nei classici della letteratura slava, da Ivo Andrić a Danilo Kiš, passando per Meša Selimović.</p>
<p>Le storie narrate sono quelle di gente che se ne va, senza ritorno, la cui esistenza è attraversata, da un giorno all’altro, da un confine che resterà per sempre, quello che segna la vita “di qua e di là”. Uomini e donne che nel ricostruire e ricominciare, trasmettono – senza volerlo – il proprio trauma anche ai figli. Non a caso in «La penna dell’uccello inquietudine», uno dei cinque racconti che compongono il libro, è Drenka, la figlia più piccola di una coppia di immigrati bosniaci, nata e cresciuta in Italia, a trovarsi spiazzata da una pioggia di domande: «<em>[…] fui sorpresa da un’idea: quale sarebbe stata la loro e la mia vita se non ci fosse stata la guerra in Bosnia? Da che cosa era nata quell’idea, da quale recesso dentro di me, e perché proprio quella notte? Perché ci sono domande che si addormentano in noi come i dormienti stregati di una vecchia fiaba?</em>».</p>
<p>Le cinque storie pur diverse tra loro, soprattutto ambientate in luoghi differenti (da Milano a Toronto), hanno tratti e vissuti che le accomunano, a partire dalle voci narranti che sono quelle dei figli impegnati a dar conto di genitori ancora legati alla terra di origine, che parlano il serbo-croato-bosniaco, vivono l’esperienza della diaspora, affannati a rincorrere una lingua che non padroneggiano del tutto e lavori precari non rispondenti certo a quelli che facevano nelle proprie vite precedenti, in un Paese, la Jugoslavia, che oggi non c’è più.</p>
<p>Cinque storie generose che emozionano e fanno riflettere, ma strappano anche più di qualche sorriso (divertentissimo il contesto del primo racconto «La cena»), perché, lo abbiamo già detto, l’ironia è cifra stilistica di Stanišić. Non da ultimo, si tratta di un libro la cui lettura è accompagnata da una veste grafica inusuale e davvero bella, in cui si alternano immagini, suggerimenti musicali di ascolto (seguiteli!) e pagine dal fondo nero e i caratteri bianchi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2097" alt="la_cena_int" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>Insomma, Stanišić ci offre l’occasione per scoprire una giovane casa editrice indipendente, la <a href="https://marottaecafiero.it/" target="_blank">Marotta&amp;Cafiero</a>. Realtà che pubblica libri completamente ecologici, ma sopratutto che ha base nel difficile quartiere di Scampia, a Napoli, e che è stata dedicata al cugino dei titolari, Antonio Landieri, vittima innocente di camorra: un ragazzo disabile di 25 anni ucciso per errore, proprio a Scampia, durante una faida tra clan. Il loro motto? «<em>Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Božidar Stanišić/ La cena / Marotta&amp;Cafiero / 242 pagine / 15 euro</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Recensione pubblicata sull&#8217;edizione del 4 gennaio 2022 del settimanale diocesano di Udine.</p>
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		<title>Da Dragogna a Gradisca, si continua a morire &#8220;di confine&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2021 16:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È un tempo di Avvento, quello che stiamo attraversando, in cui è ben poca la luce che ci accompagna. A scandire i giorni – e nemmeno ce ne accorgiamo – sono invece il dolore e la morte che si raggrumano densi tra le maglie strette del confine orientale, togliendo il respiro a quel che resta della nostra umanità. Giovedì scorso una bambina di 10 anni – 10 appena – è morta affogata tra le acque gelide del fiume Dragogna, lungo il confine istriano tra la Slovenia e la Croazia. Era una bimba curda che insieme alla sua famiglia stava inseguendo, lungo la “rotta balcanica”, il sogno di una vita migliore, fatta di diritti e di dignità, che confidava di trovare in Europa. E invece in Europa ha trovato solo porte chiuse e la morte che l’ha strappata alla vita mentre era aggrappata alle spalle della sua mamma che – insieme agli altri tre figli – tentava disperatamente di attraversare il fiume (<a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Slovenia/Morire-al-confine-214618" target="_blank">qui un articolo di Osservatorio Balcani</a>).</p>
<p>Che ne sarà di loro adesso, loro che sono sopravvissuti? Difficile dirlo, hanno fatto richiesta di asilo, ma potrebbero essere rispediti indietro, in Bosnia, lungo la “rotta balcanica”. O forse – come già per altro accaduto ad altre famiglie – potrebbero essere divisi: i minori affidati ai servizi sociali, la madre, invece, espulsa. È questa la quotidianità feroce e disumana del confine europeo. Basti pensare che neanche un mese fa – il 19 novembre – un bimbo siriano di poco più di un anno è morto di freddo nei boschi al confine tra Polonia e Bielorussia, ma ce ne siamo già dimenticati.</p>
<p>E non sono queste storie isolate. Anzi, tutt’altro: la rete transnazionale di attivisti che ogni giorno soccorre e denuncia l’indicibile, dà conto non solo della situazione terribile in cui versano migliaia di persone – e tra loro sono tantissimi i bambini –, ma anche delle efferate violazioni dei diritti umani compiute dalle polizie di confine, in particolare quella croata (ben equipaggiata dall’Unione Europea) che, prima di rispedire in Bosnia i migranti che hanno tentato di entrare in Europa, si premura di picchiarli e spogliarli di tutto. Trattamento riservato anche a uomini e donne afghani per i quali, solo ad agosto, provavamo tanta umana vicinanza, sentimento ormai inghiottito da altre urgenze.</p>
<p>Ma in questo tempo di Avvento si muore “di confine” non solo lungo la rotta, ma anche qui, in Friuli. Neanche una settimana fa un uomo di origine marocchina (ad oggi sappiamo solo che il suo nome inizia per R) si è ammazzato al Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Gradisca: quella stessa struttura in cui l’anno scorso sono morti Vakhtang Enukidze, georgiano, e Orgest Turia, albanese. Una notizia, quella del suicidio di R., accolta dalla più totale indifferenza e che la maggior parte dei media non ha nemmeno dato. Eppure questi luoghi di detenzione dovrebbero interrogarci dal momento che la cronaca ci dà conto della morte in contenzione – appena pochi giorni prima, al Cpr di Ponte Galeria (a Roma) – di <a href="https://www.meltingpot.org/2021/12/morte-wissem-abdel-latif-il-sistema-di-accoglienza-a-cura-in-italia/" target="_blank">Wissem Ben Abdellatif</a>, mentre al Cpr di Torino (travolto da un’inchiesta giudiziaria) sarebbero oltre 60 i tentativi di suicidio in appena due mesi. <a href="https://nofrontierefvg.noblogs.org" target="_blank">Domenica 19 dicembre alle 14.30 ci sarà un presidio fuori dal Cpr</a>.</p>
<p>Per fortuna però non c’è solo silenzio, mentre il giornale va in stampa, martedì 14 dicembre, a Trieste in piazza Libertà, ribattezzata «Piazza del Mondo» (dove i volontari di Linea d’Ombra ogni giorno prestano cure a chi giunge in città dalla “rotta balcanica”), prende vita «Il cammino della speranza». Si tratta di un’iniziativa promossa da una vasta rete di associazioni e movimenti: una staffetta in otto tappe – dal confine orientale di Pesek a quello occidentale di Oulx in Val di Susa – sulle orme delle persone migranti per affrontare il tema della “rotta balcanica” e iniziare a muoversi e non solo a commuoversi. Una traversata simbolica, che impegnerà, fino al 22 dicembre, una cinquantina di atleti e coprirà 800 chilometri. Sono loro a correre, ma la responsabilità di fare luce e dissipare il buio del tempo presente è nelle mani di ognuno e di ognuna di noi. <b><br />
</b></p>
<p>Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine di mercoledì 15 dicembre 2021.</p>
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		<title>Nella voce di Ajla le tante donne in fuga dalle guerre dei Balcani</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2020 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2.jpg"><img class="alignright  wp-image-1981" alt="caserma pasubio 2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/caserma-pasubio-2-1024x682.jpg" width="352" height="233" /></a>Ci sono storie che, nell’animo di chi le custodisce, decantano per anni. Una gestazione lenta, ma potente, che dà vita a personaggi autentici, capaci di concedere tregua solo quando abbiano trovato forma compiuta sulla pagina scritta. È successo a <strong>Maria Silvia Bazzoli</strong> – giornalista, documentarista e ora scrittrice – che allo scoppio delle guerre nell’ex-Jugoslavia seguì le vicende dei profughi e della loro accoglienza in Italia, soprattutto a Cervignano, nell’ex caserma Monte Pasubio (<em>le foto qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del <a href="https://www.facebook.com/ciocherimane" target="_blank">Ciò che rimane</a></em>). Sono innumerevoli le testimonianze che raccolse lì, tra le donne in fuga da un conflitto che – come altrove, del resto – aveva fatto del loro corpo un campo di battaglia, attraverso lo stupro etnico e violenze indicibili. Quella miriade di frammenti ora si ricompone in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/s-confini/la-voce-di-ajla" target="_blank">«La voce di Ajla»</a>, il romanzo d’esordio di Bazzoli, pubblicato dalla Forum editrice nella collana (s)confini (<a href="http://phpnew.diocesiudine.it/radiospazio/LIBRI%20ALLA%20RADIO/libriallaradio20112020.mp3?fbclid=IwAR1_IjIoLNlK7p572yfwT4BrFbBlHoomUXXbsr5QOrHczMpPZkFIIrrrJP8" target="_blank">qui il podcast con l&#8217;intervista radiofonica a Maria Silvia Bazzoli per Radio Spazio</a>).</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1984" alt="pasubio 3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/pasubio-3.jpg" width="960" height="466" /></a></p>
<p>Le due protagoniste – Ajla e la figlia Alina – hanno “inseguito” l’autrice per anni, il lettore le incontra in una Parigi imbiancata dalla neve (elemento ricorrente nella narrazione), alle prese con la memoria: «Parigi ovattata sotto la neve assomiglia a un acquario dove galleggiano volti e immagini, e io… io mi ci trovo a nuotare disorientata, sopraffatta dai ricordi che non volevo» spiega Alina all’amica Hellen. Ajla si trova in ospedale, sprofondata in uno stato di catalessi, inspiegabile per i medici. Alina – ricamatrice, affermata fiber artist – è appena rientrata da New York per assistere la madre del cui passato non sa nulla, per lei dunque è giunto il tempo di riannodare i propri ricordi con la storia di Ajla.</p>
<p>Inizia così un dialogo che viene concesso e affidato, nella sua interezza, solo al lettore perché Ajla racconta, ma la sua voce è muta. Ad Alina dunque toccherà intuire, raccogliere indizi e scavare nel passato. Il suo è il destino che accomuna tantissimi giovani, i cosiddetti “figli della guerra” che – nei Balcani e in tutta Europa – hanno scelto di scoprire le proprie radici per quanto dolorose, ma indispensabili per ricomporre la propria identità.</p>
<p>È – quello di Alina – uno scavare che però restituisce molto anche a noi, perché, come società, abbiamo archiviato in fretta quella parentesi della storia europea che coinvolse così da vicino il nostro territorio. Un indagare che ci dà conto, per altro, della difficoltà che quelle donne affrontarono per ricostruire la propria vita: grazie ai ricordi di Alina scopriamo, infatti, che le due protagoniste vissero i primi anni a Parigi in strada, in estrema povertà. Ma è proprio quel guardare il mondo dal basso, dal marciapiede, che dona ad Alina la capacità di sentire nel profondo l’umanità di chi incontra.</p>
<p>Tutto questo ci viene consegnato da una scrittura ricca, dal passo poetico, che però non edulcora nulla, anzi, quando deve dire la violenza, si fa diretta, scarna ed essenziale.</p>
<p>«La voce di Ajla» è un libro importante, arrivato in libreria proprio nei giorni in cui ricorrono <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Bosnia-Erzegovina-venticinque-anni-dopo-gli-Accordi-di-Dayton-206686" target="_blank">i 25 anni dagli accordi di Dayton</a> – che sancirono una pace sempre in bilico e la definitiva divisione etnica della Bosnia –, a un quarto di secolo (celebrato a luglio) dall’eccidio di Srebrenica in cui, sotto gli occhi di un’Europa inebetita, furono ammazzate ottomila persone.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1988" alt="479" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/11/479.jpg" width="850" height="479" /></a></p>
<p>A firmare la postfazione è poi un’autrice che meglio di altri ha analizzato le vicende dei Balcani, <strong>Nicole Janigro</strong>. Infine, più che indovinata l’evocativa immagine di copertina: uno scatto tratto dalla serie «Il sogno delle cose» di <strong>Ulderica Da Pozzo</strong>, anche lei capace come poche di tessere, per immagini, le storie delle donne.</p>
<p><em>Maria Silvia Bazzoli / La voce di Ajla / Forum / 192 pagine, 16, 50 euro</em></p>
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		<title>Al Balducci declinata in senso umano la &#8220;sicurezza&#8221;. Intervista con Tito Boeri</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Oct 2019 04:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Sicurezza. È la parola oggi sulla bocca di tutti, in primo luogo della politica. Ma con quale declinazione? E con quali effetti sulla società? Scavare nella...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sicurezza. È la parola oggi sulla bocca di tutti, in primo luogo della politica. Ma con quale declinazione? E con quali effetti sulla società? Scavare nella sua dimensione umana, guardare ad essa come a un «prendersi cura» dell’altro, perseguendo quella giustizia sociale che alimenta armonia e pace sociale – anziché rancore e sospetto – è stato l’impegno al cuore della “quattro giorni” dell’annuale convegno del Centro Balducci di Zugliano. Un appuntamento come sempre frequentatissimo, capace di coniugare locale e globale, ad esempio mettendo in dialogo sulla questione ambientale i ragazzi del Friday for future con attiviste provenienti da Afghanistan e Bolivia. E proprio nella mattinata dello sciopero globale per il clima &#8211; venerdì 27 settembre &#8211; si sono dati appuntamento al Balducci oltre 400 studenti che hanno ascoltato l’intervento dell’economista <strong>Tito Boeri</strong>, ex presidente dell’Inps (<em>nella foto insieme a Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro Balducci, photocredits Vincenzo Cesarano)</em>. Perché «sicurezza» deve voler dire anche (e necessariamente) guardare al lavoro dei giovani che è garanzia per il futuro della società tutta.<br />
<strong>Boeri, lei oggi ha incalzato i ragazzi dicendo loro «fatevi tante domande e non fermatevi alla prima risposta», sottolineando a più riprese l’importanza dell’istruzione tanto in termini occupazionali quanto in termini di libertà.</strong><br />
«Penso che l’istruzione, oggi più che mai, sia fondamentale per districarsi dal bombardamento di notizie cui siamo soggetti quotidianamente. Curiosità e istruzione è il binomio che ci deve accompagnare, anche navigando su internet, per capire come muoverci. In una società competitiva e veloce come la nostra poi è chiaro che i ragazzi devono pensare alla solidità della propria formazione».<br />
<strong>Parlando di lavoro, ha toccato il nervo scoperto di quello che lei ha chiamato «l’equivoco di quota cento».</strong><br />
«Si tende a descrivere il mercato del lavoro come se avesse un numero fisso di posti, proprio come un autobus pieno all’ora di punta, per cui per far salire le persone, altre devono scendere. Così non è, ci sono dei periodi in cui ci sono più posti di lavoro per tutti e altri in cui ce ne sono meno. Le imprese che stanno riducendo personale sono realtà che non possono assumere. Altre, al contrario stanno assumendo anche senza che ci sia del personale in uscita. Questa complessità non può essere affrontata con l’idea che mandando in pensione prima delle persone si crei sistematicamente un posto di lavoro per giovani. La realtà dimostra esattamente il contrario. Meglio sarebbe alleggerire il costo del lavoro».<br />
<strong>In che termini?</strong><br />
«Mandando le persone in pensione prima si aggrava il cuneo fiscale e quindi si rende più difficile per i giovani trovare un impiego. Del resto se noi guardiamo a quel che succede negli altri Paesi, ci rendiamo conto che quelli dove il tasso di disoccupazione giovanile è più alto sono proprio quelli dove si va in pensione prima, un dato che dimostra in maniera eloquente come la teoria del numero fisso dei posti di lavoro sia decisamente sbagliata e fuorviante».<br />
<strong>Questione immigrazione.</strong><br />
«L’immigrazione è senza ombra di dubbio una questione che va gestita, non subita come invece ha fatto l’Italia in tutti questi anni. Ma va depurata da pericolosi luoghi comuni, ad esempio per quel che riguarda il lavoro. Detto questo, bisogna poi capire che c’è un’altra dimensione della questione che noi non abbiamo minimamente affrontato: quella dell’emigrazione, ad oggi il problema più serio per il nostro Paese. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani altamente istruiti che vanno all’estero per cercare fortuna. Questo è un costo che non possiamo più permetterci».<br />
<strong>Ha richiamato i giovani a nutrire una «consapevolezza collettiva».</strong><br />
«Credo che la nostra generazione si sia posta questo problema troppo poco. Ci sono delle risorse comuni che vanno gestite insieme. Da esse, infatti, deriva il benessere di noi tutti, non possiamo continuare a scaricare il loro costo sugli altri, ignorando ad esempio i problemi dell’ambiente, del clima, ma più banalmente nemmeno quelli del verde pubblico. Il modo migliore per farcene carico è concepirsi come parte di una comunità che assume livelli diversi di responsabilità a seconda delle decisioni che prende. Nel caso dei ragazzi può essere la classe, la scuola o la comunità locale, fino alla dimensione nazionale, europea e globale. L’importante è rendersi conto che identificarsi in una di queste comunità non deve essere in conflitto con l’identificarsi anche nelle altre».</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;edizione del 2 ottobre 2019 del settimanale diocesano «La Vita Cattolica</p>
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