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	<title>Anna Piuzzi &#187; 8 marzo</title>
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		<title>8 marzo &#124; Ucraina, l&#8217;odissea di donne e bambini</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>8 marzo 2022. Il pensiero va alle donne ucraine, a quelle che ho incontrato una settimana fa, al valico di Fernetti. A quelle ancora in fuga coi propri figli. A quelle che sono rimaste a combattere. Il pensiero va a loro che oggi rappresentano, nel dramma dell&#8217;attualità, tutte le donne che si trovano a vivere nei troppi teatri di guerra del mondo. Di seguito l&#8217;articolo con le storie che ho raccolto al confine tra Italia e Slovenia.</i></p>
<h2><span style="color: #ff6600;">A Fernetti l&#8217;odissea di donne e bambini</span></h2>
<p>Lunedì 28 febbraio. Quinto giorno di guerra. Sono le nove di sera e il valico di Fernetti – al confine tra Italia e Slovenia – è sferzato da un vento gelido. In un silenzio surreale, uno dopo l’altro, arrivano i pullman stipati di profughi dall’Ucraina. Sono quasi tutte donne con i loro bambini: mamme, nonne e sorelle che li hanno strappati alla follia della guerra. Di colpo sembra di essere tornati indietro di trent’anni esatti, ai conflitti feroci dei Balcani. Gli occhi attoniti che dai finestrini bucano il buio della notte sono gli stessi di allora, quelli di chi si è messo in salvo lasciandosi però alle spalle una vita intera: il proprio Paese, una casa e gli affetti più cari. Sgranati e dolenti – è bene ricordarlo – sono gli occhi che ci interrogano da ogni teatro di guerra.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Sugli autobus della salvezza</span></em></h4>
<p>Ci avviciniamo a uno dei pullman, l’autista – mentre la polizia di frontiera sta controllando i documenti e registrando gli ingressi – è sceso a fumare una sigaretta. Diretti a Pescara, sono partiti domenica all’alba da Chernivtsi, città in riva al fiume Prut, a 25 chilometri dal confine con la Romania. «Il viaggio è stato difficile – racconta mischiando italiano e inglese –, il Paese è nel caos, le donne e i bambini in fuga sono tantissimi. Appena saremo giunti a destinazione torneremo indietro a prendere altre persone in attesa. È una tragedia». Chiediamo se tra le donne a bordo ce n’è qualcuna che abbia voglia di raccontare. Scende Irma. È stremata, ma – in un italiano perfetto – cerca comunque con fatica le parole per dar forma alla propria odissea.</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">La storia di Irma, la storia di tutte </span></em></h4>
<p>«Ho portato via da Kiev mia figlia con la sua bambina di appena tre mesi – racconta –, mai ci saremmo aspettati che si arrivasse a questo. Abbiamo lasciato tutto quello che avevamo costruito con sacrifici enormi, ma soprattutto abbiamo dovuto lasciare i nostri familiari».</p>
<p>«Mio marito – racconta con la voce rotta dall’emozione – lavora in Italia, ma per il Natale ortodosso era rientrato per alcune settimane di vacanza, quando ha visto la piega che stava prendendo la situazione è rimasto per combattere, esattamente come mio genero. Mia madre invece è troppo anziana e malata per affrontare un viaggio come questo. Si rende conto cosa vuol dire, da un giorno all’altro avere la vita spezzata e la famiglia divisa in due? Eppure non potevamo fare altro, se fossero fuggiti anche i nostri mariti, chi sarebbe rimasto a difendere il nostro Paese, la nostra terra? Avremmo voluto rimanere anche mia figlia ed io, come molte altre donne su questo autobus, ma abbiamo la responsabilità dei nostri bambini e bambine, hanno tutto il futuro davanti e il diritto di vivere in un luogo dove non cadono le bombe». Per ora quel luogo sarà Foggia, lì abita infatti la sorella di Irma che darà loro una prima accoglienza. Quasi tutte le persone con cui parliamo hanno questa prospettiva, ricongiungersi temporaneamente con familiari o conoscenti che vivono e lavorano in Italia. Nel raccontare Irma si ferma un istante, raccoglie forze, parole e prosegue: «Sono arrabbiata, che colpa abbiamo noi? Siamo un popolo che ne ha passate tante, che lavora sodo per vivere meglio e far crescere il proprio Paese, cosa vuole Putin da noi?».</p>
<h4><em><span style="color: #ff6600;">Donne e bambini </span></em></h4>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2114" alt="Fernetti_1" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/Fernetti_1.jpeg" width="819" height="614" /></a>Saliamo in corriera e ci si stringe il cuore. I bambini e le bambine sono davvero tanti, molti di loro hanno pochi mesi e sono aggrappati alle proprie mamme. La nipotina di Irma ha la febbre alta, si sta valutando se chiamare un’ambulanza o proseguire. Poco prima di noi è salita una volontaria dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) che ha distribuito beni di prima necessità, anche le caramelle che hanno acceso il sorriso dei bambini. Intanto, gli occhi azzurrissimi di Maria, sei anni, ci seguono curiosi, ci chiede chi siamo. Quando scopre che siamo giornaliste è un po’ delusa dal fatto che non lavoriamo per la televisione, ma ci prega lo stesso di dire che lei e i suoi fratelli vogliono al più presto tornare a casa. È notte fonda e alcune delle donne dormono, sono ferme qui a Fernetti per il controllo dei documenti ormai da due ore. Livia ha poco più di vent’anni e un bimbo di due che la stringe forte: «È spaventato – racconta –, ha sentito le bombe cadere vicino casa, ha visto un palazzo in fiamme, ora non fa che stringermi. Spero che un giorno possa dimenticare». Olga invece di anni ne ha quasi cinquanta, sorride ogni volta che guarda suo figlio: «Essere riuscita a portarlo in salvo – spiega – è una gioia immensa, a volte devo toccarlo per dirmi che è vero, che sta bene e non è stato nemmeno ferito. Poi penso a mio marito e a mio fratello che stanno difendendo la nostra città e allora non riesco a trattenere le lacrime». Stiamo per scendere, ma ci ferma ancora un istante: «Scrivete che vi siamo grati – aggiunge – abbiamo visto che siete scesi in piazza in tutta Italia, non avete idea di quanto ci abbia scaldato il cuore. Non lasciateci soli, continuate ad aiutarci».<br />
Intanto, proprio nella mattinata di lunedì, l’Alto commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha fatto sapere che sono già mezzo milione i profughi ucraini che sono fuggiti dalla guerra, un numero destinato a salire nei prossimi giorni: se non si troverà una soluzione di pace, si stima che a lasciare l’Ucraina potrebbero essere anche sei milioni di persone.</p>
<p><em>Pubblicato sul numero di mercoledì 2 marzo 2022 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica».</em></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3.jpeg"><img class="aligncenter  wp-image-2116" alt="fernetti_3" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/03/fernetti_3-1024x768.jpeg" width="826" height="619" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Intervista &#124; 8 marzo con le «Resistenze femminili» di Marta Cuscunà</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2020 06:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[8 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[Booklovers]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1913" alt="forum" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/03/forum-217x300.jpg" width="217" height="300" /></a>È un filo rosso prezioso quello che lega – nel suo lavoro di ricerca artistica – il passato al presente. Sta nel desiderio profondo di libertà ed emancipazione che attraversa la storia e si rende visibile nella vita di donne forti e determinate. Quel filo, <a href="https://www.martacuscuna.it/" target="_blank">Marta Cuscunà</a>, lo cerca da sempre e lo tiene saldamente in mano. Non solo. Grazie alla sua straordinaria abilità narrativa ce lo porge con generosità: è la consapevolezza che solo una piena parità di diritti tra i generi farà progredire una società oggi così tanto in affanno. Alla vigilia dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, ci troviamo nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus. A isolarlo per primo in Italia, è stato un <a href="https://www.corriere.it/salute/20_febbraio_02/squadra-donne-che-ha-isolato-virus-notti-microscopio-poi-salti-gioia-06752d5c-460a-11ea-89f5-524fb04840d5.shtml" target="_blank">team di donne</a>, un’eccellenza del bel paese, eppure parecchia stampa nostrana si è permessa di chiamare quelle ricercatrici – titolate tanto quanto i colleghi uomini – <a href="https://www.corriere.it/scuola/universita/cards/coronavirus-non-chiamatele-signore-o-ragazze-sono-scienziate/tre-signore-meridionali_principale.shtml" target="_blank">«le ragazze dello Spallanzani»</a>. Che fare dunque? Cosa insegna la storia? Quale ruolo rivendicare (ancora) oggi? L’ho chiesto proprio all’autrice e performer di teatro visuale, Marta Cuscunà. È infatti fresco di stampa – pubblicato dalla <a href="https://forumeditrice.it/" target="_blank">Forum Editrice Universitaria Udinese</a> e sostenuto dalla Consigliera di Parità della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – il volume <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminili»</a> che raccoglie la trilogia dei suoi testi teatrali  su donne e uomini che, in tempi e luoghi diversi, hanno escogitato nuove forme di resistenza a una società sbilanciata al maschile («È bello vivere liberi!», «La semplicità ingannata» e «Sorry, boys»).</p>
<p><strong>Marta, il tuo lavoro tiene insieme storie di donne diversissime che, in tempi lontani tra loro, hanno giocato un ruolo importante nella rivendicazione di un’uguaglianza dei diritti, dalla staffetta partigiana Ondina Peteani alle Clarisse di Udine del Cinquecento. Cosa ci restituisce questo viaggio?</strong></p>
<p>«Innanzitutto la consapevolezza che i semi di questa rivolta delle donne per riuscire ad avere un ruolo nella società sono sparsi in diverse epoche, mentre nell’immaginario collettivo il femminismo e la rivendicazione dei diritti delle donne vengono fatti risalire quasi esclusivamente al ’68. È invece importante aver coscienza delle storie di tante donne che hanno coltivato questa utopia in epoche e contesti diversissimi».</p>
<p><strong>È un’utopia dunque?</strong></p>
<p>«Diciamo che è così che ce la rifilano, come un miraggio impossibile da raggiungere, invece le storie che ho incontrato sono vere e dunque possibili. Lasciano però l’amaro in bocca perché anche quelle lontanissime, penso proprio a “La semplicità ingannata” che approfondisce il tema della monacazione forzata e la presa di coscienza delle Clarisse di Udine, appunto nel Cinquecento, ci mostrano, purtroppo, analogie con la realtà contemporanea, a partire dagli squilibri che tuttora governano i rapporti tra uomini e donne».</p>
<p><strong>Eppure, proprio quelle suore Clarisse ci mostrano il grande beneficio che la società potrebbe trarre dalla parità, loro all’epoca trasformarono il  monastero in un centro di cultura.</strong></p>
<p>«Soprattutto non si accontentarono delle briciole che il sistema patriarcale concedeva loro con l’obiettivo di farle stare buone e mantenerle comunque dentro quel sistema che, ovviamente, le discriminava. È un insegnamento che ci deve mettere in guardia: ogni sistema concede briciole per accontentare chi rivendica qualcosa, ma le briciole non bastano per un cambiamento radicale del modello sociale. In questo tempo di crisi su ogni fronte – ambientale, economico e umanitario – abbiamo la dimostrazione che il modello patriarcale, che per secoli ci siamo portati dietro, è fallimentare e ha bisogno di essere cambiato».</p>
<p><strong>Non a caso anche in questi giorni di emergenza coronavirus i pregiudizi, derivanti da quel modello, non sono mancati…</strong></p>
<p>«Certo, la vicenda delle ricercatrici dello Spallanzani, ad esempio, sorprende perché siamo abituati ad avere degli eroi uomini. Qui, invece, sono donne e, per di più, non sono da sole, ma lavorano in team, sono comunità… ecco dunque che il sistema ha bisogno di parole rassicuranti e allora chiama quelle ricercatrici “ragazze”. Non dovremmo mai dimenticare, come continua a ripetere un’intellettuale come Michela Murgia, che le storie che ci raccontiamo costruiscono il mondo in cui viviamo e viceversa. Narrare storie diverse da quelle a cui siamo abituati può aiutarci a costruire un mondo nuovo».</p>
<p><strong>Quello che fai tu con la tua trilogia…</strong></p>
<p>«Sì, infatti nasce anche dal desiderio di narrare esempi positivi per riappropriarsi dell’idea di femminismo».</p>
<p><strong>E lo iscrivi in una dimensione comunitaria, Ondina Peteani, non fece la Resistenza per sé&#8230;</strong></p>
<p>«Addirittura si mise a disposizione di un Paese che pensava di poter fare a meno delle donne. Le storiche che si occupano del contributo che le donne diedero alla Resistenza, fanno emergere come a loro non fosse richiesto nulla: sarebbero potute restare a casa aspettando che la guerra e la dittatura si risolvessero. Parliamo di giovani donne, Ondina di anni ne aveva appena 17, che riuscirono a capire che il proprio contributo era fondamentale per cambiare il Paese e che la democrazia a cui aspiravano doveva prevedere un ruolo diverso per la donna. Conclusa la Resistenza però i loro stessi uomini le fecero tornare al “proprio posto”».</p>
<p><strong>E oggi – in mezzo a tutte queste crisi – c’è consapevolezza tra le giovani del ruolo da rivendicare?</strong></p>
<p>«Credo di sì, la trilogia va in scena da dieci anni, e mai come ora la mobilitazione giovanile, penso ai movimenti per il clima, ha avuto giovani donne come leader che, analogamente a Ondina, prendono la parola, si fanno carico di questa responsabilità. Non è un caso che proprio in questi giorni ci siano, da parte di chi le avversa, vergognosi attacchi che giocano proprio sul loro essere donne, umiliandone il corpo. È una storia che si ripete, è il prezzo del prendere parola in un mondo maschile. In questi dieci anni anche il movimento femminista è cambiato, è più globale, è diventato un’alleanza fortissima tra le donne. Credo che siamo arrivati a un punto di cui, un giorno, leggeremo sui libri di storia, un punto da cui non si torna più indietro».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Intervista pubblicata sull&#8217;edizione del 4 marzo 2020 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
<p>&nbsp;</p>
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