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	<title>Anna Piuzzi &#187; donne</title>
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		<title>Afghanistan &#124; Nilofar e Malalai: «Salvateci la vita e i sogni»</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 03:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
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		<description><![CDATA[«Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse far progredire il nostro Paese, senza il pensiero e la paura di doverci sposare per forza e dipendere da un uomo. E invece ora i nostri sogni sono diventati all’improvviso irrealizzabili. Viviamo un incubo, aiutateci: non dimenticatevi di noi e di tutte le altre donne afghane</em>». Hanno 14 anni <strong>Nilofar</strong> e <strong>Malalai</strong> (<em>i nomi sono di fantasia</em>) e le loro parole, i loro sguardi ti stringono il cuore togliendo il respiro. Gemelle, a quest’ora le due ragazze sarebbero dovuto essere in Italia, insieme alla loro famiglia, composta dalla mamma, una zia, un fratello adulto e altri sette bambini tra fratelli, sorelle e nipoti. Erano infatti stati tutti inseriti nelle liste italiane di evacuazione, ma a partire non ce l’hanno mai fatta: salvi per miracolo, si trovavano all’aeroporto di Kabul proprio nel momento dell’attentato kamikaze che il 26 agosto ha fatto oltre duecento morti, ponendo fine al ponte aereo per l’Italia. L’ostilità dei soldati americani ed inglesi prima, il caos seguito alla tragedia poi, hanno polverizzato in un istante la loro occasione di salvezza.</p>
<p>Le intervistiamo grazie a una videochiamata via Whatsapp: insieme a me c’è il fratello Ahmad, che vive e lavora in Friuli ormai da tempo. Anche lui, come molti, ha dovuto lasciare l’Afghanistan anni fa a causa delle continue minacce di morte talebane per aver collaborato con le forze Nato. Hanno occhi grandi e profondi queste due ragazze, occhi che tradiscono l’aver dovuto crescere in fretta e tutta l’amara tristezza per un futuro che sembrava possibile e che ora, invece, è sfumato. Raccontano che, dopo l’attentato all’aeroporto, sono scappate da Kabul per tornare nella loro provincia, da sempre controllata dai talebani: «<em>Viviamo nascoste – </em>spiegano<em> –, le ritorsioni contro coloro che erano nelle liste di evacuazione, ma non sono riusciti a partire, sono terribili. Soprattutto se si tratta di donne. I talebani stanno andando casa per casa, le notizie che arrivano sono tremende: picchiano, rapiscono e uccidono senza la benché minima pietà</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Sogni</span> <span style="color: #ff6600;">infranti</span></h3>
<p>Chiedo dei loro sogni. Nilofar, la più spigliata e loquace delle due, vuole fare la medica. Malalai invece – con un sorriso timido, ma pieno di luce – dice che ha sempre desiderato diventare giornalista. «<em>Non è mai stato facile crescere qui</em> – sottolineano –<em>, proprio perché i talebani sono ostili all’istruzione e alla cultura, nelle scuole ci sono sempre stati continui attentati, le ragazze vengono rapite, le insegnanti prese di mira, ma tutto questo non ci ha mai fermate: nonostante i rischi, abbiamo continuato ad andare a lezione, perché per noi è importantissimo. Ora però è tutto finito, vorremmo proseguire gli studi, ma anche potendo, non ci verrà mai concesso di lavorare</em>». «<em>Ci riempie di gioia</em> – aggiungono – <em>sapere che invece, in altre parti del mondo, come da voi in Italia, le donne possono vivere nella libertà e diventare quello che desiderano. Vi chiediamo allora di non dimenticarci, di non lasciarci sole, di continuare a parlare di noi, a interessarvi di quel che ci accade. Fate sentire la nostra voce, qui è peggio di quel che potete immaginare. Non lasciate che ci annullino, aiutateci ad essere qualcuno. Aiutateci ad usare le nostre capacità per le donne che saranno dopo di noi</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">«Salvate almeno i bambini»</span></h3>
<p>Fa capolino nel video la piccola <strong>Fauzia</strong>, nipote delle gemelle e figlia di Ahmed. Ha sette anni, un piglio deciso e lo sguardo vivace, le poniamo la più banale delle domande: «<em>Fauzia, ti piace studiare?</em>». «<em>Certo</em> – risponde –. <em>Ma</em> – rilancia – <em>non lo sapete che qui c’è la guerra e non mi lasceranno più andare a scuola?</em>». Intervengono anche la mamma e la nonna della piccola. Due donne forti, la prima ha 25 anni, la seconda 45. Ahmed mi racconta con orgoglio che sua madre ha tenuto testa più volte e senza paura ai talebani. Intanto, la più giovane delle due ci dice di aver perso le speranze di raggiungere l’Italia, ma aggiunge: «Vi imploro, fate venire da voi almeno i bambini, loro hanno tutta la vita davanti». «Cerchiamo di resistere – le fa eco la madre di Ahmed –, ma non so per quanto, manca tutto, acqua, cibo, medicine. Il bimbo più piccolo non mangia, è traumatizzato dai corpi straziati dei morti che ha visto in aeroporto dopo l’attentato. E non possiamo nemmeno andare da un medico. Trascorriamo i nostri giorni aspettando solo che vengano a sgozzarci».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Immobilità internazionale</span></strong></h3>
<p>In queste ore sono numerose le persone che si stanno mobilitando per questa ed altre famiglie: venerdì 3 settembre in piazza Matteotti a Udine, ad esempio, un centinaio le persone che hanno risposto all’appello a manifestare delle «<strong>Donne in nero</strong>». Ma le risposte che arrivano – soprattutto dai politici, anche del nostro territorio, con ruoli nazionali – sono laconiche e formali: «al momento non si può fare nulla», «vedremo», «faremo». E aggiungono: «<em>Ora l’obiettivo è la massima assistenza alla popolazione afghana, a partire dalla “seconda fase”, su cui tutta la comunità internazionale si dovrà impegnare</em>». Già, nel frattempo, nell’attesa della “seconda fase” c’è chi cerca – oltre ogni nostra immaginazione – di sopravvivere all’indicibile.<br />
Una buona notizia giunge mentre il giornale sta andando in stampa; nella sua informativa al Senato, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha dichiarato: «C’è rammarico e forte preoccupazione per chi non è riuscito a partire dall’Afghanistan e la Difesa offre piena disponibilità per eventuali ulteriori operazioni di evacuazione dal Paese».</p>
<p>Pubblicato sull’edizione dell’8 settembre 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
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		<title>Violenza sulle donne. In Friuli V.G. 700 casi l&#8217;anno. Intervista con Costanza Stoico</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Nov 2019 04:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[25 novembre]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[centri antiviolenza]]></category>
		<category><![CDATA[Costanza Stoico]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[violenza sulle donne]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno sono circa 700 le donne che in Friuli-V.G. si rivolgono ai Centri antiviolenza per chiedere aiuto nella speranza di uscire dalla gabbia di violenza – fisica, sessuale, piscologica ed economica – in cui mariti, compagni e fidanzati le hanno costrette (<a href="https://www.consiglio.regione.fvg.it/cms/pagine/commissione-pari-opportunita/03_donne-contro-la-violenza/Centri_antiviolenza_1" target="_blank">qui indirizzi e numeri di telefono</a>). Cifre allarmanti su cui è necessario riflettere. Un’occasione è la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_per_l%27eliminazione_della_violenza_contro_le_donne" target="_blank">«Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne»</a>, il 25 novembre. Numerose le iniziative su tutto il territorio regionale con l’obiettivo di favorire un radicale cambio culturale. Ne abbiamo parlato con <strong>Costanza Stoico</strong> (<em>nel riquadro</em>), presidente dell’Associazione di Criminologia Forense e di Vittimologia del Friuli-V.G. e coordinatrice del progetto «Casa Noah», Comunità protetta, a Udine, rivolta a donne e bambine vittime di <a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/costanza_stoico.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-1875" alt="costanza_stoico" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2019/11/costanza_stoico-282x300.jpeg" width="282" height="300" /></a>ogni forma di violenza.<br />
<strong>La cronaca continua a registrare casi di femminicidio…</strong><br />
«È un fenomeno antichissimo, Anna Pasquinelli, dell’Università di Tor Vergata, ha studiato 150 mila epigrafi contenenti tracce, nell’antica Roma, di stalking e femminicidi, si tratta di vissuti similissimi a quelli che leggiamo oggi. Una storia che non si ferma, nel 2018 sono stati 106».<br />
<strong>E tanta violenza quotidiana.</strong><br />
«Dal 2008, cioè da quando la Commissione Pari Opportunità raccoglie i dati, in regione annualmente circa 700 donne si riferiscono ai centri antiviolenza».<br />
<strong>E c’è chi non denuncia.</strong><br />
«Il sommerso è enorme. Le donne che per questioni economiche, culturali o sociali non si recano agli sportelli è grande. C’è poi la paura di non essere credute. L’uomo violento gioca su questo fatto, manipola, ricatta, fa sentire la donna inadeguata. Ho seguito una signora che ha vissuto 30 anni di angherie: è dura ammettere che l’uomo con cui hai convissuto, con cui hai avuto figli, che hai amato ti ha usato violenza».<br />
<strong>Spesso, appunto, ci sono anche dei figli di mezzo.</strong><br />
«Nella maggioranza dei casi. Lavoro con questi bambini dal 1996. Oggi in particolare mi occupo degli “orfani speciali”, i bimbi cioè che hanno vissuto l’indicibile esperienza del papà che ha ucciso la loro mamma. Una realtà che esiste anche nella nostra regione, pensiamo alla figlia di Lisa Puzzoli, quando l’ex compagno uccise la sua mamma aveva solo 2 anni, oggi ne ha 9. Ci sono poi i bambini di Romina Ponzalli, quando venne uccisa, nel 2004, avevano 4 e 6 anni. A livello nazionale ci sono 2 mila “orfani speciali” tra i 5 e i 14 anni. Per fortuna dal 2018 c’è una legge che li tutela».<br />
<strong>Chi sono le donne che si recano ai centri antiviolenza della regione?</strong><br />
«È un fenomeno orizzontale, nella maggioranza dei casi parliamo di donne che hanno un diploma di scuola superiore e che sono occupate. Negli ultimi anni sono in aumento coloro che denunciano la violenza psicologica anzichè quella fisica, e cominciano ad essere molte le donne tra i 40 e i 60 anni. Nel 2008, invece, i dati registravano l’assoluta prevalenza di donne tra i 24 e i 44 anni e che denunciavano violenza fisica».<br />
<strong>Segno di una crescente consapevolezza?</strong><br />
«Certamente, ci sono donne anche di 60 o 70 anni che scelgono di uscire dall’ombra. Un tempo sarebbero rimaste nel silenzio».<br />
<strong>Andiamo a prima della violenza. Come fa una donna a scivolare nella rete di questi uomini?</strong><br />
«Si tratta di manipolatori narcisisti, molto abili nel presentarsi e manifestarsi in una maniera diversa da come sono in realtà. Antonella, la mamma di Nadia Orlando, dice sempre “sembrava il classico principe azzurro”. Mariella, la mamma di Lisa Puzzoli, dice “era il partito d’oro”. Dunque sono uomini che si pongono benissimo, seducono non solo la ragazza, ma anche la famiglia».<br />
<strong>Come si muovono poi?</strong><br />
«Hanno due parole d’ordine: potere e controllo. Una volta agganciata la fiducia delle ragazze e delle famiglie danno inizio a un abile lavoro di “ritaglio”».<br />
<strong>Cosa intende?</strong><br />
«In primo luogo fanno in modo che vengano recise le reti amicali. Poi iniziano a dire che la famiglia ostacola il rapporto di coppia e tagliano anche quel legame. Se poi le convincono a lasciare il lavoro, le donne si trovano senza risorse per potersene andare. E con rapporti spezzati è difficile anche il ritorno in famiglia. Romina Ponzalli veniva picchiata tutti i giorni, ma si vergognava a raccontarlo ai genitori. Quando queste donne hanno deciso di dire “no” la risposta è stata violentissima».<br />
<strong>Nonostante la “seduzione” anche della famiglia, a quali campanelli di allarme un genitore deve fare attenzione?</strong><br />
«Quando nota o scopre che il fidanzato prende il cellulare della ragazza e legge i messaggi. Un altro dato è il cambio completo delle zone di frequentazione. La mamma di Nadia racconta sempre che avevano cominciato ad andare in cinema o ristoranti fuori mano. È per evitare di incontrare amici. C’è poi un iper-controllo anche dell’abbigliamento: è lui a dire cosa indossare».<br />
<strong>In regione la rete del territorio sta dando risposte.</strong><br />
«Indubbiamente, in questa regione si sta facendo moltissimo. Penso alle numerose “panchine rosse” che saranno inaugurate in questi giorni, sono un simbolo che serve a destare la nostra attenzione, è lì a dirci che in ogni Comune ci sono ragazze che stanno vivendo una situazione di violenza e noi dobbiamo sapere che è difficile, per chi ne è vittima, denunciarla».<br />
<strong>E poi c’è l’educazione…</strong><br />
«Educare i giovani al rispetto e parlare di questi temi, fin da piccoli. Scuola, istituzioni e comunità hanno una grandissima responsabilità. E poi c’è il trattamento degli uomini violenti».<br />
<strong>Dà risultati?</strong><br />
«Mi sono formata al Cam, il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti, di Firenze, un’eccellenza su questo fronte. Sono pochi i casi in cui gli uomini decidono di seguire un percorso di propria iniziativa. Spesso sono le mogli e le compagne a chiederlo. Altre volte sono i servizi a imporlo. Non tutti vengono portati a termine, ma dove succede i risultati ci sono, il cambiamento è possibile. Certo, non è facile e non avviene nell’immediato».</p>
<p>Intervista pubblicata nel «Grandangolo» del settimanale diocesano di udine «La Vita Cattolica» di mercoledì 24 novembre 2019.</p>
<p>&nbsp;</p>
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