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	<title>Anna Piuzzi &#187; Storie</title>
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		<title>30 anni fa il genocidio di Srebrenica. La storia di Ferida, madre di Srebrenica</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 06:17:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una natura generosa quella che abita la Bosnia orientale, con le sue montagne dal profilo dolce, i boschi fitti e fiumi di rara bellezza. Non fa eccezione Srebrenica. Appena fuori dalla città lasciamo la strada principale, attraversiamo un ponticello e imbocchiamo un sentiero pieno di tornanti. Ci vogliono sette chilometri, nel verde più assoluto, per arrivare a un prato attorno a cui si affacciano tre case. Solo una è abitata. Ferida Jusić ci accoglie con un sorriso che le accende gli occhi e increspa le rughe che le solcano il viso. Ha 74 anni Ferida, è una donna minuta, magrissima. Soprattutto, è una delle “madri di Srebrenica”: le donne che l’11 luglio del 1995 videro i propri figli maschi inghiottiti dal buio dell’ultimo genocidio d’Europa, il genocidio di Srebrenica.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;">I giorni del luglio 1995</span></h5>
<p>«<em>Non c’è notte in cui io non pianga</em>» è la prima cosa che dice dopo averci fatto sedere attorno al grande tavolo, all’ombra di un bel pergolato: un angolo dell’orto che, prima della guerra, deve aver accolto momenti pieni di gioia. «<em>Avevamo una vita semplice, ma felice</em> – racconta la donna –. <em>Sono stata fortunata, mi sono sposata e ho avuto quattro figli, tre maschi e una femmina. Poi tutto è precipitato</em>». Nel luglio del 1995 – dopo tre anni di assedio di quella che l’Onu aveva dichiarato “area protetta” e in cui erano confluiti migliaia di sfollati – la città cadde in mano alle forze serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. La storia della famiglia di Ferida è la stessa di tante altre famiglie. Gli uomini disarmati provano a rifugiarsi nei boschi e raggiungere Tuzla che è invece controllata dai bosgnacchi (<i>bosniaci di fede musulmana</i>). Un tentativo di salvezza che verrà chiamato “<a href="https://www.balcanicaucaso.org/Transeuropa/Srebrenica-Marcia-della-Pace-2024" target="_blank">marcia della morte</a>”: gran parte di quegli uomini sarà infatti intercettata, fermata, trucidata. Le donne invece si dirigono verso Potočari, nella vecchia fabbrica di batterie dove ha sede il compound dei caschi blu dell’Onu. La convinzione di tutti è che le Nazioni Unite li proteggeranno. Accadrà il contrario, le Nazioni Unite lasceranno fare. Addirittura parte dei soldati del battaglione olandese (<a href="https://www.agi.it/estero/news/2025-07-07/srebrenica-responsabilita-olanda-32219335/" target="_blank">Dutchbat</a>) abuserà delle donne e gozzoviglierà insieme ai paramilitari serbi dell’unità degli Skorpioni. Arrivato a Srebrenica, Mladić convoca in un albergo due ufficiali olandesi, li intimidisce facendo sgozzare un maiale nel cortile. Ottiene tutto ciò che vuole: la consegna dei maschi, perfino la benzina per trasferirli. Quello che è stato messo in piedi è un meccanismo di morte razionale e meticoloso ideato e coordinato nelle settimane precedenti dal colonello <a href="https://www.icty.org/x/cases/beara/ind/en/bea-ii020326e.htm" target="_blank">Ljubiša Beara</a> (lo scrittore Ivica Đikić lo racconta in modo illuminante nel libro <em><a href="https://www.bottegaerranteedizioni.it/product/metodo-srebrenica-nuova-edizione/" target="_blank">Metodo Srebrenica</a></em>). I maschi dai 17 ai 70 anni vengono divisi dalle donne che – insieme a vecchi e bambini – sono caricate su autobus che le portano nei territori controllati dai bosgnacchi. Anche gli uomini vengono caricati su autobus, ma vengono smistati in luoghi diversi, anche molto distanti: a Kravica, Zvornik, Pilica e altri ancora. Qui nel giro di una manciata di giorni vengono tutti uccisi e poi seppelliti in fosse comuni. Le uccisioni accertate sono 8372.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">I morti di Ferida</span></strong></h5>
<p>«<em>Tra quanti provarono a raggiungere Tuzla</em> – racconta Ferida – <em>c’erano anche i miei tre figli, mio marito e i miei tre fratelli. Ricordo benissimo il momento in cui, arrivati al fiume, ci siamo separati: loro sono saliti nei boschi. Mia figlia, mia nuora incinta e io siamo andate Potočari. Degli uomini della mia famiglia si è salvato solo il più giovane dei miei figli. Gli altri sono stati tutti uccisi. Ci sono voluti anni perché fossero ritrovati e identificati i resti dei loro corpi. Ho potuto seppellire i figli, Dževad (23 anni) nel 2013 e Vahid (20) nel 2014. Mio marito non l’ho ancora ritrovato. Nel 2022 è stato rinvenuto un altro osso del corpo di Vahid, rivivere il dolore della sepoltura è stato perfino peggio della prima volta</em>». Le fosse comuni sono state più volte aperte e i corpi trasportati in luoghi diversi della Bosnia, dando vita a quelle che sono definite “fosse secondarie e terziarie”, un modo per occultare le prove dei crimini commessi e per amplificare a dismisura il dolore dei familiari. Ad oggi sono ancora un migliaio i corpi che attendono di essere identificati.</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Al memoriale di Potočari</span></strong></h5>
<p>Venerdì 11 luglio, come ogni anno, si terrà la celebrazione per ricordare il massacro, cerimonia quest’anno ancora più sentita perché ricorre il trentennale. Nella distesa di migliaia di lapidi bianche del cimitero che è parte del memoriale di Potočari (nella vecchia fabbrica c’è l’emozionante museo della memoria) saranno seppellite le persone identificate nei mesi scorsi. Tra loro anche una donna, Fata Bektić, di 67 anni. Insieme a lei due ragazzi di 19 anni appena, Senajid Avdić e Hariz Mujić, e poi Hasib Omerović (34), Sejdalija Alić (47), Rifet Gabeljić (31) e Amir Mujčić (31). Di queste persone verranno sepolte solo poche ossa.</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>Srebrenica oggi</strong></span></h5>
<p>E cos’è oggi di Srebrenica? I numeri parlano chiaro, è una città svuotata, basta un giro lungo le vie cittadine per rendersene conto, le tante serrande abbassate sono eloquenti. Secondo l’ultimo censimento affidabile, quello del 2013, risiederebbero nel distretto 11 mila persone, molte delle quali però vivono all’estero. Ci spiegano che ad abitare effettivamente qui sono neanche 5 mila persone. Nel 1991, all’epoca dell’ultimo censimento della Jugoslavia, erano 37 mila. Le famiglie bosgnacche hanno iniziato a ritornare nel 2002, nonostante tutte le difficoltà e spesso ritrovandosi le case occupate dai serbi. Anche Ferida è tornata in quell’anno. «<em>Vivere da sola in mezzo al bosco non è facile, lavoro l’orto e questo mi aiuta a non impazzire. Questo luogo</em> – ci spiega – <em>anche se isolato era pieno di vita, oggi sono rimasta solo io, ma non voglio lasciare questa casa dove abitano tutti i miei ricordi</em>».</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><strong>La memoria</strong></span></h5>
<p>Anche la memoria è un percorso accidentato. Gli accordi di Dayton – che pochi mesi dopo il massacro di Srebrenica, nel 1995, misero fine alla guerra – cristallizzarono la situazione, avallando i risultati della pulizia etnica compiuta dai serbo-bosniaci, ideando un farraginoso sistema istituzionale fondato su due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (che comprende i territori a maggioranza bosgnacca e croata) e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Le velleità secessioniste del presidente di quest’ultima, lo <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Guerra-e-pace-di-Milorad-Dodik-236632" target="_blank">spregiudicato Milorad Dodik</a>, fanno sì che la situazione sia sempre sull’orlo della crisi. È in questo contesto che il genocidio di Srebrenica non viene quindi riconosciuto. Gli stessi luoghi dove avvenne la mattanza ne sono la riprova. A <strong>Kravica</strong> l’edificio usato per <a href="https://balkaninsight.com/2023/07/13/srebrenica-mothers-commemorate-1300-men-killed-in-mass-execution/" target="_blank">ammassare e poi uccidere 1.313 bosgnacchi</a> è stato ridipinto, sistemato e recintato, tornando a essere sede di una cooperativa agricola. Nemmeno una piccola targa ricorda quello che lì dentro è accaduto. A <strong>Pilica</strong>, la “casa della cultura” (nel cuore del paese, sulla strada principale), <a href="https://onms.nenasilje.org/2019/culture-centre-in-pilica-zvorniik/?lang=en" target="_blank">dove vennero ammazzate cinquecento persone</a>, molto più semplicemente viene lasciata cadere a pezzi. A inizio anno a un gruppo di documentaristi del Memoriale di Srebrenica voleva riprendere alcune immagini all’interno dell’edificio, ma è stato loro impedito di lavorare dalle autorità locali. L’ingresso è infatti interdetto a chiunque, soprattutto a quanti vogliano ricordare i propri cari. Noi riusciamo a entrarci, per pochi minuti, di nascosto, prima che arrivi la polizia. L’interno è spettrale. L’indomani la guida del Memoriale ci chiederà come abbiamo fatto ad entrare visto che la cittadinanza si allerta subito appena qualcuno si muove lì attorno. Anche qui, ovviamente, nemmeno una targa. Fuori però hanno pensato bene di realizzare un monumento per onorare i soldati serbo-bosniaci.</p>
<p>E a noi, oggi, cosa dice Srebrenica? «<em>Dalla Bosnia fino a oggi, fino a Gaza, il mondo è diventato un unico grande caos in cui l’aggressore e l’aggredito sono messi sullo stesso piano</em> – spiega con amarezza il giornalista <strong>Paolo Rumiz</strong> –. <em>Sono stanco di vedere guerre che si potrebbero evitare con il dialogo, ma purtroppo abbiamo perso la bellezza e la fatica delle parole giuste</em>». Gli fa eco l’attrice e documentarista <strong>Roberta Biagiarelli</strong> che, con Rumiz, ha realizzato il bellissimo podcast <a href="https://open.spotify.com/show/0e5QiHzTyCDO6I6eQJ7PsZ?si=2fb7d056d9214583" target="_blank">Srebrenica: il genocidio dimenticato</a> (ascoltatelo!). «<em>Oggi è chiaro</em> – spiega nel podcast – <em>che le guerre jugoslave non furono un rigurgito medievale, ma l’anticipazione del mondo attuale, sempre più diviso e più violento. Srebrenica, purtroppo parla al nostro presente</em>».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Anche questo incontro e la visita al memoriale di Potočari sono avvenuti nel contesto della missione di Ospiti in Arrivo, a inizio maggio, di cui ho scritto <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-bosnia-con-ospiti-in-arrivo-prima-parte-i-morti-senza-nome-sulla-rotta-balcanica/" target="_blank">a questo link</a>. E anche in questo caso un grandissimo grazie va Nihad Suljić, attivista, compagno di battaglie e amico.</p>

<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_1/' title='Srebrenica_1'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_1.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_2/' title='Srebrenica_2'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_2.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Ferida e Nihad" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_3/' title='Srebrenica_3'><img width="1600" height="773" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_3.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il cimitero accanto al memoriale di Potočari" /></a>
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<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_5/' title='Srebrenica_5'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_5.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_6/' title='Srebrenica_6'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_6.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Le scarpe di quanti hanno perso la vita durante la &quot;marcia della morte&quot; - Memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_7/' title='Srebrenica_7'><img width="1600" height="1199" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_7.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/30-anni-fa-il-genocidio-di-srebrenica-la-storia-di-ferida-madre-di-srebrenica/srebrenica_8/' title='Srebrenica_8'><img width="1600" height="1200" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2025/07/Srebrenica_8.jpeg" class="attachment-post-boxed" alt="Il memoriale di Potočari" /></a>

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		<title>Come sarà quella carbonara?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2024 15:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Anche per voi le liste della spesa – soprattutto se sdrucite o accartocciate – sono irresistibili?</div>
<div>
<div dir="auto">Questa – corta corta e abbandonata in terra – l’ho trovata venerdì, a Pradamano. Mi son persa via a tradurla, a “filarci sopra”. E sabato l’ho usata per un laboratorio sul “narrare le migrazioni”, perché immaginare la storia che può portare con sé un pezzetto di carta è un buon esercizio per allenare la curiosità.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Dunque, appurato che la lingua della lista è il rumeno, da quanto tempo starà in Friuli la persona che l’ha scritta? È arrivata pre o post ingresso della Romania nell’Ue? O forse addirittura prima, quando a Bucarest c’era ancora Ceaușescu? E in questo caso, quanto rocambolesca è stata la sua fuga dal Paese?</div>
</div>
<div>
<div dir="auto">Ma soprattutto, da chi ha imparato a fare la carbonara? Dai vicini di casa, da un collega di lavoro o dall’Artusi? C’è un incrocio di vite da raccontare?</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">E la carbonara che cucina è “da manuale” o una contaminazione di sapori?</div>
<div dir="auto">E, certo, come mai tutta questa<em> “apă, apă, apă”</em> da comprare?</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Chiaramente, al laboratorio (senza che lo sapessi), poteva non esserci un ragazzo rumeno? L’indovinello sulla lingua della lista è quindi durato meno di un secondo e mezzo, ma è stata interessante la sua osservazione: «Mi ha spiazzato vedere un testo in romeno: sono qui da quando ero bambino e non avevo considerato la possibilità di trovare la mia lingua in un laboratorio in cui si parla di migrazioni». Quando si dice i punti di vista e il vissuto personale. Poi da lì un mondo che si apre, il desiderio di raccontarsi, la magia di qualcuno che ti regala la sua storia.</div>
</div>
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		<title>A Tarcento nasce Casa Langer, spazio dove reimmaginare il futuro</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Sep 2023 11:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>È una luce bellissima quella che si è accesa alle porte dell’Alta Val Torre. Ha la forma di una casa e porta il nome di un sognatore. Soprattutto, è un’idea che cammina sulle gambe di tre giovani che, come lui, sono meravigliosamente visionari. Ma andiamo con ordine. Siamo a Tarcento dove i tre giovani in questione hanno dato vita a <a href="https://www.instagram.com/casalanger/" target="_blank">Casa Alexander Langer</a>, un centro culturale (anche se definirlo così è riduttivo) che sarà inaugurato sabato 9 e domenica 10 settembre con una “due giorni” fitta di iniziative.</p>
<p>Loro – tutti under 30 – sono <a href="https://www.instagram.com/paolostradaioli/" target="_blank"><strong>Paolo Stradaioli</strong></a>, <a href="https://www.instagram.com/s.ghein/" target="_blank"><strong>Giulia Guanella</strong></a> e <a href="https://www.instagram.com/camilla_tuccillo/" target="_blank"><strong>Camilla Tuccillo</strong></a>. Stradaioli, originario di Perugia, vive a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden ed è dunque la “penna” del gruppo. Guanella vive invece in provincia di Como, è progettista di spazi culturali, sta per laurearsi in Antropologia culturale e si occupa della parte grafica e artistica del progetto.</p>
<p>Infine, anima dell’iniziativa, c’è Camilla Tuccillo (<em>nella foto</em>) che lavora nell’ambito della Strategia nazionale per le aree interne (Snai) in Friuli Venezia Giulia. Laziale, Camilla dopo Torino (dove ha studiato biologia) e Trieste (dove ha studiato comunicazione della scienza) ha scelto Lusevera per realizzare il grande desiderio di vivere in montagna. A influenzarla è stato l’incontro con Alexander Langer. Tra le pagine dell’ambientalista e pacifista trentino, si è infatti ritrovata nella visione del mondo di una persona che non c’è più, ma che aveva saputo guardare lontano, indicando ben prima di altri, la strada del dialogo dei popoli, dell’attenzione per i margini e della cura dell’ambiente. Ora a Lusevera è dentro quella visione, sperimenta il margine, il confine, l’incontro.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/camilla.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2201" alt="camilla" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2023/09/camilla.jpg" width="868" height="900" /></a></p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Reimmaginare i luoghi</span></strong></h5>
<p>«Casa Langer – spiegano – nasce dall’idea e dalla volontà di tre persone con storie personali e professionali differenti che si sono incontrate quasi per caso tra le montagne del Friuli e grazie al sostegno della Fondazione Pietro Pittini. È un luogo fisico, ha pareti e finestre, affaccia su una strada. A questo luogo corrispondono una via e un numero civico, un preciso paese e una complessa area geografica: via Dante Alighieri numero 7, Tarcento, alle porte dell’Alta Val Torre. Tale scelta risponde all’esigenza di reimmaginare i luoghi che abitiamo. Negli ultimi anni, infatti, capita spesso che le persone – e in particolare i giovani – scelgano la città come luogo per fiorire. Casa Alexander Langer vuole contribuire a invertire questa narrazione dimostrando la potenza culturale e di immaginazione che può nascere da una comunità radicata nel territorio. “Avanguardia” è un’altra parola che abbiamo scelto per descrivere questa Casa. Avanguardia come pagina bianca, dove anche una sola lettera è visibile, dove poter scarabocchiare la propria volontà di esprimersi e al tempo stesso ascoltare le vocazioni del territorio e delle persone che lo conoscono e lo vivono». «Alexander Langer – proseguono – ha vissuto da “ponte” e noi vogliamo imparare a fare lo stesso: mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Collocarci consapevolmente ai confini e coltivare in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione».</p>
<p>Tante le attività (molte già in calendario) che verranno proposte durante tutto l’anno: «Come detto, vogliamo rivolgerci in particolare ai tanti giovani presenti sul territorio in cerca di uno spazio di cultura permanente, ma anche a bambini e bambine che potranno sprigionare creatività e immaginazione in un luogo che un giorno sarà loro».</p>
<h5><strong><span style="color: #ff6600;">Il programma dell’inaugurazione e non solo</span></strong></h5>
<p><strong>Sabato 9 settembre</strong> l’apertura di «Casa Langer» è prevista alle 15 con l’inaugurazione della mostra «Animali bellissimi» con l’esposizione (fino al 24 settembre) delle tavole originali dell’omonimo libro scritto e illustrato da Daniela Pareschi e edito da ilBarbagianni. Un avvio, dunque, all’insegna della diversità, dell’unicità e dei nuovi punti di vista. Alle 16.30 sarà illustrato il progetto, seguirà un aperitivo. Domenica alle 10.30 laboratorio per bambini con Daniela Pareschi e per adulti (Disegnare un fiume) con l’illustratrice Caterina Di Paolo. Nel pomeriggio, dalle 15 alle 20, nuovo appuntamento di Peçots Party, l’ormai famoso appuntamento per lo scambio dei vestiti. Alle 18 musica di Francesco Imbriaco.</p>
<p>In calendario c’è anche un laboratorio che sarà replicato tre volte: i primi due appuntamenti (16 e 17 settembre) sono dedicati a bambini e bambine dai 6 ai 10 anni, mentre il terzo (24 settembre) per persone più adulte. Quest’ultimo incontro coinciderà con l’ultimo giorno di esposizione della mostra e rappresenterà un’ottima occasione per dialogare sui temi che si nascondono e allo stesso tempo emergono tra le opere esposte.<br />
<a href="https://sites.google.com/view/casalanger/home" target="_blank">Qui tutto il sito internet di Casa Langer.</a></p>
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		<title>L&#8217;ultimo libro di Božidar Stanišić e le radici nel Paese che non c&#8217;è più</title>
		<link>http://www.annapiuzzi.it/lultimo-libro-di-bozidar-stanisic-e-le-radici-nel-paese-che-non-ce-piu/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 05:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accoglienza]]></category>
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		<description><![CDATA[Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti da noi stessi lo siamo sempre stati, oggi – assediati dalla pandemia – ancora di più. Così, spesso, sfugge alla nostra attenzione quel che accade al di fuori del bel paese. Figurarsi l’avere a cuore quanto quegli accadimenti lasciano, come un solco, nella vita degli altri. Ad aprile saranno 30 anni dall’inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina e il 2022 si apre, per il Paese dei Balcani occidentali, con minacciose inquietudini che fanno scricchiolare la sua fragile struttura. Eppure la memoria di quella che per noi fu una “guerra in casa” l’abbiamo archiviata e, allo stesso tempo, abbiamo smesso di curarci di quanto, ancora, il senso di sradicamento abiti la vita delle migliaia di famiglie che lasciarono la Bosnia per trovare rifugio in Europa, tantissime anche in Friuli.</p>
<p>A mostrarcelo con lucidità e dolcezza – accompagnate dalla sua inconfondibile ironia – è, ancora una volta, <strong>Božidar Stanišić</strong>, da poco in libreria con il suo ultimo lavoro, <a href="https://marottaecafiero.it/le-zanzare/286-la-cena-9788831379380.html" target="_blank">La cena</a> (Marotta&amp;Cafiero), il cui sottotitolo è decisamente eloquente: «Avanzi dell’ex-Jugoslavia». Classe 1956, nato a Visoko, Stanišić è stato docente di letteratura in un liceo di Maglaj (nel nord della Bosnia) fino al 1992, quando – rifiutando di schierarsi e opponendosi alla violenza del conflitto –, fuggì dalla guerra civile. Da allora vive in Friuli, a Zugliano. Con una scrittura pulita, diretta e incalzante, Stanišić porta i lettori nella vita di personaggi non solo efficaci, ma anche tratteggiati in maniera da farceli via via diventare familiari, grazie alla sua straordinaria arte di raccontare che affonda le radici nei classici della letteratura slava, da Ivo Andrić a Danilo Kiš, passando per Meša Selimović.</p>
<p>Le storie narrate sono quelle di gente che se ne va, senza ritorno, la cui esistenza è attraversata, da un giorno all’altro, da un confine che resterà per sempre, quello che segna la vita “di qua e di là”. Uomini e donne che nel ricostruire e ricominciare, trasmettono – senza volerlo – il proprio trauma anche ai figli. Non a caso in «La penna dell’uccello inquietudine», uno dei cinque racconti che compongono il libro, è Drenka, la figlia più piccola di una coppia di immigrati bosniaci, nata e cresciuta in Italia, a trovarsi spiazzata da una pioggia di domande: «<em>[…] fui sorpresa da un’idea: quale sarebbe stata la loro e la mia vita se non ci fosse stata la guerra in Bosnia? Da che cosa era nata quell’idea, da quale recesso dentro di me, e perché proprio quella notte? Perché ci sono domande che si addormentano in noi come i dormienti stregati di una vecchia fiaba?</em>».</p>
<p>Le cinque storie pur diverse tra loro, soprattutto ambientate in luoghi differenti (da Milano a Toronto), hanno tratti e vissuti che le accomunano, a partire dalle voci narranti che sono quelle dei figli impegnati a dar conto di genitori ancora legati alla terra di origine, che parlano il serbo-croato-bosniaco, vivono l’esperienza della diaspora, affannati a rincorrere una lingua che non padroneggiano del tutto e lavori precari non rispondenti certo a quelli che facevano nelle proprie vite precedenti, in un Paese, la Jugoslavia, che oggi non c’è più.</p>
<p>Cinque storie generose che emozionano e fanno riflettere, ma strappano anche più di qualche sorriso (divertentissimo il contesto del primo racconto «La cena»), perché, lo abbiamo già detto, l’ironia è cifra stilistica di Stanišić. Non da ultimo, si tratta di un libro la cui lettura è accompagnata da una veste grafica inusuale e davvero bella, in cui si alternano immagini, suggerimenti musicali di ascolto (seguiteli!) e pagine dal fondo nero e i caratteri bianchi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-2097" alt="la_cena_int" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2022/01/la_cena_int-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a></p>
<p>Insomma, Stanišić ci offre l’occasione per scoprire una giovane casa editrice indipendente, la <a href="https://marottaecafiero.it/" target="_blank">Marotta&amp;Cafiero</a>. Realtà che pubblica libri completamente ecologici, ma sopratutto che ha base nel difficile quartiere di Scampia, a Napoli, e che è stata dedicata al cugino dei titolari, Antonio Landieri, vittima innocente di camorra: un ragazzo disabile di 25 anni ucciso per errore, proprio a Scampia, durante una faida tra clan. Il loro motto? «<em>Dove prima si vendeva la droga, oggi si spacciano libri</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Božidar Stanišić/ La cena / Marotta&amp;Cafiero / 242 pagine / 15 euro</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p>Recensione pubblicata sull&#8217;edizione del 4 gennaio 2022 del settimanale diocesano di Udine.</p>
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		<title>Afghanistan &#124; Nilofar e Malalai: «Salvateci la vita e i sogni»</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 03:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse far progredire il nostro Paese, senza il pensiero e la paura di doverci sposare per forza e dipendere da un uomo. E invece ora i nostri sogni sono diventati all’improvviso irrealizzabili. Viviamo un incubo, aiutateci: non dimenticatevi di noi e di tutte le altre donne afghane</em>». Hanno 14 anni <strong>Nilofar</strong> e <strong>Malalai</strong> (<em>i nomi sono di fantasia</em>) e le loro parole, i loro sguardi ti stringono il cuore togliendo il respiro. Gemelle, a quest’ora le due ragazze sarebbero dovuto essere in Italia, insieme alla loro famiglia, composta dalla mamma, una zia, un fratello adulto e altri sette bambini tra fratelli, sorelle e nipoti. Erano infatti stati tutti inseriti nelle liste italiane di evacuazione, ma a partire non ce l’hanno mai fatta: salvi per miracolo, si trovavano all’aeroporto di Kabul proprio nel momento dell’attentato kamikaze che il 26 agosto ha fatto oltre duecento morti, ponendo fine al ponte aereo per l’Italia. L’ostilità dei soldati americani ed inglesi prima, il caos seguito alla tragedia poi, hanno polverizzato in un istante la loro occasione di salvezza.</p>
<p>Le intervistiamo grazie a una videochiamata via Whatsapp: insieme a me c’è il fratello Ahmad, che vive e lavora in Friuli ormai da tempo. Anche lui, come molti, ha dovuto lasciare l’Afghanistan anni fa a causa delle continue minacce di morte talebane per aver collaborato con le forze Nato. Hanno occhi grandi e profondi queste due ragazze, occhi che tradiscono l’aver dovuto crescere in fretta e tutta l’amara tristezza per un futuro che sembrava possibile e che ora, invece, è sfumato. Raccontano che, dopo l’attentato all’aeroporto, sono scappate da Kabul per tornare nella loro provincia, da sempre controllata dai talebani: «<em>Viviamo nascoste – </em>spiegano<em> –, le ritorsioni contro coloro che erano nelle liste di evacuazione, ma non sono riusciti a partire, sono terribili. Soprattutto se si tratta di donne. I talebani stanno andando casa per casa, le notizie che arrivano sono tremende: picchiano, rapiscono e uccidono senza la benché minima pietà</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Sogni</span> <span style="color: #ff6600;">infranti</span></h3>
<p>Chiedo dei loro sogni. Nilofar, la più spigliata e loquace delle due, vuole fare la medica. Malalai invece – con un sorriso timido, ma pieno di luce – dice che ha sempre desiderato diventare giornalista. «<em>Non è mai stato facile crescere qui</em> – sottolineano –<em>, proprio perché i talebani sono ostili all’istruzione e alla cultura, nelle scuole ci sono sempre stati continui attentati, le ragazze vengono rapite, le insegnanti prese di mira, ma tutto questo non ci ha mai fermate: nonostante i rischi, abbiamo continuato ad andare a lezione, perché per noi è importantissimo. Ora però è tutto finito, vorremmo proseguire gli studi, ma anche potendo, non ci verrà mai concesso di lavorare</em>». «<em>Ci riempie di gioia</em> – aggiungono – <em>sapere che invece, in altre parti del mondo, come da voi in Italia, le donne possono vivere nella libertà e diventare quello che desiderano. Vi chiediamo allora di non dimenticarci, di non lasciarci sole, di continuare a parlare di noi, a interessarvi di quel che ci accade. Fate sentire la nostra voce, qui è peggio di quel che potete immaginare. Non lasciate che ci annullino, aiutateci ad essere qualcuno. Aiutateci ad usare le nostre capacità per le donne che saranno dopo di noi</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">«Salvate almeno i bambini»</span></h3>
<p>Fa capolino nel video la piccola <strong>Fauzia</strong>, nipote delle gemelle e figlia di Ahmed. Ha sette anni, un piglio deciso e lo sguardo vivace, le poniamo la più banale delle domande: «<em>Fauzia, ti piace studiare?</em>». «<em>Certo</em> – risponde –. <em>Ma</em> – rilancia – <em>non lo sapete che qui c’è la guerra e non mi lasceranno più andare a scuola?</em>». Intervengono anche la mamma e la nonna della piccola. Due donne forti, la prima ha 25 anni, la seconda 45. Ahmed mi racconta con orgoglio che sua madre ha tenuto testa più volte e senza paura ai talebani. Intanto, la più giovane delle due ci dice di aver perso le speranze di raggiungere l’Italia, ma aggiunge: «Vi imploro, fate venire da voi almeno i bambini, loro hanno tutta la vita davanti». «Cerchiamo di resistere – le fa eco la madre di Ahmed –, ma non so per quanto, manca tutto, acqua, cibo, medicine. Il bimbo più piccolo non mangia, è traumatizzato dai corpi straziati dei morti che ha visto in aeroporto dopo l’attentato. E non possiamo nemmeno andare da un medico. Trascorriamo i nostri giorni aspettando solo che vengano a sgozzarci».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Immobilità internazionale</span></strong></h3>
<p>In queste ore sono numerose le persone che si stanno mobilitando per questa ed altre famiglie: venerdì 3 settembre in piazza Matteotti a Udine, ad esempio, un centinaio le persone che hanno risposto all’appello a manifestare delle «<strong>Donne in nero</strong>». Ma le risposte che arrivano – soprattutto dai politici, anche del nostro territorio, con ruoli nazionali – sono laconiche e formali: «al momento non si può fare nulla», «vedremo», «faremo». E aggiungono: «<em>Ora l’obiettivo è la massima assistenza alla popolazione afghana, a partire dalla “seconda fase”, su cui tutta la comunità internazionale si dovrà impegnare</em>». Già, nel frattempo, nell’attesa della “seconda fase” c’è chi cerca – oltre ogni nostra immaginazione – di sopravvivere all’indicibile.<br />
Una buona notizia giunge mentre il giornale sta andando in stampa; nella sua informativa al Senato, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha dichiarato: «C’è rammarico e forte preoccupazione per chi non è riuscito a partire dall’Afghanistan e la Difesa offre piena disponibilità per eventuali ulteriori operazioni di evacuazione dal Paese».</p>
<p>Pubblicato sull’edizione dell’8 settembre 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
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		<title>L&#8217;Afghanistan che è qui. Nella piazza del mondo con Linea d&#8217;ombra</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2021 05:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L’Afghanistan ci interroga. Ma non da oggi. E soprattutto, non da lontano.</p>
<p>Stando all’Istat, infatti, <a href="https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2021/08/fvg-accoglienza-afghani-fvg-primato-italiano-690a2ae7-1e4d-4116-8368-cb58260a2033.html" target="_blank">sono 1113 gli afghani accolti in Friuli Venezia Giulia</a>, ma chi ogni giorno si occupa di migrazioni sa bene che i numeri di coloro che attraversano il territorio regionale per raggiungere Francia, Germania e il Nord Europa sono ben più alti. Persone in fuga da un Paese in cui – nonostante le promesse di futuro – la vita si è fatta insostenibile.</p>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">Nella &#8220;piazza del mondo&#8221;</span></strong></h4>
<p>È giovedì 19 agosto, sono le cinque del pomeriggio e come ogni giorno dalla fine del 2019, a Trieste – davanti alla stazione ferroviaria –  scendono in piazza Libertà Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi e il loro carrettino verde.</p>
<p>Niente di nuovo. È ormai storia risaputa, curano i piedi di uomini e donne che arrivano dalla “rotta balcanica”. Eppure guardare quei gesti è sempre come la prima volta: si viene travolti da un senso profondo di gratitudine perché quelle mani non curano soltanto i migranti, curano anche noi, restituendoci l’umanità che come società abbiamo smarrito. E infatti la loro associazione – <a href="https://www.lineadombra.org" target="_blank">Linea d’ombra</a> – riempie un vuoto di prima accoglienza che in una terra come la nostra non dovrebbe essere tollerato, ma ammettere che serve una struttura per i migranti in transito rimane un tabù.</p>
<p>Lorena e io ci siamo sentite il giorno prima. Sono qui per guardare, ascoltare e raccontare, ma mi avverte subito: non ha molto tempo da dedicarmi, è alle ferite dei ragazzi che deve pensare. E io non chiedo altro, è questo che sono venuta a documentare. Tutto di lei trasmette l’appassionata e radicale ostinazione che la attraversa: gli occhi magnetici che ti osservano guardandoti e vedendoti davvero, la calma risoluta di ogni suo gesto e di ogni sua parola.</p>
<h4><span style="color: #ff6600;">Afghani in transito</span></h4>
<p><img class=" wp-image-2032 alignnone" style="caret-color: #000000; color: #000000;" alt="LDO_TS_5" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_5.jpeg" width="1024" height="683" /></p>
<p>I ragazzi che la aspettano (una decina) sono tutti afghani. Hanno sui 18-19 anni e sono partiti dal loro Paese almeno due anni fa, uno di loro, addirittura cinque. Tutti hanno provato il <a href="https://www.annapiuzzi.it/in-migliaia-in-condizioni-disumane-a-4-passi-da-noi/" target="_blank">“game”</a> una decina di volte. Un ragazzo originario di Kunduz racconta di essere stato respinto anche a Trieste: realizzo di avere davanti a me – con un volto, un nome e una storia – una delle 1300 persone che hanno subito la pratica illegale delle cosiddette <a href="https://www.asgi.it/notizie/riammissioni-informali-e-violazione-del-diritto-di-asilo/" target="_blank">“riammissioni informali”</a> dall&#8217;Italia alla Slovenia di cui tante volte ho scritto.</p>
<p>Sono sfiniti, affamati, feriti, per quindici giorni hanno camminato – dalla Bosnia a Trieste – nei boschi, accompagnati dalla costante paura di essere fermati. Nei loro occhi non c’è solo la fatica, ci sono incredulità e felicità per avercela fatta ad entrare in Europa. C’è la preoccupazione – raccontano – per le notizie che arrivano dal loro Paese, l’angoscia per le proprie famiglie è grande. Ora però si affidano a Lorena, alla sua premura, alle sue cure. E lei mentre disinfetta, massaggia, lenisce, li guarda negli occhi e chiede ad ognuno qual è la sua storia.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_2.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2028" alt="LDO_TS_2" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_2.jpeg" width="1024" height="683" /></a></p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>Attorno a Linea d&#8217;ombra</strong></span></h4>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_4a.jpeg"><img class="alignnone  wp-image-2031" alt="LDO_TS_4a" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_4a.jpeg" width="1024" height="768" /></a></p>
<p>Intanto attorno a loro si muove un mondo operoso. C’è <strong>Nomi</strong>, pakistano, arrivato in Italia nel 2016, che dà una mano facendo da ponte linguistico e culturale. C’è <strong>Ismail</strong>, pakistano pure lui, che fornisce informazioni legali e pratiche nell’ambito di un progetto della chiesa valdese, spiega come si arriva a Ventimiglia e a chi possono chiedere aiuto: «<em>Gran parte degli afghani che passano di qua</em> – mi spiega – <em>sono diretti in Francia o in Nord Europa, questi ragazzi non fanno eccezione, solo uno di loro vuole raggiungere Milano dove ha un amico che lo può ospitare</em>». Arriva poi <strong>Erika</strong> insieme ad altre due donne, dal magazzino hanno portato degli zaini, dentro ad ognuno ci sono scarpe nuove per sostituire quelle logore dei ragazzi, una maglietta e altri beni di prima necessità. C’è poi chi vuole documentare e denunciare la drammatica situazione dei migranti e far conoscere il prezioso lavoro di Linea d’ombra, come <strong>Elisa</strong>: è originaria di Mestre, ma vive e lavora a Valencia, sta trascorrendo qui, a Trieste, le vacanze con uno scopo ben preciso, ogni giorno con la sua Leica scatta fotografie e raccoglie storie nella “piazza del mondo”. Più in là un gruppetto di persone chiede e osserva, vogliono capire come poter dare un aiuto concreto: sorrido, il mondo è piccolo, tra loro c’è anche la scrittrice gemonese <strong>Mila Brollo</strong>.</p>
<div id="attachment_2039" class="wp-caption alignnone" style="width: 1034px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_12.jpeg"><img class=" wp-image-2039" alt="LDO_TS_12" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_12.jpeg" width="1024" height="683" /></a><p class="wp-caption-text">Ismail (a destra) insieme a uno dei ragazzi afghani appena arrivati</p></div>
<h4><strong><span style="color: #ff6600;">L&#8217;Afghanistan che è qui </span></strong></h4>
<p>Parlo con Lorena e Gian Andrea, di quello che sta accadendo in Afghanistan: «<em>Leggiamo ovunque disponibilità ad accogliere</em> – mi dicono –, <em>porte che si aprono, dichiarazioni a salvare chi ha collaborato. E tutti quelli che non hanno collaborato? Possono morire? E chi vive nei campi profughi della Bosnia, a Bihać e a Velika Kladuša, o chi tenta il “game” e viene rispedito indietro con violenza inaudita dalla polizia croata o respinto dall’Italia stessa? L’Afghanistan é qui alle nostre porte di casa, ma i confini di terra sono ferocemente protetti dai milioni di euro che l’Europa ha speso in “sicurezza” con droni, cani d’assalto, termo rilevatori, filo spinato. L’Afghanistan non è solo là, é qui, ma i confini restano blindati</em>».</p>
<p>Lorena prosegue raccontandomi di due madri afghane che ha incontrato il 30 luglio proprio nei campi profughi di Bosnia (<a href="https://www.lineadombra.org/2021/08/11/21-viaggio-bosnia/" target="_blank">qui il resoconto della missione</a>): «<em>Erano disperate, durante l’ultimo “game”, a marzo, i loro bambini sono stati presi dalla polizia croata e portati in una struttura per minori stranieri non accompagnati. Le madri e i padri catturati, spogliati di ogni bene, separati dai figli, ricacciati in Bosnia. Questa é l’Europa delle missioni umanitarie in Afghanistan</em>».</p>
<h4><span style="color: #ff6600;"><strong>I numeri dell&#8217;Ispi e la nota del Garante</strong></span></h4>
<p>A evidenziare – numeri alla mano – le contraddizioni delle dichiarazioni d’intenti non sono solo attivisti e associazioni, nei giorni scorsi, ad esempio, lo aveva fatto anche Matteo Villa dell’Ispi osservando come negli ultimi 12 anni, l&#8217;Europa ha negato asilo a 290 mila afghani: 46 mila avevano meno di 14 anni, tra cui 21 mila bambine; 25 mila avevano tra i 14 e i 17 anni (tra cui 4 mila ragazze) e 30 mila erano donne adulte. Tre quarti di loro sono ancora in Europa (<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/speciale-afghanistan-leuropa-al-varco-31382" target="_blank">qui lo speciale &#8220;Afghanistan: l&#8217;Europa al varco&#8221;</a>).</p>
<p>Intanto il <strong>Garante nazionale delle persone private della libertà personale</strong> invita le autorità italiane a «<em>interrompere a tempo indeterminato e immediatamente qualsiasi allontanamento di persone, anche indiretto, verso l’Afghanistan</em>»  In base ai dati raccolti dal Garante – si legge nella nota (<a href="https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/it/dettaglio_contenuto.page?contentId=CNG11904&amp;modelId=10021" target="_blank">qui integrale</a>) –, tra il primo gennaio e il 30 aprile 2021, non si registrano rimpatri forzati di cittadini afghani dall&#8217;Italia, mentre sono quattro le persone respinte in frontiera verso l’Afghanistan e sei, tra cui tre donne, quelle riammesse in Slovenia. Sei sono transitati da Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Più allarmanti i dati del 2020: è stato realizzato il rimpatrio forzato di un cittadino afghano, sette persone sono state respinte in frontiera verso l’Afghanistan e 327, tra cui quattro 4 donne, sono state riammesse in Slovenia. Cinque sono transitati per Cpr. «<em>È necessario un ripensamento urgente dell’attività di controllo delle frontiere nei confronti dei cittadini afghani e una riorganizzazione complessiva delle politiche di accoglienza anche a livello europeo specie per quanto riguarda la cosiddetta rotta balcanica</em>».</p>
<p>Chi volesse aiutare Linea d’ombra <a href="https://www.lineadombra.org/#sostienici" target="_blank">trova qui tutte le informazioni</a>.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_16.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2044" alt="LDO_TS_16" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_16.jpeg" width="1024" height="683" /></a></p>
<div id="attachment_2046" class="wp-caption alignnone" style="width: 1034px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_18.jpeg"><img class=" wp-image-2046" alt="LDO_TS_18" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/08/LDO_TS_18.jpeg" width="1024" height="683" /></a><p class="wp-caption-text">Elisa e Lorena</p></div>
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		<title>Siria &#124; Dal Friuli al Rojava, la missione umanitaria del medico udinese Stefano Di Bartolomeo</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2021 03:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dieci anni esatti di guerra. 500 mila morti. Sei milioni di profughi e altrettanti di sfollati interni. L’80 per cento della popolazione ridotta in condizioni di...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/siria-guerra-10-anni/" target="_blank">Dieci anni esatti di guerra</a>. 500 mila morti. Sei milioni di profughi e altrettanti di sfollati interni. L’80 per cento della popolazione ridotta in condizioni di povertà e due milioni e mezzo di bambini che non possono frequentare la scuola. Il regime di Assad, intanto, con buona pace dei morti, è rimasto al suo posto. È questa la mostruosa contabilità della guerra in Siria, una tragedia umanitaria dalle dimensioni indicibili.</p>
<p>Eppure, ormai da tempo, i siriani sono stati abbandonati al loro destino. Figurarsi ora che il mondo è abitato dal Covid 19. Non per tutti però la Siria è scivolata nell’oblio, è il caso del friulano <strong>Stefano Di Bartolomeo </strong><em>(nella foto in alto, in Iraq)</em>, medico specialista in Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Udine che è rientrato da pochi giorni da una missione di tre settimane nel nordest del Paese, insieme a lui la collega Chiara Pravisani.</p>
<div id="attachment_2010" class="wp-caption alignright" style="width: 645px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Di-Bartolomeo-e-Pravisani.jpg"><img class="size-large wp-image-2010" alt="I medici friulani Chiara Pravisani e Stefano Di Bartolomeo in Siria" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Di-Bartolomeo-e-Pravisani-1024x768.jpg" width="635" height="476" /></a><p class="wp-caption-text">I medici friulani Chiara Pravisani e Stefano Di Bartolomeo in Siria</p></div>
<p>Al suo attivo – oltre a un diploma in Medicina tropicale conseguito a Londra e un dottorato di ricerca e una specializzazione in Igiene ed Epidemiologia – Di Bartolomeo ha un lungo curriculum “di guerra”. A partire dalla fine degli anni Novanta ha infatti preso parte a diverse missioni umanitarie internazionali con la Croce Rossa e con Medici Senza Frontiere. È stato in Sud Sudan, in Eritrea e in Darfur. E ancora in Yemen, in Myanmar e in Iraq, a Mosul durante la sua caduta. E poi in Kenya, Ucraina, Siria, appunto, e in Nigeria. Missioni lunghe, di mesi, compiute prendendo periodi di aspettativa, questa volta invece – essendo questo un tempo di emergenza sanitaria – ha impiegato le ferie maturate.</p>
<h3><strong>La missione in Rojava</strong></h3>
<p>«<em>C&#8217;era la necessità</em> – spiega Di Bartolomeo che incontriamo all’ospedale di San Daniele, dove attualmente presta servizio – <em style="font-size: 15px;">di medici anestesisti per l’avvio di tre rianimazioni Covid nel nordest del Paese, una missione breve con l’ong italiana <a href="https://www.unponteper.it/it/" target="_blank">Un ponte per</a> (realtà che dal 1991, a partire dalla guerra in Iraq, lavora in Medio Oriente, ndr), così la collega Pravisani e io ci siamo resi disponibili insieme al primario di rianimazione di Rimini e un altro medico di Rieti. Si è trattato di affiancare il personale sanitario locale, in un momento difficile e in una realtà complessa, in cui al conflitto si sovrappone la pandemia, proprio in questo momento infatti è in corso una nuova ondata di contagi. Per altro quando abbiamo lasciato la Siria, il 29 marzo, nel Paese c’erano reagenti per processare i tamponi e dunque diagnosticare il Covid, per poco più di due settimane</em><span style="font-size: 15px;">».</span></p>
<p>L’area in cui i due medici friulani hanno operato è quella curda del <a href="https://ilmanifesto.it/dalla-rivoluzione-del-rojava-e-nata-una-societa-nuova/" target="_blank">Rojava</a> – da sempre invisa al Governo di Damasco – che abbiamo imparato a conoscere per il ruolo fondamentale giocato nel contrasto all’Isis (ben presto dimenticato dall’Occidente) e per uno straordinario esperimento di autogoverno. Un territorio che ha subito anche l’occupazione turca e che da luglio 2020 – a causa della mancata proroga, su pressione di Cina e Russia, della risoluzione 2504 delle Nazioni Unite che negli ultimi 6 anni aveva consentito l’ingresso di aiuti umanitari – ha difficoltà nell’approvvigionamento di medicinali e cibo. Anche l’arrivo dei vaccini è un miraggio, un percorso ad ostacoli pure per il <a href="https://www.wired.it/scienza/medicina/2021/04/24/covax-vaccini-paesi-poveri/" target="_blank">progetto Covax</a>, l’iniziativa dell’Oms per la distribuzione globale ed equa dei vaccini.</p>
<div id="attachment_2012" class="wp-caption alignright" style="width: 645px"><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/ponte-iraq.jpeg"><img class="size-large wp-image-2012" alt="Il ponte di barche sul Tigri, tra Iraq e Siria. Da qui, prima dello stop Onu (voluto da Cina e Russia) passavano gli aiuti umanitari" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/ponte-iraq-1024x768.jpeg" width="635" height="476" /></a><p class="wp-caption-text">Il ponte di barche sul Tigri, tra Iraq e Siria. Da qui, prima dello stop Onu (voluto da Cina e Russia) passavano gli aiuti umanitari</p></div>
<h3><strong>Guardare il mondo dalle aree di crisi</strong></h3>
<p>«<em>È un privilegio</em> – racconta il medico – <em>poter lavorare in questi contesti, vedere con i propri occhi quel che accade, essere d’aiuto. Si resta legati per sempre a un popolo, tanto più oggi che con strumenti come whatsapp si può rimanere in contatto, ho potuto rivedere colleghi, infermieri e traduttori. Ero stato nel nordest della Siria nella fase delicata della liberazione di <a href="https://it.euronews.com/2021/03/18/fuggire-da-raqqa" target="_blank">Raqqa</a>, la città che era diventata roccaforte dello Stato islamico. Oggi la situazione è più rilassata, ma gli equilibri sono precari e il contesto può cambiare velocemente. Di ricostruzione se ne vede pochissima, la devastazione è ancora impressionante</em>».</p>
<p>«<em>L’ong “Un ponte per”</em> – prosegue Di Bartolomeo – , <em>presente in quest’area dal 2015, gode di grandissima fiducia sul territorio, insieme al partner locale, la Mezzaluna Rossa Curda, negli anni ha realizzato molto, noi abbiamo contribuito all’avvio delle tre terapie intensive Covid, nelle città di Derek, Tabqa e Mambij. Le criticità sono numerose, a partire dalla formazione del personale locale, basti pensare che se in Italia tra i malati Covid che vengono intubati la mortalità è del 30%, in contesti come lo Yemen tale percentuale arriva a sfiorare anche il 90%. Questo per dire che non basta aprire un reparto di rianimazione, serve molto altro. In ragione di ciò, quello che cerchiamo di fare è lavorare avendo come obiettivo standard elevati, il più possibile vicini ai nostri. Negli anni la cooperazione umanitaria è cambiata molto, è finito il tempo della “medicina eroica” in cui si partiva all’insegna dell’“andiamo e facciamo, sarà sempre meglio di niente”, al contrario, si traccia una linea di qualità al di sotto della quale non si può stare</em>».</p>
<p>Gli chiediamo delle persone che ha incontrato, la voce e gli occhi si aprono in un sorriso pieno di emozione. «<em>In questo lavoro incroci storie che ti fanno capire quanto il nostro benessere sia una bolla</em> – spiega Di Bartolomeo –. <em>Penso a un’amica farmacista trentenne che mi ha confidato di sentirsi come se addosso di anni ne avesse cinquanta, sulle sue spalle ha il mantenimento della famiglia, ne va fiera, ma è un peso complicato da portare, i suoi fratelli sono riusciti a raggiungere l’Europa tramite le rotte migratorie che ben conosciamo, viaggi pericolosissimi e dall’esito incerto, ma che rappresentano l’unica speranza di futuro per tante famiglie. Se si cercasse di capire quello che accade in Siria, se si avesse idea della devastazione di questi Paesi, lo sguardo dell’opinione pubblica sul fenomeno dell’immigrazione sarebbe ben diverso, più umano. Ho vissuto diversi contesti di guerra, ma alla sofferenza non ci si abitua mai</em>».</p>
<p>Intanto le preoccupazioni del regime siriano sono ben altre, domenica scorsa, infatti, è stato annunciato che il <a href="https://www.agi.it/estero/news/2021-04-18/elezioni-presidenziali-in-siria-convocate-assad-12217981/" target="_blank">26 maggio si terranno le elezioni presidenziali</a>, le seconde da quando il Paese è in guerra. Elezioni non libere e dall’esito scontato.</p>
<p style="text-align: right;">Anna Piuzzi</p>
<p style="text-align: left;"><em>Articolo pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, La Vita Cattolica, edizione del 21 aprile 2021.</em></p>
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		<title>25 aprile 2021 guardando a Ondina Peteani &#124; Intervista con Marta Cuscunà</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2021 08:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>O​​ndina Peteani non visse la gioia della Liberazione. Quel 25 aprile lei si trovava «<em>assieme a una babele di relitti umani a più di mille chilometri di distanza</em>». Era sopravvissuta ad Auschwitz, ma «<em>irrimediabilmente provata nel fisico e brutalizzata nella mente</em>». A raccontare la vita di questa straordinaria donna – che a 18 anni scelse di diventare staffetta partigiana, che venne catturata e poi internata come prigioniera politica, che sopravvisse all’orrore dei lager perché animata dalla Resistenza («<em>sinonimo del nostro irrefrenabile bisogno di Libertà</em>») – è l’attrice e autrice monfalconese <a href="https://www.martacuscuna.it" target="_blank"><strong>Marta Cuscunà</strong></a>, in uno spettacolo intenso ed emozionante: «<em><strong>È bello vivere liberi!</strong></em>» che è andato in scena venerdì 23 aprile alle 21 in streaming dal teatro Lavaroni di Artegna, nell’ambito della rassegna dell’Ert.</p>
<p>Ondina rientrò a Trieste nel luglio del 1945, impiegò tre mesi per percorrere 1300 chilometri. Divenne ostetrica e l’impegno politico e la passione civile furono la costante di tutta la sua vita, innervata da un profondo e radicale senso di solidarietà. Che cosa possono trasmetterci oggi, in un tempo inedito e tanto complesso, l’esperienza della Resistenza e la vita di Ondina? Lo abbiamo chiesto proprio a Marta Cuscunà.</p>
<p><strong>Cuscunà, quanto e come è attuale celebrare e vivere la Festa della Liberazione a 76 anni di distanza?</strong></p>
<p>«Rispondo con una scelta che ho fatto. Insieme all’Ert ho voluto che ad Artegna, in sala, ci sia la sagoma di Patrick Zaki perché in questo momento non c’è figura che renda più evidente il fatto che quello che è accaduto ad Ondina continua a succedere e dobbiamo farcene carico. Una vicenda, quella dello studente egiziano, che si ricollega a quella di Giulio Regeni rispetto alla quale non siamo ancora riusciti ad ottenere verità e giustizia. Nei giorni scorsi poi, il portale web dell’Anpi nazionale, nel quale è stato realizzato il memoriale digitale della Resistenza, ha subito un attacco hacker. Insomma, la violenza fascista ha forme diverse, ma esiste ancora».</p>
<p><strong>Ondina subì l’indicibile, ma non smise di “ricostruire” per tutta la sua vita, anche all’indomani del terremoto del 1976, per dirne una, mise in piedi la prima tendopoli, cosa ci dice per il tempo che stiamo vivendo?</strong></p>
<p>«Ci dice che dobbiamo mettere da parte le paure e trovare la strada per rinascere e ricostruire. A colpirmi della sua biografia è proprio il fatto che ha sempre agito per contrasto alle avversità. Ne è un esempio la sua scelta di diventare ostetrica, che derivò dall’essere uscita dai lager sterile: reagì a quella dolorosa privazione facendo nascere i figli degli altri, dedicandosi sempre alle prospettive di futuro. Lo fece, per altro, dentro una cornice di condivisione, di sorellanza, di solidarietà».</p>
<p><strong>Dedicarsi alle prospettive di futuro vuol dire anche dedicarsi ai giovani…</strong></p>
<p>«Esattamente, e lei lo fece. Organizzava i viaggi con i “giovani pionieri” e gruppi di lavoro in cui la sua principale attività era avviare il discorso politico con ragazzi e ragazze giovanissimi, proprio perché le rivoluzioni devono essere fatte da chi ha il futuro davanti. Anche in tale frangente dovremmo tenere il suo esempio come stella polare, soprattutto in un momento in cui, a partire dalla scuola, le giovani generazioni sono state messe da parte. In questa pandemia le necessità dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze non sono state e non sono una priorità».</p>
<p><strong>Continuiamo a parlare di giovani, prima della pandemia era iniziata una nuova fattiva stagione di impegno civile da parte loro nel segno della tutela dell’ambiente, e ora?</strong></p>
<p>«Nel mio ambito lavorativo, quello dello spettacolo, l’esplosione dell’autorganizzazione è stata evidentissima. Purtroppo nel momento in cui le istituzioni ti ignorano, l’unico modo che hai per prendere la parola è fare delle azioni significative, non è un caso che dopo oltre un anno di pandemia noi siamo arrivati ad occupare un teatro (<em>il Globe di Roma, ndr</em>) e a quel punto il ministro Franceschini è venuto a dialogare con noi. In qualche modo questa situazione ci costringe ad azioni, pacifiche, ma evidenti e scomode, per prenderci uno spazio e un ascolto che altrimenti non ci sarebbe dato. Mi auguro dunque che le giovani generazioni riescano a trovare la forza per prendersi uno spazio che noi adulti non abbiamo una gran voglia di concedere loro».</p>
<p><strong>Hai citato il suo lavoro, il settore dello spettacolo è tra i più piegati dalla pandemia. Ondina, prima di diventare staffetta, aveva fatto l’operaia nei cantieri navali di Monfalcone, fu anche lì che maturò una consapevolezza rispetto al tema dei diritti e della dignità, altro tema scottante in questo 25 aprile.</strong></p>
<p>«In Ondina c’era una radicata e profonda idea di giustizia sociale, desiderata e cercata per tutte e per tutti. Mi piace ricordare che uno degli slogan fondamentali di chi come me ha manifestato in questa pandemia è stato “non solo per noi, ma per tutt*”, dunque la consapevolezza che la precarietà sfrenata (che nel nostro settore veniva chiamata “atipicità”), in realtà non è altro che sfruttamento e assenza di diritti. Questa lotta quanto più è comune, quanto più va a intersecare i problemi che altri lavoratori hanno in altri settori, tanto più sarà efficace. Siamo consapevoli che non solo il mondo dello spettacolo, a livello lavorativo e contrattuale, deve essere riformato. Dunque in questo 25 aprile anche la parola insieme va riscoperta».</p>
<p><strong>Nelle tue riflessioni ricorre di frequente la parola “consapevolezza”, è forse il punto da cui partire in questo 25 aprile per percorre la strada che Ondina ci mostra?</strong></p>
<p>«Lei lo diceva chiaramente, anche perché uno degli stereotipi che venivano appiccicati ai partigiani e alle partigiane, era che – vista la loro giovanissima età – erano degli incoscienti. Ondina invece ribadiva “non eravamo incoscienti, eravamo entusiasti”: agivano in un contesto in cui la formazione politica era importantissima, proprio per maturare una consapevolezza che va continuamente rinnovata e radicata nel presente. Anche per questo mettiamo in scena lo spettacolo, pur sapendo che non è teatro, lo facciamo per dare un segno di resistenza, perché la storia di Ondina – oggi più che mai – merita di essere condivisa».</p>
<p>(«[…] <em>Noi giovani ci eravamo schierati. Avevamo deciso da che parte stare. E oltre a un ideale forte, quello che ci aveva aiutati, era essere straordinariamente felici. Un rigoglioso altruismo ci aveva uniti nella consapevolezza. Non era incoscienza, ma era entusiasmo. Un grande entusiasmo, perché eravamo profondamente convinti, tutti, uomini e donne, di combattere per un mondo migliore”, in <a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">«Resistenze femminil</a></em><a href="https://forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/resistenze-femminili" target="_blank">i», Forum editrice</a>, ndr).</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Anna Piuzzi</strong></p>
<p>(<em>Intervista pubblicata sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 21 aprile 2021)</em></p>
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		<title>Francesca, Modou e il loro «Makamom»: Senegal, Friuli e Salento dentro un progetto</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 06:16:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Li guardi insieme e non puoi non sorridere. Sono solari, sono creativi e tra le mani stringono la felicità di chi ha avuto la fortuna di incontrarsi e riconoscersi, scegliendo poi di scommettere sul proprio futuro insieme. Lei è <strong>Francesca Carbone</strong>, udinese con origini salentine, 31 anni, antropologa di formazione, è operatrice dell’associazione <em>Get Up</em>. Nel passato recente ha lavorato per <em>Medici Senza Frontiere</em> in mezzo ai braccianti sfruttati della Basilicata e pure con <em>Terre des hommes</em> a Lampedusa, tra i migranti. Lui, invece, è <strong>Modou Beye</strong>, ha 26 anni ed è senegalese, sarto, ha fatto il mediatore culturale accogliendo gli artisti europei in visita nel suo Paese. Insieme, qui a Udine, sono <a href="https://www.facebook.com/makamom" target="_blank"><strong><em>Makamom</em></strong></a> un brand di abbigliamento e di accessori artigianali, realizzati con due materiali tipici del Senegal e del Salento: il tessuto wax e il legno d’ulivo. Dalle mani di Modou prendono forma abiti bellissimi, pensati e disegnati insieme a Francesca, dalle linee morbide e moderne, con colori e fantasie vivacissimi che ti fanno pensare all’Africa appena posi lo sguardo su di loro.</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">L’incontro in Senegal</span></h3>
<p>«<em>Ci siamo conosciuti nel gennaio del 2018 a St. Louis, la città di Modou, a una festa dell’Institut français</em> – racconta Francesca con un’allegria contagiosa –, <em>io ero in Senegal con un’ong torinese per fare un anno di servizio civile. Da lì abbiamo cominciato a frequentarci, anche perché entrambi eravamo impegnati con le associazioni di quartiere che in città si occupavano dei ragazzi di strada</em>». La loro storia corre veloce, a settembre, infatti si sposano. Di lì a poco, concluso il servizio civile di Francesca, rientrano in Italia. Vivono inizialmente in Basilicata dove lei lavora con Medici Senza Frontiere.</p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>La nascita del progetto</strong></span></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Pizzica.jpg"><img class="alignright  wp-image-1995" alt="Pizzica" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/Pizzica-765x1024.jpg" width="381" height="509" /></a>Ma da dove nasce l’idea di dar vita a un progetto sartoriale? «<em>In qualche modo già in Senegal</em> – spiega Modou –, <em>io ho sempre saputo cucire, nella nostra tradizione, infatti, è importante imparare un mestiere, quindi la mia famiglia mi aveva mandato a bottega, sin da piccolo, da un sarto, inoltre avevo avuto modo di mettere a frutto questa abilità con un’ong spagnola. E poi, quando ho conosciuto Francesca, ho iniziato a confezionare abiti per lei</em>». In Basilicata però i lavori che Modou riesce a trovare sono sotto qualificati, è appena arrivato in Italia, e non è semplice farsi strada, soprattutto tra i pregiudizi. «<em>Abbiamo deciso insieme</em> – spiega Francesca – <em>che così non poteva andare bene, non aveva senso svalutarsi e accettare passivamente l’approccio culturale secondo cui un cittadino africano va sfruttato, così abbiamo deciso di rientrare in Friuli e inventarci qualcosa, io avevo nel cuore la bellezza dei tessuti wax che colorano i mercati del Senegal, ma anche il desiderio di accostarvi le mie radici salentine. Il primo oggetto che abbiamo realizzato, un medaglione, teneva insieme il legno d’ulivo e il tessuto wax: da lì è venuto poi tutto il resto</em>».</p>
<p>A Udine Modou frequenta un corso di sartoria all’Ires, vedono la luce i primi modelli che conquistano subito il pubblico, ai mercatini dell’artigianato il loro stand è sempre affollatissimo. Il pezzo forte è una gonellona ampia che va a ruba: «<em>Makamom</em> – spiega Francesca – <em>in lingua wolof vuol dire “mi appartiene”, a noi due appartengono i colori dell’Africa, ma anche le reciproche tradizioni, la gonnellona, ad esempio, nasce così ampia perché richiama gli abiti usati dalle donne nella danza salentina della “pizzica”, oltre ai colori e alle forme, a chi sceglie di acquistare i nostri abiti piace molto pure questa idea sottesa al nostro progetto, quella appunto dell’incontro</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Ancor più colorati con Irene</span></h3>
<p>E dall’incontro di Francesca e Modou non è nato solo Makamom, nove mesi fa, infatti, è arrivata anche la piccola Irene: «<em>Da quando c’è lei siamo ancora più colorati, non solo bianco e nero, ma anche un bel color marroncino</em>  – raccontano i due ridendo –, <em>è stata per noi una ventata non solo di immensa gioia, ma anche di enorme creatività, gran parte dei nostri modelli sono stati pensati durante la gravidanza che è stato per noi un momento magico</em>».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Sguardo lungo e sogni nel cassetto<br />
</span></strong></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/modou.jpg"><img class=" wp-image-1994 alignleft" alt="modou" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2021/04/modou.jpg" width="326" height="326" /></a></p>
<p>Intanto «Makamom» guarda lontano. «<em>Il nostro sogno nel cassetto</em> – spiegano i due –, <em>è quello di poter aprire uno spazio sartoriale in Senegal dove altri giovani possano formarsi e crescere, da protagonisti, mettendosi in gioco, non facendo solo gli aiutanti come spesso accade. Desideriamo inoltre trasmettere strumenti nuovi, ad esempio nel campo della comunicazione, perché oltre ad imparare un mestiere, i ragazzi abbiano i mezzi per stare efficacemente sul mercato. Insomma ci piacerebbe dare il  nostro contributo per una vera e propria emancipazione economica e sociale</em>». E già oggi una ricaduta positiva c’è, i tessuti di Makamom – rigorosamente originali – arrivano infatti direttamente da St Louis dove un amico di Modou, particolarmente capace nell’intuire i gusti degli europei, seleziona le stoffe che ogni tre mesi vengono inviate in Friuli, «<em>per lui</em> – osservano i due – <em>la sicurezza di quell’ordine trimestrale è davvero importante</em>».</p>
<p>Nel frattempo, con l’arrivo della primavera è sbocciata anche la nuova collezione di Makamom che si può ammirare a acquistare sulle pagine <a href="https://www.facebook.com/makamom" target="_blank">Facebook</a> e <a href="https://www.instagram.com/makamom/" target="_blank">Instagram</a> del progetto.</p>
<p>(<em>Pubblicato sull&#8217;edizione del 31 marzo 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</em>).</p>
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		<title>Da Topolò a Oslavia si torna a respirare</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 03:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Confine orientale]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel raccontare, la sua voce si illumina, sorridendo: «Sabato mattina sono subito andato a Drežnica. Ho fatto una bella camminata lungo l’Isonzo e poi mi sono...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6647.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1932" alt="IMG_6647" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6647-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>Nel raccontare, la sua voce si illumina, sorridendo: «Sabato mattina sono subito andato a Drežnica. Ho fatto una bella camminata lungo l’Isonzo e poi mi sono mangiato un burek a Caporetto. Insomma, ho compiuto tutti quei rituali che in questi mesi mi erano mancati davvero tantissimo, in luoghi che per me sono del cuore». Il sabato in questione è il 13 giugno di questo ben strano 2020 in cui mai avremmo pensato di dover di nuovo attendere con ansia la riapertura del confine tra Italia e Slovenia, rimasto chiuso per mesi durante il lockdown dovuto alla pandemia di Covid-19. Siamo a Topolò, nel cuore della Benecia, e a raccontare è uno dei suoi 21 abitanti,<strong> Moreno Miorelli </strong><em>(qui a destra)</em>, anima – insieme a Antonella Bukovaz e Donatella Ruttar – di quello straordinario laboratorio di frontiera che da anni è appunto il festival <a href="http://www.stazioneditopolo.it/24h-2020/index.html" target="_blank">«Stazione di Topolò/Postaja Topolove»</a>. «Iniziammo nel 1994 – ricorda Miorelli – con la camminata transfrontaliera “oltre la linea immaginaria”, fino a Livek. Allora bisognava comunicare preventivamente chi avrebbe partecipato e, al confine, la polizia controllava che le persone che lo stavano attraversando fossero tutte rigorosamente indicate nell’elenco. Parecchi anni dopo il confine è finalmente caduto e a lui ci siamo presto disabituati. Vederlo ri-materializzarsi all’improvviso è stato uno shock». Il valico più vicino a Topolò è quello di Polava e quando, l’11 marzo, fu chiuso in fretta e furia con pesanti massi, le immagini fecero immediatamente il giro del web destando grande impressione. «Devo dire – continua – che, almeno qui in paese e nei dintorni, la misura è stata accettata. Non è stata presa quasi fosse “uno schiaffo”, come, al contrario, si è letto sui social, si è compreso che l’emergenza sanitaria qui in Italia era pesante e la Slovenia aveva conseguentemente cercato di tutelare i propri cittadini. Certamente è stata un’esperienza che deve farci tenere bene a mente che nulla va dato per scontato, soprattutto conquiste fondamentali come la caduta del confine». Intanto, Covid-19 permettendo, la manifestazione estiva si farà, è stata solo fatta slittare dal mese di luglio ad agosto, si svolgerà infatti dal 28 agosto al 13 settembre. Un evento nel segno della resistenza culturale, prezioso e vitale per questo piccolo borgo che proprio grazie a «Stazione di Topolò» negli ultimi tempi ha attratto nuovi abitanti, tutti giovani, innamoratisi di questa realtà. «Grazie a loro – commenta ancora Miorelli – il lockdown, è stato più leggero. In poco tempo siamo passati da 14 a 21 abitanti, si tratta di cinque giovani e due bambini, a riprova che la cultura può essere la carta vincente di una “montagna povera” come quella delle Valli».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Mettere radici ad Azzida</span></strong></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6650.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1934" alt="IMG_6650" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6650-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>A una ventina di chilometri da Topolò, il silenzioso borgo d’Antro, nel Comune di Pulfero, si affaccia sul dolce fondovalle attraversato dal Natisone. Ha vissuto qui, a pochi passi dal confine, <strong>Letizia Banchig </strong><em>(qui a destra insieme al marito)</em>, fino a 19 anni, poi il trasferimento per gli studi cui sono seguite diverse esperienze anche all’estero, fino in Nepal. Di mezzo il matrimonio con <strong>Priel</strong>, israeliano, e la nascita dei loro due bimbi che oggi hanno 8 e 4 anni. E infine il ritorno, dopo 20 anni, nelle Valli del Natisone, precisamente ad Azzida, nel Comune di San Pietro del Natisone, un piccolo paese antico costruito sopra uno sperone che domina l’ingresso della Val Savogna e di San Leonardo.<br />
«È stata una decisione consapevole – racconta –, ho scelto di tornare da dove ero partita. Ho girato tanto. Mio marito e io abbiamo vissuto prima a Udine, poi a Cividale, ma restava dentro di noi una domanda forte: quali radici dare ai nostri figli? E allora, siccome riteniamo fondamentale l’identità linguistica e culturale, abbiamo scelto le Valli. Azzida in particolare perché i bambini potessero frequentare la scuola bilingue di San Pietro, la convivenza di italiano e sloveno è un tratto distintivo di questa terra che ha saputo cancellare un confine. Ho nel cuore il ricordo di quella notte del 2007 in cui le frontiere cessarono di esistere e andammo in Slovenia pieni di gioia e senza bisogno dei documenti. Fu una sensazione di profonda libertà che rivivo ogni volta che attraverso idealmente la frontiera con mio marito, so infatti che per lui non dover passare mille controlli, come succede invece in Israele, è una liberazione. È anche per questo che siamo venuti ad abitare qui. Quando abbiamo appreso la notizia della chiusura della frontiera, seppur contingente e dovuta a motivi sanitari, ci ha assalito un senso fortissimo di claustrofobia. Io ad esempio mi sono rifiutata di andare a vedere il confine. Guardavo il Monte Nero da lontano, aspettando con trepidazione la giornata di oggi».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>Collaborazione a Oslavia</strong></span></h3>
<p><strong></strong><br />
<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6648.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1933" alt="IMG_6648" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/06/IMG_6648-300x300.jpg" width="300" height="300" /></a>E il confine corre giù, dalle asperità di questa zona di montagna, fino alla dolcezza delle colline del Collio. Scendiamo così ad Oslavia, frazione di Gorizia, per la precisione a Lenzuolo Bianco, località a ridosso del confine che deve il suo nome all’unica parete intonacata di bianco che, durante la Prima Guerra mondiale, restò in piedi nonostante i bombardamenti dal Monte Sabotino: da lontano, appunto, pareva un lenzuolo bianco. Qui nasce il vino – pregiatissimo – di Josko Gravner, fatto maturare nelle anfore di terracotta provenienti dal Caucaso. A raccontarci il ritorno alla normalità è sua figlia, <strong>Mateja Gravner </strong><em>(qui a destra)</em>. «L’idea che la frontiera di colpo fosse stata chiusa è stato shoccante – spiega –, perché ormai qui i confini ce li siamo tolti dalla testa. Va detto che li abbiamo sempre vissuti in modo abbastanza libero, dovevamo avere la “propusnica”, il “lasciapassare”, ma comunque li attraversavamo abbastanza agevolmente, conoscevamo gli orari, sapevamo come comportarci. Anche rispetto ai servizi, ne fruivamo da una parte o dall’altra in base a dove ritenevamo fossero migliori, ad esempio mia nipote frequentava le lezioni di danza “dall’altra parte”, quelle di musica a Gorizia. Doverci riconfrontare con qualcosa che avevamo archiviato è stato disorientante».<br />
Difficoltà nella difficoltà i vigneti Gravner si estendono sia in Italia che in Slovenia, a Brda. «Per noi – continua Mateja – il confine non è mai stato nominalmente chiuso, abbiamo avuto la massima collaborazione da parte della Slovenia che è stata pronta ed efficace nel rispondere alle nostre richieste, chiedendo in cambio da parte nostra la massima responsabilità. Insomma, pur nello smarrimento iniziale la situazione è stata affrontata insieme e per quello che era, una chiusura dettata dall’emergenza».<br />
«Insieme» è dunque ancora una volta la parola chiave. E ora la situazione qual è? «È vivo il desiderio di un ritorno alla normalità. “Di là” ci rimpiangono tanto e non è solo per una questione economica. Certo, portiamo una bella fetta di fatturato, ma nel tempo si sono create relazioni autentiche, ora che stiamo superando quella fase in cui la paura era la quotidianità, cominciano a mancarci le persone, sentiamo forte la distanza. Non è un caso che da quando, due settimane fa, è stata ripristinata la possibilità per gli sloveni di entrare in Italia, questi abbiano “invaso”, in senso positivo naturalmente, i locali di Gorizia e Cormons. Diciamo che c’è solo qualche piccola difficoltà con le regole che sono diverse, in Slovenia, ad esempio, la mascherina non si usa più, qui invece sì, ma son tutte piccole questioni risolvibili. L’importante è essersi riappropriati dell’impagabile libertà di abitare un territorio senza doversi fermare davanti un valico, è una conquista a cui non possiamo rinunciare e di cui non dobbiamo dimenticare il valore».<br />
<strong><em>Anna Piuzzi</em></strong></p>
<p><em>Nella foto in alto (tratta dal profilo Flickr di di Alessandra Del Gos) una veduta di Topolò.</em></p>
<p><em>Articolo pubblicato sul settimanale diocesano di udine «La Vita Cattolica» del 17 giugno 2020.</em></p>
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