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	<title>Anna Piuzzi &#187; Salute mentale</title>
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		<title>Con Arum a Venezia, in dialogo con Alberta Basaglia</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Nov 2024 12:14:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute mentale]]></category>

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		<description><![CDATA[«Il nostro desiderio è che il numero di persone che possono accedere al materiale qui conservato, per studiare il movimento di cui Franco Basaglia e Franca...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«Il nostro desiderio è che il numero di persone che possono accedere al materiale qui conservato, per studiare il movimento di cui Franco Basaglia e Franca Ongaro sono stati parte, sia il più alto possibile. Questo perché le carte, i documenti dell’archivio raccontano la storia di quella rivoluzione, il “dietro le quinte”, il clima che si respirava, spiegando anche quali possono essere gli strumenti e le strade per continuare oggi quel lavoro e scongiurare così il rischio di un pericoloso arretramento». Siamo a Venezia, a Palazzo Loredan. Qui, da un anno e mezzo, ha trovato casa l’Archivio Basaglia, ospitato dall’Istituto veneto di Scienze, Lettere ed Arti. A raccontare è Alberta Basaglia, figlia di Franco e Franca. L’occasione è significativa, la visita, infatti, chiude idealmente l’importante progetto realizzato dall’associazione Arum nel centenario della nascita di Franco Basaglia, iniziativa che ha visto – tra le diverse attività – la costituzione sul territorio di numerosi gruppi di lettura che hanno riletto (o letto per la prima volta) i testi di Basaglia e Ongaro. Insomma, un “incontro” con lo psichiatra che chiuse i manicomi, proprio nel momento storico in cui la Salute mentale paga il conto più salato della crisi che sta vivendo il Sistema sanitario nazionale. E in visita all’archivio ci sono proprio i rappresentanti dei gruppi di lettura, operatori e operatrici, persone che fruiscono dei servizi dei Centri di Salute mentale e anche i loro familiari.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Continuare un percorso</span></strong><br />
«Non è questo un luogo che mira a custodire ricordi, a celebrare due figure – spiega Basaglia –, è un luogo che vuole restare vivo, che punta ad alimentare un cammino». Un cammino – precisa più volte – che non è stato solo dei suoi genitori, ma che anzi ha avuto dimensione collettiva: «Parliamo di un movimento che ha rappresentato una lotta fondamentale per il nostro Paese, una lotta che non è stata solo di Franco e Franca, ma di tutte le persone che vi hanno preso parte in quel momento, ma anche di quanti e quante oggi continuano, con grande difficoltà, a portare avanti quel discorso».</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Com’è nato l’archivio</span></strong><br />
«All’indomani della morte di nostra madre – continua Basaglia, facendo un passo indietro nella storia –, mio fratello e io abbiamo pensato immediatamente che tutto il materiale che si trovava a casa nostra dovesse confluire in un archivio a disposizione della collettività. E così abbiamo fatto, dando vita a una realtà che oggi è riconosciuta come d’interesse storico dal Ministero della Cultura. Per dieci anni la sede è stata sull’isola di San Servolo, dove si trovava uno dei due manicomi di Venezia che, dopo la chiusura grazie alla legge 180, è stato ristrutturato dalla Provincia di Venezia e trasformato in un polo culturale. Col tempo però siamo cresciuti e, piano piano, sono maturate anche le condizioni per una nostra presenza in centro città, in un luogo più facilmente raggiungibile da chi vuole fare ricerca. Palazzo Loredan è bellissimo, pieno di saloni enormi, molto importanti, a noi però piace tantissimo occupare gli spazi della “soffitta”, ci restituisce una dimensione di casa e ci sembra che i ricercatori e le ricercatrici possano in qualche modo sentirsi avvolti da questo clima».</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Il “dietro le quinte” della storia</strong></span><br />
Ma cosa si trova in questo archivio? «Tutti i libri che avevamo in casa – spiega Basaglia –, ma soprattutto le “carte” che consistono in gran parte nelle lettere che i nostri genitori hanno ricevuto. Il lavoro che stiamo cercando di fare in questo momento è recuperare le lettere che loro, a loro volta, avevano scritto nell’ambito di quella corrispondenza, così da ricostruirla in maniera compiuta. Stiamo dunque collaborando con archivi di tutto il mondo perché l’impegno di quegli anni aveva davvero una dimensione internazionale». Un’altra parte della documentazione – delle “carte” – è costituita dalle varie fasi di scrittura dei libri che negli anni sono poi stati pubblicati. E ancora, gli articoli di giornale, i testi degli interventi ai convegni. Un’altra parte ancora è costituita dall’archivio dell’attività parlamentare di Franca Ongaro, nel 1983 venne infatti eletta in Senato con Sinistra Indipendente e vi rimase per due legislature consecutive, fino al 1992.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Una complicità preziosa</strong></span><br />
«L’aspetto per me importantissimo di questi documenti – racconta Alberta Basaglia – è che proprio lì dentro si trova traccia anche dei rapporti affettivi, di relazione, che c’erano tra quelle persone che diedero vita al movimento, ed è il grandissimo valore aggiunto dell’archivio. Dalla corrispondenza si capisce che quella lotta non è stata solo per arrivare a una conquista, è stata man mano costruita anche attraverso la complicità e la condivisione delle persone che lavoravano insieme». A frequentare l’archivio sono soprattutto donne, ma più in generale studenti e studentesse che stanno iniziando a lavorare alla loro tesi di laurea o di dottorato. Due lavori importantissimi sono stati pubblicati nel 2024: il libro inedito di Franco Basaglia, curato da Marika Setaro, «Fare l’impossibile» (Donzelli) e «Contro tutti i muri. La vita e il pensiero di Franca Ongaro» (Donzelli) di Annacarla Valeriano. Entrambe le ricercatrici hanno attinto a materiali dell’archivio.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Da dove cominciare?</strong></span><br />
Tra le domande poste ad Alberta Basaglia durante l’incontro anche un “da dove cominciare” a conoscere da vicino Basaglia visto che i percorsi accademici sempre di più lo mettono da parte? I testi di più facile lettura sono «Le conferenze brasiliane», un vero e proprio dialogo tra persone, imprescindibili poi «L’istituzione negata» e «Cos’è la psichiatria».<br />
Significativa anche la parte di materiale fotografico e audiovisivo, l’Archivio sta lavorando con le Teche Rai e la Cineteca di Bologna per costruire una rete di tutti i documenti video che riguardano quel periodo, documentando anche altre esperienze.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Con i più piccoli</strong></span><br />
Infine, il lavoro con i più piccoli, con i giovani? «Al di là del fatto che io mi diverto tantissimo a lavorare con loro – risponde ridendo Alberta Basaglia – è un tassello fondamentale del nostro impegno. Una volta che si cresce avendo imparato a relazionarsi con l’altro, avendo capito che ci sono tanti modi di essere, una volta che si è imparato ad accettare il fatto che non siamo tutti omologati, non si torna più indietro, ed è proprio questo il cammino che dobbiamo continuare a percorrere come società».<br />
Anna Piuzzi</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;edizione di mercoledì 30 ottobre del settimanale diocesano di Udine.
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</p>
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		<title>100 anni di Basaglia. La sua rivoluzione da difendere</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 06:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Basaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute mentale]]></category>
		<category><![CDATA[Associazione Arum]]></category>

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		<description><![CDATA[Undici marzo 2024. Cento anni oggi dalla nascita di Franco Basaglia, psichiatra visionario e uomo capace di dar vita alla rivoluzione che aprì i manicomi e...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Undici marzo 2024. Cento anni oggi dalla nascita di Franco Basaglia, psichiatra visionario e uomo capace di dar vita alla rivoluzione che aprì i manicomi e slegò i matti, restituendo loro diritto di cittadinanza. Di questo centenario, dei passi indietro e della necessità di difendere quella rivoluzione –l’ultima che abbia illuminato questo Paese – ho scritto grazie a voci preziose, incroci inattesi, ma non casuali che si sono presto trasformati in dialogo, relazione, scambio. Penso soprattutto a <strong>Maria Angela Bertoni</strong> e a<strong> Nadia Della Pietra</strong> che con pazienza, in questi mesi, mi hanno raccontato, spiegato, mostrato. Mi hanno insomma trasmesso un piccolo patrimonio di esperienze decantato in parole che certo non si esaurisce in questo spazio, ma che anzi ne alimenterà altri.</em></p>
<p><em>E poi sono profondamente grata a <strong>Vilma</strong> che mi ha affidato la sua storia di madre perché – mi ha detto – «può essere d’aiuto ad altri». Lei e il dottor <strong>Marco Bertoli</strong>, da due punti di osservazione diversi, spiegano bene perché i Centri di Salute mentale devono essere sul territorio, in una relazione di prossimità e continuità con i cittadini e le cittadine che ne usufruiscono, aperti sette giorni su sette e ventiquattrore su ventiquattro.</em></p>
<p><em>Di seguito i quattro articoli pubblicati sull&#8217;edizione del 6 marzo del settimanale diocesano di Udine.</em></p>
<p><em>Nella fotografia Franco Basaglia con i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, 1968-1969. (Gianni Berengo Gardin, Contrasto)</em></p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Ritornare a Basaglia per tutelare i diritti delle persone e garantire i servizi</span></h3>
<p>Sono trascorsi cento anni dalla nascita di Franco Basaglia. Quarantacinque dalla legge che porta il suo nome e che ha aperto i manicomi. Ricorrenze che chiedono – per affrontare il futuro – di fermarsi un istante e di volgere lo sguardo indietro, al percorso fatto. Soprattutto se il cammino è di quelli che hanno scardinato una visione di mondo e di società. Soprattutto se, ciclicamente, quella visione del mondo viene messa in discussione.</p>
<h5><em><strong>Pensiero attuale</strong></em></h5>
<p>«<em>Credo all’attualità del pensiero e della pratica di Basaglia</em> – evidenzia la psichiatra <strong>Giovanna Del Giudice</strong>, presidente della Conferenza per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia –. <em>Sono moltissimi i temi che si possono riprendere dal suo lavoro. In particolare in questi tempi bui che stiamo attraversando, segnati dall’impoverimento dei servizi e delle risorse, ritornare a Basaglia serve per impegnarci a tutelare i diritti delle persone, pensando alla forza dello stimolo che lui ha dato</em>».</p>
<h5><strong><em>Una rivoluzione tradita?</em></strong></h5>
<p>«<em>La celebrazione non si addice a Basaglia</em> – premette sorridendo <strong>Maria Angela Bertoni</strong>, psichiatra che è stata a lungo direttrice del Centro di Salute mentale di Udine, e che ora fa parte dell’associazione Arum, l’Associazione familiari, utenti e cittadini per la salute mentale di Udine –. <em>Questo centenario deve rappresentare l’occasione per avere uno sguardo più attento sulla realtà attuale, per questo come associazione abbiamo organizzato una rilettura diffusa dei suoi testi, in piccoli gruppi che stanno lavorando sul territorio per poi confluire in un incontro pubblico che si terrà a maggio. Tanto più a Udine che, bisogna ricordarlo, ha chiuso il suo manicomio solo nel 1996, con grande ritardo se pensiamo che la legge 180 è del 1978, questo perché la politica, ma non solo, penso anche ad altre realtà, in parte pure la Chiesa, non guardavano con grandissimo favore alla deistituzionalizzazione. È un dato che bisogna tenere in considerazione in un passaggio storico in cui quella legge va difesa, perché i rischi sono tanti, si stanno facendo purtroppo numerosi passi indietro</em>». Lo conferma <strong>Nadia Della Pietra</strong>, assistente sociale che per due anni ebbe la fortuna di lavorare insieme a Basaglia, a Trieste, anche lei attiva nell’associazione Arum. «<em>Arrivare a Udine</em> – racconta – <em>fu uno shock, venivo da una realtà che aveva rivoluzionato il concetto di cura e all’improvviso mi trovavo a lavorare al “reparto nove” del manicomio di Sant’Osvaldo, dov’erano rinchiuse le cosiddette “agitate”. Devo dire che poi si è lavorato molto, parecchi degli infermieri e dei medici si rimisero in gioco. C’era poi tanto spazio per la formazione, per far maturare un pensiero sulla salute mentale, in una dimensione tanto individuale quanto collettiva. Oggi purtroppo la situazione è complicata, assistiamo a un’aziendalizzazione della sanità, si sono fatti spazio, anche nel campo della salute mentale i “protocolli” che mettono in qualche modo da parte la visione di Basaglia che metteva al centro la persona</em>». «<em>La valorizzazione della soggettività</em> – sottolinea Bertoni – <em>valeva anche in ambito lavorativo, avevamo la grandissima possibilità di esprimere noi stessi. Oggi l’atto aziendale dell’Asufc va in direzione opposta</em>».</p>
<p>«<em>Non dimentichiamo poi che viviamo un momento delicato</em> – aggiunge ancora Bertoni – <em>il Covid ha lasciato un segno pesante nella domanda di salute mentale. Non solo. L’impoverimento delle famiglie aumenta il disagio perché, non necessariamente, ma spesso la povertà è terreno fertile per il disagio, si potenziano a vicenda. Così l’impoverimento delle risorse per la Sanità, in particolare per la Salute mentale, e un welfare che si fa meno generoso diventano un mix pericolosissimo. È poi preoccupante il depotenziamento dei Centri di Salute mentale sul territorio, in molti casi non più garantiti sulle 24 ore, che dovrebbero invece assicurare prossimità nella cura. Serve l’impegno di tutti per tenere i riflettori accesi ed evitare che la rivoluzione di Basaglia venga smantellata</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><em><span style="color: #ff6600;"><strong>Testimonianza di una mamma. </strong></span></em></h5>
<h3><span style="color: #ff6600;"><strong>«I Centri di Salute mentale sono imprescindibili per le famiglie. Preoccupa il loro impoverimento»</strong></span></h3>
<p><em>«Scoprire che mio figlio soffriva di un problema di salute mentale è stato devastante</em>». La diagnosi – nove anni fa – arriva nella vita di Vilma come una doccia fredda, suo figlio ha poco più di vent’anni e all’improvviso il futuro si trasforma in un terreno minato: si sente sola, spaesata, non sa quali passi compiere. La sua storia, <strong>Vilma</strong>, ce la racconta a cuore aperto perché, ci dice, «<em>può essere di aiuto ad altri</em>». «<em>Qualche problema c’era già</em> – spiega –. <em>Col senno di poi è chiaro che si trattava delle prime avvisaglie di qualcosa di più grande, ma io non lo sapevo, soprattutto, non riuscivo a trovare una strada concreta per aiutare mio figlio. Ho provato in tanti modi, sempre senza risultati. Poi un medico ci ha indirizzati al Centro di Salute mentale di San Daniele, lì abbiamo subito trovato risposte e mio figlio ha acconsentito al ricovero. Pur nel dolore della situazione è stata un’esperienza positiva perché la dottoressa che lo ha preso in carico se ne è occupata negli anni come avrebbe fatto una madre, seguendo il suo percorso e accompagnando le sue crisi, trovando di volta in volta le soluzioni più adatte</em>». «<em>Per noi</em> – prosegue Vilma –<em> il Csm è stato un presidio prezioso, fondamentale. Ogni volta che abbiamo avuto bisogno di aiuto, che fosse telefonicamente o recandoci di persona, abbiamo sempre avuto risposta perché si trattava di personale che conosceva il caso di mio figlio e dunque sapeva muoversi di conseguenza, capaci di affrontare le diverse situazioni nel loro evolversi</em>».</p>
<p>«<em>Oggi di fronte all’impoverimento dei Centri di Salute mentale, in quanto a personale, ma anche rispetto agli orari di accesso, la nostra preoccupazione di familiari è davvero grande</em> – evidenzia la donna –. <em>Ci preoccupa moltissimo il futuro, quello prossimo, ma soprattutto quello che sarà “dopo di noi”: saranno garantite cure adeguate ai nostri figli? Con la continuità necessaria? Parliamo di persone che hanno bisogno di essere accompagnate da qualcuno che conosca la loro storia. Sono uomini e donne che hanno bisogno di dialogo, di aprirsi, servirebbero ad esempio più psicologi all’interno dei centri. Non c’è poi solo il momento della crisi, c’è anche l’evoluzione dello stare meglio che ha bisogno di un aiuto nel raggiungere dove possibile un’autonomia di vita, abitativa e lavorativa</em>». «<em>E poi</em> – aggiunge Vilma – <em>non vanno dimenticate le famiglie, anche loro hanno bisogno di ascolto per essere aiutate a comprendere. In questo frangente per me sono state fondamentali l’associazione di auto-mutuo aiuto dei familiari di San Daniele e l’associazione Arum, mi hanno letteralmente salvata. Confrontarsi con persone che stanno vivendo la tua stessa soluzione, che possono suggerirti soluzioni, ma anche solo ascoltarti è bellissimo, importante e utile. Una diagnosi di questo tipo, rispetto a un figlio non si accetta mai fino in fondo, ma non essere soli, sentirsi compresi, fa la differenza</em>».</p>
<p>«<em>Sono convinta</em> – conclude Vilma – c<em>he nella complessità di oggi, il pensiero di Basaglia sia più attuale che mai. Celebrare i suoi cento anni è importante, ma lo è ancora di più garantire i servizi, la prossimità delle cure, le opportunità di vita per chi ha un problema di salute mentale: questo deve essere un punto fermo, per tutti</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><em><strong><span style="color: #ff6600;">Marco Bertoli. Direttore del Dipartimento di Salute mentale</span></strong></em></h5>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">«La medicina territoriale si basa su prossimità, presenza e continuità. Per questo ai Centri di Salute mentale serve un’operatività sulle 24 ore»</span></strong></h3>
<p>I Centri di salute mentale sul territorio – operativi sulle 24 ore – sono imprescindibili nella loro importanza per la cura delle persone. A ribadirlo, in un momento in cui diverse di queste realtà sono in difficoltà per mancanza di risorse – è il direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asufc (l’Azienda sanitaria universitaria del Friuli centrale), <strong>Marco Bertoli</strong>. «<em>La Sanità</em> – spiega lo psichiatra – <em>è in difficoltà. Ma, a mio parere, se da una parte c’è bisogno di una centralizzazione, di un contenimento delle risorse degli ospedali, di una loro riorganizzazione, questo non può valere a livello del territorio, perché le necessità primarie del territorio, della medicina territoriale sono prossimità, presenza e continuità. Dovrebbe dunque essere operata un’azione diversificata sulle risorse, soprattutto professionali, rispetto alle quali scontiamo un grave errore di pianificazione. Tanto più tenendo conto di denatalità ed invecchiamento della popolazione</em>».</p>
<p><em>«Molti non vogliono capire l’importanza delle “24 ore”</em> – evidenzia ancora Bertoli – <em>che invece per i pazienti e i familiari è fondamentale. Parliamo cioè della possibilità dell’ospitalità notturna nei Csm a cui, per altro, corrisponde una decongestione dell’ospedale. Poter essere curati, affrontare una crisi, in una situazione più familiare e conosciuta per il paziente, con la stessa équipe di lavoro, è importantissimo. Non solo. L’apertura sulle 24 ore vuol dire anche che se il paziente o un familiare telefona, trova sempre qualcuno e questo per chi è in stato di agitazione o per chi vive un malessere è una sicurezza incalcolabile. A chi non vive questa fragilità può sembrare cosa da poco invece è un aspetto che fa la differenza in maniera profonda. Organizzazione che per altro permette una domiciliarizzazione degli interventi e delle terapie di grandissima valenza</em>».</p>
<p>&nbsp;</p>
<h5><span style="color: #ff6600;"><em><strong>Inchiesta di Altraeconomia e Convegno con Luca Rondi</strong></em></span></h5>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Psicofarmaci: uso e abuso in carcere</span></strong></h3>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/01/carcere_via-spalato.jpeg"><img class="alignright size-medium wp-image-2255" alt="carcere_via spalato" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2024/01/carcere_via-spalato-300x200.jpeg" width="300" height="200" /></a>«<em>Più che celebrare i cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, come Dipartimento di Salute mentale, abbiamo pensato che fosse più significativo raccontare fatti, buone pratiche e affrontare questioni aperte</em>». Spiega così <strong>Marco Bertoli</strong>, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asufc (l’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale) la scelta di organizzare proprio lunedì 11 marzo, alle 17.30 in Sala Ajace, a Udine, l’incontro «Fine pillola mai» il cui titolo riprende l’inchiesta di «Altraeconomia» – firmata dal giornalista Luca Rondi – sull’abuso di psicofarmaci nelle carceri italiane, tra salute mentale e controllo della popolazione detenuta. Incontro che segue quello già tenutosi a San Daniele (incentrato su uno dei capisaldi del pensiero di Basaglia, la differenza fra Psichiatria e Salute mentale) e a cui ne seguiranno altri, in ognuna delle città in cui c’è un Centro di Salute mentale.<br />
«<em>Basaglia</em> – osserva Bertoli – <em>in manicomio trovò il disastro umano, fu colpito dalla bruttezza dei luoghi, dal fatto che le persone fossero ridotte e contenute entro un recinto. Disse che quella non era cura. Propose dunque una cura che fosse non solo attenzione alla sintomatologia, ma che andasse oltre diventando attenzione alla persona, ai suoi vissuti, ai contesti. Una cura che puntasse a un recupero della persona attraverso gli strumenti della vita: la casa, il lavoro, la socialità. Basaglia morì giovanissimo, ma c’è chi ha raccolto, dato concretezza alla sua eredità e che continua a farlo anche oggi, anche senza averlo conosciuto</em>».<br />
«<em>L’11 marzo</em> – prosegue Bertoli – <em>parleremo di carcere perché Basaglia avversava le istituzioni totali e il carcere è un’istituzione totale, l’intenzione è dunque quella di prestare un’attenzione particolare a questa realtà, anche grazie allo sguardo di Franco Corleone che come Garante dei Diritti dei Detenuti ha fatto e sta facendo moltissimo. Dal nostro punto di vista, come Dipartimento, c’è dunque un impegno forte in questo senso, un impegno innanzitutto a mantenere i riflettori accesi su un’istituzione come questa dove siamo presenti con un’équipe di lavoro composta da due medici, una psicologa e un educatore professionale e che considera il carcere come parte integrante del territorio</em>».<br />
L’inchiesta di cui si parlerà al convegno «Fine pillola mai» fa luce – dati alla mano – sull’uso e abuso di psicofarmaci in quindici carceri italiane, fra queste anche la casa circondariale di via Spalato a Udine. In particolare viene presa in considerazione la spesa pro-capite che risulta di gran lunga superiore rispetto all’esterno, per gli antipsicotici addirittura di 5 volte. A Udine – dove va detto che i dati seppur alti, sono in calo rispetto agli anni precedenti – si spendono in anti psicotici 19,1 euro pro-capite, all’esterno la spesa media è di 3,1 euro.<br />
Al convegno, oltre a Luca Rondi, interverranno Franco Corleone, gli psichiatri Calogero Anzallo e Stefano D’Offizi.</p>
<p><strong><em>Gli articoli di questa pagina sono stati pubblicati sull&#8217;edizione del settimanale diocesano di Udine del 6 marzo.</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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