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	<title>Anna Piuzzi &#187; Iran</title>
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		<title>Iran e Iraq, ascoltando chi vive in Friuli</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 12:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio Friuli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
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		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Esattamente una settimana fa ci siamo svegliati con la notizia dell’attacco iraniano alle basi americane in Iraq. Come trattare a Udine, su una piccola testata locale, un argomento come questo, di politica internazionale? Dal mio punto di vista, attingendo alla ricchezza di un territorio abitato da persone che provengono da tutto il mondo, ascoltando che cosa vuol dire essere iraniani, iracheni, pakistani, etiopi o bengalesi. Così, mercoledì scorso, ho chiamato <em><strong>Medhi</strong></em>, in primo luogo un amico e collega, una persona splendida. Mehdi è iraniano, ma vive e lavora in Friuli ormai da quasi dieci anni. Rifugiato politico, è fuggito dal suo Paese nel 2009, a causa della feroce repressione delle manifestazioni contro l’elezione di Ahmadinejad. Qui sotto trovate l’intervista, dedicatele un attimo di tempo, perché in questi giorni leggiamo titoli come «scoppia la protesta in Iran», la verità è che la protesta non si è mai fermata: è stata colpita, repressa nel sangue, fiaccata, ma non muore, perché c’è un desiderio di libertà – soprattutto nei giovani – che resiste, nonostante la ferocia del regime, e che ha un disperato bisogno di non essere abbandonato a se stesso. Oltre all’intervista a Mehdi c’è anche un pezzo sull’Iraq, anche qui per scriverlo ho sentito un amico iracheno che vive e lavora qui, anche nel suo Paese c’è chi è in piazza da mesi. Dunque, buona lettura!</p>
<h2><span style="color: #ff6600;"><strong>Iran e Usa: venti di guerra. Una voce dal Friuli</strong></span></h2>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1888" alt="mehdi" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/01/mehdi-182x300.jpeg" width="182" height="300" /></p>
<p>Si fa beffe della pace il 2020, catapultandoci – in appena una manciata di giorni – in uno scenario cupo, in cui la minaccia di una guerra dalle proporzioni potenzialmente imprevedibili agita l’attualità. A preoccupare sono i rapporti tra Iran e Stati Uniti che, da tesi, sono diventati incandescenti. L’escalation giovedì 2 gennaio con l’uccisione – ordinata dal presidente americano Donald Trump – a Baghdad del generale iraniano Qassem Suleimani, uno dei più grandi nemici degli Stati Uniti degli ultimi anni e uno dei personaggi più potenti di tutto il Medio Oriente. Imponente la folla che ha partecipato ai suoi funerali, tanto che la calca ha provocato 56 morti e 213 feriti. L’acuirsi, prevedibile, nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 gennaio con la risposta iraniana: un attacco missilistico lanciato da Teheran contro le basi militari Usa in Iraq.</p>
<p>Numerosi sono i rifugiati politici che negli anni dall’Iran hanno riparato in Italia. Tra loro <em><strong>Mehdi Limoochi</strong> </em>(<em>nel riquadro</em>), operatore della Caritas diocesana di Udine, 39 anni, nel nostro Paese dal 2009 a seguito della repressione delle proteste contro l’elezione di Ahmadinejad.</p>
<p><b>Qual è la sua percezione degli eventi? Lo stato d’animo?</b></p>
<p>«La notizia dell’uccisione di Suleimani ha destato in me, da subito, una grande preoccupazione, si tratta della seconda persona più importante del regime iraniano, come presenza militare. Da tanti era considerato un eroe che ha difeso il Paese dall’Isis».</p>
<p><b>Da tanti, ma non da tutti.</b></p>
<p>«Proprio così. Negli ultimi mesi con il gruppo militare di cui faceva parte si era reso protagonista, come in passato, di una feroce repressione delle manifestazioni di piazza che erano scoppiate a novembre a seguito dell’aumento del costo del carburante e proseguite per chiedere, soprattutto da parte dei giovani, ancora una volta, più diritti: hanno ammazzato 1500 persone. È chiaro dunque che per tanti altri Suleimani non possa essere considerato un eroe. La società in altre parole è spaccata in due».</p>
<p><b>Lo scenario è in evoluzione, ma cosa si può prevedere?</b></p>
<p>«È difficile dirlo, perché la propaganda rende complicato capire come stiano davvero le cose. Alcuni, addirittura, sostengono che le notizie non siano vere, che l’Iran avrebbe venduto Suleimani, per avvicinare il momento del ritiro delle sanzioni. In quest’ottica l’attacco alle basi americane sarebbe solo una risposta dovuta, un modo per accontentare i pasdaran iraniani. Al di là di queste ricostruzioni, l’attacco iraniano deve metterci in allarme, se dovessero esserci nuove azioni di risposta da parte dell’America, non so dove si potrà finire, l’Iran non è l’Iraq con un regime che può crollare facilmente come quello di Saddam Hussein. E per altro il conflitto si allargherebbe ad altri Paesi dell’area. Le conseguenze sono inimmaginabili».</p>
<p><b>I suoi amici in Iran come la pensano?</b></p>
<p>«Le voci sono diverse, alcuni dicono che la situazione si congelerà prima di arrivare a una guerra vera e propria. Altri dicono che è meglio la guerra se può far cadere il regime: meglio il conflitto, piuttosto che continuare a vivere senza libertà. La maggior parte dei giovani non sopporta il regime. Anche se c’è un po’ di confusione».</p>
<p><b>In che senso?</b></p>
<p>«L’azione di Trump in alcuni ha fatto scattare un sentimento che induce a riconsiderare la figura di Suleimani come difensore del Paese. Un sentimento questo che la propaganda cerca di alimentare».</p>
<p><strong>Cosa c’è da augurarsi in questo momento?</strong></p>
<p>«Il nostro auspicio è che l’Europa abbia il coraggio e la forza di porsi come elemento di dialogo, specialmente sulla base dei risultati che l’accordo sul nucleare aveva dato e che ora rischiano di essere vanificati, soprattutto da quando Trump ha deciso di tirarsene fuori».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
<p>(Foto Ansa in evidenza tratta dal sito lastampa.it)</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #ff6600;">In Iraq popolazione stremata. In Piazza Tahrir i manifestati resistono</span></h2>
<p>«Manco dall’Iraq, ormai da 16 anni, ma queste nuove notizie di guerra sono un dolore profondo, il mio Paese non riesce a rinascere». A raccontare i suoi sentimenti è <b>S.</b>, rifugiato politico dal 2003 in Italia e che dal 2004 vive con la sua famiglia – la moglie e tre figli – in Friuli.</p>
<p>«L’Iraq – spiega – soffre da anni, non c’è mai stata una tregua: la guerra, l’embargo, l’invasione. Saddam Hussein è caduto da 16 anni, alla popolazione sono state fatte tante promesse, ma nessuna è stata mantenuta». «Uscivamo da una situazione storica in cui c’era un solo partito, al governo, è innegabile c’era una dittatura che teneva tutto sotto controllo. Io sono cristiano, la nostra minoranza non aveva mai avuto problemi. Per altro, abbiamo sempre convissuto per secoli. Ora c’è il caos, come sempre accade quando c’è un cambiamento di questo tipo, non è facile per la politica accordarsi».</p>
<p>E rispetto all’Iran? «In questo momento – evidenzia – la maggioranza al governo è sciita, come in Iran. Se ne parla poco, ma da mesi piazza Tahrir, a Baghdad, è piena di persone che, come in altri Paesi del Medio Oriente, sta protestando contro il governo che appunto è manovrato dall’Iran. Suleimani aveva una grandissima influenza nel Paese. La gente però è stanca, non vuole un governo religioso, ma laico, democratico che dia almeno alcuni diritti. È questo che si continua a chiedere, ma contro i manifestanti è stato aperto il fuoco, ci sono stati tantissimi morti. Eppure c’è ancora chi protesta, chi continua a restare in piazza, addirittura con le tende, durante la notte. I media dovrebbero raccontarlo».</p>
<p>«La situazione rischia di peggiorare. Il parlamento vuole mandare via gli americani, ma mi chiedo che cosa succederà dopo. Un nuovo embargo? Chi pagherà? La gente normale che è stremata. In questo scenario, rischiamo addirittura più dell’Iran».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Non quote rosa, ma un granello del coraggio di Shirin Ebadi in tutte noi</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jun 2014 16:48:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>

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		<description><![CDATA[«Farò in modo che il regime rimpianga la scelta di allora». E l’emozione esplode, fragorosa, in un applauso lunghissimo per la donna che abbiamo di fronte....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Farò in modo che il regime rimpianga la scelta di allora</em>». E l’emozione esplode, fragorosa, in un applauso lunghissimo per la donna che abbiamo di fronte. Minuta, ma tenace, forte. Straordinariamente intelligente. È <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Shirin_Ebadi" target="_blank">Shirin Ebadi</a>, iraniana, premio Nobel per la pace (2003) che così risponde alla domanda di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gian_Antonio_Stella" target="_blank">Gian Antonio Stella</a> che, intervistandola, le ha chiesto come si sente nei confronti di quel regime che all’indomani della rivoluzione del ’79 le ha impedito di continuare il suo lavoro di giudice, declassandola a semplice impiegata. Siamo a Giavera del Montello, alla <a href="http://www.ritmiedanzedalmondo.it/it/" target="_blank">Festa dei popoli</a>, fa caldo, parecchio. Ma sono tantissime le persone che in questa domenica mattina di giugno sono comunque qui, per ascoltare la testimonianza di Ebadi.</p>
<p>Stella la incalza &#8211; a volte troppo, non lascia quasi parlare -.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0355.jpg"><img class=" wp-image-381 alignright" alt="Shirin Ebadi" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0355.jpg" width="346" height="236" /></a>Le legge un brano dell’interrogatorio di Giovanna d’Arco e per un attimo tutti torniamo al 1431 a Rouen. «Chi ti ha consigliato di indossare abiti maschili?» chiede il giudice. La risposta di Giovanna è ironica: «Non farò ricadere su altri una responsabilità così pesante!». «Non crede &#8211; chiede Stella &#8211; che tra l’inquisizione è il komeinismo non ci siano poi molte differenze, ma solo una sfasatura di alcuni secoli?». «Non c’è nessuna differenza». «E lei è ancora islamica?». «Certo, sono ancora musulmana e credente». «Forse un po’ in crisi?», insiste Stella. «Assolutamente no». Un altro applauso.</p>
<p>«Quanto peso ha il maschilismo in una certa interpretazione dell’Islam?» continua il giornalista. «Ecco, questa è una domanda importante &#8211; sottolinea Ebadi -. Tutte le religioni maltrattano le donne e questo perché sono sempre state interpretate dagli uomini. La prima peccatrice è stata Eva, ora tutte le donne devono essere punite per questo. È arrivato il momento che anche le donne interpretino la religione. Non mi meraviglierei che tra 20 anni venisse fuori che la mela l’ha mangiata Adamo (il pubblico scoppia questa volta in una risata). Ho sempre sostenuto che se le donne credono in una religione devono conoscerla molto bene, studiarla, perché non abbiano a prevalere le superstizioni. Devono farlo per sapersi difendere». E Stella prosegue sul terreno della religione sottolineando il ritardo dell’Islam. «Certo, siamo in ritardo. Di secoli. Ma in Occidente avete avuto il Rinascimento, in Oriente ancora non c’è stato. Oggi però anche i tempi sono diversi, e sono convinta che ci vorrà meno tempo per recuperare. Insomma, speriamo di recuperare “saltando”». Sorride.</p>
<p>Ci addentriamo tra le pieghe di un mondo per noi &#8211; per me &#8211; difficile anche solo da immaginare. Il potere assoluto del clero, la delusione per Katami. E poi l’impietosa analisi su Rohani: «Non lo avrei votato. Il suo passato ci fa capire che è un fondamentalista. E poi il numero di persone giustiziate per la propria opinione politica sono aumentate da quando è stato eletto, questo perché comunque tutto il potere è nelle mani della Guida suprema dell’Iran, non del presidente».</p>
<p>Lungo il discorso sulla giustizia, anche rispetto al rapporto tra Occidente ed immigrazione. «Fino a che punto il rispetto per la cultura di origine di un migrante deve riflettersi nel diritto?». «Il rispetto per le tradizioni di una persona deve fermarsi laddove si violano i diritti umani universalmente riconosciuti».</p>
<p>E quando Stella le chiede del mancato nobel a Malala Yousafzai, lei risponde: «Credo che il Nobel sarebbe dovuto andare a suo padre. Malala è vittima di un delitto, ma il vero eroe è suo padre che ha cresciuto una figlia così forte e determinata in un paese piccolo dove i fondamentalisti hanno un potere fortissimo. Il padre di Malala non ha voluto vivere come gli altri e ha educato i figli in un altro modo».</p>
<p>Finisce in un batter d’occhio questa tappa italiana del cammino di Ebadi che vuole «far arrivare nel mondo la voce dell’Iran». Sono già trascorse due ore, ma resteresti ad ascoltarla ancora a lungo (magari con uno Stella meno a raffica). Mi avvicino, come i teen ager con i cantanti, per farmi autografare il libro. È piccolissima. Vorrei abbracciarla e penso che basterebbe davvero anche solo un granello del suo appassionato coraggio in tutte noi donne per cambiare le carte in tavola. Altro che quote rosa.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0378.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-382" alt="Ebadi-Anna" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/DSC_0378-1024x682.jpg" width="635" height="422" /></a></p>
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