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	<title>Anna Piuzzi &#187; Guerra</title>
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		<title>«E ancora chiediamo perdono»: intervista con Loris De Filippi, di ritorno da Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 12:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris.png"><img class="alignright size-medium wp-image-2514" alt="copertina_loris" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2026/04/copertina_loris-215x300.png" width="215" height="300" /></a>«<em>Per anni ho evitato con cura qualsiasi forma di esposizione personale. Ho scritto solo quando serviva a denunciare una crisi, mai per raccontare me stesso. Non mi interessano le narrazioni epiche dell&#8217;umanitario in prima linea, quelle che scivolano nel culto dell&#8217;eroismo individuale. Ho sempre cercato di stare un passo indietro, come insegnava don Milani a Barbiana: “Fare strada ai poveri senza farsi strada”. Quel passo indietro, oggi, lo rivendico come scelta politica. […] Ma a Gaza accade qualcosa di diverso. Gaza impone un&#8217;eccezione. Questo libro esiste perché in questa guerra asimmetrica – o meglio, in questa punizione collettiva documentata da ogni organismo umanitario – non c&#8217;è stato spazio per i giornalisti stranieri. Non c&#8217;è stato spazio per filmare o raccontare liberamente. Ci sono stati solo silenzi e censure. E quando il silenzio diventa assoluto, chi cura deve anche testimoniare</em>». Scrive così <strong>Loris De Filippi</strong> nelle primissime pagine di <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><strong><em>E ancora chiediamo perdono</em></strong></a> (Mondadori), intenso e necessario libro, da pochissimi giorni in libreria.</p>
<p>Friulano, infermiere di formazione, De Filippi lavora da trent’anni come operatore umanitario in contesti di crisi, conflitti armati ed epidemie. Nell’ultima missione ha prestato servizio come Health Specialist per Unicef a Gaza, dove si è occupato del supporto alle cure pediatriche con particolare attenzione alle unità di terapia intensiva neonatale. Per altro, tra le tante realtà per cui ha lavorato, è stato presidente di Medici Senza Frontiere Italia e direttore delle operazioni di MSF Belgio, contribuendo alla definizione delle strategie globali dell’organizzazione. Da pochi giorni è rientrato in Italia, ieri è stato a Radio Spazio per raccontarci del suo libro, ma soprattutto per tenere accesi i riflettori su Gaza di cui oggi, purtroppo, si parla pochissimo.</p>
<p>Se volete ascoltarci, a <a href="https://www.spreaker.com/episode/17-04-2026-e-ancora-chiediamo-perdono-con-loris-de-filippi--71361688" target="_blank">questo link trovate la puntata in podcast di Libri alla radio</a>.</p>
<p>Se preferite leggerci, ecco qui di seguito l’intervista.</p>
<p><strong>Loris, nell&#8217;introduzione a <a href="https://www.mondadori.it/libri/e-ancora-chiediamo-perdono-loris-de-filippi/" target="_blank"><em>E ancora chiediamo perdono</em></a>, sottolinei il fatto di esserti fin ora tenuto alla larga dall’idea di scrivere un libro, tanto più un libro con una forte componente autobiografica. Gaza invece ha meritato un’eccezione, è stata un’urgenza.</strong></p>
<p>«Sì, per due ragioni. La prima è legata al fatto che i giornalisti internazionali non sono potuti entrare a Gaza in alcun modo. Già questo è un segno della diversità che caratterizza questo conflitto. La seconda ragione è che i colleghi Gazawi, con cui ho lavorato in questi mesi – persone peraltro splendide –, mi hanno chiesto di portare la loro voce fuori da Gaza, credo che il miglior modo per farlo fosse questo: testimoniare. Per me è stato un esercizio piuttosto difficile, prima di tutto perché non avevo mai scritto un libro e poi perché nello scrivere, per un operatore umanitario, può nascondersi il rischio dell’autocelebrazione, cosa che a me assolutamente non interessa».</p>
<p><strong>Di questa diversità di Gaza da tutte le altre situazioni di crisi umanitaria tu spieghi molto bene le caratteristiche, tra queste c’è una che riguarda proprio il vostro lavoro, cioè l’assenza di “zone protette”. «A Gaza – scrivi –, che tu lo voglia o meno, diventi un Gazawi». Proviamo a raccontare cosa vuol dire questo «essere un Gazawi».</strong></p>
<p>«Vuol dire essere vulnerabile a questo conflitto, vuol dire vivere assieme ad altri due milioni di persone in un’area ristrettissima, all&#8217;inizio – quando sono arrivato – erano 365 chilometri quadrati, ora sono stati ridotti ad appena 170. Vuol dire dunque stare dentro a questa lunga punizione collettiva in cui essere esposti è una possibilità quotidiana, basti pensare che i droni passano tutte le notti, ti mantengono sveglio. C’è poi la situazione relativa all’acqua e all’approvvigionamento di qualsiasi derrata alimentare che riguarda anche te e non solo i Gazawi, cosa che negli altri contesti di crisi non succede perché c’è un cuscino di protezione, una zona più o meno umanitaria».</p>
<p><strong>Che a Gaza dovrebbe essere Deir el Balah…</strong></p>
<p>«Sì, ma anche lì la popolazione è stata colpita. Un collega, <a href="https://www.ilpost.it/2025/04/25/esercito-israeliano-operatore-onu-ucciso/" target="_blank">Marin Valev Marinov</a>, capo missione dell&#8217;Unops, l&#8217;agenzia delle Nazioni Unite per i servizi ed i progetti, è stato ucciso barbaramente a poche centinaia di metri dalla nostra guest house, a dimostrazione che la possibilità che la tua incolumità sia messa a rischio è più o meno la stessa di qualsiasi altro abitante di Gaza. Ricordo che, ad oggi, sono morte sicuramente più di 72 mila persone, di cui almeno 20 mila bambini, questo dall&#8217;idea dello sprofondo in cui siamo vissuti».</p>
<p><strong>Una situazione questa iniziata con il 7 ottobre 2023, e che – soprattutto nel 2025 – ha avuto una grande attenzione mediatica, nonché una mobilitazione, </strong><strong>a livello internazionale, </strong><strong>come da tempo non se ne vedevano da tempo. Oggi quell’attenzione è venuta meno, vuoi per il conflitto in Iran e in Libano, vuoi perché si pensa che l’iniziativa del “Board of Peace” di Trump abbia portato una reale tregua. Ma così non è…</strong></p>
<p>«Esattamente, <a href="https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/board-of-peace-il-progetto-imperiale-di-trump-che-poggia-sulle-macerie-di-gaza-29630.html" target="_blank">è stata dichiarata una tregua o, perlomeno, un “cessate il fuoco”, si è parlato di una “prima fase”</a> che però non è proseguita. Basta un dato: da quando il “cessate il fuoco” è iniziato, ad ottobre, ci sono state oltre 700 vittime. I bombardamenti continuano, soprattutto da quando è cominciata la guerra israelo-iraniana, e si bombarda non solo nell’area periferica, lungo la famosa<a href="https://www.emergency.it/blog/articoli/la-linea-gialla-a-gaza/" target="_blank"> “yellow line”</a>, ma anche all’interno della Striscia, a Khan Yunis, a Deir el Balah, come al Nord, verso Gaza City, Beit Lahia, Jabalia, anche dove ci sono gli accampamenti. Ricordo che Gaza, in questo momento – lo ripeto, in uno spazio molto piccolo, di 170 chilometri quadrati – ha circa mille insediamenti in tenda, questo dovrebbe rendere l’idea di quanto sia difficile».</p>
<p><strong>L’avvio da parte di Israele e Stati Uniti del conflitto con l’Iran e con il Libano ha avuto anche l’effetto di richiudere i valichi, il Manifesto, mercoledì 15 aprile, titolava <a href="https://ilmanifesto.it/su-gaza-incombe-lo-spettro-di-una-nuova-carestia" target="_blank">Su Gaza incombe lo spettro di una nuova carestia</a>.</strong></p>
<p>«Sì, già da una decina di giorni prima dell’inizio del conflitto c&#8217;è stata una chiusura progressiva dei valichi. Oggi siamo arrivati ad avere l’ingresso di appena il 20% di derrate di quanto entrava un mese e mezzo fa. Oltre al problema delle derrate c’è il problema del carburante che non entra più, e questo è un fatto tragico perché tutto a Gaza (penso anche agli impianti di desalinizzazione) funziona con i generatori, la rete elettrica, infatti, è interrotta da moltissimi mesi. A Gaza, in questo momento, nessuna delle cose che a una comunità servono per sopravvivere è garantita».</p>
<p><strong>Rispetto a questo e rispetto alla difficoltà degli ospedali, parliamo anche di quella che tu indichi come una “violenza amministrativa” legata al cosiddetto “dual use”. Spieghiamo di cosa si tratta.</strong></p>
<p>«È una scusa che gli israeliani utilizzano per non far entrare materiale a Gaza, li aiuta a definire come “pericolosi” strumenti che si vogliono far entrare a Gaza con fini nobili, ad esempio curare le persone. Si sostiene infatti che potrebbero essere presi da Hamas e utilizzati per altri motivi, “dual use” appunto. L’esempio più classico è quello dei cilindri d&#8217;ossigeno, servono in ospedale, ma secondo gli israeliani potrebbero essere usati da Hamas per altri scopi».</p>
<p><strong>È accaduto anche per i <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_luglio_04/gaza-de-filippi-unicef-israele-sta-bloccando-33-ventilatori-italiani-salverebbero-delle-vite-f8488906-ba44-4aa4-92e5-fe9d8efe2xlk.shtml" target="_blank">ventilatori neonatali</a> che l’anno scorso dovevano entrare a Gaza e invece sono stati bloccati, una questione che tu avevi portato con forza all’attenzione pubblica, anche della politica.</strong></p>
<p>«È stata una vicenda incredibile, si tratta infatti di macchinari che servono a far respirare dei polmoni non ancora formati, qualcosa che dà l&#8217;opportunità ai bambini di salvarsi. Eravamo riusciti ad acquistarli da una ditta italiana, a gennaio 2025 erano arrivati al Ben Gurion, da lì però non si sono mossi per otto mesi. Ho quindi iniziato uno stalking umanitario, interessando perfino il sindaco di Udine, il dottor Amato De Monte, e più in generale la comunità friulana che ha dimostrato una sensibilità straordinaria. Alla fine, dopo otto mesi sono arrivati a destinazione, sono entrati in funzione, hanno salvato parecchie vite e continuano a salvarne di altre, possiamo quindi dire che è stata una piccola storia a “lieto fine”. Restano però quegli otto mesi in cui tantissimi bambini si sarebbero potuti salvare e invece così non è stato».</p>
<p><strong>Bambini che a Gaza continuano a nascere…</strong></p>
<p>«Sì, ogni anno – e anche quest&#8217;anno – ci sono 50 mila gravidanze, dunque 50 mila nuovi bambini che arrivano e che però subiscono i diversi blocchi umanitari. Le donne per esempio spesso non assumono né acido folico, né micronutrienti, né cibo nella quantità dovuta, questo comporta che sempre di più le gravidanze portino pessime sorprese: ci sono bambini che nascono alla ventisettesima settimana gestazionale con dei problemi enormi. Per questo era importantissimo dare il nostro contributo e in qualche modo ci siamo riusciti, in questo momento a Gaza ci sono infatti dieci terapie intensive neonatali e tre pediatriche. Quando siamo arrivati, nell&#8217;estate del 2024, la situazione era completamente diversa, soprattutto nel nord non esisteva nessuna capacità di presa in carico di pazienti così gravi».</p>
<p><strong>Questo perché è stato preso di mira e ferocemente attaccato il sistema sanitario e i sanitari.</strong></p>
<p>«Gli israeliani hanno formulato l’ipotesi che sotto tutti gli ospedali di Gaza c’erano dei tunnel con una presenza massiccia di Hamas. Per questo motivo – perlomeno è quello che dicono gli israeliani – hanno colpito, con conseguenze amarissime per la popolazione. È stato ridotto ai minimi termini l’ospedale Al-Shifa, grande come quello di Udine, il gioiello della striscia di Gaza. È stato distrutto il <b>Kamal Adwan, come </b>l&#8217;ospedale pediatrico Nasser a Gaza City e il Rantisi, oncologico pediatrico, l&#8217;unico che forniva la dialisi pediatrica. Non solo. Numerosi medici e infermieri che lavoravano in queste strutture spesso sono stati presi prigionieri, nel 2023 e anche nel 2024, alcuni anche recentemente. Nelle prigioni israeliane sono stati torturati, alcuni uccisi, altri sono ancora imprigionati, spesso senza alcuna imputazione formale. Chi è stato rilasciato, nonostante tutto quello che ha subito si è subito rimesso al lavoro nel tentativo di ricostruire il tessuto connettivo di quello che era un ottimo sistema sanitario».</p>
<p><strong>Nel tuo libro, ma anche durante gli incontri con il pubblico, parli molto del dottor Abu Safya, la sua storia è emblematica.</strong></p>
<p>«Abu Safya è un medico pediatra eccezionale, era il direttore del Kamala Dwan, l’ospedale di cui parlavo prima. Abu Safya ha fatto veramente dei miracoli, soprattutto nelle terapie intensive neonatali e pediatriche. A Gaza è riconosciuto per le sue capacità, ma anche per la sua umanità. Come lui ci sono molti altri medici eccezionali, ma Abu Safya è stato l&#8217;ultimo baluardo delle strutture sanitarie del Nord che – lo ricordo – in questo non hanno alcun tipo di ospedale. Quest’uomo ha resistito fino al 28 dicembre del 2024. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, di occuparmi di svariate evacuazioni medicali e dal suo ospedale, ho quindi avuto modo di conoscere una persona straordinaria. Pensate che ha perso il figlio nel novembre del 2024, ma ha subito ripreso a lavorare nel rispetto di tutti gli altri bambini di Gaza e ha continuato fino all&#8217;ultimo ora. Abu Safya viene accusato di partecipazione esterna all&#8217;attività di terrorismo, da 475 giorni è rinchiuso nelle carceri israeliane, io sono certo che lui abbia rispettato il giuramento di Ippocrate in ogni momento, credo nella sua etica. Mi auguro quindi che venga liberato al più presto per ritornare al nord a fare il suo lavoro (<a href="https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/" target="_blank">qui l&#8217;appello di Emergency per la sua liberazione</a>)».</p>
<p><strong>Una figura per ricordare quanto la categoria dei medici – insieme a quella dei <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-02/nel-mondo-uccisi-129-giornalisti-la-meta-a-gaza.html" target="_blank">giornalisti gazawi</a> – sia stata presa di mira dall’esercito israeliano. Proprio il racconto del lavoro dei sanitari, il loro rimettersi al lavoro anche dopo la morte di un figlio, dopo le torture, ci dà conto della capacità di resistenza e resilienza del popolo palestinese, e dico palestinese perché non c’è solo Gaza, ma la situazione è terribile anche in Cisgiordania, nei territori occupati. Ecco Loris, parliamo di questa capacità.</strong></p>
<p>«È una resilienza, una capacità di ripartire, di ricostruire nonostante tutto che a me ha ricordato molto la tigna, la volontà, la caparbietà che è di questa terra, del Friuli. Siamo a 50 anni dal terremoto ed è stato impossibile per me non ricordare da bambino gli sforzi fatti dagli adulti per tentare di rimettere in piedi queste comunità. Una terra la nostra che, per altro, è stata calpestata in moltissimi momenti, lungo tutta la sua storia. Ogni volta ci siamo rimessi in piedi, ecco questa caparbietà nel non mollare l’ho vista nei gazawi. Nel loro caso poi è veramente impressionante, basti pensare che tutti i miei collaboratori gazawi hanno vissuto almeno quattro escalation di violenza, quattro guerre, e non hanno mai fatto esperienza della pace per come la conosciamo noi. Molti di loro non hanno mai avuto la possibilità di varcare i cancelli che li separano dal resto del mondo, eppure vanno avanti. Quando ci saranno delle aperture probabilmente 300-400 mila persone usciranno dalla Striscia di Gaza, ma almeno un milione e mezzo di persone resterà. Non solo. Anche in questi mesi c’è chi, anche se aveva avuto la possibilità di uscire, è invece rientrato a Gaza, nonostante la guerra. Ecco, questo dà la misura e l’immagine di un popolo che non accetta di essere cancellato dalla faccia della terra, che anzi, vuole rimanere, vuole stare, un popolo che sente di avere radici profondissime in quella martoriatissima terra».</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda, cosa possiamo fare noi cittadine e cittadini?</strong></p>
<p>«In questo momento l&#8217;unica cosa da fare, la più importante è riportare Gaza all’attenzione di tutti, nei radar dell’informazione. È fondamentale dare voce al popolo Gazawi».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
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		<title>Afghanistan &#124; Nilofar e Malalai: «Salvateci la vita e i sogni»</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2021 03:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Afghanistan]]></category>
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		<description><![CDATA[«Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>«<em>Eravamo convinte che, nonostante le infinite difficoltà, saremmo potute diventare due donne indipendenti, padrone della nostra vita. Ognuna con un lavoro da amare e che potesse far progredire il nostro Paese, senza il pensiero e la paura di doverci sposare per forza e dipendere da un uomo. E invece ora i nostri sogni sono diventati all’improvviso irrealizzabili. Viviamo un incubo, aiutateci: non dimenticatevi di noi e di tutte le altre donne afghane</em>». Hanno 14 anni <strong>Nilofar</strong> e <strong>Malalai</strong> (<em>i nomi sono di fantasia</em>) e le loro parole, i loro sguardi ti stringono il cuore togliendo il respiro. Gemelle, a quest’ora le due ragazze sarebbero dovuto essere in Italia, insieme alla loro famiglia, composta dalla mamma, una zia, un fratello adulto e altri sette bambini tra fratelli, sorelle e nipoti. Erano infatti stati tutti inseriti nelle liste italiane di evacuazione, ma a partire non ce l’hanno mai fatta: salvi per miracolo, si trovavano all’aeroporto di Kabul proprio nel momento dell’attentato kamikaze che il 26 agosto ha fatto oltre duecento morti, ponendo fine al ponte aereo per l’Italia. L’ostilità dei soldati americani ed inglesi prima, il caos seguito alla tragedia poi, hanno polverizzato in un istante la loro occasione di salvezza.</p>
<p>Le intervistiamo grazie a una videochiamata via Whatsapp: insieme a me c’è il fratello Ahmad, che vive e lavora in Friuli ormai da tempo. Anche lui, come molti, ha dovuto lasciare l’Afghanistan anni fa a causa delle continue minacce di morte talebane per aver collaborato con le forze Nato. Hanno occhi grandi e profondi queste due ragazze, occhi che tradiscono l’aver dovuto crescere in fretta e tutta l’amara tristezza per un futuro che sembrava possibile e che ora, invece, è sfumato. Raccontano che, dopo l’attentato all’aeroporto, sono scappate da Kabul per tornare nella loro provincia, da sempre controllata dai talebani: «<em>Viviamo nascoste – </em>spiegano<em> –, le ritorsioni contro coloro che erano nelle liste di evacuazione, ma non sono riusciti a partire, sono terribili. Soprattutto se si tratta di donne. I talebani stanno andando casa per casa, le notizie che arrivano sono tremende: picchiano, rapiscono e uccidono senza la benché minima pietà</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">Sogni</span> <span style="color: #ff6600;">infranti</span></h3>
<p>Chiedo dei loro sogni. Nilofar, la più spigliata e loquace delle due, vuole fare la medica. Malalai invece – con un sorriso timido, ma pieno di luce – dice che ha sempre desiderato diventare giornalista. «<em>Non è mai stato facile crescere qui</em> – sottolineano –<em>, proprio perché i talebani sono ostili all’istruzione e alla cultura, nelle scuole ci sono sempre stati continui attentati, le ragazze vengono rapite, le insegnanti prese di mira, ma tutto questo non ci ha mai fermate: nonostante i rischi, abbiamo continuato ad andare a lezione, perché per noi è importantissimo. Ora però è tutto finito, vorremmo proseguire gli studi, ma anche potendo, non ci verrà mai concesso di lavorare</em>». «<em>Ci riempie di gioia</em> – aggiungono – <em>sapere che invece, in altre parti del mondo, come da voi in Italia, le donne possono vivere nella libertà e diventare quello che desiderano. Vi chiediamo allora di non dimenticarci, di non lasciarci sole, di continuare a parlare di noi, a interessarvi di quel che ci accade. Fate sentire la nostra voce, qui è peggio di quel che potete immaginare. Non lasciate che ci annullino, aiutateci ad essere qualcuno. Aiutateci ad usare le nostre capacità per le donne che saranno dopo di noi</em>».</p>
<h3><span style="color: #ff6600;">«Salvate almeno i bambini»</span></h3>
<p>Fa capolino nel video la piccola <strong>Fauzia</strong>, nipote delle gemelle e figlia di Ahmed. Ha sette anni, un piglio deciso e lo sguardo vivace, le poniamo la più banale delle domande: «<em>Fauzia, ti piace studiare?</em>». «<em>Certo</em> – risponde –. <em>Ma</em> – rilancia – <em>non lo sapete che qui c’è la guerra e non mi lasceranno più andare a scuola?</em>». Intervengono anche la mamma e la nonna della piccola. Due donne forti, la prima ha 25 anni, la seconda 45. Ahmed mi racconta con orgoglio che sua madre ha tenuto testa più volte e senza paura ai talebani. Intanto, la più giovane delle due ci dice di aver perso le speranze di raggiungere l’Italia, ma aggiunge: «Vi imploro, fate venire da voi almeno i bambini, loro hanno tutta la vita davanti». «Cerchiamo di resistere – le fa eco la madre di Ahmed –, ma non so per quanto, manca tutto, acqua, cibo, medicine. Il bimbo più piccolo non mangia, è traumatizzato dai corpi straziati dei morti che ha visto in aeroporto dopo l’attentato. E non possiamo nemmeno andare da un medico. Trascorriamo i nostri giorni aspettando solo che vengano a sgozzarci».</p>
<h3><strong><span style="color: #ff6600;">Immobilità internazionale</span></strong></h3>
<p>In queste ore sono numerose le persone che si stanno mobilitando per questa ed altre famiglie: venerdì 3 settembre in piazza Matteotti a Udine, ad esempio, un centinaio le persone che hanno risposto all’appello a manifestare delle «<strong>Donne in nero</strong>». Ma le risposte che arrivano – soprattutto dai politici, anche del nostro territorio, con ruoli nazionali – sono laconiche e formali: «al momento non si può fare nulla», «vedremo», «faremo». E aggiungono: «<em>Ora l’obiettivo è la massima assistenza alla popolazione afghana, a partire dalla “seconda fase”, su cui tutta la comunità internazionale si dovrà impegnare</em>». Già, nel frattempo, nell’attesa della “seconda fase” c’è chi cerca – oltre ogni nostra immaginazione – di sopravvivere all’indicibile.<br />
Una buona notizia giunge mentre il giornale sta andando in stampa; nella sua informativa al Senato, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha dichiarato: «C’è rammarico e forte preoccupazione per chi non è riuscito a partire dall’Afghanistan e la Difesa offre piena disponibilità per eventuali ulteriori operazioni di evacuazione dal Paese».</p>
<p>Pubblicato sull’edizione dell’8 settembre 2021 del settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica»</p>
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		<title>Iran e Iraq, ascoltando chi vive in Friuli</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 12:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esattamente una settimana fa ci siamo svegliati con la notizia dell’attacco iraniano alle basi americane in Iraq. Come trattare a Udine, su una piccola testata locale,...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Esattamente una settimana fa ci siamo svegliati con la notizia dell’attacco iraniano alle basi americane in Iraq. Come trattare a Udine, su una piccola testata locale, un argomento come questo, di politica internazionale? Dal mio punto di vista, attingendo alla ricchezza di un territorio abitato da persone che provengono da tutto il mondo, ascoltando che cosa vuol dire essere iraniani, iracheni, pakistani, etiopi o bengalesi. Così, mercoledì scorso, ho chiamato <em><strong>Medhi</strong></em>, in primo luogo un amico e collega, una persona splendida. Mehdi è iraniano, ma vive e lavora in Friuli ormai da quasi dieci anni. Rifugiato politico, è fuggito dal suo Paese nel 2009, a causa della feroce repressione delle manifestazioni contro l’elezione di Ahmadinejad. Qui sotto trovate l’intervista, dedicatele un attimo di tempo, perché in questi giorni leggiamo titoli come «scoppia la protesta in Iran», la verità è che la protesta non si è mai fermata: è stata colpita, repressa nel sangue, fiaccata, ma non muore, perché c’è un desiderio di libertà – soprattutto nei giovani – che resiste, nonostante la ferocia del regime, e che ha un disperato bisogno di non essere abbandonato a se stesso. Oltre all’intervista a Mehdi c’è anche un pezzo sull’Iraq, anche qui per scriverlo ho sentito un amico iracheno che vive e lavora qui, anche nel suo Paese c’è chi è in piazza da mesi. Dunque, buona lettura!</p>
<h2><span style="color: #ff6600;"><strong>Iran e Usa: venti di guerra. Una voce dal Friuli</strong></span></h2>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-1888" alt="mehdi" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2020/01/mehdi-182x300.jpeg" width="182" height="300" /></p>
<p>Si fa beffe della pace il 2020, catapultandoci – in appena una manciata di giorni – in uno scenario cupo, in cui la minaccia di una guerra dalle proporzioni potenzialmente imprevedibili agita l’attualità. A preoccupare sono i rapporti tra Iran e Stati Uniti che, da tesi, sono diventati incandescenti. L’escalation giovedì 2 gennaio con l’uccisione – ordinata dal presidente americano Donald Trump – a Baghdad del generale iraniano Qassem Suleimani, uno dei più grandi nemici degli Stati Uniti degli ultimi anni e uno dei personaggi più potenti di tutto il Medio Oriente. Imponente la folla che ha partecipato ai suoi funerali, tanto che la calca ha provocato 56 morti e 213 feriti. L’acuirsi, prevedibile, nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 gennaio con la risposta iraniana: un attacco missilistico lanciato da Teheran contro le basi militari Usa in Iraq.</p>
<p>Numerosi sono i rifugiati politici che negli anni dall’Iran hanno riparato in Italia. Tra loro <em><strong>Mehdi Limoochi</strong> </em>(<em>nel riquadro</em>), operatore della Caritas diocesana di Udine, 39 anni, nel nostro Paese dal 2009 a seguito della repressione delle proteste contro l’elezione di Ahmadinejad.</p>
<p><b>Qual è la sua percezione degli eventi? Lo stato d’animo?</b></p>
<p>«La notizia dell’uccisione di Suleimani ha destato in me, da subito, una grande preoccupazione, si tratta della seconda persona più importante del regime iraniano, come presenza militare. Da tanti era considerato un eroe che ha difeso il Paese dall’Isis».</p>
<p><b>Da tanti, ma non da tutti.</b></p>
<p>«Proprio così. Negli ultimi mesi con il gruppo militare di cui faceva parte si era reso protagonista, come in passato, di una feroce repressione delle manifestazioni di piazza che erano scoppiate a novembre a seguito dell’aumento del costo del carburante e proseguite per chiedere, soprattutto da parte dei giovani, ancora una volta, più diritti: hanno ammazzato 1500 persone. È chiaro dunque che per tanti altri Suleimani non possa essere considerato un eroe. La società in altre parole è spaccata in due».</p>
<p><b>Lo scenario è in evoluzione, ma cosa si può prevedere?</b></p>
<p>«È difficile dirlo, perché la propaganda rende complicato capire come stiano davvero le cose. Alcuni, addirittura, sostengono che le notizie non siano vere, che l’Iran avrebbe venduto Suleimani, per avvicinare il momento del ritiro delle sanzioni. In quest’ottica l’attacco alle basi americane sarebbe solo una risposta dovuta, un modo per accontentare i pasdaran iraniani. Al di là di queste ricostruzioni, l’attacco iraniano deve metterci in allarme, se dovessero esserci nuove azioni di risposta da parte dell’America, non so dove si potrà finire, l’Iran non è l’Iraq con un regime che può crollare facilmente come quello di Saddam Hussein. E per altro il conflitto si allargherebbe ad altri Paesi dell’area. Le conseguenze sono inimmaginabili».</p>
<p><b>I suoi amici in Iran come la pensano?</b></p>
<p>«Le voci sono diverse, alcuni dicono che la situazione si congelerà prima di arrivare a una guerra vera e propria. Altri dicono che è meglio la guerra se può far cadere il regime: meglio il conflitto, piuttosto che continuare a vivere senza libertà. La maggior parte dei giovani non sopporta il regime. Anche se c’è un po’ di confusione».</p>
<p><b>In che senso?</b></p>
<p>«L’azione di Trump in alcuni ha fatto scattare un sentimento che induce a riconsiderare la figura di Suleimani come difensore del Paese. Un sentimento questo che la propaganda cerca di alimentare».</p>
<p><strong>Cosa c’è da augurarsi in questo momento?</strong></p>
<p>«Il nostro auspicio è che l’Europa abbia il coraggio e la forza di porsi come elemento di dialogo, specialmente sulla base dei risultati che l’accordo sul nucleare aveva dato e che ora rischiano di essere vanificati, soprattutto da quando Trump ha deciso di tirarsene fuori».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
<p>(Foto Ansa in evidenza tratta dal sito lastampa.it)</p>
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<h2><span style="color: #ff6600;">In Iraq popolazione stremata. In Piazza Tahrir i manifestati resistono</span></h2>
<p>«Manco dall’Iraq, ormai da 16 anni, ma queste nuove notizie di guerra sono un dolore profondo, il mio Paese non riesce a rinascere». A raccontare i suoi sentimenti è <b>S.</b>, rifugiato politico dal 2003 in Italia e che dal 2004 vive con la sua famiglia – la moglie e tre figli – in Friuli.</p>
<p>«L’Iraq – spiega – soffre da anni, non c’è mai stata una tregua: la guerra, l’embargo, l’invasione. Saddam Hussein è caduto da 16 anni, alla popolazione sono state fatte tante promesse, ma nessuna è stata mantenuta». «Uscivamo da una situazione storica in cui c’era un solo partito, al governo, è innegabile c’era una dittatura che teneva tutto sotto controllo. Io sono cristiano, la nostra minoranza non aveva mai avuto problemi. Per altro, abbiamo sempre convissuto per secoli. Ora c’è il caos, come sempre accade quando c’è un cambiamento di questo tipo, non è facile per la politica accordarsi».</p>
<p>E rispetto all’Iran? «In questo momento – evidenzia – la maggioranza al governo è sciita, come in Iran. Se ne parla poco, ma da mesi piazza Tahrir, a Baghdad, è piena di persone che, come in altri Paesi del Medio Oriente, sta protestando contro il governo che appunto è manovrato dall’Iran. Suleimani aveva una grandissima influenza nel Paese. La gente però è stanca, non vuole un governo religioso, ma laico, democratico che dia almeno alcuni diritti. È questo che si continua a chiedere, ma contro i manifestanti è stato aperto il fuoco, ci sono stati tantissimi morti. Eppure c’è ancora chi protesta, chi continua a restare in piazza, addirittura con le tende, durante la notte. I media dovrebbero raccontarlo».</p>
<p>«La situazione rischia di peggiorare. Il parlamento vuole mandare via gli americani, ma mi chiedo che cosa succederà dopo. Un nuovo embargo? Chi pagherà? La gente normale che è stremata. In questo scenario, rischiamo addirittura più dell’Iran».</p>
<p>Anna Piuzzi</p>
<p><em>(Pubblicato sul settimanale diocesano di Udine «La Vita Cattolica» del 9 gennaio 2020)</em></p>
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		<title>Tra i numeri dei profughi in cerca della nostra umanità (perduta?)</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jun 2015 16:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L’informazione è a portata di mano, eppure si continuano a preferire le semplificazioni al ragionamento. La pancia alla testa. Con il solo risultato di allontanare le soluzioni a problemi che oggi non sono più emergenziali, ma strutturali. Parlo di migrazioni e di profuganze e allora inizio dai numeri.</p>
<h2><span style="color: #ff6347;">Quanti sono? Da dove vengono?</span></h2>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/06/Italian_04_15Countries_Conflict.png"><img class=" wp-image-1068 alignnone" alt="Conflitti " src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/06/Italian_04_15Countries_Conflict.png" width="1500" height="900" /></a></p>
<p>Stando ai dati del <a href="https://www.unhcr.it/news/rapporto-global-trends-2014-dellunhcr-quasi-60-milioni-le-persone-costrette-a-fuggire-dalle-loro-case-in-tutto-il-mondo" target="_blank">«Report global trends 2014»</a> dell&#8217;<a href="https://www.unhcr.it" target="_blank">Unhcr</a>, i  “<strong>migranti forzati</strong>” nel mondo sono (o meglio, erano alla fine del 2014) <strong>59,5 milioni</strong>, il 51% dei quali minori. 8,3 milioni in più rispetto al 2013, ben 22 milioni in più rispetto a dieci anni fa. Traducendo in termini di quotidianità, nel 2014, <strong>ogni giorno 42.500 persone</strong> in media sono diventate rifugiati, richiedenti asilo o sfollati interni. Nel 2013 erano 32.200.</p>
<p>Si tratta di un’accelerazione che è data dal moltiplicarsi delle situazioni di guerra, non da un’irresistibile voglia di mettersi in marcia per lasciare la propria casa ed il proprio paese per andare altrove. Negli ultimi 5 anni <strong>sono 15 i conflitti scoppiati</strong> <strong>o che si sono riattivati</strong>: <strong>8 in Africa</strong> (Costa d&#8217;Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest&#8217;anno Burundi); <strong>3 in Medio Oriente</strong> (Siria, Iraq e Yemen); <strong>1 in Europa</strong> (Ucraina) e<strong> 3 in Asia</strong> (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan).</p>
<p>Nel frattempo, durano da decenni le <strong>condizioni di instabilità e conflitto in Afghanistan</strong>, <strong>Somalia</strong> e in altri paesi, e ciò implica che milioni di persone provenienti da questi luoghi continuano a spostarsi. Globalmente è però la <strong>Siria</strong> il paese da cui ha origine il maggior numero sia di sfollati interni (7,6 milioni) che di rifugiati (3.880.000). L’Afghanistan (2.590.000) e la Somalia (1,1 milioni) si classificano al secondo e al terzo posto.</p>
<h2><span style="color: #ff6347;">Dove sono?</span></h2>
<p>Vengono tutti qui in Europa? Decisamente no. Nel complesso, a fine anno il numero di migranti forzati nel Vecchio continente ha raggiunto quota 6,7 milioni, rispetto ai 4,4 milioni alla fine del 2013. E gli altri allora? L’86% dei rifugiati si trovava nel 2014 in regioni e paesi considerati economicamente meno sviluppati. Pubblico qui due infografiche per capire quali sono i principali paesi ad accogliere i profughi: i primi tre sono Turchia, Pakistan e Libano. In Italia nel 2014 sono state presentate 63.700 richieste di asilo.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/06/infografica-paesi-accoglienza.png"><img class="alignnone size-full wp-image-1070" alt="infografica paesi accoglienza" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/06/infografica-paesi-accoglienza.png" width="1120" height="348" /></a></p>
<h2><span style="color: #ff6347;">E in Friuli? </span></h2>
<p>Ogni giorno le prime pagine dei quotidiani locali sono dedicate alla cosiddetta &#8220;emergenza profughi&#8221;. Le Caritas diocesane del Friuli Venezia Giulia hanno così pubblicato un <a href="http://www.diocesiudine.it/udine/allegati/44798/Richiedenti%20asilo%20e%20rifugiati_Caritas%20Friuli.pdf" target="_blank">interessante libretto</a> che &#8211; oltre a una riflessione sull&#8217;accoglienza &#8211; dà conto, numeri alla mano, della situazione reale, aggiornata al 7 maggio 2015. Questo per «<i>informare correttamente e compiutamente sul fenomeno</i>» ha spiegato il direttore della <a href="http://www2.diocesiudine.it/udine/s2magazine/index1.jsp?idPagina=23217" target="_blank">Caritas diocesana di Udine</a>, don Luigi Gloazzo. Una lettura per «<em>rasserenare gli animi</em>» e «<em>non accondiscendere al tentativo colpevole di demolire la cultura dell&#8217;accoglienza così radicata nella nostra gente friulana</em>». Dunque i numeri. In regione i richiedenti asilo sono 2.083: 570 in provincia di Udine, 542 in provincia di Trieste, 475 in provincia di Gorizia e 184 in provincia di Pordenone. Il Friuli si classifica così sesta regione in Italia per presenze rispetto al numero dei residenti (1/719), dietro a Molise (1/251), Sicilia (1/312), Calabria (1/414), Basilicata (1/582), Marche (1/711). In numeri assoluti le prime 5 regioni sono invece: Sicilia (16.010), Lazio (8.611), Lombardia (6.599), Campania (5.585) e Puglia (5.521).</p>
<h2><span style="color: #ff6347;">Segno e sfida del nostro tempo</span></h2>
<p>Questi dati non servono a negare o banalizzare il problema (o a renderlo asettico). Lungi da me. Il tentativo è quello di guardare con un po’ di oggettività la questione, cercando di capire che a nulla servono allarmismi (e nemmeno buonismi). Le migrazioni vanno invece governate con idee ed impegno perché &#8211; come  ha scritto <a href="http://www.ilrestodelcarlino.it/l-identità-e-la-paura-1.1070193" target="_blank">Franco Cardini su «Il Resto del Carlino»</a> &#8211; «<em>sono un segno del nostro tempo e una delle sfide che esso c’impone</em>».</p>
<p>È doloroso vedere e leggere di un’Europa che chiude le frontiere. Tanto a <a href="http://www.lastampa.it/2015/06/12/italia/cronache/la-francia-blocca-gli-ingressi-dei-migranti-emergenza-anche-a-ventimiglia-nuHp4dqTMZJ4XLBymuQhYO/pagina.html" target="_blank">Ventimiglia</a>, quanto in <a href="http://www.lastampa.it/2015/06/17/esteri/lungheria-costruir-un-muro-antiimmigrati-al-confine-con-la-serbia-nty3kDUAZ348OUHOBoEx9N/pagina.html" target="_blank">Ungheria</a>. Davvero Viktor Orban &#8211; lo stesso che nell&#8217;89, ai funerali di Imre Nagy, ebbe il coraggio di accusare la dittatura ungherese di aver rubato la giovinezza di un’intera generazione &#8211; non ricorda che proprio un muro costringeva il suo popolo nel &#8220;paradiso socialista&#8221;?</p>
<h2><span style="color: #ff6347;">In Italia tra crociate e buonismo</span></h2>
<p>A casa nostra, del resto, si oscilla dalla verbosa violenza del dibattito pubblico (orientata a non voler trovare soluzioni efficaci) allo scandalo di chi lucra sui migranti. Così, mentre accusiamo gli altri Paesi europei di <a href="http://www.lastampa.it/2015/05/07/esteri/gli-stati-dicono-no-alle-quote-profughi-lue-cambia-strategia-RC9YcYJNtLjTPjDOBPTuRL/pagina.html" target="_blank">rifiutare il sistema delle quote</a>, le <a href="http://www.lastampa.it/2015/06/09/italia/politica/maroni-ai-prefetti-stop-alle-assegnazioni-di-migranti-nei-comuni-lombardi-yjMKldVsJFMVoOBYCaIzzK/pagina.html" target="_blank">Regioni</a> si affannano a dire che «no», i profughi deve prenderseli in carico qualcun altro. Così anche a livello locale: sia un altro Comune a tenersi questa gente. Dov&#8217;è che abbiamo perso la nostra umanità? La capacità di comprendere il dramma altrui?</p>
<p>E intanto, a colpi di slogan, si soffia sulle paure delle persone. Ma lo stesso risultato lo si ottiene prendendosi gioco di chi esprime la propria preoccupazione. Penso alla questione del <a href="http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2015/05/20/news/il-parco-diventa-un-dormitorio-1.11458839" target="_blank">Parco Moretti</a> a Udine. Davvero è così difficile, pur senza condividerlo, capire l’umano timore di un genitore nel portare i propri bambini in un parco dove qualcuno è costretto a dormire in situazioni precarie?</p>
<p>«<em>Si fa presto a dir pregiudizio &#8211; </em>scrive ancora Cardini -<em> e a predicare che lo si dovrebbe superare. La diffidenza per il &#8220;diverso&#8221;, specie quando lo si avverte come potenzialmente minaccioso, è difficile da combattere anche perché non è razionale. Piantiamola col terrorismo lessicale, finiamola di definire tutto ciò &#8220;razzismo&#8221; o &#8220;xenofobia&#8221;. Così non si fa che peggiorare le cose. Il fatto è che il nucleo profondo della diffidenza, o anche della paura (e, badate, si tratta di sentimenti reciproci) è basato sul fatto che i timori sono generici. Il &#8220;diverso&#8221; ci spaventa o ci allarma per quel certo non-so-che dal quale è circondato: il colore della pelle, gli odori, il tono della voce. Per tutto ciò esiste solo un antidoto: la conoscenza reciproca</em>».</p>
<p>E poi che dignità abbiamo come società se accettiamo di lasciar vivere delle persone in queste condizioni, senza fare l&#8217;impossibile per un&#8217;accoglienza diversa?</p>
<p>Accogliere, governare, incontrarsi, conoscersi, informare ed educare. Questo è il lavoro da fare per tenere lontano quel &#8220;disumanesimo&#8221; che ci sta consumando. Ricordando &#8211; non da ultimo &#8211; che ognuno porta con sé una storia che vale la pena ascoltare, come <a href="http://www.annapiuzzi.it/morte-e-vergogna/" target="_blank">D.</a>, <a href="http://www.annapiuzzi.it/il-resto-delleuropa-vuole-solo-siriani-ed-eritrei-e-rashid/" target="_blank">Rashid</a> e <a href="http://www.annapiuzzi.it/mc-manar/" target="_blank">Mc Manar</a>. «<em>Il resto, il buonismo indiscriminato e i sogni di crociata, è solo spazzatura</em>».</p>

<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/tra-i-numeri-dei-profughi-in-cerca-della-nostra-umanita/turkey-border/' title='Turkey border'><img width="1080" height="720" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/06/01.jpg.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Rifugiati siriani curdi attraversano il confine turco, fuggendo da Kobane UNHCR / I. Prickett." /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/tra-i-numeri-dei-profughi-in-cerca-della-nostra-umanita/21-jpg/' title='Karim'><img width="1080" height="720" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2015/06/21.jpg.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Karim, siriano, con sua figlia di nove mesi a Istambul, in un palazzo abbandonato UNHCR / S. Baldwin." /></a>

<p><em><strong>Le foto e le infografiche sono tratte dal sito dell&#8217;Unhcr e accompagnano l&#8217;edizione 2014 del «Report Global trend 2014»</strong></em></p>
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		<title>L&#8217;importanza di stare con Mc Manar</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 06:50:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Numeri letti in fretta sui giornali. Al più volti passati in rassegna al tg, quando il mare inghiotte una nuova barca colma di vite in fuga....]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Numeri letti in fretta sui giornali. Al più volti passati in rassegna al tg, quando il mare inghiotte una nuova barca colma di vite in fuga. <a href="http://www.annapiuzzi.it/morte-e-vergogna/" target="_blank">Ascoltare le storie</a> di chi scappa da tutto, di chi non può fare altro che affidare la propria esistenza al mare è invece un&#8217;altra cosa. Oggi esce nei cinema (purtroppo pochi), distribuita da Cineama, <a href="http://www.iostoconlasposa.com/#home" target="_blank">«Io sto con la sposa»</a>, pellicola che racconta il viaggio — vero — di un gruppo di migranti partiti da Milano, inscenando un finto corteo nuziale, per arrivare in Svezia e chiedere asilo politico. Un gesto politico forte, un atto di disobbedienza civile per mettere in discussione una legislazione, in materia di immigrazione, insensata che continua a fare morti, rimanendo cieca di fronte a un mondo trasformato, in crisi, con un Medio Oriente che ribolle.</p>
<p>A ideare questa impresa il giornalista Gabriele Del Grande (<a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/lvc2014.04.11delgrande.pdf" target="_blank">qui una mia intervista</a>), il regista <a href="http://www.cinemaitaliano.info/pers/019095/antonio-augugliaro.html" target="_blank">Antonio Augugliaro</a> e il poeta e giornalista palestinese, <a href="http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=506" target="_blank">Khaled Soliman Al Nassiry</a>. Realizzato con una campagna di crowdfunding senza precedenti in Italia, il film è addirittura approdato alla Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso 4 settembre, nella sezione Orizzonti. A quella &#8220;prima&#8221; c&#8217;ero anche io. Ad emozionare (parola abusata, ma l&#8217;unica possibile) sono le storie dei protagonisti, delle loro vite interrotte dalla guerra in Siria o mai nemmeno veramente incominciate  perché schiacciate dall&#8217;insoluta questione palestinese.</p>
<p>Fa male, ma è necessario, il ricordo — al confine tra Italia e Francia — degli amici morti in Siria o durante la traversata del Mediterraneo. Le parole di Tasneem e Abdalla non sono i numeri lontani e anonimi a cui abbiamo fatto l&#8217;abitudine, ma ci avvicinano a quelle vite che fino a un certo punto, prima della guerra, sono state tanto simili alle nostre. Ma a cancellare del tutto l&#8217;anonimato che avvolge i migranti è il giovanissimo Manar, il suo rap a Marsiglia ha commosso anche me che sono restia alla lacrima facile. Questo dodicenne, palestinese siriano, che ha vissuto nel campo profughi Yarmouk, a Damasco, racconta in maniera unica e diretta cosa spinge tante persone a rischiare ciò che resta della propria vita per iniziarne una nuova in Europa. <strong><br />
</strong></p>
<p>Vi consiglio questo film con tutto il cuore perché è vero, ostinato e indispensabile. È anche un piccolo manifesto per quei giornalisti che — come Gabriele Del Grande —, nonostante la precarietà, l&#8217;indifferenza dei media nostrani verso ciò che accade fuori dal proprio cortile, si mettono comunque tenacemente in gioco, rischiano e raccontano. Il 4 settembre, dopo la proiezione del film, c&#8217;è stata una commemorazione sulla spiaggia del Lido per ricordare tutti i morti del Mediterraneo. Di seguito alcune foto (di Paolo Pizzuti), nella speranza che non sia solo un gesto isolato, ma l&#8217;inizio di una coscienza maggiore, più aperta e più responsabile perché in questo tempo interconnesso ciò che accade altrove, accade inevitabilmente anche qui, non riguarda più solo gli altri, ma chiama in causa anche noi.</p>

<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=707' title='DSC_9739'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_9739.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Gabriele Del Grande in sala" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=706' title='DSC_9700'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_9700.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="In sala la bandiera palestinese" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=704' title='DSC_9664'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_9664.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Alaa Bjermi, papà di Mc Manar" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=709' title='DSC_9911'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_9911.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Prende vita il corteo di spose" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=708' title='DSC_9873'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_9873.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Prende vita il corteo di spose" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=703' title='DSC_0051'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_0051.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La sposa, Tasneem Fared" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/mc-manar/dsc_0037-2/' title='DSC_0037'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_0037.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Gabriele Del Grande" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=702' title='DSC_0044'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_0044.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Con Gabriele Del Grande" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/?attachment_id=700' title='DSC_0019'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_0019.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Khaled Soliman Al Nassiry" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/mc-manar/dsc_0004/' title='DSC_0004'><img width="2362" height="1565" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/09/DSC_0004.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Mc Manar" /></a>

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		<title>Leggendo Edward Said per arginare quella superficialità da derby</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Aug 2014 03:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>

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		<description><![CDATA[È un po&#8217; come quando gioca la nazionale e diventiamo tutti allenatori. Così succede con il Medio Oriente: quando cadono le bombe tra Gaza e Israele...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È un po&#8217; come quando gioca la nazionale e diventiamo tutti allenatori. Così succede con il Medio Oriente: quando cadono le bombe tra Gaza e Israele in molti, all&#8217;improvviso, ricordano di avere qualcosa da dire&#8230; o meglio, nell&#8217;era di Facebook, da postare. E allora fa capolino tanta inevitabile superficialità, quella dei derby della domenica. A Hvar mi sono portata un <a href="http://www.amazon.it/La-convivenza-necessaria-Edward-Said/dp/8887028133" target="_blank">librettino</a> (che lessi nel 1999) di appena 94 pagine (ma illuminanti), edito da Internazionale, che raccoglie alcuni articoli di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Saïd" target="_blank">Edward Said</a>, intellettuale palestinese, «<em>una voce critica </em>—<em> </em>si legge nella quarta di copertina<em> </em>—<em> per capire uno dei conflitti più complessi del mondo moderno</em>».</p>
<p>Said in quelle pagine — e come ha sempre fatto — non risparmia una virgola a Israele e Stati Uniti, ma  vale la pena leggere anche quando scrive di altre responsabilità cadute nell&#8217;oblio, ma che oggi, mentre Gaza muore, fanno comunque sentire tutto il peso di ciò che non è stato.</p>
<p>L&#8217;autore di Orientalismo ce l&#8217;ha con gli accordi del 1993 (Oslo I) che segnarono la riconciliazione mediatica tra Arafat e Rabin e scrive: «<em>Quel che è peggio è che nel corso di questi ultimi quindici anni l&#8217;Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) avrebbe avuto più di un&#8217;occasione per concludere un accordo migliore di questo piano Allon nuova versione , facendo inoltre meno concessioni unilaterali. Ma la direzione dell&#8217;Organizzazione — e lo sa fin troppo bene — ha rifiutato tutte le occasioni di apertura che le sono state offerte</em>». Il riferimento è alla fine degli anni Settanta e al piano di Vance. «<em>Poi ci fu la Guerra del Golfo</em> — prosegue Said — <em>e, con le sue disastrose prese di posizione, l&#8217;Olp perse ulteriore terreno. Fatta eccezione per le decisioni del Consiglio nazionale palestinese del 1988, i benefici conquistati con l&#8217;intifada sono stati sperperati. Chi oggi parla a favore dell&#8217;accordo sostiene che non c&#8217;era altra scelta: ma dimentica di dire che si trova in questa situazione perché ha rifiutato tutte le altre possibilità</em>».</p>
<p>E in un altro articolo del 1994, dopo un bilancio della dichiarazione del settembre 1993 («<em>un incubo di interpretazioni, un collage di vecchie proposte israeliane e americane, con suggerimenti procedurali carenti e ambiguità e confusioni volute</em>»), così scrive di «<em>Olp, al Fatah e i partiti associati</em>»: «<em>La dirigenza politica ha frainteso a tal punto la sua stessa gente che in ogni luogo in cui i palestinesi vivono e si ritrovano c&#8217;è un malcontento che prende spesso le forme della ribellione aperta. Nessuna leadership può aspettarsi di detenere in eterno da sola il controllo sul denaro e il potere politico, distribuendoli a proprio piacimento. Circa cinquecento scuole, otto università e undicimila docenti languono nei Territori occupati privi di fondi e di una guida. I palestinesi sono stati vittime, più di qualunque altro popolo, di abusi da parte di ogni governo — sia arabo che non arabo — sotto la cui giurisdizione hanno vissuto. Perché dovrebbero tollerare pratiche simili da un governo che non è stato liberamente eletto né ha mostrato alcuno spirito di sacrificio o di rigore? Perché i palestinesi che vivono fra i disagi nei campi profughi dovrebbero accettare la corruzione, le <a href="http://www.repubblica.it/2004/k/sezioni/esteri/arafat/contilady/contilady.html" target="_blank">spese folli di Parigi</a> e l&#8217;inettitudine di un gruppetto di funzionari diretti da Tunisi?</em>».</p>
<p>Ecco, a volte fa bene ricordare che a far ingoiare il popolo palestinese dal buio della storia non ci sono sempre e solo Israele e Stati Uniti, ma anche la stessa classe dirigente da cui ha avuto la sventura di essere guidato. Oggi con la strategia di Hamas, e il suo continuo gioco al rialzo, non mi pare si vada troppo lontano. E allora, in tutta onestà, anche a me piacerebbe — come scrive Christian Rocca su IL del Sole 24 ore — che da qualche parte, accanto agli appelli e boicottaggi a Israele, ci fosse anche «<em>un appello di intellettuali occidentali rivolto ad Hamas</em>» perché fermi i razzi. Ma temo che resteremo ad aspettare.</p>
<p>Foto di america.aljazeera.com - (Photo credit should read STF/AFP/Getty Images)</p>
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		<title>Pace: i prossimi 100 anni di Sarajevo</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jun 2014 10:46:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bosnia Erzegovina]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[In questa giornata in cui prende ufficialmente avvio il ricordo collettivo del centenario della Grande Guerra, il mio pensiero vola a Sarajevo. Certo, perché è la...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>In questa giornata in cui prende ufficialmente avvio il ricordo collettivo del centenario della Grande Guerra, il mio pensiero vola a Sarajevo. Certo, perché è la città dell&#8217;attentato che innescò il conflitto, ma soprattutto perché oggi Sarajevo lancia un messaggio di pace al mondo: «Dopo 100 anni di guerre vogliamo 100 anni di pace».</p>
<p>L&#8217;intento è chiaro: scrollarsi di dosso un&#8217;etichetta pesante, legata alla guerra, e diventare città simbolo di pace. Questo anche grazie alla <a href="http://sarajevo2014.com" target="_blank">Fondazione «Sarajevo cuore d&#8217;Europa»</a> che ha avviato da mesi una serie di iniziative, conferenze, mostre e spettacoli, per ricordare il centenario. La Fondazione, che riunisce rappresentanti di diversi paesi (Austria, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia e Germania) e varie organizzazioni della Bosnia Erzegovina, è stata creata su iniziativa del Comune di Sarajevo.</p>
<p>Stasera, alla Vijećnica — la Biblioteca data alle fiamme durante l&#8217;assedio della città, nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, e oggi rinata —, ci sarà il concerto della Filarmonica di Vienna. Idealmente ci sarò anche io perché Sarajevo — a cui mi lega un <a href="http://www.annapiuzzi.it/rileggere-la-ragazza-che-corre/" target="_blank">irrazionale amore</a> — merita davvero un futuro di pace e nel cuore dell&#8217;Europa.</p>
<p>Approfitto di questo post per consigliarvi il <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Sarajevo-cuore-d-Europa-153927" target="_blank">bell&#8217;articolo di Osservatorio Balcani a firma di Andrea Rossini</a>. La foto in testa all&#8217;articolo è di <a href="https://www.flickr.com/photos/touncertaintyandbeyond/sets/" target="_blank">Clark e Kim Kays</a>.</p>

<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/pace-i-prossimi-100-anni-di-sarajevo/7c558-sarajevo-rat-gori-vijecnica2/' title='rog Vijećnica'><img width="1495" height="807" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/7c558-sarajevo-rat-gori-vijecnica2.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Il rogo della Vijećnica (26 agosto 1992)." /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/pace-i-prossimi-100-anni-di-sarajevo/140508-sarajevo-cellist-10a_5f6f2e3b25a32919f9c1e691d7f7d355/' title=''><img width="2500" height="1644" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/140508-sarajevo-cellist-10a_5f6f2e3b25a32919f9c1e691d7f7d355.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Il violoncellista Vedran Smailović suona tra le rovine della Vijećnica (1992)." /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/pace-i-prossimi-100-anni-di-sarajevo/140508-sarajevo-books_28821626d06bd60368723e70a915db41/' title='140508-sarajevo-books_28821626d06bd60368723e70a915db41'><img width="2500" height="1568" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/140508-sarajevo-books_28821626d06bd60368723e70a915db41.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Volontari recuperano i libri" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/pace-i-prossimi-100-anni-di-sarajevo/sarajevo_vijecnica_2013/' title='Sarajevo_Vijecnica_2013'><img width="1711" height="1141" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/Sarajevo_Vijecnica_2013.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La Vijećnica oggi." /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/pace-i-prossimi-100-anni-di-sarajevo/gradska-uprava-da-je-bilo-do-nuba-vijecnica-nikad-ne-bi-bila-obnovljena_1401806601/' title='Vijećnica'><img width="1920" height="1280" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/gradska-uprava-da-je-bilo-do-nuba-vijecnica-nikad-ne-bi-bila-obnovljena_1401806601.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="Gli interni restaurati della Vijećnica" /></a>
<a class="thumbnail" href='http://www.annapiuzzi.it/pace-i-prossimi-100-anni-di-sarajevo/sarajevo-vijecnica/' title='Sarajevo Vijecnica'><img width="1543" height="999" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/Sarajevo-Vijecnica.jpg" class="attachment-post-boxed" alt="La Vijećnica oggi." /></a>

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		<title>Quattro donne e uno scatto ad Aleppo vincono il premio Lucchetta</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jun 2014 06:01:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quattro donne. Sarà partigianeria femminista (pazienza), ma i nomi che in questo 2014 vincono il Premio giornalistico Lucchetta mi fanno iniziare bene la giornata. Venti anni...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quattro donne. Sarà partigianeria femminista (pazienza), ma i nomi che in questo 2014 vincono il <a href="http://www.premioluchetta.it/it_/home.asp" target="_blank">Premio giornalistico Lucchetta</a> mi fanno iniziare bene la giornata. Venti anni fa Marco Lucchetta, Alessandro Ota e Dario D&#8217;Angelo morivano a Mostar colpiti da una granata mentre stavano realizzando un servizio per il Tg1. A Mogadiscio, nemmeno due mesi più tardi, venivano uccisi anche Miran Hrovatin e Ilaria Alpi. Dal 2004 il premio li ricorda mettendo in risalto «un certo di tipo di giornalismo» e la capacità di testimoniare e raccontare le violenze e le sopraffazioni sui bambini.</p>
<p>Il premio, sezione tv, è per <strong>Flavia Paone</strong>, inviata del Tg3, che ha ricostruito la vicenda dei Rom di Giugliano, in provincia di Napoli, e dell&#8217;allestimento &#8211; autorizzato dal Comune &#8211; di un campo in una discarica altamente tossica. A <strong>Lucia Capuzzi</strong> va, invece, il riconoscimento nella sezione quotidiani e periodici, per aver raccontato ai lettori di Avvenire il paradosso della povertà in Bolivia, dove i bimbi rivendicano di poter lavorare pur di sostenere le loro famiglie. È poi di <strong>Lucia Goracci</strong> il miglior reportage di approfondimento che ha testimoniato su Rai3-Doc3 la battaglia delle bambine pachistane per rivendicare il loro diritto all&#8217;istruzione. <strong>Harriet Sherwood</strong>, per The Guardian Weekly Magazine, ha invece realizzato il miglior articolo su un quotidiano europeo, raccontando, dalla Striscia di Gaza, i 47 anni di occupazione israeliana attraverso gli occhi di quattro bambini, analizzando l&#8217;impatto delle politiche israeliane sui giovani.</p>
<p>Infine, meritatissimo, il premio a <a href="http://www.unicef.de/photo" target="_blank"><strong>Niclas Hammarstroem</strong></a> per «Aleppo» la miglior fotografia pubblicata per il quotidiano svedese Aftonbladet che &#8211; come un pugno nello stomaco &#8211; ci ricorda che in Siria c&#8217;è la guerra, che si continua a morire e a fuggire. Lo scatto ritrae tre bambini che fanno lezione all&#8217;aperto perché di scuole non ce ne sono più.</p>
<p>Di seguito l&#8217;articolo pubblicato oggi sul Messaggero Veneto.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/Schermata-2014-06-06-alle-06.23.01.png"><img class="alignnone size-full wp-image-369" alt="Schermata 2014-06-06 alle 06.23.01" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2014/06/Schermata-2014-06-06-alle-06.23.01.png" width="959" height="621" /></a></p>
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		<title>Tra gli scatti di Robert Capa</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Nov 2013 07:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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		<category><![CDATA[Mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Manin]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono le 5.45. Qui caffè e fuoco appena acceso. Fuori, invece, vento e buio pesto. Così &#8211; dopo 3 settimane di vergognosa latitanza &#8211; sono tornata:...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono le 5.45. Qui caffè e fuoco appena acceso. Fuori, invece, vento e buio pesto. Così &#8211; dopo 3 settimane di vergognosa latitanza &#8211; sono tornata: di nuovo blogger, di nuovo a scrivere sul mio taccuino virtuale. A dirla tutta non è successo un granché in queste giornate, dense, ma senza eventi degni di nota o di menzione. Ho lavorato (tanto)  e allungato (di parecchio) la lista dei progetti per i mesi che verranno. Tanti gli appunti segnati di cui mi ero ripromessa di scrivere, ma inizio dal più recente: <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Capa" target="_blank"><strong>Robert Capa</strong></a>.</p>
<p>Sabato mi sono regalata un pomeriggio a Villa Manin, tra gli “scatti” che compongono la <a href="http://www.villamanin-eventi.it/mostra_capa.php" target="_blank">mostra</a>, bellissima, a lui dedicata. Frammenti dolorosi di un passato recente, legati uno all’altro dall’amore per il raccontare. Necessità, interiore ed incondizionata, di documentare la guerra. E tutto senza narrazioni epiche o retoriche, ma di volto in volto: donne, bambini, anziani, soldati e rivoluzionari.</p>
<p>Sono foto straordinarie quelle di Capa che si snodano dalla Guerra civile spagnola, alla Seconda Guerra Mondiale, fino all’Indocina, dove morì a soli 40 anni. Fin troppo facile dire che sono immagini che dovrebbero valere come monito per tutti, ma invece sono lì a testimoniare &#8211; con evidenza disarmante &#8211; l’assurdo di una storia che si ripete. Purtroppo gli occhi della bambina, nella foto scattata nel ’39, durante l’evacuazione di Barcellona, sono gli stessi &#8211; stanchi e impauriti -  dei bimbi di Gaza, di Sarajevo, di Aleppo e delle guerre che verranno.</p>
<p>Assieme alle foto, alle loro storie e alla leggendaria ostinazione di Capa, porto con me, inaspettate, anche queste sue parole: «<em>Se le vostro foto non sono sufficientemente buone, vuol dire che non siete andati abbastanza vicino</em>». Buona regola per tutti, soprattutto per chi, non solo con le immagini, racconta le vite degli altri.</p>
<p>Qui sotto un autoritratto di Capa; in alto, una foto scattata a Troina, in Sicilia: un contadino mostra a un soldato americano la direzione presa dai tedeschi.</p>
<p><a href="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2013/11/Robert-Capa-autoritratto.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-248" alt="Robert-Capa-autoritratto" src="http://www.annapiuzzi.it/wp-content/uploads/2013/11/Robert-Capa-autoritratto-300x223.jpg" width="300" height="223" /></a></p>
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